Intervista a oreste scalzone – 24 maggio 2000



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INTERVISTA A ORESTE SCALZONE – 24 MAGGIO 2000
C’è una cosa, tra un milione, che mi colpisce, per usare un eufemismo. E’ della serie delle cose che mi sembrano l’assurdo obbligatorio (c’è l’assurdo, il teatro dell’assurdo, le rivolte logiche, come si chiamava anche una rivista in Francia); non è che sto difendendo la razionalità occidentale, con tutti i suoi presupposti e corollari, la perfetta logica sequenziale, il terzo escluso, l’ordine del discorso. Viviamo alla fine di questo secolo che poi, dal principio di indeterminazione in giù, e dalla grandissima macelleria che è stata la Grande Guerra in giù, o da tutte le rotture epistemologiche e dei linguaggi che sono state sperimentate, ha messo in discussione molte cose. Sempre della serie cerchiamo di procedere con precauzione (come Spinoza aveva fatto scrivere nel suo blasone), precauzione che non vuol dire il pensiero moderato e timorato, anzi vuol dire il contrario; parlo di quando si pensa qualcosa, e soprattutto ci si arroga il ruolo di pensare ad alta voce, pubblicamente (come diceva Tronti) e soprattutto se ci si giova di una delle conseguenze della divisione sociale del lavoro, che è avere (malgrado le trasformazioni del lavoro oggi e l’intellettualità di massa o operaio sociale eccetera) il ruolo, che ha una lunga persistenza al di là della sua caducità ed estinzione nei fondamenti delle produzione sociale, di intellettuali, ovverosia di clero, di supposti saperi, di maitre a penser, opinion-makers, cioè di fabbricatori dell’opinione (al maschile e al femminile, non è che qui parlo solo dei maschi, ma sessuiamo o usiamo il maschile come viene usato come se fosse il generale astratto). Questo ruolo sarà obsoleto nei suoi fondamenti, ma non per questo è sparito: non è che perché parliamo di general-intellect dobbiamo pensare che non esista oggi il privilegio e il pregio, esiste anche quello dei mullah, dei preti, dei rabbini e così via, figurarsi quello dei filosofi, dei matematici, dei politicanti, esiste anche quello dei maestri di scuola. Dunque, teoricamente dovrebbe esistere una responsabilità sulla fabbricazione dei concetti, non è nemmeno la responsabilità tra il dire e il fare, ma la responsabilità specifica dell’organizzazione del discorso che in qualche modo viene calato dall’alto e ampiamente ancora oggi, tuttora. Prima dicevo i filosofi, poi vorrei dire i pubblicitari, i giornalisti, quelli che manipolano l’immagine; oggi si dice che viviamo nel mondo delle immagini, il che è vero, ma è come se invece prima la gente non si formasse leggendo: è chiaro che la più grande rivoluzione è tuttora stata Gutenberg rispetto a tutte le internet che possono fare, perché si pensi all’immagine a colori che si formava nella testa delle gente anche se leggeva la Bibbia con una candela. Tutti questi stronzi pensano che l’immagine l’hanno inventata loro perché fanno televisione; poi non sto facendo il conservatore, però bisognerebbe anche parlare senza scorreggiare necessariamente in forma di parole.
Detto tutto questo, io trovo una cosa, una cosetta, un piccolo gioco, un paradosso. Quando sono diventato operaista per me è stata una rifondazione straordinaria; in realtà non si inventa mai niente dal niente. Mi sta venendo in mente adesso (e a questo passaggio è la prima volta che ci penso)… è un metodo (poi farò un passaggio su questo) che è un po’ veramente come nell’analisi, non sono mai riuscito a fare una vera analisi, però è forte, perché è proprio un meccanismo di scavo, con passi di analogia, e secondo me in campo storico potrebbe dare dei risultati interessanti. Senza riassumerla qui, io racconto spesso che molte volte comincio dalla filogenesi perché dico che in questa situazione bisogna parlare continuamente di sé; i fessi pensano che questo è per egocentrismo, per narcisismo, poi quand’anche lo fosse, i fessi fanno parte della genesi dei castratori del piacere, eventualmente. Invece dico così per una cosa che potrei riassumere banalmente. Nel cinema viene chiamata sequenza insoggettiva quella in cui ciò che si vede è come fosse visto dallo sguardo del protagonista. Dunque, si presenta come oggettiva la sequenza insoggettiva: la cartolina è insoggettiva e vi è scritto Capri, in realtà è Capri vista dall’obiettivo del fotografo posto sulla collina di Posillipo, invece c’è scritto Capri, come se quella fosse la Capri oggettiva. E la sequenza insoggettiva oggettivizza quello che vede più di tutte; quell’altra invece, in cui il protagonista si vede, come nel film, non si chiama sequenza insoggettiva, si può chiamare piano americano eccetera. Questa in realtà è molto meno oggettivizzante, perché si vede che c’è uno che sta riprendendo il protagonista; quindi, se ci si pensa, c’è un gioco dal punto di vista del cameraman, quello del protagonista, quello che il protagonista vede, lui che lo sta vedendo. E’ molto più veridica. I puri saggi di filosofia sono come una sequenza insoggettiva; mettiamo che uno parli dell’esistenza di Dio e, senza scadere nel materialismo volgare condillacano, come diceva un altro (mi pare che sia Nietzsche) bisognerebbe anche sapere come digeriva Hegel mentre scriveva La fenomenologia dello spirito. Dunque, di quelli che parlano dei massimi sistemi mettendosi sempre fuori dal campo, forse è relativamente importante, non è tutto, sapere se mangiavano o non mangiavano mentre scrivevano, come direbbe anche Spinoza, se avevano da mangiare o no, o se la moglie li aveva piantati. Quindi, in qualche modo, dare continuamente, come in un dolby, una sorta di giornale autoriflessivo, in questo mondo in cui è così corrente, e a me deriva da osservazione, poi i termini magari me li sono andati a cercare nel vocabolario, che è un modo diverso da mettersi a sedici anni a dire “adesso studio il vocabolario”. Hai delle manifestazioni, che spesso sono dei conati nella compagneria, o quando riescono sono dei dispotismi, che si potrebbero definire autolatrici, o egoarchistici (da egoarchismo, come c’è la monarchia, l’oligarchia eccetera). Naturalmente è un’evidenza, che è come quando, pure nel senso comune, si dice l’arrogante che poi sotto è un complessato e via dicendo, ossia nascondono un profondissimo scontento di sé. La faccio breve, perché potrei parlarne per dei libri immaginari uno dietro l’altro portando le casistiche e gli episodi, con la minuzia di una monografia psichiatrica o di una ricostruzione etnografica, con tutte le localizzazioni, le certificazioni, anche attenendomi solo a materiali scritti e pubblicati, dunque più accertabili nelle emeroteche; si assiste continuamente a un gioco di relazioni (io ho questa sensazione, non credo di essere l’unico a pensarla perché mi turberebbe dover pensare che sono una specie di genio o di sapiente, il che non è vero, quindi penso che sono uno di quelli, ce ne saranno altri, che per motivi strani non si vieta e interdice di pensarlo, non gli fa schermo nemmeno lo status di sapiente che, siccome è molto colto e sa molte cose, non si lascia a volte andare a dire le cose non dico come stanno, ma come le vede, le ascolta e gli vengono addosso). C’è un termine (ma magari contemporaneamente ci saranno dei libri scritti e quindi sono felicissimo se arriva uno sapiente e colto che mi dice “ma non lo sapevi? lo scopri così? quello ci ha scritto un libro!”) che allo stato attuale delle mie conoscenze, come diceva Foucault, per me è un neologismo che ho fabbricato e si chiama autoerotomania. A uno di Terni erotomania fa pensare alle giarrettiere e cose simili; se invece andiamo a guardare, non dico nei testi o in un dizionario di psicologia, ma nello Zingarelli troviamo il termine erotomania. Definizione: illusione di essere amati/o/a da qualcuno. E il riferimento classico, o per così dire neo-classico (perché molte delle cose dell’andamento e dello scavo psicanalitico sono soprattutto novecentesche, poi puoi ritrovarle dalla tragedia greca a Shakespeare, dal poeta latino a tanta letteratura, non è che si inventa dal nulla), è la famosa tesi di Lacan che si chiama Il caso di Enè, che è il nome che lui mette così come Freud scrive Il caso di Dora, è una monografia. Questa Enè è una donna di cui Lacan si è occupato, che ha avuto in terapia, e che aveva tentato di uccidere un’altra donna di cui lei era innamorata: la cosa che era il rompicapo più terribile e difficile da smontare non era che lei diceva che amava quella e voleva che stesse con lei, ma “lei mi ama, e se non lo riconosce è perché c’è questo e quell’altro che le fa schermo”, quindi è l’atteggiamento del maieuta. C’è stato un caso, che abbiamo conosciuto, di uno, che poi è stato a lungo psichiatrizzato, che era innamorato di una compagna che abitava con noi; la cosa è durata un anno, con finestre sfasciate, irruzioni eccetera. Questo era un compagno e anche intelligente, poi c’erano delle specificità (il padre algerino, la madre francese), ma queste sono specificità, io sto parlando del modello. Lui mi diceva: “E’ lei che mi usa violenza perché rifiuta il mio amore, lei è la donna bianca e io sono…”; io gli rispondevo che questa allora diventa una teoria del ratto della sabina. Perché lui era veramente pericoloso? Perché nella sua testa non era un bruto, tutta la sua cultura gli interdiceva di dire “voglio quella e me la prendo”; diceva che voleva portare alla luce il suo vero desiderio.

Si potrebbe estendere il concetto di erotomania, perché sembra un gioco di specchi. Agamben una volta aveva fatto un seminario molto bello sul Trattato sull’amicizia di Aristotele, in cui ci sono i concetti di autofilia, eterofilia, e di come siano l’uno costitutivo dell’altro: se odi l’altro in realtà sotto c’è l’odio di te, per te stesso, lo scontento, il malcontento; e anche viceversa, sono reciprocamente costitutivi, e anche il contrario è reciprocamente costituito. La caccia viene prima della strega, è un dispositivo, quasi fosse una categoria dello spirito; viene prima il dispositivo del braccare e poi il capro espiatorio che ti trovi (la strega, l’eretico, l’ebreo, l’albanese) e spesso è reciproco. Questo orrore non è vero del diverso, l’orrore di quello che, essendo identico, mette in discussione la tua identità: troppo identico, come gli ebrei sefarad e gli arabo-palestinesi, come i greci e i turchi che in realtà mangiano la stessa cucina. Si dice che l’altro è il diverso: con il diverso è un rapporto di forza, è proprio l’identico che devi distruggere e annichilire. Il diverso è un qualcosa per cui in italiano e in francese non c’è la doppia parola, ma in latino e in tedesco sì, e Carl Schmitt questo lo sapeva bene: hostis, il nemico pubblico, e inimicus, il nemico privato. Sono due passioni diverse, il discorso cambia quando le metti assieme, quando pretendi che Berlusconi, che designi come il nemico pubblico, sia anche vissuto come il nemico privato, il traditore, quello che ha portato via la moglie di ciascuno. Noi abbiamo designato dei nemici pubblici, eravamo contrari all’omicidio politico non perché fossimo più buoni, forse sarebbe stato necessario anche escluderlo per etica, ma all’epoca lo escludevamo semplicemente perché pensavamo che gli esiti contino, anche eticamente, e che c’era più il tiranno personale, e che anche il tiranno diffuso non poteva configurarsi come una molecolarità di microtiranni, ed eravamo già in un mondo in cui il capitalista è funzionario del capitale, come sosteneva Marx. Il quale a un certo momento diceva che il comunismo libererà anche il capitalista; non era un volo lirico o umanitario, intendeva dire quello che poi il trontismo ha molto messo in chiaro e che all’inizio stupiva: prima la classe operaia, poi il capitale. Uno si chiedeva cosa volesse dire, e invece sì. Sociologicamente (si prenda nel taylorismo) il denominatore comune che fa della classe operaia un denominatore compatto è visibile, si taglia con il coltello, nei paesi anglosassoni veste alla stessa maniera, con una sua divisa diversa, con il berretto invece che con la bombetta; e la massa umana, prima schiava, contadina, vagabonda, che poi può essere messa in una situazione in cui si trasforma nell’operaio, esiste per così dire in natura, la virtualità della forza-lavoro sociale esiste “in natura”. Quindi, per riprendere la distinzione l’in sé e il per sé, una classe operaia in sé esiste; la borghesia è un concetto volatilissimo, si provi a definire la borghesia (per usare questo termine sul quale poi Gaspare De Caro aveva scritto un pezzo per decostruirlo completamente) in sé, nel senso dell’in sé e del per sé hegeliano. Per definizione è un ammasso di concorrenti l’uno contro l’altro; la borghesia (se vogliamo parlare di borghesia) deve essere prima per sé per poter essere in sé, o (detta in termini che non sono nostri) per poter avere una coscienza di classe, capire che le conviene coalizzarsi contro quei figli di una mignotta dei proletari, e che questo fa agio sul fatto di essere sempre in guerra con il tabaccaio vicino per la concorrenza. Deve passare per un livello di coscienza, non è “immediato”. Uno mi può dire che anche tra i proletari sul mercato del lavoro c’è concorrenza, c’è quella tra l’offerta, quella tra la domanda, prima che si capisca che poi è più importante la concorrenza al dunque tra tutta l’offerta e tutta la domanda, questo non è immediato; poi sul mercato del lavoro la concorrenza può essere meno civilizzata e più feroce, uno è razzista, anche a Villa Literno ammazzano i neri perché non accettano di raccogliere le cassette di pomodori per mille lire. Sì, però voglio dire che per gli altri è proprio costitutivo, mentre questi quando poi li metti insieme è relativamente facile che scatti l’idea che hanno un denominatore comune. Dunque, prima la classe operaia (forse lì potremmo dire il proletariato o le classi dangerose) e poi il capitale; e così prima il rapporto di capitale e poi il borghese: prima logicamente, e non come ricostruzione necessariamente genealogica. Comunque è chiaro che, nel rapporto di capitale, storicamente si è secreta, prodotta società. La cosiddetta “borghesia” si concepisce come tale a partire o dalla cultura borghese, come diceva Asor Rosa in Scrittori e popolo, cioè da un’autorappresentazione colta, che poi diventa morale, letteratura eccetera; oppure dal concepirsi come classe generale, come società. Un proletario in certe fasi ha abbastanza facilmente la coscienza “noi e loro, noi proletari, io sono un proletario”; è difficile che un borghese dica “io sono un borghese”, dice “io sono la società”, c’è un’autouniversalizzazione, si concepisce come società non come classe, quindi forzosamente come classe universale. E in realtà non ha un partito, e non ce l’ha storicamente, perché (a parte in America che va diversamente) il partito che crea la foma-partito è la socialdemocrazia tedesca, weberianamente proprio. Il partito del borghese è lo Stato. Senza Stato, senza cultura della borghesia, senza surrettizia autouniversalizzazione (per cui si concepisce come società, valori, la repubblica e tutto il resto) mi si vada a identificare la nozione di che cosa è questa borghesia, quella che i marxisti-leninisti parlano di borghesia e proletariato. E Tronti lo dice con una parola, a un certo momento rovesciando l’analisi: prima la classe operaia, poi il capitale. Sfido chiunque a sostenere se all’inizio non ci si chiedeva che cosa stesse dicendo.
Io spesso parto da questo discorso di me, allora spesso (risalendo alla filogenesi) mi piace dire che se guardo al mio tracciato famigliare (che non va lontano perché era di tipo proletario, non ci sono le genealogie) è paradigmatico di un qualcosa che sta nel senso comune a cavallo del secolo e nella Prima Guerra Mondiale. Terni è una città che è come se avesse un destino industrialista, una città di immigrazione, creata in epoca preromana tra due fiumi (si chiamava Interamna), trovasi che c’è la più alta cascata d’Europa, quella della Marmore, che però è artificiale, fatta all’epoca di una delle rivoluzioni agrarie da un console romano, Curio Dentato, per motivi irrigativi: in alto c’è un bacino, il lago di Piediluco, e un fiume, il Velino, che creano questa cascata di 167 metri. Sembra come un destino, perché quando comincia l’industrializzazione, è un luogo naturale di localizzazione di una centrale idroelettrica, quindi è, con Piombino, uno dei focolai della metallurgia pesante in Italia. Questa cosa crea una città del lavoro, che diventa diversa dal resto dell’Umbria; ci sono templi preromani, ma è stata distrutta al 75% perché, facendo la produzione di guerra, veniva cercata, la stazione bombardata eccetera, ed è stata ricostruita come un sobborgo di Teheran. Tra le città-giardino fatte dal fascismo e i palazzoni della deportazione operaia fatti dai sindaci comunisti del dopoguerra, ha questo carattere brutto. Però è sempre stata una città, come io racconto della mia infanzia, dove relativamente non avevi l’idea del povero come qui ti perseguita semplicemente andando a comprare il giornale a Les Halles la mattina; avevi l’idea della tristezza del lavoro, della città operaia e dunque anche impiegatizia. Città di immigrazione interna, quindi molto “cosmopolita” tra gente della penisola italiana. Le zone povere non sono solo il Sud, ma è anche il Veneto (come sanno i torinesi) e anche le zone bracciantili della Romagna, e il padre di mio nonno era emigrato dalle Romagne alle miniere di Morgnano, è morto nel 1888 in miniera, e all’epoca il figlio di cinque anni venne assunto a staccare i carrelli. Mio nonno, dopo sessant’anni, alla fine era maestro del lavoro, quindi autodidatta, comunista di un comunismo produttivista, scientista, giansenistico, che faceva le maquette del moto perpetuo; era quindi un grande raccontatore dettagliato, poco spettacolare, di tutto questo. Anche mio padre era immigrato a Terni, aveva dieci anni in meno del mio nonno materno, ed era partito dalla terra dei mazzoni, che era come il far-west italiano, ossia il retroterra napoletano; alla Grande Guerra è sottoufficiale, avendo fatto tre anni di scuola, ed è lo schema che poi si vede romanzato in Uomini contro. Delle volte dico ai francesi che, quanto meno, i fantaccini che sono andati a morire in un impasto di sangue a Verdun, parlavano la lingua degli ufficiali grosso modo, invece quelli come mio padre o i calabresi o i siciliani (non loro ma magari la truppa) somigliavano più alle truppe di colore che si sono fatte massacrare perché in Francia le mandavano sempre allo sbaraglio già nella Prima Guerra Mondiale: che cosa avevano a che fare con un ufficiale che dava ordini in piemontese? Quindi è chiaro che tentavano di scappare e li fucilavano: Isonzo ’17 è un libro che documenta questa cosa, L’inverno sull’altopiano di Lussu è più romanzato, il film di Rosi con Gian Maria Volontè Gorizia sparate sul quartier generale è bello, ma insomma… Mio padre era bersagliere ciclista, quindi era proprio una cosa da proletari, le biciclette con le gomme piene nelle trincee sono peggio dei muli. E’ ferito, fatto prigioniero e lì viene raggiunto dalla propaganda socialista, un po’ come le storie di Pertini, stessa età. Aveva un’attitudine che comunque per me è stata molto simpatica, forse per le mie sorelle meno perché è molto patriarcale, però era un tipo con un atteggiamento empatico verso il mondo, era assai trasversale; gli era completamente estranea la nozione di risentimento, quindi ti poteva parlare di Francesco Giuseppe come in qualche modo di un conoscente, il nemico è un nemico ma è un conoscente, vivi nella stessa epoca. Finita la guerra torna, non si ritrova, diventato socialista fa il bel gesto di lasciare la sua parte di eredità, neanche fazzoletto di terra ma di acquitrino, e parte alla società umanitaria con una borsa ed è lì poi che studia cooperazione sociale, contabilità eccetera; viene successivamente mandato a Papigno, che è un altro paese nero di claciocianammite (adesso l’hanno usato per ambientarci La vita è bella di Benigni). Nel ’22 ti racconta la scena del drappello di carabinieri sul ponte che teoricamente doveva fermare la colonna dei fascisti, questi che sfasciano la cooperativa, quindi lui torna a Napoli, fa una vita di contabile un po’ precario, con quattro figli. Dopo, negli anni ’30, trova poi un posto come contabile alla Società Terni, che sono proprio le acciaierie; alla Liberazione diventa capo del personale, negli anni in cui serviva una mediazione di un socialista, perché è chiaro che c’è questa forza-lavoro sociale che nel ’36 compattamente compare nelle foto della visita di Mussolini e che poi è compattamente comunista (si pensi ai libri di Romolo Gobbi eccetera). Allora mi viene in mente che sembra uno spaccato del nodo del diciannovismo e del ’22, quando perfino Gramsci dice: “L’impresa di Fiume, il dannunizianesimo, l’arditismo erano ambigui, i socialisti erano incapaci di avere l’audacia di egemonizzarli, noi, la frazione comunista, eravamo troppo piccoli, se no potevamo fare in modo che buttassero a sinistra”; ci sono note di Lenin che rimprovera al Partito Socialista di aver lasciato andare via Mussolini, e questo ormai la storiografia lo mette in luce. E lì cosa passò? La scissione verticale tra gli operai, quelli delle occupazioni delle fabbriche, che ad un certo momento nel dopoguerra vanno all’attacco; naturalmente c’è del vero quando i terzomondisti li chiamano aristocrazia operaia che rivendica la sua parte di torta di profitti di guerra, ma noi abbiamo il punto di vista sulla rude razza pagana, non è che sia una questione morale, però è chiaro che i 600.000 morti sono dei contadini del Sud, perché gli operai, come mio nonno, non hanno fatto la guerra in quanto facevano la produzione di guerra, hanno fatto gli scioperi. La guerra la facevano i braccianti e i contadini perché gli operai dovevano fare la produzione di guerra; in Francia c’è stato l’inizio della femminilizzazione anche della metallurgia, in Italia no. Però è chiaro che dopo gli altri li sentono come degli imboscati, e se c’è più forte l’egemonia che fa percepire i contadini come reduci, passa come una lama nel burro. Lenin in questo è un genio della tattica perché riesce a organizzare. Erano le discussioni tra i sovietologi se l’Ottobre è stata una rivoluzione o un colpo di Stato: gli anticomunisti da un lato e gli anarchici e i consiliaristi dall’altro, compreso io, rispondono che è stato un colpo di Stato all’interno di una rivoluzione. Il colpo di Stato e di genio, nel senso malapartiano del termine, perché riesce a ricucire tra le anime morte che andavano a crepare nelle trincee e i servi della gleba e l'avanguardia di massa dei marinai, cioè dei metalmeccanici della Putilov, sulla base di un immenso ammutinamento dei soldati; infatti i Soviet si chiamano degli operai, dei contadini e dei soldati, e senza il concetto dei soldati la maionese non avrebbe preso.
Mi arresto qui per dire (apparentemente è rapsodico) che c’è una cosa che mi colpisce. Io ho sempre avuto in testa, soprattutto da quando mi ricordo, l’orizzonte di quello che era la politica, il sociale era sempre un gusto della micro-agorà di famiglia, delle discussioni di notte di cui mio padre era uno specialista (poi era pensionato, in quanto io sono nato che aveva già 54 anni), in cui c’era una specie di zuffa permanente ma piacevole tra comunisti e socialisti. C’erano mio padre e mio cugino Petruccioli, che era diventato comunista (anche se suo padre era un ferroviere cattolico) perché, come spesso succede, aveva incontrato il professore di filosofia comunista, nel senso di un perfetto crociano, poi era sindaco di Foligno (così come il mio professore di italiano che ci ha sposato era sindaco di Terni). Idealisti puri, cioè una formazione crociana e poi da qualche parte avranno letto che Marx dice che si fa il sottosopra e si mette Hegel con i piedi per terra e che questo era, ma c’è l’idea del senso della storia, lo verniciamo di rosso e lo chiamiamo proletariato, ma insomma è sempre lo spirito del mondo a cavallo: la dialettica, lo storicismo e il senso della storia, quindi una generazione di professori di filosofia, da Togliatti in giù, Gramsci con qualche curiosità in più. Perché non lo dobbiamo dire? C’è una mia amica che doveva fare una relazione su Gramsci e Pasolini e continuava a dire il marxismo, intendendo per marxismo il fatto di stare dalla parte dei poveri (e ancora, Pasolini…), ma in modo rigorosamente a-marxiano. Gramsci scrive che il terzo libro glielo raccontava Sraffa, e il primo de Il capitale in tedesco (io predico bene e razzolo male, perché evidentemente il tedesco non lo leggo) dei maggiori personaggi erano Antonio Labriola e Bordiga che l’avevano letto, che avevano questo punto di vista; non parlo dei Grundrisse che non esistevano, né per Lenin, né per Trotzki, né per Bucharin, né per Bordiga, né per Karl Korsch, il che come cosa è interessante, sono stati tirati fuori nel ’40 e meno male che non li hanno bruciati nel paese del trattino e del testo Principi del leninismo. Sono cose che sono banalità, ma quando uno le dice, se le ricorda, non è evidente che le tiene sempre presenti, anche il sapiente: quelli hanno fatto tutta la cosa della rivoluzione d’ottobre essendo all’oscuro del capitolo sesto inedito, dei Grundrisse. Barbara Spinelli in un’editoriale parla di Marx dipingendolo come uno che predica una morale dell’anti-dovere, sono delle stupidaggini: siccome era una mia seguace nel Comitato di Base di Lettere se la incrocio cerco di bacchettarla, perché che hai letto a fare questo mondo e quell’altro, scrivi bene e sei molto colta se dici della stupidaggini in senso puntuale, che tengono come pietre angolari un intero ragionamento? Tanto vale Montanelli, ma d’altra parte questi e Cossutta hanno l’identica idea di Marx, quello di Montanelli per dire che è un diavolo, quello di Cossutta per mettersi il santino in camera: è lo stesso, fantasmatico, e certamente non quello letterale. Ma questo è a monte di tutti i discorsi se ci sono le coupur, le rotture epistemologiche, quelle di Althusser… Certo, Rossanda si è presa un genio folle e in fondo anche lui che pendolava tra Guitton, lo strutturalismo e un approccio a Marx un po’ febbrile e certo di coupur, bisogna vedere dove le si mettono, come Althusser. Sembrano giudizi tranciati così ma se poi mi chiamano a fare una controversia in buoni e dovuti termini la facciamo, io mi porto i miei esperti e loro si portano i loro.


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