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Raccontare per saggi.

Origine e modi di una contaminazione novecentesca:

casi dalle letterature italiana e francese.

Introduzione 5

Contaminazione e teorie dei generi letterari

1. Contaminazione e ibridazione. Un percorso storico, etimologico, culturale. 19

2. Il genere letterario: teorie e metafore. 44

3. Contaminazione e generi letterari. 99



Il saggio come genere

4. Difficoltà di una teoria morfologica del saggio. 125

5. Saggio: letteratura o scienza? 178

Contaminazione del saggio novecentesco in area franco-italiana

6. Genere saggistico e modo narrativo. 201

7. Il racconto “cornice” e il saggio “parallelo” 230

Ringraziamento a una ballata di Paul Fort (230-248) di Renato Serra; Saggi critici (249-266) e Commemorazione provvisoria del personaggio-uomo (267-274) di Giacomo Debenedetti; S/Z (275-294) e Sade, Fourier, Loyola (295-306) di Roland Barthes; Baudelaire (312-314), Saint-Genet (315-320) e L’Idiot de la famille: Gustave Flaubert (321-354) di Jean-Paul Sartre; Pinocchio: un libro parallelo (355-367) di Giorgio Manganelli; La macchina dell’errore (368-378) di Mario Lavagetto…

Conclusione 379

Opere citate 389

Introduzione.


I generi letterari vengono trattati da diversi scrittori, critici e teorici d’oggi come il mobilio di una vecchia e nobile casa; come “pezzi d’antiquariato” si ritrovano privati delle loro funzioni di contenitori di cose, oggetti, forme. Nella casa della letteratura, i generi svolgono ormai una funzione meramente ornamentale, sprovvista di utilità pratica, tutt’al più in grado di evocare al passato atmosfere ed epoche in cui coronavano come quotidiani artefatti di servizio le discussioni, le composizioni o l’estetica di chi scrittore, critico o artista vagava per le ali di antichi palazzi, di castelli medioevali, per corti rinascimentali. Anzi, i generi letterari hanno rappresentato per lungo tempo vere e proprie stanze in cui ciascuno poteva riporvi le opere altrui soltanto per poi estrarne altre, nuove e di propria mano: uno spazio circoscritto che aveva mura a filo d’angolo e volumetrie precise (ancorché variabili) al cui interno si potevano operare le più fantasiose risistemazioni; certo, luoghi che venivano regolarmente abbattuti, ampliati e fagocitati da nuove ristrutturazioni del campo letterario ma sostanzialmente fedeli alla loro natura di coordinate del discorso. Con l’avvento della rivoluzione borghese i generi letterari hanno subìto una notevole ristrutturazione che ha cambiato il concetto stesso del loro formato: da saloni, stanze, mobili sono diventati i precursori delle odierne etichette sugli scaffali delle librerie. Da allora la loro percezione è contestualmente cambiata: oggi i generi ci appaiono non solo come ripiani dove riporre le opere in maniera ordinata, ma anche come arredamenti immobili e inamovibili per libri che hanno raggiunto la loro destinazione, per testi che anche se avvertono la propria estraneità vi trovano una sistemazione, la definizione finale e definitiva.

Tuttavia, i generi letterari mancano della facile calcolabilità dei prodotti commerciali; a loro discolpa un’indeterminatezza programmaticamente letteraria che impedisce la pronta e comoda reperibilità richiesta in una società a misura del mercato anche alle merci culturali. Se esiste una lotta intestina, segreta e taciuta talvolta tra l’appartenenza di un’opera a un determinato modello formale e la necessaria declinazione individuale di quel modello in ciò che uno scrittore scrive, quello contemporaneo si vanta di rompere la stretta gabbia di un codice e ogni paratia restrittiva appena ne avverte la presenza e oltretutto di giungere per un innato senso di libertà creativa oltre il picchetto delle prescrizioni imposte ai suoi prodotti. In sostanza, al genere letterario lo scrittore postmoderno oppone la libertà dell’atto creativo: nella nostra epoca un valore programmaticamente autonomo, non solo come esercizio libero della mente o della personalità, ma ancora come un altro prodotto da fruire, godere, far circolare come titolo di scambio culturale ancorché superficiale ma mai da interpretare. Proprio perché il mercato ha sottratto sempre più al consesso della classe degli intellettuali il controllo del sistema di coordinate di riferimento per le opere, sostituendovi una proposta di “orientamento” per il lettore (che invece è più un vincolo alla spesa), il nostro scrittore si ritrova a scegliere tra due alternative obbligate: adagiare il proprio progetto creativo secondo quanto prevede la sistemazione dell’opera nella catena libraria oppure, in alternativa, decretare la propria libertà come rifiuto dell’idea stessa di un suo incasellamento formale, perseguendo la concezione postmoderna di un campo letterario sottratto all’azione normativa e prescrittiva dei generi stessi eppure immancabilmente aperto al libero gioco della loro contestazione, ammettendo soltanto per i generi un’esistenza mescolata.

Il Novecento ha una grande tradizione di negazione dei generi letterari, che dalla dialettica propria dello scrittore, continuamente incerto tra accettazione e diniego, ha trovato nella speculazione della critica l’occasione di trasformarsi in una dicotomia teorica: tra chi difende i generi e chi, risultato per lo più vincitore alla posterità, ne ha decretato l’inefficacia, la perpetua “deriva”, l’inutilità, l’illusione. In poche parole, da essere fenomeno visibile nelle opere letterarie, da essere una “prassi” la contaminazione si è fatta arma di particolare potere distruttivo quando viene rivolta contro la nozione di genere letterario, al punto da venire ormai acquisita come imprescindibile retorica del discorso teorico per rivendicare il loro totale annientamento: atto riflessivo e comunicativo che, a ben vedere, non pare altro che perseguire nei suoi scopi un tentativo egemonico di una certa teoria sulla “prassi” della letteratura.

Lo studio di un genere non può prescindere da questo particolare quadro riassunto anche attraverso alcune metafore “spaziali”, non senza qualche ragione; proprio le modalità di descrizione dei generi letterari si sono servite di un uso massiccio di metafore al punto che ormai risulta difficile separare immagini da concetti (e in particolare i referenti di partenza della metafora da quelli di arrivo), complicato capire se si discorra di generi letterari ancora all’interno di un regime della letteratura. Poiché il nostro interesse è stato fin da subito lo studio del rapporto tra il genere del saggio e la narrazione nel Novecento, lo statuto stesso di genere si trova implicato contemporaneamente su più fronti, per i quali si richiederanno molteplici sforzi di chiarezza. Ci chiedevamo, innanzitutto, come contestualizzare quel fenomeno per il quale in parecchi saggi del Novecento s’avverte una sorta di affinità con i moduli narrativi, tradizionali e non: un’atmosfera di solidarietà tra due generi apparentemente così distanti.

Fin dai primi passi, ognuno dei termini della questione della nostra tesi di dottorato poneva insomma problema, ma anche si legava insieme in una catena di problemi, i quali andaranno allora affrontati sia singolarmente sia sequenzialmente fino a tentare la definizione di un metodo con cui ritornare a quelle opere, a quei materiali, a quei fenomeni che avevano mostrato, lampanti, la possibilità di un’ipotesi inserita pienamente, oltretutto, all’interno delle dinamiche novecentesche: un’ibridazione tra generi letterari. Questo studio dovrà procedere per tappe, in corrispondenza delle varie questioni concettuali che si pongono: dapprima analizzare le teorie riguardanti i generi letterari, valutare le modalità possibili dei reciproci rapporti tra generi per isolare il concetto di “ibridazione” o “contaminazione”; poi verificare la possibilità di teorizzare una forma per il genere del saggio e almeno alcuni moduli basilari dei prestiti narrativi che esso ha avanzato nel suo decorso novecentesco.

La tesi di dottorato è stata divisa in tre parti. Inizialmente, si studierà il concetto di genere letterario e di contaminazione. In una seconda parte, la teoria riguardo il saggio sarà al centro del discorso. In un ultimo momento di sintesi, le conquiste della prima parte (la contaminazione dei generi) saranno combinate con le conclusioni della seconda (sul saggio) per approdare a un sistema interpretativo con cui rivolgersi ad alcuni casi esemplari dell’oggetto dello studio. Lo scopo, insomma, non è stato creare una teoria di un fenomeno letterario a partire da casi in esame; il nodo problematico era proprio quello di poter disporre di qualche concetto utile con cui interpretare le opere alla luce della loro contaminazione, senza che ciò significasse cancellare preventivamente il loro genere o, addirittura, l’esistenza stessa dei generi letterari. Quasi subito la soluzione si è prospettata come un’analisi di termini semantici: cosa intendiamo con la formula “genere letterario”, con le parole “contaminazione”, “saggio” e “narrazione” quando le usiamo in relazione alle opere letterarie che leggiamo? Inevitabile dunque far precedere all’analisi dei testi una parte teorica di orientamento con cui rispondere a tali domande.

Per evitare la facile prevaricazione della teoria si è deciso di rispettare tale biforcazione del lavoro in cui i termini sintetizzati nelle parti teoriche vengono impiegati in una critico-analitica non solo secondo una logica della costruzione e dell’esposizione del discorso, ma secondo una ripartizione uguale delle quantità di tale discorso, opponendo al volume verbale della speculazione teorica un analogo numero di pagine implicate nell’analisi di tipo critico. All’interno dell’indice, la divisione in tre parti e in sette capitoli riflette il senso di questa proposizione; in particolare, l’esame critico si concentra nel settimo capitolo contenuto nella terza parte, e parzialmente nel quarto capitolo in relazione agli Essais di Montaigne che avranno un ruolo fondamentale non solo nella costituzione del genere saggistico, ma anche nella contaminazione qui in oggetto: essi saranno i soli saggi non novecenteschi su cui ci si soffermerà analiticamente e non sinteticamente nella ricostruzione del suo percorso storico.

Durante la prima parte intitolata “Contaminazione e teorie dei generi letterari”, la nozione che sembra offire meno appigli è proprio la prima. Inizialmente – dicevamo – aveva attirato la nostra attenzione una “qualità” narrativa di certi saggi del secolo scorso: una sorta di aria di famiglia che suggeriva non una coincidenza, ma un vero e proprio movimento del genere nella sua storia più recente. E sempre all’inizio, in maniera quasi naturale, il termine che emerse dalla memoria fu quello di “ibridazione”: affiorò, ritornò; quasi vi fosse già depositato. A una prima campionatura si verifica facilmente che si tratta di un fenomeno già studiato in relazione ai generi letterari, anche se si è parlato di ibridazione per fenomeni diversi e con linguaggi provenienti da svariati campi della cultura e del sapere. La formazione del sostantivo moderno verrà collocata durante lo sviluppo storico della biologia tra il Settecento e l’Ottocento. Poi, negli ultimi trent’anni del secolo scorso, l’ibridazione entra a far parte del lessico delle discipline umane pur essendo già disponibile nella storia della letteratura un altro termine apparentemente simile, e tuttavia già veicolo di significati diversi: “contaminazione”, com’era stato utilizzato nella letteratura latina. Il primo capitolo, per l’appunto “Contaminazione e ibridazione. Un percorso storico, etimologico, culturale”, studia la nascita dei due nomi e la loro declinazione all’interno degli studi letterari. Si vedrà come solo una “contaminazione” (pur trascinando al proprio interno un deposito semantico connesso al senso di pericolo) permetta di superare la dipendenza che l’altro termine, “ibridazione”, mostra rispetto al concetto di intertestualità, indicando cioè qualcosa oltre lo statuto di genere letterario e talvolta addirittura la liberazione dell’opera dai generi stessi. Così, vedremo che i due sostantivi appaiono opporsi lungo la storia della critica e della letteratura.

Nonostante in ogni studioso che si rivolga alle teorie dei generi letterari elaborate nel corso dei secoli risuoni pronta l’invocazione al rasoio di Occam, nel secondo capitolo “Il genere letterario: teorie e metafore” ne verranno ripercorse alcune nell’intento di ridurne la variabilità e la complessità cumulativa, tracciando piuttosto una definizione di genere non soltanto economica (per quanto possibile) ma soprattutto funzionale alla nozione di contaminazione elaborata nel primo capitolo. L’analisi delle teorie valuterà i modi, la pertinenza e i rischi di costruzioni metaforiche del concetto di genere letterario, concludendo sull’insufficienza di una definizione soltanto metaforica ricavata da un’analogia con le specie biologiche (riguardo alla quale un teorico come Duff ironizza osservando che la teoria dei generi aspetta ancora il proprio Linneo per sistemare la confusione dei termini1). Successivamente, la proposta si soffermerà su due punti, una concezione nominalistica e una strutturale, che è possibile impiegare contemporaneamente nello studio di un genere preciso. Per quanto riguarda la prima, Jean-Marie Schaeffer osserva che si verificano più impieghi del nominativo di un genere a seconda che esso sia utilizzato dall’autore, dal libraio, dal critico o dal pubblico. Ciò vuol innanzitutto dire che i nomi di genere si spostano dentro il campo sociale che attraversa la letteratura. Se inoltre si considera che essi, inevitabilmente, si modificano nel tempo, allora quelle denominazioni cambiano il proprio sistema di riferimento sia diacronicamente, sia sincronicamente (come abbiamo appena osservato nel campo letterario di una società). Schaeffer offre parecchi spunti da cogliere in pieno per la definizione di un genere letterario sulla base dei significati percorsi dal suo nome nel corso del tempo. La sociologia di Pierre Bourdieu, invece, permette anche un’analisi delle implicazioni che dinamiche sociali ed economiche comportano sul genere, senza dover per questo distogliere l’attenzione dalla sua dimensione nominale.

Unendo le due visioni (e cogliendo altri suggerimenti di Fredric Jameson) è possibile concepire il genere letterario nella sua situazione storica in cambiamento, conservando ugualmente attraverso una teoria nominalistica tutte le sue facoltà di orientamento pragmatico rispetto all’intera letteratura, cioè in relazione agli usi che ne fa uno scrittore, agli effetti che esso produce e alla connessione che il genere crea tra opera e pubblico (la sua politica). Tuttavia, se il nome di genere permette di spiegare il concetto diacronicamente e sincronicamente, su quest’ultimo aspetto il suo sguardo è limitato a queste sole funzioni pragmatiche. Il genere letterario non è solo un nome; resta pur sempre un punto di vista aperto sul mondo da una forma di scrittura, una finestra da cui un’inquadratura formatasi a partire da moduli discorsivi diversi da altri (accettare un genere significa anche scegliere di non parlare secondo altre modalità) definisce ciò che si guarda e soprattutto come lo si guarda. Sempre nel secondo capitolo si dimostrerà come solo un approccio strutturale al genere, interessato cioè a determinarvi la presenza di strutture interne e di invarianti formali, sia in grado di completarne una definizione se può spiegare perché opere diverse e lontane nel tempo vengano attribuite da lettori diversi, che ad esempio partecipano a sistemi culturali lontani nel tempo e nello spazio, a un unico insieme generico.

Il terzo capitolo e ultimo della prima parte, intitolato “Contaminazione e generi letterari”, sonda i risultati di una combinazione del fenomeno della contaminazione con la doppia concezione nominalistica-strutturale del genere letterario. Dall’idea di ibridazione, che comporta l’annullamento delle caratteristiche generiche di un’opera per affermare la trasversalità della scrittura, si passa a un concetto di contaminazione come interazione tra un genere letterario e un’altra derivazione generica, elaborata soprattutto a partire dalle indicazioni di Gérard Genette: la nozione di modo.

Nella seconda parte, “Il saggio come genere”, il metodo elaborato nella prima parte troverà il proprio campo di applicazione nello studio di un genere in particolare, quello del saggio (il problema della sua contaminazione è temporaneamente abbandonato e sarà ripreso nella terza parte). Sul piano storico, la funzione del genere è innegabile a partire dalla formazione del concetto stesso di modernità e del suo ruolo di veicolo delle idee. Come dice Berardinelli: «Il saggio è anzitutto il genere letterario del pensiero critico e antidogmatico: ha perciò esercitato una funzione essenziale nello sviluppo della cultura occidentale. Dietro la sua forma si può leggere la crescita storica dell’individuo moderno»2. Se sulla scorta di queste parole si giustifica uno studio del genere sul piano storico (mostrando perciò la pertinenza, l’applicabilità e la necessità di un metodo nominalistico), altro problema costituisce lo studio della “forma” del saggio3. Nel quarto capitolo, “Difficoltà di una teoria morfologica del saggio”, si mostra l’incertezza a cui è approdata la teoria letteraria, la quale ha ricondotto la forma saggistica alternativamente al polo della letteratura o a quello della scienza. Per alcuni, la conclusione naturale di una tale opposizione diviene considerare il saggio come un genere che non ha forma. Invece, un metodo strutturale consente di individuare sue strutture stabili tali da essere riconoscibili nell’intero percorso storico che descrive il nome di saggio. Se si ripercorre la sua applicazione alle opere, dalla sua apparizione con gli Essais nel Cinquecento fino al Novecento, risulta possibile sintetizzare una funzione “Montaigne” che si ripercuote sullo spettro temporale e internazionale della produzione saggistica determinando una struttura formale alternativa al modello di matrice anglosassone diventato dominante, per il quale una filiazione con lo sviluppo del pensiero scientifico viene confermata dalla sua relazione con i contenuti e le scoperte del nascente modernismo.

In particolare, il quinto capitolo “Saggio: letteratura o scienza?” propone una risoluzione della dicotomia emersa all’interno della teoria su questo genere: l’opposizione tra le “due culture” (per usare la nota formula di Snow). Si può infatti rintracciare la presenza di strutture invarianti comuni tanto al modello di Montaigne quanto a quello più prettamente epistemologico o “ideologico”. Vedremo che una delle importanti conquiste della “critica sulla critica” nel Novecento è stata aver affrancato la critica letteraria da quello statuto didattico – quando andava bene – e per lo più accessorio e averle consegnato il valore essenziale di genere letterario potenzialmente a sé. Potenzialmente, perché il saggio critico si trova inevitabilmente a incrociare la propria scrittura con ciò di cui parla e che, pur essendo necessario alla sua genesi, questa talvolta spinge in secondo piano con i suoi autonomi valori stilistici. Che il critico sia uno scrittore – vale la pena di ricordarlo – non vuole però dire che egli debba cessare conseguentemente di “fare il critico” e che, in quel caso, debba perdere la sua prima e più originaria vocazione, da intendersi come ricerca ermeneutica e comunicazione didattica. Si può già preannunciare che una concezione strutturale del genere consente di riconoscere al saggio una particolare struttura dialettica, tra una “relazione metatestuale” (per usare il termine di Genette) impegnata nell’obiettivo dell’interpretazione e l’inseguimento di un’identità stilistica del suo testo, da realizzarsi attraverso l’affermazione di una differenza tra i due discorsi che creano quella relazione; si individua insomma una forma del saggio che persegue scopi conoscitivi senza dover rifiutare alle sue opere la possibilità della letterarietà (in una continua, delicata oscillazione tra affrancamento da una originaria condizionalità, per usare ancora termini di Genette, e un avvicinamento al regime costitutivo proprio delle opere di finzione).

La terza parte, “Contaminazione del saggio novecentesco in area franco-italiana”, intraprende l’applicazione del concetto di contaminazione alla definizione di saggio critico. Mentre il ragionamento teorico giunge al concepimento di due modalità di contaminazione, una parte analitica confermerà la loro esistenza in forme storiche. Nel primo capitolo “Genere saggistico e modo narrativo” si presenteranno una contaminazione del genere tramite l’inserimento di un racconto “a cornice” – in cui una narrazione rappresentativa introduce il discorso del saggio – e un’altra combinazione secondo un modello di saggio “parallelo” – al cui interno il discorso argomentativo viene affiancato da singole sequenze narrative, le quali partecipano all’opera non come rappresentazione autonoma di una propria finzione, ma come direttamente implicate in una ricostruzione dei testi oggetti dello studio in vista dell’interpretazione.

Il settimo e ultimo capitolo, “Il racconto ‘cornice’ e il saggio ‘parallelo’”, utilizza questi due modelli per analizzare saggi scelti in quanto esemplari della pertinenza di una o dell’altra tipologia. Tuttavia, le due compilazioni sintetizzano la contaminazione del saggio in un oggetto concettuale, mentre le opere posizionano entrambe nel tempo della continuità storica: vale a dire che il racconto a cornice e il saggio parallelo riducono a due estremi di riferimento formale un fenomeno che tocca e attraversa tutti gli stadi intermedi inventati dalla libertà degli saggisti o degli scrittori. La teoria descrive la struttura finita del campo letterario della contaminazione, determinando – per così dire – i suoi casi “limite”, ma all’interno di quelle due concezioni ideali prendono largo possibilità infinite di realizzazioni storiche diverse, che si possono collocare su tutti i punti della linea che procede da una modalità di contaminazione all’altra. La visione di una contaminazione come costruzione delle opere non deve in sostanza cancellare una sua certa qualità scalare, per la quale esse si avvicinano più o meno a una data forma di saggio contaminato e, se anche restano riconducibili in prevalenza a uno dei due poli, non rinunciano a contenere risultati parziali che possono rimandare anche all’altro. Riguardo ai saggi parte di questo percorso di analisi, la tesi di dottorato ha operato delle limitazioni sulla base di un corpus inizialmente molto più ampio. Si è deciso di limitare lo studio a sei autori e dodici opere principali in grado di descrivere un percorso diacronico abbastanza completo nel Novecento, dal 1914 fino al 1996, comprendo così ottantadue anni del secolo in modo da produrre una trattazione rappresentativa della contaminazione in esame.

In particolare, si è escluso un “sottogenere” che sembra richiedere uno studio specifico delle sue pratiche di contaminazione generica. Il saggio è stato spesso paragonato a un “viaggio” anche metaforicamente condotto tra idee, pensieri, principi diversi. Perciò alcuni commentatori hanno intravisto nel genere del racconto di viaggio una possibile variante della saggistica. Si possono citare due esempi (per restare all’interno della letteratura francofona e italiana): Édouard Glissant, anche in virtù di una sistematicità teorica che non concepisce divisioni tra generi letterari4, con il suo Faulkner, Mississippi (1996) crea un itinerario tra i luoghi biografici di Faulkner compiendo continue incursioni critiche all’interno della poetica e dei romanzi dello scrittore americano; Claudio Magris, che con il suo Danubio (1986) ha avuto parecchi riscontri riguardo a una contaminazione tra generi saggistici e narrativi che si verifica nell’opera5.

Su un altro fronte, invece, la limitazione geografica alle aree italiana e francese ha consentito di circoscrivere lo studio all’interno dell’oggetto della scuola dottorale, incentrando un discorso d’analisi sulle produzioni nazionali del bacino del Mediterraneo; mentre una seconda limitazione temporale ha contenuto l’analisi della contaminazione all’interno del Novecento, benché già nell’Ottocento una contaminazione del saggio con il romanzo sia stata opportunamente rintracciata. Su altri due termini presenti nel titolo, si può aggiungere che con la dicitura Origine e modi si programma di considerare quelle forme, tanto i generi letterari quanto le loro contaminazioni, come variabili trascinate da un flusso certo cangiante, ma pur sempre continuo, che ce le consegna dal passato e verso cui la nostra imperfetta visione si corregge con due lenti, di cui una focalizzata sul dettaglio in un dato momento e l’altra, leggermente meno miope, intenta a seguirne l’andatura complessiva da lontano, sopra tutti gli attimi isolabili nella storia dell’uomo e della letteratura.





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