Introduzione § I testi pre-fenomenologici



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Indice


Introduzione 2
§ 1 - I testi pre-fenomenologici 12

§ 1.1 – Considerazioni preliminari 12

§ 1.2 – Il contesto d’origine della questione semiotica 13

§ 1.3 – Il segno all’origine 20

§ 1.4 – Il segno in “Semiotica” 32

§ 1.5 – La classificazione di “Semiotica” 35

§ 1.6 – Segni naturali e artificiali 43

§ 1.7 - Le rappresentazioni improprie 45

§ 1.8 – Semiosi naturale e artificiale 59

§ 1.9 – Logica dei segni e psico-logica 73
§ 2 – La fase intermedia 90

§ 2.1 – Calcolo e linguaggio 90

§ 2.2 – Il carattere semiotico dell’intenzionalità alle origini 107

§ 2.3 – Intenzionalità, contenuto e oggetto 122
§ 3 – Fenomenologia e semiotica nelle Ricerche logiche 135

§ 3.1 – Kunstlehre e Wissenschaftslehre nell’ottica fenomenologica 135

§ 3.2 – La questione del significato nelle “Ricerche logiche” 150

§ 3.2.1 – L’idealità dei significati 150

§ 3.2.2 – L’idealità come specie 155

§ 3.2.3 – La problematicità del significato come specie 166

§ 3.2.4 – La Grammatica puramente logica e lo “uneigentliches Denken” 176

§ 3.3 – Per una fenomenologia del segno 188

§ 3.3.1 – La natura della distinzione tra indice ed espressione 188

§ 3.3.2 – Comunicazione ed espressione 205

§ 3.3.3 – Fenomenologia del segno linguistico 215

§ 3.4 – I segni e la fenomenologia: le lenti dello sguardo fenomenologico 222
Bibliografia 241



Introduzione

In queste battute iniziali vogliamo anzitutto dar conto del titolo prima ancora dei contenuti che costituiscono questo nostro scritto, al fine di calibrare le aspettative che possono sorgere dalla sua semplice lettura. O meglio ancora ridimensionarle, in quanto circoscritto alla prima fase della riflessione husserliana è il nostro campo d’indagine, i cui confini sono perciò rappresentati dalla Filosofia dell’aritmetica e dalle Ricerche logiche. Una scelta che non si motiva soltanto dall’ovvio intento di voler affrontare una questione alle sue origini, che varrebbe soltanto a segnare il terminus a quo del suo sviluppo, ma a partire da una ragione maggiormente intrinseca al tema e all’autore trattato, vale a dire la notevole rilevanza che la problematica semiotica assume in questo preciso arco temporale. Al punto da poterla considerare non soltanto l’oggetto di un’indagine tematica ma anche una prospettiva proficua da cui riguardare la riflessione husserliana sino agli esordi della fenomenologia, poiché nella peculiarità di una certa semiosi così come nel privilegio accordato a una determinata tipologia semiotica è possibile leggere in controluce i cambiamenti che intervengono nel Denkweg husserliano per il tratto qui considerato, il segno in altri termini si lascia apprezzare come tale in questo senso, in qualità di un sismografo che registra in superficie movimenti avvenuti a maggiore profondità. Questioni centrali nei testi pre-fenomenologici, quali lo psicologismo, la logica come metodologia della conoscenza umana, l’idea di numero nella sua genesi e validazione compaiono in questo scritto in quanto guardate nel cono di luce proiettato dall’interesse per il segno, non soltanto perché ne costituiscono lo sfondo ma in ragione del suo rivelarsi come luogo privilegiato – benché senz’altro non esclusivo – dal quale osservarle per coglierne l’esatta determinazione. E lo stesso vale naturalmente nel contesto delle Ricerche logiche, dove il privilegio accordato alle espressioni, ai segni linguistici, rivela per l’appunto l’adesione all’idea di logica pura così pure l’approdo alla fenomenologia come metodo indirizzato alle cose stesse – per non parlare poi dei testi che segnando un primo distacco dall’impronta psicologista annunciano la nuova e rivoluzionaria prospettiva fenomenologica, se addirittura semiotica si rivela alle origini la natura del concetto che maggiormente la caratterizza, quello di intenzionalità. Su questa sorta di gioco di specchi è strutturato il nostro saggio e sono costruite le nostre analisi, che rivelando i contorni dello sfondo sul quale le questioni semiotiche volta a volta si disegnano definendosi fanno al tempo stesso del segno il luogo privilegiato da cui osservare le tematiche costituenti quello sfondo medesimo, poiché è sovente di qui che possono essere correttamente affisate.

A partire da questa ragionata limitazione del campo d’indagine si spiega inoltre il mancato utilizzo del termine fenomenologia nel titolo, non sovrapponibile in toto alla filosofia husserliana per via delle indagini che abbiamo rivolto ai testi pre-fenomenologici, ai quali Husserl riconosce invece un’istanza filosofica. Dall’altro lato questo non comporta un’assoluta esclusione delle opere successive alle Ricerche logiche, quanto piuttosto determina la maniera del loro utilizzo. Una siffatta limitazione impone infatti di riferirvisi allo scopo di chiarire le tematiche qui più da presso trattate, vale a dire per la luce retrospettiva che proiettano sugli argomenti delle Ricerche, dove - seppur in senso tutt’altro che tematico ma nei termini di significative incursioni - è alla Bedeutungslehre e al primo volume di Idee che si è rivolta la nostra attenzione, pur senza dimenticare le acquisizioni contenute in testi più tardi quali Logica formale e trascendentale, Esperienza e giudizio e l’Appendice III a La crisi delle scienze europee, ormai nota come Introduzione alla geometria – per citare soltanto le opere di maggior rilievo.

Del peculiare atteggiamento da noi adottato nei riguardi dei testi posteriori alle Ricerche vogliamo dare già qui una prova, servendoci di un’osservazione contenuta nel § 124 di Idee per avviare l’illustrazione degli assi portanti su cui poggia la struttura di questo scritto:


poiché ogni scienza, per il suo contenuto teoretico, per tutto ciò che in essa è «dottrina» (teorema, dimostrazione, teoria), si oggettiva nel medium specificamente «logico», nel «medium» dell’espressione, i problemi dell’espressione e del significato sono di conseguenza i primi in cui si imbattono i filosofi e gli psicologi guidati da interessi generalmente logici1
Quanto si lascia apprezzare in questa citazione è il nesso che lega la logica con le questioni concernenti il linguaggio, l’espressione. Un nesso che si esplicita nell’aspetto che più di ogni altro, se non in via esclusiva, riceve le attenzioni di chi è mosso da interessi generalmente logici, vale a dire il rapporto tra segno e significato. Alla luce di questa declinazione la logica, o ancor meglio l’idea di logica appare come lo sfondo su cui emergono le problematiche semiotiche, non soltanto per quanto concerne le Ricerche – alle quali la citazione di Idee si rivolge – ma anche a riguardo dei testi che le precedono, in forza della costante predominanza dell’interesse logico.

Sarebbe però riduttivo fare dell’idea di logica il mero orizzonte su cui si disegna, una tra le altre, la questione semiotica. Non si tratta infatti soltanto di una semplice benché inevitabile contestualizzazione, che risponda all’esigenza dell’inquadramento per una determinata tematica. È la logica invero a spingere all’analisi dei segni, a improntarne le movenze, a deciderne la declinazione, come s’è visto a proposito del rapporto segno-significato, leitmotiv di queste e ovviamente delle nostre analisi. I mutamenti che interverranno in essa, nella loro radicalità, determineranno il dominio semiotico in profondità, nei termini del privilegio da accordare a questa o quella tipologia semiotica così come in rapporto alla funzione che è chiamata a esercitare e nei modi in cui dovrà essere assolta. Ed è certo a partire da essa che si motiva la rilevanza dei segni dapprincipio menzionata, soprattutto in merito al valore fondativo in seno alla scienze – e correlativamente alla conoscenza – che Husserl le riconosce: le s’intenda in senso metodologico o teorico è infatti pur sempre in segni e attraverso i segni che esse si costituiscono, per cui un interesse in tal senso logicamente orientato non potrà fare a meno di spingere a occuparsene. In ultimo, esulando solo in parte dall’indirizzamento semiotico delle nostre considerazioni, è in rispondenza alla idea di logica che vanno letti lo psicologismo degli esordi così come l’esordiente fenomenologia delle Ricerche, solo in riferimento a essa è possibile cogliere le loro peculiarità in quanto è essa a determinarne la fisionomia.

Per quanto concerne lo sviluppo del nostro lavoro, le coordinate in tal senso sono costituite per l’appunto dalle due diverse idee di logica che compaiono in questo tratto del percorso husserliano, vale a dire la tecnologia della scienza come metodologia della conoscenza umana (Kunstlehre) e la logica pura come dottrina della scienza (Wissenschaftslehre). Il ruolo, la fisionomia così come la funzione dei segni sono stati riguardati a partire dalla loro appartenenza agli ambiti che esse circoscrivono, di qui si sono motivate le scelte e le riflessioni compiute da Husserl e al tempo medesimo si è cercato per converso di far apparire nelle peculiarità volta in volta rilevate nei segni e nella loro semiosi le questioni che agendo a uno strato più profondo si riverberano sulla loro superficie.

A voler poi orientare il discorso sugli elementi di continuità - in un percorso segnato da un radicale rivolgimento - c’è da soffermarsi sulla torsione che il rapporto segno-significato nella sua centralità impone alla considerazione sul segno sic et simpliciter, alla maniera in cui viene effettivamente inteso. In Semiotica, unico luogo in cui si tenta di approcciarne una definizione, se ne parla come un concetto di relazione, caratterizzato dal rinvio al designato, che nella variabilità delle sue possibili concrezioni dà origine a diverse tipologie qui opportunamente classificate. E tra di esse Husserl accorda la sua preferenza ai segni esteriori, vale a dire al mero segno, che diverrà la maniera in cui il segno viene in prevalenza considerato in tutto l’arco temporale qui analizzato. Nei testi pre-fenomenologici l’attenzione si rivolge invero soprattutto alle rappresentazioni improprie, ai segni come surrogati, ma ai fini dell’economizzazione dei processi psichici a cui rispondono essi si presentano come meri segni, entità che nulla hanno a che fare con il designato. Lo stesso vale per le Ricerche, in una maniera prima facie piuttosto sorprendente, se è in qualità di espressione che il segno assume una qualche valenza logica, manifestando a rigore una natura saussuriana, inteso cioè come complesso unitario di significante e significato. L’attenzione va qui però ai costituenti dell’espressione e non al suo rapporto con il designato, per cui è soprattutto nei termini del significante, della mera espressione e quindi del mero segno che viene ancora una volta inteso. Le questioni logiche si rivelano perciò decisive orientando l’attenzione sul rapporto segno-significato, pur nell’opposta prevalenza dei suoi due poli che caratterizza il percorso husserliano sino alle Ricerche logiche.

V’è poi un ulteriore punto che vogliamo sottolineare perché inevitabile laddove si affrontino questioni semiotiche, ancor più all’interno di un orizzonte logico e per le ripercussioni che la logica vi esercita, vale a dire il tema del linguaggio e della sua considerazione. Anche in questo caso è la continuità a emergere, non soltanto ai sensi della sua dimensione originaria, riscontrata nella comunicazione, ma anche a riguardo della maniera in cui Husserl la considera, vale a dire lateralizzandola. Si tratti di sminuire l’espressività linguistica nell’ottica metodologica della Kunstlehre o di farla risaltare nella sua purezza laddove, con l’approdo alla Wissenschaftslehre, è il significato a venire in primo piano – sarà sempre al prezzo della marginalizzazione della dimensione comunicativa, e quindi del suo snaturamento che il linguaggio potrà reclamare un ruolo a partire dalla logica, comunque essa venga intesa.

Ci rimane ora, dopo aver individuato nell’idea di logica e nelle questioni che la riguardano l’orizzonte delle considerazioni semiotiche husserliane e per ciò stesso delle nostre analisi, di indicare seppur schematicamente gli snodi fondamentali nella linea argomentativa del testo, nelle tre sezioni in cui s’è scelto di racchiudere i momenti maggiormente significativi degli sviluppi husserliani.



Il primo capitolo si rivolge ai testi pre-fenomenologici, o ancor meglio agli esordi della filosofia husserliana, vale a dire Filosofia dell’aritmetica e Semiotica. In essi si è rintracciato il contesto d’origine della questione semiotica, soprattutto in merito alla natura metodologica attribuita da Husserl all’aritmetica, sì che tematiche centrali quali l’idea di numero e molteplicità, oltre s’intende al tema dei momenti figurali, non solo sono state lette da un punto di vista semiotico ma vi hanno invero necessariamente condotto. In ciò un ruolo centrale è svolto dal concetto di rappresentazione impropria, emerso nella Filosofia dell’aritmetica e precisato con maggiore pregnanza in Semiotica, in virtù dell’impronta psicologista delle analisi husserliane che di qui si lascia apprezzare e affisare nella sua autentica fisionomia. Oltre che per una più adeguata messa a fuoco della sua natura di segno la rappresentazione impropria acquista in questo testo la sua assoluta rilevanza e consente di intendere rettamente la maniera in cui si esplicita la centralità dei segni in questa fase, ai sensi della funzione surrogante che la definisce, tanto che la classificazione semiotica qui presente si mostra indirizzata a esse come suo punto focale. Lo si nota soprattutto analizzando l’opposizione semiotica fondamentale, quella tra segni naturali e artificiali, entrambi considerati casi di rappresentazione impropria proprio in forza della declinazione in prevalenza surrogante che definisce il loro rapporto al designato. Con questo si giunge alla snodo decisivo dell’intera sezione: il segno si scopre di qui inscritto nella costituzione psichica per via del suo tratto maggiormente caratterizzante, quello cioè economico, che pur risuonando delle acquisizioni di Mach e Avenarius svela un tratto invero squisitamente semiotico, esplicitandosi cioè nel naturale ricorso a entità surroganti dei nostri meccanismi psichici, in specie a carattere deduttivo. Si è parlato in tal senso di un semiosi naturale, che in virtù della sua inconsapevolezza come del suo cieco e tendenziale orientamento al vero necessita di un altro genere di semiosi, vale a dire artificiale, di procedimenti simbolici consapevolmente elaborati che procedendo in parallelo con quelli naturali ne svelino la legalità e consentano perciò tanto la conoscenza come ragionata acquisizione della verità quanto la sua estensione. Procedimenti che Husserl definisce logici, in rispondenza all’idea di logica che egli abbraccia in questa fase, vale a dire la Kunstlehre, una tecnologia, una disciplina pratica volta ad analizzare le modalità tramite cui il pensiero si appropria della verità e legata perciò a interessi pratico-conoscitivi, dove si rivela un’impronta marcatamente psicologista, se psicologica è la legalità qui ritrovata. E in questo un ruolo centrale va assegnato a una Logik der Zeichen, che in forza del tratto largamente improprio, della semiosi surrogante che caratterizza il pensiero in larghi tratti del suo decorrere si scopre essere il fulcro della tecnologia della conoscenza, sì che motivata in senso logico, psico-logico si scopre essere la centralità che i segni reclamano in questa fase.

Nel secondo capitolo ci siamo occupati di un gruppo di testi cronologicamente compresi fra la Filosofia dell’aritmetica e le Ricerche logiche, letti come scritti di transizione non soltanto per la loro collocazione temporale ma soprattutto in forza dei loro stessi contenuti, dove si registra la comparsa di acquisizioni che indirizzano verso la prospettiva fenomenologica, pur in un contesto che risentendo ancora dell’impostazione psicologista non consente una loro adeguata calibratura. Nella fattispecie, si sono presi in considerazione la recensione all’opera di Schröder del 1891 e testi risalenti agli anni 1893-94, vale a dire il Manoscritto K I 55, gli Studi psicologici per la logica elementare e la recensione all’opera di Twardowski Sulla dottrina del contenuto e dell’oggetto delle rappresentazioni: una ricerca psicologica. A esser fatta oggetto d’attenzione è stata in primo luogo la distinzione tra linguaggio e calcolo che emerge nella recensione a Schröder. Un’acquisizione fondamentale, poiché la prevalenza della funzione surrogante nel dominio semiotico induceva ad assimilare il linguaggio a un calcolo, considerando che quest’ultimo, similmente a quanto avveniva in Boole, era stato sganciato dal concetto di quantità già nella Filosofia dell’aritmetica. Più ancora che alla sottolineatura degli assunti logici che muovono le critiche husserliane, come la decisiva differenziazione tra calcolo logico e logica del calcolo, la nostra attenzione si è perciò rivolta al rilievo della dimensione autonoma del linguaggio, alla sua natura espressiva che consente, come qui si afferma, l’approdo alle cose stesse, poiché i segni linguistici, lungi dal rimpiazzare concetti e giudizi sono invero ciò in cui essi si compiono, sì che scoperta è la dimensione in cui le categorie logiche, i significati si individuano, o ancor meglio la semiosi congrua a una Logik der Bedeutungen quale la Wissenschaftslehre. Il progressivo emergere della centralità della dimensione semantica registra dei significativi passi avanti nelle altre opere qui prese in considerazione, a partire dal Manoscritto e dagli Studi. Nel primo Husserl introduce il concetto di rappresentanza, che offrendo una chiarificazione genetica delle rappresentazioni improprie conduce a un’importante ricalibratura del discorso che le concerne. La loro origine è infatti riscontrata in una precisa situazione psicologica, nel sentimento d’impedimento che sopraggiunge laddove un decorso abituale di contenuti sia interrotto; i contenuti presenti divengono allora surrogati di quelli mancanti. In ciò però emerge un punto decisivo, ovvero il tendere del segno surrogante verso la sua mancanza, vale a dire all’intuitività, una volta che l’originario sentimento di impedimento sia ridestato in seno a esso. In tal maniera il segno acquisisce una valenza conoscitiva non più come surrogato, bensì in quanto instrada verso l’intuizione, alle cose stesse, vale a dire verso il suo risolvimento. Le rappresentanze infatti mostrano una natura intenzionale – come emerge chiaramente dagli Studi – un’intenzionalità però di natura semiotica, poiché è il segno, potremmo dire, a intendere e non il significato, in forza di un immanentismo psichico che non consente la differenziazione fra significato e oggetto, rendendo così perlomeno sfumati i confini fra comprensione e conoscenza. Decisiva in tal senso si rivela allora la recensione all’opera di Twardowski. Dal confronto critico con il pensatore polacco Husserl elabora il suo concetto di intenzionalità, dove l’intendere è costituito dal significato che consente il riferimento all’oggetto e perciò se ne distingue, sì che è nel tessuto degli atti intenzionali, nella fenomenologia e non nella metafisica che va ricercata la soluzione al problema delle rappresentazioni senza oggetto. Altrettanto importante è poi un’ulteriore distinzione che qui emerge, quella cioè fra contenuto e significato, con quest’ultimo che lungi dall’essere qualcosa di realmente immanente agli atti si rivela invero ciò che permane a fronte della variabilità empirica dei contenuti, sì che aperta è la via al segno espressivo e alla sua peculiare costituzione. La centralità che la dimensione semantica acquisisce con il concetto fenomenologico di intenzionalità conduce al decadimento delle funzione surrogante dei segni a vantaggio di quella espressiva, tant’è che l’improprietà non riguarda più la sostituzione del significato bensì la possibile latenza dell’oggetto, dove chiaramente segnato è il confine tra comprensione e conoscenza. E in ultimo l’indirizzamento teleologico all’oggetto che l’intenzionalità manifesta dà conto di un’idea di conoscenza calibrata maggiormente sull’aspetto obiettivo, a differenza della dimensione pratica, metodologica, soggettiva emersa nei testi precedenti.

Problematiche, queste, che danno avvio alle riflessioni del terzo e ultimo capitolo. La sua prima sezione è infatti dedicata alla messa a fuoco dell’idea di logica pura non soltanto a partire dai Prolegomeni in cui di fatto compare, ma in riferimento alle scaturigini problematiche dalle quali è sorta, in primis il rischio della psicologizzazione delle entità logico-matematiche che inficiava le analisi della Filosofia dell’aritmetica, da Husserl stesso riconosciuto in alcuni testi che presentando le Ricerche logiche ne ricostruiscono in certo senso la genesi. Intendendola come l’autentica Wissenschaftslehre Husserl ne fa il fondamento non soltanto di ogni scienza, ma della stessa Kunstlehre, poiché il nucleo più significativo delle sue regole rimonta in ultima istanza a una dimensione teorica, a una legalità fondata puramente sui concetti e in tal senso ideale, per cui accanto all’unità antropologica, psicologica della conoscenza si pone quella del contenuto della conoscenza, in posizione nient’affatto simmetrica. La natura concettuale, ideale di una siffatta logica, che ne fa invero una Logik der Bedeutungen non conduce però a una messa da parte dei segni. Tema centrale delle analisi husserliane è infatti una logica come disciplina filosofica, nella quale non ci si rivolga soltanto ai contenuti ideali bensì anche alla maniera in cui vengono conosciuti, descrivendo cioè la correlazione fra essere coscienza, tra oggetti ideali e vissuti psichici corrispondenti. Una logica, in altri termini, fondata fenomenologicamente, dove l’indirizzamento alle cose stesse si traduce nell’individuazione delle “fonti da cui scaturiscono i concetti fondamentali e le leggi della logica pura”, vale a dire agli atti costituenti il linguaggio, se è in esso che le entità logiche in prima istanza si presentano - il che è quanto dire alla relazione, in questo caso fenomenologica, tra segno e significato. In virtù della indiscutibile primarietà che quest’ultimo viene ad assumere si è deciso di far precedere la trattazione che lo riguarda a quella dedicata al segno, a riprova di come siano le convinzioni in merito al significato a improntare le scelte e le analisi semiotiche. Tematica centrale è naturalmente l’idealità dei significati, contestualizzata nella sua ascendenza lotzeana e osservata nella sua natura di specie degli atti significanti. Un punto, quest’ultimo, di eccezionale rilevanza, in quanto consente di spiegare in che maniera i significati, pur presentandosi negli atti siano però irriducibili a loro componenti psichici; e al tempo medesimo svela lo stretto nesso che lega intenzionalità e significato, la natura cioè semantica della prima e intenzionale del secondo, in quanto è nell’essenza intenzionale, ancor meglio significazionale degli atti che esso si individua, come modalità di riferimento all’oggetto. In tal maniera si svela la lettura fenomenologica del rapporto fra significato e oggetto, ai sensi della distinzione tra uneigentliches e eigentliches Denken dove l’improprietà non sta più dal lato del segno bensì del significato; e al tempo medesimo, il loro legame, non soltanto perché Husserl nel parlare di validità dei significati - distinta in ciò dal loro poter essere in quanto tali - intende a rigore la loro possibilità oggettiva, ma soprattutto a motivo della definizione stessa di significato come “modalità di riferimento all’oggetto”, da cui discende che il dominio della sensatezza è circoscritto dall’orientamento teleologico verso l’oggetto, nel render possibile l’apertura verso di esso. Punto che conferma la piega obiettivistica delle analisi husserliane e mostra la loro impronta gnoseologica, ai sensi di una conoscenza come adaequatio. Altra questione centrale che abbiamo sottolineato in merito all’idealità del significato come specie è la sua problematicità, dovuta soprattutto al carattere delle sue individuazioni, una concezione che proprio perché legata alla natura esclusivamente noetica delle analisi husserliana, verrà abbandonata con la scoperta della dimensione noematica. Le analisi dedicate alla Wissenschaftslehre e alla natura ideale dei significati improntano le considerazioni più strettamente semiotiche, parte finale di questo scritto. Le questioni semioticamente centrali sono infatti state lette alla luce delle acquisizioni in precedenza maturate, a partire dalla distinzione fra indice ed espressione, volta soprattutto a far risaltare la fisionomia di quest’ultima come luogo del significato, che ne determina il rimando a qualcosa senza perciò esserne il termine. La centralità del significato nella sua natura ideale, pre-linguistica esautora infatti il linguaggio da qualsiasi funzione costituiva, sì che i suoi segni vengono considerati come meri sostegni per la manifestazione di significati precostituiti. Una situazione che si chiarisce se ricondotta alla sua dimensione fenomenologica, agli atti in cui il significato si individua, in particolare le intenzioni significanti, dove si svela la necessità del segno in quanto componente essenziale per quegli atti e al tempo medesimo la sua extraessenzialità per il significato qua talis, donde la radice “semiotica” dell’equivocazione. In ciò la natura di sostegno del mero segno, della marca linguistica, che deve lasciar semplicemente essere il significato, superficie traslucida in cui esso si riflette, necessaria (fenomenologicamente) alla sua manifestazione quanto irrilevante (logicamente) per la sua costituzione - da dove si comprende il privilegio accordato al monologo interiore sulla dimensione comunicativa, dove i segni linguistici agiscono più da indici che da supporti.

Emerge allora che pur al cospetto di un’idea di logica che ha al centro il significato il segno non viene affatto messo da parte, poiché riveste un ruolo fondamentale per la sua manifestazione, sì che la dimensione semiotica, per quanto estranea a una logica pura come mera mathesis universalis non lo è per la logica come disciplina filosofica, fenomenologicamente fondata, dove a tema è l’accesso alle entità logiche medesime. E al contempo, il mutamento in seno all’idea di conoscenza rende i segni tutt’altro che inessenziali, se la sua natura di adaequatio consiste fenomenologicamente nel riempimento di intenzioni significanti. Quanto si rivela, in altri termini, è la rilevanza del segno per la fenomenologia, perlomeno nei suoi esordi, dove un peso decisivo ha il suo indirizzamento esclusivo alla dimensione logica.



Nelle ultime battute si è cercato infine di aprire uno squarcio su una possibile prospettiva d’indagine, rivolta agli sviluppi successivi della fenomenologia a partire dai suoi rapporti con il segno, dove inversamente a quanto accaduto in tutto il nostro scritto le acquisizioni delle Ricerche sono state indicate come possibile chiave di lettura dei testi posteriori. Una linea d’indagine che si è soltanto potuto indicare, con l’intento di chiudere un testo aprendolo a nuovi, possibili sviluppi.


Bibliografia opere di husserl



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