Introduzione a una storia della psicologia sociale



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04.01.2018
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INTRODUZIONE A UNA STORIA DELLA PSICOLOGIA SOCIALE


Perché studiare la storia

Non esistono soltanto la storia dell’individuo e dei gruppi ma anche la storia della scienza e delle discipline scientifiche. Conoscerla permette di capire non solo il loro significato nel presente, ma anche il significato che hanno avuto nel passato e la loro evoluzione.

Con il termine storiografia intendiamo una ricostruzione, non tanto una registrazione.

Una ragione essenziale per ricostruire la storia di una disciplina può essere rappresentata dalla ricerca dell’identità della disciplina stessa. Bisogna tenere presente che esistono diverse psicologie sociali, cioè la psicologia sociale sociologica (PSS) e la psicologia sociale psicologica (PSP). Il motivo di tale separazione è semplice: gli appartenenti alle due scuole hanno programmi diversi, studiano, imparano e lavorano in dipartimenti diversi. I membri della PSS e della PSP hanno storie diverse con pionieri diversi: Lewin, Festinger, Scachter, Asch, Cambell e Allport per la PSP; Mead, Goffman, French, Bales per la PSS.

Una terza varante della psicologia sociale, relativamente indipendente dalla PSP e dalla PSS, è la psicologia sociale analitica sviluppatasi all’interno del contesto psicoanalitico.

C’è un’altra funzione della ricostruzione storica: quella giustificatoria. Agassi, Butterfield e altri hanno pensato che, grazie alla ricerca che stabilisce una relazione storiografica tra noi e il nostro presente, siamo in grado di giustificare il nostro lavoro. La relazione tra il presente e il passato rappresenta una sorta di pedigree.



La tradizione del pensiero socio-psicologico

Diceva Ebbinghaus: “la psicologia ha alle spalle un passato lungo e complesso, ma la sua storia vera e propria è molto breve”. Gli psicologi sociali di solito fanno risalire l’inizio della loro storia al 1908; il loro passato risale invece a Platone e ad Aristotele o perfino ai pre-socratici. La psicologia sociale essenzialmente si propone di sapere:



  • Se le persone sono considerate individui, ognuno dei quali unico, o se sono essenzialmente simili tra loro

  • Se l’individuo esiste in funzione della società o se invece la società è considerata come prodotto e funzione degli individui

  • Se il rapporto tra individuo e società è un problema significativo

  • Se la “natura” degli esseri umani è essenzialmente egoistica e necessita di tecniche e di processi di educazione o se essi sono sociali per “natura”

  • Se gli uomini e le donne sono attori liberi e responsabili o se sono determinati da forze naturali e sociali

Le due principali tendenze del pensiero sociale sono state definite rispettivamente platonica e aristotelica. Platone ha sottolineato il primato dello stato sull’individuo: quest’ultimo, per acquisire una reale dimensione sociale, deve essere educato sotto la responsabilità delle autorità; per Aristotele, invece, l’essere umano è sociale per natura e la natura stessa insegna agli individui la vita in comune. Tale differenza tra Platone e Aristotele è stata foriera di due tradizioni del pensiero sociale distinte in approccio centrato sull’individuo e approccio centrato sul sociale. Il secondo sottolinea la funzione determinante delle strutture sociali; nel primo, le funzioni dei sistemi sociali sono interpretabili a partire dai processi e funzioni individuali.

Nella storia del pensiero sociale la concezione del primato del sociale ha assunto forme molteplici. Per Hegel lo stato non è solo la forma ultima della società, ma l’incarnazione della mente sociale a cui partecipano attivamente le menti dei singoli. La successiva concezione socio-psicologica di una mente di gruppo deriverà proprio dalla teoria hegeliana. Critici verso Hegel, Marx e Engels hanno sviluppato una teoria della storia e della società secondo cui il livello di sviluppo economico di una società data, la conseguente divisione in classi e la lotta di classe condizionano la vita sociale e individuale.

Nel caso invece degli antecedenti filosofici di una scienza sociale centrata sull’individuo, dovremmo chiarire prima di tutto il termine “individualismo” che ha significati troppo controversi per poter essere utilizzato senza chiarimenti concettuali. Uno di tali chiarimenti è la nozione di “individuo astratto” secondo cui le caratteristiche psicologiche di base “esistono indipendentemente dal contesto sociale” (Lukes). Tale concezione è nota con il termine di edonismo e di utilitarismo. Il principio di base dell’edonismo è il principio di piacere, secondo cui le nostre azioni servono ad assicurarsi e a mantenere il piacere e evitare il dolore.

A partire da Bentham, che ha trasformato il principio di piacere in principio di utilità, l’utilitarismo ha poi poco a poco permeato il pensiero sociale. Tra le molte varianti di tale dottrina e le diverse combinazioni di individualismo, utilitarismo e liberalismo, esiste una linea di sviluppo che porta direttamente alla fondazione della psicologia.

Altre due evoluzioni di pensiero nel XIX secolo hanno contribuito in modo significativo alla moderna psicologia sociale: la sociologia e la teoria evoluzionista. Come nome e programma la SOCIOLOGIA è stata creata da Comte (1798-1857) che fu anche padre del positivismo. Per Comte il positivismo era un sistema filosofico che comportava un modello di progresso evolutivo della conoscenza umana: da uno stadio teologico, passando per lo stadio metafisico, si giunge a uno stadio “positivo” della conoscenza scientifica. La sociologia era considerata la scienza più completa, che avrebbe permesso il confronto fra le diverse culture ai diversi stadi di evoluzione sociale. Tuttavia, l’iniziatore di una vera e propria tradizione sociologica fu considerato Durkheim (1858-1917). Egli concepì gli eventi sociali come indipendenti ed esterni dalla coscienza individuale: le “rappresentazioni collettive” di una data società hanno una loro esistenza propria, possiedono caratteristiche diverse da quelle delle rappresentazioni individuali. L’autonomia del sociale indusse Durkheim a fondare le basi di una “psicologia collettiva”. Solo molto più tardi lo psicologo francese Moscovici riprese e riadattò la teoria delle rappresentazioni collettive di Durkheim.

È, inoltre, importante menzionare l’influenza della teoria dell’evoluzione, che rappresentò una delle maggiori innovazioni di pensiero del XIX secolo e Darwin e i suoi seguaci hanno notevolmente influenzato la psicologia. Il primo contributo di Darwin alla psicologia sociale si trova soprattutto nelle due opere La discendenza dell’uomo del 1871 e L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali. L’uomo è un animale sociale che ha sviluppato la capacità di adattamento fisico, sociale e mentale all’evoluzione dell’ambiente. Il filosofo inglese e sociologo Spencer (1820-1903) ha generalizzato e diffuso la teoria evoluzionistica, soprattutto in ambito sociale; tuttavia, nella sua concezione, essa era permeata di individualismo e di un certo lassismo e quindi il suo contributo alla psicologia sociale per molto tempo è rimasto inosservato.

Gli inizi della moderna psicologia sociale

Non parliamo ancora propriamente della psicologia sociale moderna, ma solo dei suoi inizi; tale distinzione è dovuta al fatto che i programmi di ricerca da esaminare erano stati assegnati, o abbandonati, prima che l’istituzionalizzazione della psicologia sociale fosse completa.

I due approcci principali furono:

VOELKERPSYCHOLOGIE

Questo termine letteralmente significa “psicologia dei popoli”, ma si tratta di fatto di una psicologia sociale e culturale comparata e storica. La V. è la manifestazione e il modello del pensiero socio-psicologico tedesco, abbozzato nel diciottesimo secolo, sviluppato nel XIX e portato a compimento nel XX. La tesi fondamentale di tale tradizione considera come forma basilare dell’associazione umana la comunità culturale, il Volk, in cui avvengono la formazione e l’educazione degli individui. Il Volk, il cui spirito o mente costituiva il principio unificatore o idea.

Volk e Volksgeist (spirito o mente) divengono le tematiche basilari della nuova disciplina con l’istituzione della rivista specializzata “Zeitschrift fur Voelkerpsychologie und Sprachwissenschaft”, fondata nel 1860 da Lazarus e Steinthal. Ovviamente la nuova disciplina era in stretta relazione con gli sforzi politici di unificazione dello stato-nazione Germania. Già nel 1863 Wundt considerò la V. come equivalente e complemento della psicologia sperimentale. Non ci sono dubbi sulla natura intrinsecamente sociale dell’individuo; una psicologia sperimentale soltanto individuale è una psicologia incompleta.

Una questione secolare è se la psicologia sociale, per essere realmente sociale, non debba essere una disciplina storica. La V. era infatti un’analisi storica comparata dei prodotti obiettivi dell’interazione sociale, quali il linguaggio, il mito, il costume. A prescindere dai processi più elementari nessuna esperienza o attività umana potevano essere avulse dal loro contesto socio-culturale.

Un altro aspetto della V. che difficilmente troviamo nella moderna psicologia sociale è l’interesse per il rapporto tra gli individui che agiscono e interagiscono, e i prodotti della loro interazione che, di rimando, influiscono sulle menti degli individui e le arricchiscono.


PSICOLOGIA DELLE FOLLE

Il retroterra intellettuale e scientifico della psicologia delle folle è molto complesso. Da una parte ci sono le numerose tecniche e concezioni della suggestione (Mesmer aveva ipotizzato il controllo di una forza animale universale); dall’altro c’è il modello medico, più “patologico” ancora quando alla sua origine e alle sue caratteristiche fu aggiunta la scienza dell’epidemiologia. Parallelo al contagio batterico, trasformatosi in evento scientifico grazie alla ricerca dei “cacciatori di microbi” come Pasteur e Koch, il contagio mentale fu considerato una spiegazione plausibile dell’intensa emotività e “anomia” nelle resse e nelle folle in preda ad agitazione. Importante la “Psicologia delle folle” di Le Bon.

L’altro fondamento scientifico della psicologia delle folle fu rappresentato dalla criminologia. Quello che, dal punto di vista medico, era uno stato della mente inconscio ed affettivo, nella prospettiva giuridica fu considerato una responsabilità ridotta dell’individuo immerso nella folla o perfino della “folla delinquente” (Tarde). Il soggetto nella folla diventa più primitivo e più infantile.

Le rivoluzioni incalzanti, i radicali cambiamenti sociali ed economici dovuti a una rapida industrializzazione, la forza crescente delle associazioni di lavoratori e dei gruppi socialisti che organizzavano il Primo Maggio, la corruzione e gli scandali, la proclamazione della rivoluzionaria Comune di Parigi, tutto questo rappresentò una minaccia all’ordine stabilito politico, morale e sociale e soprattutto per la borghesia. Regnava, come osserva Barrows, un’atmosfera di decadence e di declino. Le masse erano state “scoperte” ed erano temute. Una spiegazione criminologica, oppure psichiatrica, o epidemiologica era in armonia con lo spirito del tempo. Il nucleo della psicologia delle folle era rappresentato dalla trasformazione del destino dell’individuo che, da normale, diventava “anormale”.

Una distinzione importante era stata fatta da Tarde e da Park, in particolare tra folla e pubblico. La prima implicava un contatto fisico e limitazioni spaziali, la seconda supera il concetto di contiguità per estendersi a quello di “opinione pubblica”.

Come la V., la psicologia delle folle dopo che McDougall si era appellato una volta di più al concetto di “mente di gruppo” non si sviluppò all’interno del contesto della psicologia accademica. Ma, a differenza di questa, alcune delle idee fondamentali della psicologia della folla furono incorporate nella nuova psicologia sociale. Con il termine di influenza sociale, per esempio, consideriamo oggi quanto un tempo era noto con l’effetto della suggestione, del contagio e dell’imitazione.



La moderna psicologia sociale

La psicologia sociale come la intendiamo oggi risale al periodo a cavallo tra i due secoli. Gli autori dei libri di testo americani preferiscono stabilire le date del suo inizio nel 1898 per il primo esperimento di psicologia sociale e nel 1908 per i primi due manuali. Di fatto non è corretto considerarli i primi. Alla fine del diciottesimo secolo, non esisteva solo la V. e la psicologia delle folle; aveva fatto la sua apparizione il termine “psicologia sociale” che si applicava agli studi esistenti sull’individuo nella società. Già nei primissimi programmi della psicologia sociale si sono enfatizzati due diversi orientamenti:



  • In quanto psicologia sociale la nuova disciplina avrebbe dovuto prendere in considerazione l’individuo e i processi intraindividuali

  • In quanto psicologia sociale avrebbe dovuto sottolineare il ruolo del contesto sociale dei processi individuali

I manuali del 1908 rappresentano bene questi due orientamenti. L’Introduction to Social Psychology di McDougall era un’opera sulle “tendenze e capacità innate della mente umana” e costituisce quindi un approccio individualistico. Il sociologo Ross, in Social Psychology, si occupava dei “progetti e delle correnti che si creano tra gli uomini in seguito alla loro associazione”.
LA PSICOLOGIA SOCIALE AMERICANA

Nella teoria e nell’opera di uno dei primi psicologi americani moderni, Allport, la concezione individualista venne a coincidere con l’orientamento metodologico della concezione sperimentale comportamentista e ad assimilarsi ad esso. Per Allport, il primo psicologo sociale della tradizione comportamentista, la psicologia sociale diventò “la scienza che studia il comportamento dell’individuo, nella misura in cui tale comportamento stimola altri individui o ne costituisce una reazione”. Ma se la concezione comportamentista era solo un modo di considerare gli eventi, il metodo sperimentale li mette in rapporto e li realizza. La complessa combinazione di individualismo, di comportamentismo e di metodo sperimentale ha permesso alla psicologia sociale di trasformarsi in una disciplina scientifica valida. Questo processo si è svolto per lo più in America e può essere delineato a partire dai primi esperimenti sulla facilitazione sociale compiuti da Allport; non ci fu soltanto l’esempio di Triplett, ci furono altri esperimenti socio-psicologici, soprattutto tra le ricerche condotte da Binet e Henri sulla suggestionabilità. Data l’atmosfera sociale e scientifica degli Stati Uniti dopo la Prima Guerra Mondiale, la psicologia sociale diventò, qui più che altrove, una “scienza dell’individuo”. Le conseguenze di questa limitazione furono l’allontanamento della psicologia sociale dallo studio dei problemi sociali; essa ha isolato i soggetti dal contesto sociale finché, in occasione delle crisi economiche e politiche, quali la Depressione del 29 e la Seconda Guerra Mondiale, l’urgenza dei problemi sociali travolse i puristi nei loro laboratori.

L’impresa più importante condotta negli anni 30 e 40 fu lo studio e la misurazione degli atteggiamenti a cui fece seguito, negli anni 50 e 60, un interesse crescente per il concetto di cambiamento degli atteggiamenti.

Storicamente, ogni volta che i problemi politici e sociali urgenti richiesero la cooperazione e l’impegno degli psicologi sociali, si abbandonò la cosiddetta strada maestra della metodologia. Avvenne quando, negli anni 40, gli psicologi sociali dei paesi liberi, impressionati dal dominio di nazisti e fascisti e dal terrore sociale da loro istaurato, non solo tentarono di dare il loro contributo per vincere la guerra ma fecero progetti per un mondo migliore. Basti pensare a Lewin che applicò ai gruppi la sua teoria di campo. Tale metodologia permise a Lewin di condurre esperimenti sui gruppi, ma anche di lavorare con i gruppi nella vita quotidiana della comunità.

Lewin morì nel 1947, ma molti furono i lewiniani, come Cartwright, Deutsch, Festinger, French, Kelley, Schachter e Thibaut, che diedero la loro impronta alla psicologia sociale in America dopo la Seconda Guerra Mondiale e, quindi, in Europa. Marx e Hillix giungono alla conclusione che “si può considerare la psicologia sociale americana come un’evoluzione della teoria di Lewin”. Cartwright dice: “difficilmente si potrebbe immaginare la situazione di questa disciplina senza l’emigrazione, negli stati Uniti, di personaggi come Lewin, Heider, Koehler, Wertheimer, Katona, Lazarsfeld e i Brunswik”. L’esodo forzato in America di uomini ed idee dall’Europa è molto significativa. Hitler aveva bandito dall’Europa chiunque avrebbe potuto contribuire alla psicologia sociale; in questo vuoto fiorì la psicologia americana negli anni dopo il 1945.

Negli anni che seguirono la Seconda Guerra Mondiale, in America e poi in Europa, oltre al perfezionamento degli strumenti metodologici, si poté assistere a due trasformazioni d’ordine teorico: si passò dalla concezione comportamentista a quella cognitivista e da una portata teorica più ampia a una più limitata. La situazione era ancora destinata a cambiare: per cognition si intende ora l’elaborazione dell’informazione; oggi si è meno interessati al comportamento sociale osservabile che alla rappresentazione cognitiva che lo precede (progettazione), che è contemporaneo (il controllo per esempio) a esso e che lo segue (la memoria per esempio).

Con la trasformazione graduale dell’utilizzazione del termine social cognition siamo testimoni di una proliferazione e diminuzione di teorie socio-psicologiche; la social cognition sembra dar origine a molte mini-teorie che appaiono contemporaneamente nel quadro della psicologia sociale.
LA PSICOLOGIA SOCIALE IN EUROPA

La situazione della psicologia sociale in Europa nel dopoguerra difficilmente può essere capita senza considerare il rapporto di scambio con l’America. Da una parte assistiamo al fenomeno della “naturalizzazione” americana. La psicologia naturalizzata e consolidata da un punto di vista istituzionale superò rapidamente in quantità e intensità i tentativi fatti in altri paesi. La psicologia diventò merce di esportazione ovunque esisteva la richiesta: nell’Europa del dopoguerra tale richiesta era notevole, anche se con intensità e motivazioni diverse tra una nazione e l’altra. Quale era la situazione della psicologia sociale in Europa prima della guerra? Essa era seguita solo da alcuni autori isolati; per esempio, in Inghilterra c’era Bartlett, in Svizzera c’era Piaget, in Germania c’era Moede la cui psicologia di gruppo di tipo sperimentale aveva molto impressionato Allport e c’era Hellpach, il fondatore del primo Istituto di Psicologia Sociale. Ma nessuno di questi autori europei fu iniziatore o mediatore di una tradizione socio-psicologica. Fu questo isolamento la causa della fondazione, negli anni 60, dell’associazione europea degli psicologi sociali. Per la storia del pensiero si può individuare una motivazione più profonda, cioè la consapevolezza di una dipendenza crescente dall’egemonia americana.



Tra i primi ad analizzare il disagio e a ricercare l’identità della psicologia sociale europea ci furono Tajfel e Moscovici che, ognuno seguendo un percorso personale, preconizzarono una psicologia sociale più “sociale” di quella stabilitasi in America. Tajfel ha sottolineato la dimensione sociale del comportamento individuale e del gruppo; Moscovici ha detto “la società ha una struttura propria che non può essere definita in base alle peculiarità individuali”. Quindi “la psicologia sociale può e deve includere un interesse diretto per i rapporti tra il funzionamento psicologico umano e i processi ed eventi sociali su larga scala”. Forse è la diversità dell’entroterra sociale e culturale tipico dell’Europa a suggerire questo grande interesse per il contesto sociale.




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