Intervista a giancarlo paba – 7 settembre 2001



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INTERVISTA A GIANCARLO PABA – 7 SETTEMBRE 2001


  • Qual è stato il tuo percorso di formazione politica e culturale e le eventuali figure di riferimento nell’ambito di tale percorso?

Considero la mia storia personale come una storia abbastanza minore rispetto a quella di altre figure, più tranquilla da un certo punto di vista, meno drammatica, forse persino più felice. L’impegno politico e culturale nasce quando ero uno studente fuorisede che veniva dalla Sardegna, iscritto alla facoltà di Architettura, arrivato qui a Firenze nel ’65-’66, poi bloccato per motivi di salute per un anno. Quindi, i primi incontri con la politica vengono grosso modo prima del ’68, già nel ’67 con la partecipazione ad una serie di attività che ora non saprei ricostruire in tutti i dettagli, non avrei la memoria per farlo: in quel periodo erano sui temi delle lotte studentesche, ma anche su altre questioni, quella del Vietnam in particolare. Come ambito di riflessione più collettiva c’era il circolo “Che Guevara”, del quale facevano parte prevalentemente studenti universitari e intellettuali che vivevano a Firenze: non aveva una connotazione operaista, diciamo che era un luogo di riflessione su quello che accadeva nel mondo. C’erano suggestioni internazionaliste, attenzione per i problemi della rivoluzione nel Terzo Mondo, come allora era consentito chiamare. E c’erano anche le prime forme di organizzazione studentesca nella facoltà di Architettura, che è stata dalla fine degli anni ’60, negli anni ’70 e ’80 la facoltà trainante del movimento politico studentesco a Firenze, assieme a quella di Lettere ma con connotazioni diverse. Infatti, una parte del movimento degli studenti di Architettura sarà fino ai primi anni ’70 legato a Potere Operaio in modo organico, nel senso che i leader del movimento studentesco di Architettura erano tutti aderenti a PO. Dovessi citare dei riferimenti, naturalmente ci saranno state in quel periodo le letture che si facevano più in generale nell’ambito della sinistra giovanile; però, se dovessi ricordare un flash, forse è quello delle grandi manifestazioni che c’erano state nel ’67 e poi nei primi mesi del ’68 sul tema del Vietnam. Questo tema è stato importante in quel periodo, come catalizzatore organizzativo e politico. Un flash nella memoria, un episodio che è stato per molti importante, è riferito ad una famosa manifestazione che si svolse a Firenze, che si concluse in piazza Strozzi e alla quale partecipò Franco Fortini, il quale finì l’intervento dicendo “guerra no, guerriglia sì”, che poi diventò uno slogan diffuso nel movimento. Fu una specie di scossa politico-poetica, perché prima di arrivare a quello slogan non ricordo cosa Fortini disse, però rammento che fu un intervento appunto insieme poetico, galvanizzante e motivante.



Non ricordo bene i passaggi organizzativi, che tendo a dimenticare; però, al circolo “Che Guevara”, che si riuniva in qualche cantina o in qualche pianoterra verso la fascia ottocentesca dei viali, partecipavano molte persone che poi avrebbero assunto un ruolo nel movimento studentesco e nelle organizzazioni operaiste. All’interno di quel movimento c’erano anche alcuni personaggi che erano più grandi di me (bastavano 3 o 4 anni allora per sentire una differenza), e quindi provenivano da esperienze differenti, cioè avevano svolto lavoro politico negli anni ’63-’64-’65. Si tratta di soggetti organicamente più legati al movimento operaista, conoscevano Alquati, il gruppo torinese e veneto, ed erano Lapo Berti, Claudio Greppi, ma non solo loro, c’erano Franco Gori, Guido De Masi (che diventerà direttore della Fondazione Michelucci e poi morirà ancora giovane) e altre persone. Il gruppo di Potere Operaio si formerà successivamente, non ricordo bene quando, credo subito nel ’68, e manterrà sempre questa doppia articolazione al suo interno, data appunto dall’unione di due percorsi: un percorso di derivazione operaista, impersonato da Lapo, da Claudio e poi da altri più giovani che facevano riferimento a loro, e da un gruppo di persone più giovani di età che provenivano dal movimento studentesco. Il leader di questo secondo filone era Michelangelo Caponetto, e vi appartenevamo io, Giovanni Contini, Francesco Pardi, tra quelli che avete intervistato, e molti altri. Potere Operaio fiorentino nasce un po’ dalla combinazione di queste esperienze, la cui convivenza non è stata sempre pacifica. Nella terminologia semplificata di quel periodo il gruppo chiamiamolo operaista (anche se poi eravamo operaisti tutti, ma diciamo il gruppo più anziano, legato anche ad esperienze nazionali) era la destra del Potere Operaio fiorentino, mentre il gruppo proveniente dal movimento studentesco era la sinistra. Quindi, anche i riferimenti nazionali seguivano questa logica: il gruppo che aveva già una tradizione intellettuale, letture più sistematiche, ragionamenti che avevano trovato espressione in Quaderni Rossi, Classe Operaia, faceva più lavoro di riflessione e anche di organizzazione del pensiero politico; invece, il gruppo che proveniva dal movimento studentesco è stato sempre legato alle attività di lavoro politico diretto nelle occasioni che allora si presentavano, nelle università ma anche nelle fabbriche che erano allora dei punti di intervento, la Pignone, la Galileo, alcune altre fabbriche dell’hinterland di Firenze e di Scandicci. In realtà, da un punto di vista organizzativo, il gruppo che proveniva dal movimento studentesco ha sempre controllato Potere Operaio, con una dialettica un po’ dura: per quello che valevano allora gli esecutivi, i segretari, il gruppo movimentista ha sempre controllato l’organizzazione. Tra l’altro quello di PO fiorentino era un gruppo relativamente grosso, mentre i gruppi di Potere Operaio nazionale non erano molto consistenti, tranne quello romano. Noi eravamo abbastanza simili ai romani perché, così come Piperno, anche noi provenivamo dal movimento studentesco. In parte ciò valeva anche per Bologna, ma in misura minore, perché lì il movimento era molto più frastagliato e in ogni caso non era controllato da Potere Operaio. Erano comunque queste tre le sedi nelle quali la presenza di PO si poteva definire di massa, senza esagerare, perché a Firenze c’era pure una forte presenza di Lotta Continua.

Nel corso del ’67-’68-’69, ma direi fino al ’72, il ruolo della facoltà di Architettura è stato centrale nelle lotte fiorentine, a livello studentesco ma anche come polmone e luogo di organizzazione e di formazione. Durante una lunghissima occupazione del ’68, una delle più lunghe in Italia, Architettura è senza dubbio stata un luogo di formazione politica. Questo processo di formazione funzionava così: i più giovani avevano un ruolo di riferimento organizzativo, politico nei confronti del movimento, e le persone più anziane (alcune delle quali lavoravano anche nel campo dell’architettura e dell’urbanistica, come Claudio Greppi, Raimondo Innocenti, e altre persone meno conosciute ma che erano legate per amicizia e per affinità culturali al gruppo degli operaisti) avevano una funzione di orientamento del pensiero. Quindi, i primi momenti di consolidamento di forme di riflessione politica più matura e organizzata avvenivano in seminari ai quali partecipavano appunto Greppi e altre persone che venivano da fuori, con temi certamente derivanti dal pensiero operaista, ma che venivano declinati in modo tale da incontrare pure gli interessi degli architetti, e quindi in quelle parti che riguardano l’organizzazione del territorio, della città, il tema della pianificazione. Per esempio, gli scritti di Alquati sul piano, che riguardavano il tema della pianificazione in fabbrica, venivano declinati ed estesi al tema della pianificazione della città, della società, venivano letti come una sorta di cornice di pensiero e intellettuale che poteva poi produrre ricerche sulle questioni della casa, in generale dell’organizzazione del territorio ecc. In parte ciò avveniva con alcuni scritti di Greppi, uno scritto di Pedrolli, che era un docente della nostra facoltà che ha fiancheggiato per qualche anno il movimento senza condividerlo del tutto, e che aveva scritto un articolo sui Quaderni Rossi. Ho ancora vecchi materiali di quel periodo che risentono di quel modo di parlare e di riflettere, anche se quel tipo di produzione politica e intellettuale era un’affiliazione indiretta del pensiero dei Quaderni Rossi e probabilmente avveniva all’oscuro dei Quaderni Rossi medesimi: era una specie di produzione locale di pensiero critico sul tema della città e del territorio che assumeva alcuni paradigmi di quella letteratura come paradigmi di orientamento.



Un effetto possibile di questo cortocircuito tra il pensiero operaista e questa caratterizzazione del gruppo di militanti fiorentini nell’ambito della facoltà di Architettura ha portato a delle esperienze interessanti nell’organizzazione della città, a varie iniziative sul tema del rapporto fabbrica-quartiere, fabbrica-città, a partire da un’azione di fiancheggiamento politico-organizzativo di contraddizioni sul tema della casa, le lotte del cosiddetto centro sfrattati, cose particolarmente acute a Firenze in quel periodo anche se non come oggi. E’ anche vero che si trattava di temi su cui lavoravano tutti in quel periodo, da Potere Operaio a Lotta Continua ad Avanguardia Operaia. Diciamo che c’era un orientamento verso i temi che si possono chiamare “urbanistici”, abitativi e di organizzazione della città, che sono sempre stati una componente del gruppo di persone che ruotavano attorno all’organizzazione di Potere Operaio a Firenze. Naturalmente questo ha portato anche nei rapporti nazionali a privilegiare e consolidare relazioni con alcune figure particolari: per esempio, iniziava già allora un primo rapporto con Alberto Magnaghi, e saranno quelle relazioni che poi porteranno all’esperienza di Quaderni del Territorio. La rivista nasce essenzialmente dall’azione di Alberto Magnaghi a Milano e a Torino, dal libro Città fabbrica, che mi pare sia del ’68. Quindi, il gruppo di Firenze partecipa a questo percorso, anche se non in un ruolo così importante come quello di Milano: comunque scriviamo alcune cose, facciamo una ricerca anche noi sugli argomenti legati al tema della città-fabbrica, contribuiamo alla rivista e a quel filone di studi fin dai suoi inizi.


  • Quali sono stati, secondo te, i limiti e le ricchezze dei percorsi che hai qui tratteggiato? Quanto tale analisi può essere utile nell’individuare dei nodi aperti nel presente?


Fino a tutto il ’71 io do un giudizio molto positivo del nostro lavoro all’interno di Potere Operaio, anche dentro il filone operaista nazionale. Col senno di poi in molte riflessioni sul passato si vedono solo gli errori: però, l’esperienza che avevamo messo in piedi aveva alcune connotazioni di saggezza di comportamento, di capacità di interpretazione meno ideologica dei bisogni dei referenti del nostro lavoro, in particolare gli studenti, una capacità anche di coinvolgere studenti disagiati, quelli poveri, di motivarli. Ora non so bene come spiegarlo, però diciamo che nel lavoro fatto in quel periodo riuscivamo a mantenere aperta l’idea (che allora ci sembrava ragionevole) di una prospettiva di cambiamento rivoluzionario della società, agendo in modo positivo in questa direzione; ma ciò era temperato da una saggezza pratica nel lavoro politico quotidiano, positivamente condizionato direi dalle esigenze concrete del movimento. Il nostro movimento ha sempre avuto la capacità di parlare alle persone, di essere riconosciuto come interlocutore affidabile anche al di là del gruppo, anche al di là della formalità politica e organizzativa. Avevamo duttilità di pensiero, una certa capacità di lavorare i concetti e le teorie direttamente nel lavoro politico. E io direi ciò sia per quanto riguarda gli studenti, in modo prevalente (quella studentesca era in realtà l’attività più significativa), sia in qualche esperienza di contatto con le fabbriche, anche se il loro coinvolgimento si è svolto a Firenze sempre e solo a livello di avanguardie e di piccoli gruppi che avevano a loro volta un rapporto positivo con un quadro più ampio di operai, però non era confrontabile il lavoro che si faceva nelle fabbriche fiorentine con quello di altre situazioni nazionali. La capacità di lavoro saggio e la saggezza nel gestire il rapporto con i soggetti dell’azione politica ha fatto di Firenze per un certo periodo un piccolo punto di emigrazione e di prestito di alcuni militanti in situazioni di carenza di attivisti politici. Per esempio, un gruppo di fiorentini ha lavorato per alcuni mesi e forse anni a Torino: era una sorta di prestazione fornita a PO nazionale che in genere aveva scarsezza di militanti nelle sedi che non avevano un rapporto positivo con situazioni di massa. Lavoravano a Torino un mio amico molto caro come Giovanni Cossu, e poi Paolo Albani, Pietro Laureano e anche altre persone. Giovanni Cossu, che come me veniva dalla Sardegna (abbiamo fatto una vita assieme), era un grandissimo militante davanti alle porte delle fabbriche, all’altezza di quelli di Lotta Continua, cioè capace di fare capannelli, comizi volanti, di parlare e convincere, anche di declinare il linguaggio di Potere Operaio (che è sempre stato molto difficile) in modo che fosse comprensibile, con la capacità di entrare in contatto con i sardi di Mirafiori o con i meridionali o con gli altri. Un simile prestito di un nostro gruppo di militanti (uno dei quali era sempre Giovanni Cossu, che era il più bravo di tutti in questo tipo di operazioni, ma anche Flavia, la più bella donna di Potere Operaio fiorentino e altri) lo facemmo a Napoli, e anche lì i nostri compagni funzionavano a tempo pieno. Questa cosa può sembrare banale, ma vista col senno di poi è significativa; ciò è probabilmente all’origine di un’idea del gruppo di Potere Operaio e in generale dell’ambiente fiorentino come meno rilevante da un punto di vista dell’impulso dato al pensiero politico alto rispetto a Padova, dove c’erano Ferrari Bravo, Toni, Gambino e tutti gli altri, rispetto a Torino, a Milano o a Roma con Piperno. Il gruppo di Firenze veniva considerato più pragmatico, se si vuole anche meno colto, meno teoricamente attrezzato: però, aveva questa connotazione intanto più di massa, perché eravamo tanti in un certo periodo, forse ad un certo punto qualche centinaia proprio come militanti, ma ciascuno con situazioni che ci consentivano di avere come riferimento nella città un insieme di realtà significative a livello di “massa”. Questo era un aspetto di saggezza che secondo me c’è sempre stato, fino direi al ’71-’72, e cioè fino a che funzionò dentro Potere Operaio il gruppo di persone più giovani di Greppi, di Lapo e degli altri, ma meno giovani di quelli che sarebbero venuti dopo. Il gruppo era collocato su posizioni radicali, quindi faceva parte della sinistra di PO: gli piaceva Toni quando Toni era di sinistra, gli piaceva Piperno quando era più cattivo di Toni, ma a un certo punto facevamo più riferimento al primo che al secondo. C’era una tensione verso una visione chiamiamola rivoluzionaria in quegli anni, che però questo gruppo intermedio ha sempre tenuto con saggezza. Invece, quelli più giovani ancora hanno poi imparato la lezione in modo più radicale, e allora tra il ’71 e il ’72 nelle stesse situazioni nelle quali, anche positivamente, si incarnava l’attività che facevamo allora (in alcuni quartieri degradati, in alcune situazioni più spinte) è probabile che si sia anche formata una tensione sotterranea verso pratiche più aggressive e successivamente forse più armate. Queste sono poi sfuggite, però appena prima di scomparire Potere Operaio è stato forse in contatto con queste situazioni: ma non so dire molto di questo, perché il gruppo di persone di cui ho raccontato ora la storia ha sospeso il proprio ruolo dirigente proprio in quel momento, si è fermato, lasciando ad altri la responsabilità organizzativa del movimento. Non era possibile neanche fare altrimenti, perché non venivamo più riconosciuti come riferimento: forse eravamo troppo saggi, abbiamo mantenuto quella saggezza anche in quel periodo, e forse per questo siamo stati accantonati, almeno io sono stato accantonato. E quindi in modo naturale siamo poi stati fuori dal terrorismo, dalla diaspora di alcuni nostri militanti nelle formazioni che hanno praticato la lotta armata, qui con qualche iniziativa non così drammatica (ma qualcuna sì, qualcuno dei più giovani è entrato nella cronaca nazionale). Abbiamo subito anche noi il 7 aprile qualche mese dopo, il 21 dicembre è stato infatti la sua coda fiorentina, siamo stati inquisiti tutti: non siamo stati arrestati perché a Firenze non c’era Calogero, e perché tutto sommato i magistrati inquirenti avevano una rappresentazione abbastanza esatta di cosa accadeva, sapevano bene chi faceva che cosa, e quindi avevano un quadro piuttosto preciso delle responsabilità. Questo è il motivo per cui nessuno di noi è stato in carcere, tranne il periodo in cui Michelangelo Caponetto è stato arrestato per una sciocchezza di movimento, in quanto denunciato da un professore. Ma nessuno di noi, di quelli che non passeranno alla lotta armata, finirà dentro; andrà in galera qualcuno degli altri, ma si tratta di altre storie che poi hanno raccolto flussi diversi. Io quindi so poco di questo periodo, di che cosa in altre sedi in rapporto a questo passaggio significativo abbiano fatto Oreste o Toni o altri.

Gli sviluppi successivi, la lotta armata appunto, poi il movimento del ’77, avverranno all’interno dell’ambito costruito negli anni precedenti, quindi con un ruolo ancora rilevante della facoltà di Architettura, però fuori da un rapporto con il personale politico operaista di PO che aveva lavorato fino al ’71-’72. E nel ’74-’75-’76-’77 il nostro è diventato più che altro un gruppo di riflessione politica e di azione intellettuale nell’università. Come sempre quando si parla di alcune cose poi magari si vedono dei fili che non si notavano prima: forse questa caratteristica, questo interesse verso le piccole cose significative che avvengono nelle città è una costante di tutta l’attività politica e intellettuale di un gruppo di persone da Potere Operaio a Quaderni del Territorio ad oggi. Non so cosa abbia detto Magnaghi nella sua intervista, ma questa vicenda poi riparte addirittura nel 1989 e ’90. Si riprendono i contatti con Alberto, si scrivono delle cose, si organizzano dei convegni, e gli anni ’90 sono caratterizzati da un insieme di iniziative, di riflessioni, di azioni, di libri scritti, di esperienze fatte che sono riassunte nel libro di Magnaghi Il progetto locale, che nasce appunto da tutto questo. Negli anni ’90 si riprende in fondo quella saggezza, si riprende la città come campo d’azione, il territorio come soggetto attivo, l’idea della trasformazione nella quale la rottura non c’è, questo aspetto della rottura non ce lo poniamo più. Noi oggi (credo infatti di poter parlare anche per conto di Alberto e di altri che lavorano su questo terreno) non ci poniamo il problema della rivoluzione: ci poniamo il problema del rafforzamento delle forme di costruzione sociale della città, di soddisfazione nell’azione diretta dei bisogni dei nuovi cittadini, dagli immigrati alle esperienze di partecipazione nei quartieri, ai laboratori con i bambini. Insomma, in fondo quella saggezza di una volta è oggi all’origine di una serie di attività, di laboratori, di progettazione partecipata, di costruzione sociale del piano (queste sono le parole che utilizziamo): i cantieri sociali e l’idea della loro costruzione hanno caratterizzato il nostro lavoro negli anni ’90. E poi ci siamo trovati alla fine del decennio ad essere avvicinati dagli altri che hanno riletto queste cose che ci sembravano molto di destra, molto tranquille per noi; per esempio, anche Carta guarda a queste questioni, l’espressione cantieri sociali l’avevamo usata noi e l’hanno poi ripresa loro. Noi ci facciamo osservare senza molto impegno diretto, perché a questo punto siamo abbastanza scettici sulle grandi costruzioni, sulle grandi narrazioni: siamo interessati alle piccole narrazioni, alle piccole cose, almeno io Forse non tanto perché pensiamo che siano quelle giuste da fare, ma perché pensiamo che siano le uniche che riusciamo a fare. Io parlo di me e di altri, alcune cose poi le penso solo io e alcune solo gli altri. Comunque, è un campo nel quale raccogliamo frutti che ci sembrano abbastanza puri, utili, poco utilizzabili dagli altri e non ci poniamo molte domande su quante conseguenze e quali gradi di efficacia abbiano.

Questa è una sintesi rapidissima, in quanto bisognerebbe riempire tutto il periodo dal ’72-’73 fino al ’90. Quello è un periodo per molti di noi di lavoro, anche di lavoro privato attivo, mai di riflusso, staccati però dai drammi. Tranne Alberto che è stato in carcere accusato ingiustamente, siamo stati staccati dal dramma del terrorismo, quindi anche abbastanza indifferenti ad esso, io non l’ho vissuto in prima persona e dunque non ho neanche sofferto. Una cosa interessante è costituita da un discorso sulle generazioni. C’è una prima generazione di persone che hanno la stessa età e che, come dicevo prima, hanno avuto dimestichezza intellettuale con Tronti, Alquati, Asor Rosa, Cacciari, nel periodo proprio operaista. C’è poi questa seconda generazione di cui ho parlato, la quale è arrivata a Potere Operaio e anche poi all’esperienza operaista, però a partire dal movimento studentesco. E poi accennavo a una terza generazione: bastano 3 o 4 anni, 2 o 3 a volte per spiegare biografie di vita molto differenti, e anche biografie di vita drammatica o non drammatica. Ciò tranne le persone che sanno essere sempre in continuità, Toni Negri ad esempio è sempre presente; invece, altri hanno traiettorie più spezzettate. La cosa interessante è che successivamente abbiamo ritrovato alcune traiettorie che prima avevano sofferto il dramma della lotta armata. Ci sono alcuni di quelli più giovani di Potere Operaio che poi hanno fatto delle esperienze di partecipazione a Prima Linea o all’UCC, che sono stati in carcere, anche molto a lungo, anche 14 anni in qualche caso, e che poi sono usciti dalla galera. Ci sono dei destini diversi, delle persone che sono state in carcere e la cui vita successivamente può prendere una direzione oppure può prenderne un’altra. C’è chi è così segnato da questa esperienza da non uscirne mai, chiuso in una sorta di storia così importante per cui poi uno dopo il carcere non riesce che a lavorare in rapporto a quella che è stata la sua esperienza dentro; e invece ci sono alcune persone che non hanno sofferto di questo problema del reducismo. Alberto è una di queste: lui ha sofferto il carcere in un modo drammatico, anche fisicamente, però poi la sua vita è nuova, libera, non deve confrontarsi con quell’esperienza. E non solo Alberto, ma anche altre persone hanno avuto questa esperienza qui a Firenze: alcuni compagni più giovani in galera hanno conosciuto il mondo concreto dei bisogni dei carcerati e non solo, poi una volta che sono usciti, senza perdere la loro carica alternativa, hanno recuperato la saggezza. Per cui ora lavorano per esempio alla Fondazione Michelucci, a contatto con i problemi dei nomadi, degli stranieri, lavorano sulle questioni dell’immigrazione, della casa, dell’autocostruzione, e lavorano in questi campi in modo attivo, concreto, professionale, convinto, senza dovere dimostrare niente a se stessi, con una vita che è proseguita e che è migliorata. Una vita che è stata capace di andare avanti insomma, e quindi cercando altri stimoli, altre letture, altre influenze: questo è importante.

Un altro aspetto significativo è che non siamo mai stati comunisti nel senso tradizionale del termine. Naturalmente abbiamo detto delle cose tremende, perché ho l’impressione che molto spesso usavamo dei gerghi sapendo che erano convenzionali. Se dovessi pensare alle cose che scrivevamo e dicevamo in quel periodo, io sono convinto che riguardandole ora sarei capace di distinguere ciò che dicevo perché era un codice linguistico di autoriconoscimento dalle cose che pensavo davvero. E le cose che pensavo davvero non erano la dittatura del proletariato (che peraltro è un’espressione che non ho mai usato). Non ho mai letto Lenin per esempio, allora mi vergognavo, poi ho scoperto che avevo guadagnato tempo nel non leggerlo; ho invece letto i Grundrisse, naturalmente. Quindi, scopri dopo che sei stato selettivo, che hai letto i Grundrisse e non Lenin e che senza saperlo hai valorizzato del marxismo il filone più libertario, meno ideologico, più aperto alla comprensione, meno fossilizzato, che sei stato meno comunista e meno marxista di quello che pensavi e che eri molto più anarchico e socialista, e marxiano e libertario. Ma te ne accorgi dopo, dal modo in cui poi la tua vita ha filtrato nelle svolte che gli hai dato e anche nelle letture che hai fatto: si tratta dunque di una riflessione a posteriori.




  • Una breve parentesi: dopo la rottura di Potere Operaio, in occasione della seconda occupazione della Fiat, nella tipografia di PO a Firenze era stato fatto Fuori dalle Linee, una sorta di quotidiano gratuito di cui ne uscirono pochi numeri e che era un tentativo di continuazione di un certo discorso politico da parte della componente piperniana.

Ad occuparsi della tipografia era soprattutto Michelangelo Caponetto. Un’altra caratteristica del gruppo fiorentino era questa specie di concretezza, per cui molte cose si facevano a Firenze perché qui si riusciva a farle. A Firenze è stato fatto anche il giornale Potere Operaio per un certo periodo, che veniva per quattro quinti scritto da Oreste, però anche noi scrivevamo molto, traducevamo i materiali che venivano dalle altre sedi. Eravamo bravi come giornalisti, io e Pardi per esempio. Tra le altre cose funzionava anche questa tipografia. Però, sul periodo di Fuori dalle Linee non so dire molto, io non ho partecipato a quell’esperienza.




  • L’esperienza dei Quaderni del Territorio.


Quaderni del Territorio era una rivista che è nata nelle facoltà di Architettura, anche se non era solo di architetti, ma qui il problema naturalmente non è professionale. Intanto, col senno di poi, è abbastanza interessante il fatto che si chiamasse già allora Quaderni del Territorio: si pensi agli sviluppi successivi del tema del territorio. Molte discussioni oggi sul tema dell’arcipelago, sul tema del ruolo attivo del territorio, sulla dimensione del locale nei processi di globalizzazione, in fondo erano molto anticipati in quei numeri, anche se naturalmente a rileggerli oggi quegli articoli ci sembreranno ingenui. Secondo me ciò che c’era in nuce nei Quaderni del Territorio era l’attenzione per il ruolo che svolgono i contesti locali. Abbiamo sviluppato già allora l’idea dei luoghi come contesti in cui è possibile precipitare energie positive, organizzare nuove comunità, si direbbe oggi nuove forme di legame sociale. Questi temi sono tornati oggi, forse in modo diverso, nel mio lavoro. Credo nella capacità di trasformazione del territorio e della società locale, ho fiducia nel “margine di energia” della comunità, come lo definiva Mumford, nel ruolo non adattivo, ma “insurgent” delle pratiche di vita. Insurgent non significa insurrezionale, e nemmeno antagonista; è un termine che deriva da Patrick Geddes, grande planner e intellettuale del primo Novecento. Ecco, ora mi occupo delle forme di energia insorgente nelle città, nei territori, nelle comunità locali. Come vedi ho subito in questi ultimi anni influenze diverse da quel passato, per esempio alcuni filoni del libertarismo e del pensiero radicale di matrice anglosassone e americano, della sinistra radicale americana, nel campo del planning, che è il mio ambito di lavoro.


  • Durante un convegno organizzato da Carta l’anno passato tu hai parlato di “progetto cantierabile”. Cosa intendi con questo termine?

Volevo solo esprimere un concetto se si vuole banale, che mi sembrano oggi necessari progetti di trasformazione effettiva della realtà, che possano produrre risultati pratici, che si vedano nelle situazioni di conflitto e di contrasto sociale energie in azione, e che queste energie producano effetti materiali sull’organizzazione del territorio e della città. Progettare e costruire, la metafora del cantiere significa in fondo questa, un luogo di soggettività liberate, un contesto di innovazione.



A Firenze c’è un significativo movimento di lotta per la casa, molto attivo ed efficace nella sua azione, quindi seguo con simpatia quello che fanno. Poi loro sono completamente autonomi, come molti di quelli che lavorano su questi terreni sono un gruppo ferocemente geloso della propria autonomia. Dico quello che mi piacerebbe, perché probabilmente neanche loro controllano tutto quello che fanno: se le cose hanno un significato non le controlli, non le devi controllare, se le controlli del tutto vuol dire che non hanno un grande significato. Per esempio, un episodio di occupazione di case può avere diversi significati dal punto di vista politico: uno è quello di contrastare alcune logiche edilizie e immobiliari della città, di aprire conflitti, di determinare attraverso la meccanica dell’appropriazione di un immobile e della sua trasformazione un contrasto con le autorità, aprire una dialettica e via dicendo, il che è naturalmente una cosa assolutamente importante. Non è che questa cosa non mi interessi, sono felicissimo che ciò ci sia, che ci sia anche una struttura organizzata capace di lavorare su uno dei bisogni più drammatici soprattutto in una città come Firenze, che forse rispetto ad altre realtà vive sul tema della casa una drammaticità particolare per la combinazione di turismo e l’espulsione della popolazione dal centro storico. Quindi, questo tipo di iniziativa è assolutamente fantastica da questo punto di vista. Però, il mio interesse scatta quando la cosa diventa concreta e quando le occupazioni stanno in un punto della città e questo è un punto in cui, se lo osservi e lo analizzi, hai un pezzo di società che deve vivere. E allora, se quel pezzo di microsocietà deve vivere, bisogna intanto capire che pezzo di società è: allora scopri che sono immigrati oppure no, che sono diversi, che devono costruire qualche cosa per continuare a vivere, scopri che tra le case c’è uno spazio comune, che quello spazio comune può diventare qualcosa. Questi aspetti mi interessano della mobilitazione pura e semplice (che però naturalmente è il presupposto perché si sviluppi tutto il resto) che porta i movimenti ad occupare le case. Il che, lo ripeto ancora, è importantissimo perché senza le occupazioni di spazio pubblico, di giardini, di case, di immobili, di fabbriche e la loro trasformazione in case individuali o collettive, in spazi urbani autogestiti o in centri sociali, non ci sarebbe il resto. Però, poi alla fine quello che mi interessa è realmente quello che avviene dentro in termini fisici, luoghi che cambiano aspetto per il fatto di essere abitati, possono essere luoghi chiusi come fabbriche, o possono essere luoghi aperti come piazze all’interno delle quali si svolgono dinamiche sociali. Mi interessa il modo in cui cambiano e in cui trattano relazioni, soprattutto relazioni umane, come creano legami con le persone, che sono sempre difficili, che non sono idilliaci. E’ questo l’aspetto che mi interessa. Su questo stiamo anche facendo una ricerca dei cui esiti non sono soddisfattissimo, ci dobbiamo lavorare molto con un gruppo di ricerca dell’università all’interno del quale ci sono persone (e quindi è una ricerca partecipata) che sono dentro le situazioni che studiano, e dunque non sono ricercatori che osservano e analizzano dall’esterno, ma sono interesterni, fanno anche parte di questa realtà. Questa ricerca è un tentativo di costruire una sorta di mappa (di controgeografia l’abbiamo chiamata) di un’altra Firenze, una specie di atlante delle situazioni insorgent, non nel senso di insurrezionale (non c’è niente di veramente rivoluzionario a Firenze e nelle città italiane), ma nel senso di luoghi della città in cui si dispiegano energie vitali che poi impongono alla città stessa e al potere di avere attenzione nei loro confronti. Mi piacciono cioè tutte quelle situazioni in cui si radicano gruppi sociali e a partire dai bisogni elementari della vita sono posti alla città problemi che essa deve risolvere; mi piacerebbe poi che questi gruppi se li risolvessero da sé, ma anche costringendo la città a intervenire sul piano dei bisogni elementari o su quello dei bisogni più qualificati, dalla casa al giornale alla cultura al linguaggio e così via. Quindi, l’idea dei cantieri sociali in fondo nasce da questa deformazione professionale se si vuole, dalle ricerche all’interno della facoltà di Architettura che non si sono mai interrotte.

Quindi, se dovessi riunificare quel filo di prima, posso parlare di attenzione alla città e al territorio, quella che io ho chiamato saggezza, un’attenzione cioè alle dinamiche effettive delle città e delle sue popolazioni. Nel corso del tempo abbiamo naturalmente imparato anche ad analizzare contesti differenti, oggi facciamo ricerche sulla nuova composizione sociale della città in relazione alla frantumazione, frammentazione, immigrazione, quindi con uno sguardo attento a ciò che si muove di nuovo, con una capacità di interpretare i movimenti che nascono da queste dinamiche. Questa è un’ambizione ovviamente. Altro aspetto che forse si recupera dal passato è il carattere non discriminatorio dei riferimenti. Per esempio, lavoriamo con i preti anche noi: io sono un anticlericale fortissimo da un certo punto di vista, però ci lavoriamo, abbiamo il nostro don Vitaliano della Sala o don Gallo locale anche qui, è Alessandro Santoro, leader della comunità delle Piagge. Ci piace lavorare con le persone, e forse in questo recuperiamo anche una tradizione fiorentina, che nel ’68 avevamo un po’ snobbato e che era quella della comunità dell’Isolotto di don Mazzi. Snobbato forse no, ma era parallela: c’è da dire che alcuni di noi avevano con loro qualche rapporto, e in Potere Operaio c’era qualcuno che in realtà si era formato anche all’interno della comunità dell’Isolotto di don Mazzi, la chiesa alternativa, la chiesa nella piazza. Questo è un filone di cultura fiorentina interessante, poi c’è don Milani che però è già una cosa diversa, con un carattere più ideologico se si vuole; invece, il filone da don Mazzi a don Santoro è fatto di attenzione alle dinamiche di comunità, verso le dinamiche di creazione di legame sociale. E ciò con una buona accezione del termine comunità, non si tratta della comunità regressiva, di sangue e di suolo. La comunità dell’Isolotto, quando ci lavorava don Mazzi, era un quartiere per il quale la comunità era un obiettivo, non un dato di partenza: questo è importante. Dunque, l’identità e la comunità come obiettivo, come bersaglio, non come appartenenza e paranoia identitaria. Ciò è fondamentale, perché sul discorso della comunità e dell’identità ci sono derive che possono portare in direzioni opposte: una tremenda e una che invece è più interessante. E questa a cui faccio riferimento è quella più interessante, secondo me, ossia la comunità come risultato, come esito di una dinamica sociale di coinvolgimento, e non la comunità come riferimento per espellere gli altri, per conservare, per bloccare, per respingere. Quindi, il lavoro che facciamo attualmente è questo qui, non so quanta parentela abbia con la matrice operaista.




  • Da questa ricerca si può vedere come, al di là di quelli che sono stati i percorsi successivi, un po’ tutti coloro che sono stati interni alle esperienze operaiste, da quelli più critici e finanche apparentemente liquidatori a quelli più continuisti, mantengono comunque un segno e un modo di guardare alle cose che, in forme rielaborate, deriva loro proprio da quell’iniziale formazione. Approfondendo quanto tu hai detto, si può notare come nelle esperienze sul territorio che hai descritto si pone una certa attenzione sulla questione del progetto: non a caso l’ultimo libro di Magnaghi si intitola Il progetto locale, mentre tu parli di progetto cantierabile. Una grossa parte degli operaisti ha sempre teso a identificare la politica come questione principalmente di organizzazione. Nelle nostra ipotesi uno dei grossi limiti delle diverse esperienze operaiste consiste nel non essere andati a fondo nella rottura rispetto ad una certa tradizione socialcomunista, rielaborando un progetto nuovo, obiettivi e fini nuovi. Quindi, nel non aver posto la politica e soprattutto il politico come questione di fini e progetto e non semplicemente di mezzi e organizzazione. Come tu oggi declineresti e affronteresti il nodo del politico e della politica (intesa sia come trasformazione sia come capacità di gestione), anche in relazione ai nuovi movimenti che stanno venendo fuori?


La dico con una battuta un po’ provocatoria e radicale, la cosa infatti io la vedo in questo modo, non so se sia un bene o un male: non lo scriverei mai, per cui forse non dovrei nemmeno dirlo, comunque la penso così. Per fortuna la rivoluzione non è all’ordine del giorno! Se qualcuno mi dice che la rivoluzione è all’ordine del giorno, semplicemente gli chiederei “sei matto”? Non ho nemmeno voglia di parlarne”, perché per me è self-evident questa affermazione che la rivoluzione non è all’ordine del giorno: e io ci aggiungo per fortuna. E quando dico questo significa che non è all’ordine del giorno né oggi né domani né dopodomani, cioè non in tempi prevedibili, tempi che possano comportare una modificazione o un attrezzarsi per, non è all’ordine del giorno e non è neppure il caso di mettersi al lavoro perché lo diventi domani o dopodomani. Dico per fortuna perché ciò ci consente di lavorare più liberamente, apre uno spazio di lavoro. Non dobbiamo prendere il potere, e non rispondo alla domanda se domani sarà possibile, se esiste un potere, queste sono domande difficili, se ne può discutere naturalmente, ma in fondo sono domande che mi annoiano, che non mi interessano. Penso insomma che non ci sia un potere da prendere, ma in ogni caso che non dobbiamo prenderlo anche se ci fosse, non siamo nelle condizioni di prenderlo anche se lo volessimo, la si metta come si vuole (sto parlando dell’Italia, perché poi le situazioni sono diverse).Tutto questo in fondo ci mette in una condizione di libertà di sperimentazione. E allora noi dovremmo utilizzare totalmente questa libertà di sperimentazione, perché siccome la rivoluzione non è all’ordine del giorno noi non dobbiamo misurare il livello di efficacia di quello che facciamo in rapporto a questa prospettiva, ma possiamo lasciarci sedurre da altri parametri di valutazione che non sono quelli dell’efficacia rivoluzionaria e organizzativa. E allora per questo oggi ritengo interessanti gli altri microparametri di valutazione cui facevo riferimento prima. Sono quindi giuste le cose che danno potere alle situazioni sociali decentrate, che danno cittadinanza a chi non ce l’ha, che consentono il rafforzamento o la creazione di legami in chi è atomo isolato e spostato da tutta un’altra parte del mondo, e così via. E’ dunque un momento di libertà questo nel quale viviamo, io vedo questo periodo nel quale appunto la rivoluzione non è all’ordine del giorno come una fase che ha per me una durata in cui acquistano significato le pratiche sociali. Naturalmente questo apre un dibattito su quali pratiche sociali siano interessanti e quali no, quali modi di condurre o di partecipare alle pratiche sociali siano interessanti, quali siano i soggetti ecc. Apre dunque un campo sul quale poi ci si può anche dividere. Siccome nessuno può pensare a forma organizzative di tipo classico, uno può ipotizzare forme reticolari, questo è vero. Siamo forse costretti a questo, ma visto che lo siamo delle carte o dei cantieri in questo momento io sottolineerei la positività del fatto che queste reti connettono situazioni che hanno la libertà di sperimentare e improvvisare, questo è l’aspetto più interessante. Senza che quello che avviene in un quartiere di Londra debba necessariamente assomigliare in modo totale a quello che avviene nei Quartieri Spagnoli di Napoli. Quindi, semmai sviluppando l’osservazione e la curiosità reciproca, l’imitazione, il trasferimento di idee e di pratiche, la trasformazione piuttosto che l’omogeneizzazione, la precipitazione di modelli organizzativi, anche reticolari, l’assimilazione. Quindi, è importante anche qui la libertà di sperimentazione, e semmai anche qui la curiosità verso la misurazione di ciò che accade in positivo, di come in un punto si sposta un rapporto di forza, si crea una situazione interessante. Poi anche qui ci sono i fenomeni di mitizzazione: io non sono stato a Porto Alegre, immagino che ormai sia una costruzione mentale più che una città. Però, ci sono aspetti interessanti. C’è una parola che è compromessa e non si può usare: l’interesse per le buone pratiche. Ora, mi rendo conto che questa espressione è pericolosa perché porta a non discriminare: mi piacerebbe infatti entrare nei dettagli di che cos’è una pratica interessante per me, cosa deve spostare, cosa è in positivo che deve accadere, è un problema abbastanza complesso. Quindi, è ovvio che non è che non mi piaccia tutto ciò che è azione, il suo contenuto deve naturalmente avere dentro di sé un carattere di opposizione. Però, questa libertà di sperimentazione mi sembra un connotato positivo della situazione attuale. Mi ricordo un incontro che abbiamo fatto per Carta a Napoli, in cui discutevano Agnoletto (che allora non era noto) e Bertinotti. Bertinotti in realtà diffidava di questo mondo di reti Lilliput e di altri, un mondo con cui lui vuole dialogare perché politicamente è conveniente, ma è ovvio che non gli piace e che non lo capisce tanto. A un certo punto Bertinotti ha detto: “sì, siete interessanti, ma non vi ponete il problema della rottura, dell’esito politico di quello che fate, in fondo della rivoluzione”. Mi volevo alzare e dire: “ma per fortuna siamo nelle condizioni di non dovercelo porre questo problema!”, perché se ce lo ponessimo in Italia nel 2001 io credo che saremmo di una coglionaggine totale. Se ci ponessimo il problema delle rivoluzione in questo momento probabilmente ci iscriveremmo al gruppo che ha ucciso D’Antona oppure faremmo delle discussioni da salotto. A meno di non rideclinare la parola rivoluzione, ma allora ritorniamo daccapo.


  • Nella sua intervista Alberto Magnaghi ha messo in grossa evidenza come la tradizione della sinistra non ha mai criticato lo sviluppo, questo è per essa sempre stato considerato quello dato ed esistente, tutt’al più da gestire al posto dei capitalisti. Secondo te, quanto questo discorso che fai rispetto all’innovazione nello sviluppo locale può essere radicalmente altro rispetto allo sviluppo complessivo, e quanto invece entra in un rapporto di corelazione per cui il basso innova l’alto e l’alto comanda il basso, in una certa gerarchia sistemica?


Proprio in questi giorni, per esempio, stiamo discutendo all’interno del nostro gruppo di ricerca: per una parte dei ricercatori una parola magica per far capire quanto si è cattivi è “antagonista”. La parola antagonista non mi piace, proprio etimologicamente, per anta e per agonismo messi insieme. Perché uno dice antagonismo? Perché capisce che con agonismo sono duro, e con anta sono contro: sono contro e sono duro, il che vuol dire sono contro, non accetto nessuno compromesso e picchio nel caso che capiti. Che questo avvenga non mi provoca nessun problema di coscienza, figuriamoci, il mondo è così complicato e così duro che ci si immagini se mi può provocare dei problemi di questo tipo. Ma la parola non mi piace perché è il rovesciamento algebrico della realtà: l’antagonismo è il più che diventa meno e il meno che diventa più. E’ proprio la connotazione dello sviluppo che rimane non cambiata: cioè, sono duramente contro quello che c’è, anche se non so per che cosa sono. Per cui io mi rifiuto che i miei ricercatori traducano insurgent con antagonista, perché in esso c’è un significato diverso: insurgent significa provare a vedere in contesti locali di innovazione se c’è possibilità di altro sviluppo. E’ questo il punto. Finché sei antagonista sei vincolato ai parametri dello sviluppo. Faccio un esempio: ora pare che Fini voglia togliere le pensioni di anzianità e tu dici che non le devi togliere. Le pensioni di anzianità sono una stupidaggine pazzesca se qualcuno le analizzasse da un punto di vista di un’alternativa allo sviluppo: però, se analizzi il problema in una logica bloccata non puoi che dire di no, ed è giusto dire di no, perché non hai fiducia nella possibilità di inventare nuove relazioni tra biografia individuale e lavoro, la pensione dai 30 ai 35 ad esempio invece che ai 54 per sempre, oppure intervallare lavoro e autoformazione. Cioè, la sinistra tradizionale alla Bertinotti è insieme antagonista e prigioniera dello sviluppo esistente. In un modo che so dire solo in forma disordinata e incoerente, posso affermare che l’atteggiamento mentale che abbiamo io e Alberto (con molte differenze tra noi due peraltro) vorrebbe liberarsi di questo, vorrebbe non essere vincolato al no, al contro. E’ questo vincolo che ci sta portando alla sconfitta. Insomma, il bertinottismo-cofferatismo è tremendo, perché non incontra i soggetti: ci vuole molto più senso del rischio. Il discorso ora andrebbe articolato, fatto con delle esemplificazioni, quella delle pensioni è la più provocatoria, ma si può dire per molte altre cose. Dobbiamo incontrare questi soggetti, dobbiamo incontrare i ragazzi di 19, 20 o 25 anni, quelli che vivono di lavori precari, dobbiamo incontrare queste persone, o gli stranieri, gli immigrati, i bambini, le donne. Dobbiamo incontrare questi soggetti, e quattro quinti della discussione politica non interessa, comprese pensioni, garanzie di tipo tradizionale, comprese molte cose su cui si fa barriera pensando che se la diga cede allora la situazione peggiora e faranno delle cose orribili. Ma le fanno ugualmente delle cose orribili, però così nel frattempo non abbiamo creato niente e tutte queste persone ci sfuggono, prendono altre traiettorie di autorealizzazione individualistica, isolata dalle questioni della realtà, di altre strade dello sviluppo; se le creano, alternative, da sé, senza che noi abbiamo incidenza su quei percorsi. Allora, se dobbiamo avere incidenza su quei percorsi dobbiamo incontrarli in luoghi, in contesti innovativi e solidali ma in cui non voti la solidarietà ma la pratichino, in cui non devono votare in astratto perché lo Stato continui a pagare tutti, ma in cui in concreto vedano che è possibile spendere per gli altri, spendere tempo, energia, creatività. Questo è un punto fondamentale che la sinistra tradizionale non è riuscita a risolvere, in cui altri spezzoni di pensiero (ecologista, ambientalista, comunitario, comunitarista, libertario) è più facile che lavorino, magari disordinatamente. E quindi si riscoprono nature, stili di vita, tradizioni interessanti da rimettere in piedi, risparmi, relazioni con paesaggi, con situazioni, nuove economie, tutte queste cose che Alberto è più bravo di me a spiegare, lui ha tutta la lista e non si ferma più. L’altro sviluppo è questo, non è il no allo sviluppo che c’è: è veramente la sperimentazione (alla quale siamo obbligati) di altri percorsi di esistenza individuale e collettiva. E lì si possono incontrare realmente i nuovi soggetti.


  • Quali sono stati i tuoi numi tutelari, ossia figure e autori di riferimento nell’ambito sia del tuo percorso di formazione politica e culturale, sia del tuo percorso accademico?

Si può parlare di filone operaista, anche se tra Greppi e Negri, tra Alquati e Cacciari ci sono differenze enormi. Ormai quei testi non li leggo più, ma in che misura avendoli letti mi piacevano? Anche se poi scrivevano le cose che dovevano scrivere, l’irrequietezza intellettuale (che poi si è trasferita anche nell’esperienza di Potere Operaio) è costituiva di quella tradizione, e faceva di essa una tradizione totalmente anomala nel contesto della sinistra italiana. Ciò poi in Negri è diventata una sorta di estremizzazione, ma la volontà di impegnare il pensiero collocandolo all’altezza dell’avversario, al suo livello di innovazione, è un dato di Potere Operaio straordinario, persino eccessivo, perché poi alla fine si anticipavano o si enfatizzavano certe cose. Ma questo aspetto per cui la potenza del pensiero e la pratica di opposizione doveva essere adeguata alla potenza e alla sfida del capitale (come dicevamo e forse diremmo ancora oggi), è un dato intellettuale che è rimasto un po’ in tutti. Forse le persone che avete intervistato sono oggi molto diverse, però nessuno di loro è rifluito o è diventato un quadretto del PCI: ciascuno si è costruito una visione del mondo magari assurda o che si può non condividere, però questo aspetto è interessante. Vuol dire che per esempio anche di tutta la formazione teorica e di tutte le letture fatte (lo dicevo prima e lo ripeto ora) i Grundrisse ci sono rimasti dentro. Non un pezzo o un altro, ma i Grundrisse come l’opera informe di Marx, gli appunti sulle cose che stavano avvenendo, il marxismo oltre il marxismo, forse la rivoluzione c’è già stata, questo ci può essere nella lettura dei Grundrisse. Quelle cose lì ci sono entrate dentro e secondo me continuano ad agire, quella lezione non abbiamo bisogno di rileggerla per averla assimilata.



Successivamente gli altri riferimenti sono interni al lavoro più specificamente compiuto nel campo della città e del territorio. Quindi, come persone Alberto Magnaghi è stato per me un riferimento. Ora la cassetta degli attrezzi non ha più per me solo due o tre figure: trovo interessante in questo momento tutto quello che viene detto di inquieto e coraggioso su ciò che sta accadendo. Cioè disordinatamente: dal libro di Revelli alle analisi sulle città globali della Sassen a tutto il pensiero critico americano, leggo anche Empire di Toni Negri con qualche perplessità. Insomma, tutto quello che è possibile leggere purché sia inquieto, purché contenga dentro di sé la tensione verso la comprensione di ciò che sta accadendo, tutto quello che avviene di riflessione anche attorno al tema dell’intelligenza collettiva o delle forme di comunicazione o del ruolo della rete, tutto ciò che è possibile dire attorno a questo, senza estremizzazioni e senza creare però santini, l’importante è questo, mantenere un atteggiamento critico e un po’ di saggezza. Mi interessa tutto quello che è possibile leggere sul ruolo dell’innovazione delle società locali e su questi aspetti, senza avere però dei riferimenti fississimi.


  • Prima hai citato il filone anglosassone del comunitarismo e del libertarismo: puoi approfondire questo aspetto?


Ho incontrato questo filone in un ambito molto specialistico, e cioè nella declinazione che va da Patrick Geddes a Lewis Mumford e ad alcuni epigoni successivi, che peraltro erano legati all’anarchismo otto-novecentesco (Geddes era legato a Kropotkin e così via). C’è questo filone di pensiero legato alla fiducia nella possibilità di prendere nelle mani il proprio destino: questo è un aspetto che nella tradizione comunista e della sinistra non c’era, in essa prevale l’aspetto della rivendicazione, della lamentosità o dell’attesa messianica. Invece, lì c’è questo aspetto di una forma di pragmatismo alto di derivazione americana. Poi leggo volentieri perfino Emerson, ci sono delle sue cose rivoluzionarie, nel trascendentalismo americano, però non ci scriverei mai sopra, capisco che sono oggetti pericolosi da un certo punto di vista, perché è dura parlare con questo linguaggio a un gruppo che occupa le case. Tuttavia, questo è un filone interessante, da considerare. E mi riferisco più a quelli vecchi che a quelli nuovi: paradossalmente leggo malvolentieri i libri moderni su questo aspetto, per esempio gli odierni testi sul neocomunitarismo li leggo con più fastidio, li trovo più rigidi e ideologici (Etzioni, Bellah ecc.). Invece, la grande tradizione come sempre è più ricca e stimolante e ti consente più libertà anche nel costruire il tuo personale sistema di pensiero e di azione, io farei leggere obbligatoriamente Walt Whitman nelle scuole italiane invece di Carducci. Quindi, è una tradizione di pensiero interessante, e in parte non mi dispiace neanche rileggere con un filtro critico un’altra tradizione non marxista e non comunista come la sua versione italiana negli anni ’50 e ’60, ossia il movimento di Comunità. Con molto filtro critico ovviamente, però è interessante la tradizione olivettiana, la tradizione del movimento di Comunità in generale, la riscoperta di alcune figure, da uno più noto come Danilo Dolci a uno meno noto come Carlo Doglio nell’urbanistica, sempre legati a questa tradizione prevalentemente anarchica. E’ importante quello che ha fatto Dolci a Partinico, con la capacità di tenere insieme formazione, senso della comunità, trasformazione del territorio e del paesaggio, scuola e dighe per l’acqua. Sono aspetti trascurati dalla tradizione comunista, valutati sempre come cose poco interessanti, un po’ riformiste, poco rivoluzionarie, di apostoli laici come Danilo Dolci o di preti. Invece, questa è una tradizione interessante, da ristudiare. E infatti qualche cosa abbiamo anche fatto su questo, ad esempio un convegno su Danilo Dolci, altri convegni su Mumford. Alcune sono delle letture molto specializzate, altre sono forse più note. Però, è interessante questa tradizione degli anni ’50 e ’60, in cui c’era anche molta ideologia, naturalmente sono tradizioni che vanno rilette e depurate: tuttavia sono importanti perché connotate da una dimensione del fare e dell’agire che la sinistra tradizionale ha considerato come non centrale, al limite come questione tattica, mai strategica, non ha mai dato ad essa un valore in sé, reale. Quindi, anche questo è un filone interessante.








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