Introduzione allo studio della letteratura latina medievale e umanistica (4)



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INTRODUZIONE ALLO STUDIO

DELLA LETTERATURA

LATINA MEDIEVALE E UMANISTICA
Appunti delle lezioni del corso di Letteratura latina medievale e umanistica

Università degli Studi di Palermo - Facoltà di Lettere e Filosofia

Corso di Laurea in Beni Archivistici e Librari

(prof. Armando Bisanti)

2008

1) Limiti e compiti della disciplina


    1. Definizione della disciplina

La letteratura latina medievale e umanistica (o, se si preferisce, la letteratura mediolatina e umanistica) è una disciplina relativamente giovane dal punto di vista scientifico ed istituzionale (ma di ciò si dirà meglio fra breve) che ha per oggetto privilegiato la ricerca, la pubblicazione, le edizioni e lo studio dei testi latini del Medioevo e dell’Umanesimo, non soltanto i testi strettamente letterari (che comunque rimangono l’oggetto di studio privilegiato), ma anche, in generale, quelli filosofici, scientifici e documentari, questi ultimi, soprattutto, per il loro rilevante interesse dal punto di vista lessicale e linguistico.

Si tratta di una disciplina il cui ambito d’interesse copre, cronologicamente parlando, ben dieci secoli della civiltà occidentale, dall’inizio del VI a tutto il XV (con alcuni “sconfinamenti” fino al XVI), e cioè, grosso modo, dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.) almeno fino alla scoperta dell’America (1492), anche se sulla consistenza cronologica di essa non tutti gli studiosi sono d’accordo (si veda, più avanti, il cap. 3, dedicato ai problemi di periodizzazione della letteratura latina medievale e umanistica).

Anche l’ambito geografico di interesse e di studio di coloro che si occupano di letteratura latina medievale e umanistica è vastissimo: si tratta, infatti, di quasi tutta l’Europa nella quale si parla e poi, soprattutto, si scrive in latino, dalla Penisola Iberica alla Gallia, dalle isole britanniche all’Italia e all’Africa del nord, dalla Germania alla Polonia e alle terre che s’affacciano sul Mar Baltico.

1.2. Caratteristiche della disciplina

Lo studio della letteratura latina medievale e umanistica ha conosciuto problemi di periodizzazione e, soprattutto, problemi di metodologia della ricerca. Il primo elemento che la caratterizza è costituito dall’enorme quantità di testi come suo oggetto di indagine. Via via che si passa dai primi secoli della latinità medievale (il VI, il VII e l’VIII, quando il dominio germanico a prevalente cultura orale limita di molto la produzione scritta) agli ultimi (in modo principale il XII, il XIII, il XIV e il XV), la produzione dei testi si moltiplica in modo esponenziale, e molti di essi sono ancor oggi inediti o mal editi (basti pensare al fatto, rilevato da Peter Dronke, che la quantità di testi latini prodotta nel solo XII secolo è di svariate decine di volte più abbondante di quella di tutti i testi prodotti nei secoli dal VI all’XI). Questa è una condizione “esterna” della mediolatinistica, che finisce per segnare la prima delle sue vere ragioni scientifiche e che la distingue nettamente sia dalla filologia classica, sia dalla filologia romanza.

Sul piano della trasmissione dei testi è possibile operare una distinzione tra filologia classica e filologia mediolatina e umanistica, distinzione, questa, che non è puramente esteriore ma riguarda la natura stessa del lavoro filologico. I testi classici sono trasmessi da copie, anche molto antiche (seppur raramente), ma sempre molto distanti cronologicamente dagli originali; i testi medievali e umanistici, invece, sono piuttosto spesso trasmessi dagli autografi o da copie vicinissime, sia nel tempo che nello spazio, all’autore e/o all’ambiente in cui l’opera è stata prodotta (spesso si tratta di manoscritti “idiografi”, cioè non vergati direttamente dallo stesso autore, come nel caso dei codici autografi, ma da uno o più suoi collaboratori sotto la sua diretta sovrintendenza). Questa condizione ha portato gli studiosi di filologia mediolatina e umanistica a prestare giustamente una singolare attenzione all’opera dei copisti, alle loro abitudini scrittorie, all’incidenza del loro lavoro sulle condizioni di trasmissione dei testi (il che ha fatto sì che si sviluppasse una nuova disciplina, la codicologia), ad uno studio non tanto paleografico quanto filologico degli autografi (basti pensare soltanto agli importantissimi autografi del Petrarca e del Boccaccio).

Un altro fattore distingue nettamente la filologia mediolatina e umanistica: la moltitudine di manoscritti che trasmettono un singolo testo, elemento che è comune solo con gli autori classici che il Medioevo e l’Umanesimo hanno maggiormente usato, distanzia nettamente i testi mediolatini da quelli in volgare (a parte alcune eccezioni, come la Commedia dantesca, di cui possediamo circa 600 testimoni manoscritti). I testi in volgare, infatti, sono per lo più trasmessi in pochi esemplari, spesso sottoposti a modifiche linguistiche, a seconda del copista o del co-autore, che su un testi inserisce varianti e rifacimenti di varia entità e di diversa natura: una condizione, questa, che suggerisce ai filologi romanzi soluzioni ecdotiche diverse, in cui la storia della tradizione tende a ridursi alla localizzazione del testo e la critica testuale finisce per concentrarsi sul codex unicus. Il mediolatinista lavora invece su testi spesso con tradizioni relativamente più stabili, redatti in una lingua latina che, dopo le modifiche cui viene sottoposta fra i secoli VI e VIII, tende a stabilizzarsi, anche se non su un solo paradigma, ma in generi disciplinari se non addirittura in canoni personali.

Non è quindi un caso che la tradizione scientifica mediolatina e umanistica abbia avuto, nel corso del XX secolo, il grosso problema metodologico di distinguersi sia dalla filologia classica, sia dalla filologia romanza, per trovare una sua specificità. Un problema, questo, ormai pienamente risolto e superato, ma che ha implicato un secolo circa di studi e ricerche, di chiarimenti e di professioni metodologiche.


  1. Il latino medievale: caratteri costitutivi


2.1. Il latino classico

Il latino medievale è costituito sostanzialmente da tre elementi: il latino classico, il latino volgare, il latino biblico e cristiano.

Elemento fondamentale del latino medievale è la lingua di tutta la latinità classica, in quanto da questa prendono sempre l’avvio gli uomini del Medioevo nello studio e nell’apprendimento del latino. Nel Medioevo una salda formazione culturale non può che fondarsi sullo studio delle sette arti liberali, che costituivano, come è noto, la base dell’apprendimento scolastico già a partire dalla tarda latinità. La scuola tardo-antica elaborò infatti un sistema di insegnamento fondato sulle arti del Trivio (grammatica, retorica e dialettica) e del Quadrivio (matematica, geometria, musica e astronomia), e tale sistema venne pienamente recepito e fatto proprio dalle scuole monastiche ed abbaziali durante i lunghi secoli dell’Alto Medioevo. La grammatica, in particolare, venne giustamente considerata origine e fondamento delle altre arti liberali. Scrive infatti Cassiodoro (sec. VI): Est grammatica magistra verborum, ornatrix humani generis, quae est videlicet origo et fundamentum liberalium artium (Variae, IX 21). E gli fa eco, nel sec. IX, Rabano Mauro, che scrive: Grammatica est scientia interpretandi poetas atque historicos et recte scribendi loquendique. Ratio haec et origo et fundamentum est litterarum liberalium (De institutione clericorum, III 18).

Lo studio della grammatica è concepito e praticato alla maniera dei grammatici del Basso Impero, soprattutto di Donato (sec. IV) e di Prisciano (secc. V-VI), i quali della latinità medievale divengono così i primi teorici. Pertanto, secondo il modulo già in uso nelle scuole classiche e tardo-antiche, nelle scuole medievali la grammatica è essenzialmente lo studio degli auctores di tutte le diverse epoche dell’antichità, sacri e profani: uno studio concreto e completo, sì da abbracciare tutto l’insieme degli studi letterari. Dalle opere degli auctores si attinge, ovviamente, il materiale linguistico e lessicale; dall’analisi dei loro costrutti si deducono e si illustrano le regole grammaticali; dai loro modi espressivi si raccolgono gli ornamenti retorici; dai versi dei poeti antichi si apprendono le regole della prosodia e della metrica e si impara a scrivere versi tecnicamente corretti (lo stesso Rabano afferma che gli autori pagani devono esser letti e studiati propter florem eloquentiae). Dunque, principalmente per imparare la grammatica e la retorica, cioè lo scrivere correttamente e in modo ornato, nelle scuole medievali si leggono e si commentano, si meditano e si mandano a memoria gli scrittori e i poeti antichi, ancorché pagani. Spesso essi vengono studiati direttamente sulle loro opere, amorosamente trascritte e glossate; talvolta, però, e specialmente nelle scuole, si studiano trascelti e raccolti in florilegi, i flores auctorum o exempla auctorum, i quali con grande evidenza, almeno nella maggior parte, documentano appunto il prevalente interesse grammaticale e retorico degli studi medievali.

Però dagli auctores non si derivano soltanto nozioni tecniche di lingua, di grammatica, di retorica e di metrica. I codici delle opere studiate si punteggiano delle glosse più varie, si infittiscono dei più minuziosi commenti. E così vengono composte enciclopedie culturali per soddisfare la curiosità e la sete del sapere (basti pensare alle Etymologiae di Isidoro di Siviglia). Non si deve però pensare che nelle scuole medievali si leggessero indistintamente tutti gli autori classici e tardo-antichi. Già a partire dai secoli della latinità tarda si era operata, infatti, una fortissima selezione di alcuni autori (poeti e scrittori) “canonici”, ossia costituenti un “canone” di letture indispensabili per l’apprendimento della lingua e della grammatica. Basti pensare che, già nel IV-V sec., un grammatico quale Arusiano Messio aveva composto un manuale scolastico di Exempla elocutionum, bastato esclusivamente su citazioni tratte da soli quattro autori (la cosiddetta quadriga Messii), due poeti (Virgilio e Terenzio) e due prosatori (Sallustio e Cicerone). Nel pieno Medioevo, il ritorno agli studi classici propugnato dalla riforma scolastica di Carlo Magno favorì la lettura e lo studio di Virgilio, Lucano e Ovidio per la poesia epica, di Orazio, Persio e Giovenale per la poesia satirica, di Terenzio per la commedia, mentre, fra i prosatori, i più studiati sono Cicerone, Sallustio, Svetonio, Livio e Seneca. Fra gli autori cristiani, le preferenze vanno a Giovenco, Sedulio, Prudenzio, Venanzio Fortunato e Boezio. Fra tutti gli eruditi ed enciclopedisti, il più celebre è Marziano Capella, cui si affianca, a partire dal VII sec., Isidoro di Siviglia. Alcuni fra gli stessi autori pagani hanno avuto fasi di particolare fortuna, secondo il gusto e le tendenze letterarie del momento, tanto è vero che Ludwig Traube (della cui importanza per questi studi si è già detto nel paragrafo precedente) ha individuato, a grandi linee, tre aetates: l’aetas Vergiliana (secc. VIII-IX); l’aetas Horatiana (secc. X-XI); e l’aetas Ovidiana (secc. XII-XIII). Si tratta di una tripartizione un po’ troppo generica, che oggi è stata notevolmente ridimensionata, soprattutto in seguito agli studi di Birger Munk Olsen sullo studio e sull’effettiva conoscenza degli auctores durante l’Alto Medioevo.

Nel complesso, comunque, l’esplorazione dell’antichità da parte dei dotti e degli eruditi medievali è stata assidua e instancabile, la conoscenza è stata profonda e larga. Durante il sec. XII, che è di gran lunga il più importante fra tutti i secoli medievali, risultano noti tutti i testi classici che oggi noi ancora possediamo, a parte alcuni testi (le “dodici commedie” di Plauto, l’Institutio oratoria di Quintiliano, i Punica di Silio Italico, le Silvae di Stazio e pochi altri) che verranno poi “riscoperti” dagli umanisti nel corso del XV secolo. Risulta quindi oltremodo evidente che alla base del latino medievale vi sia la lingua di tutta la latinità classica, anche se di fatto i grammatici degli ultimi secoli furono universalmente i primi autori e maestri di latino del Medioevo.



2.2. Il latino volgare

Il secondo elemento costitutivo del latino medievale è rappresentato dal latino volgare, il sermo vulgaris. Esso, inteso nel suo vero significato di parlata delle classi medie, ha seguito i destini dell’impero universale di cui era l’espressione più viva e genuina. Rotti dai popoli germanici i confini dell’Impero Romano, il sermo vulgaris viene sottoposto ad un progressivo moto di trasformazione per cui, ad un certo momento, esso cessa di essere latino e diventa “neolatino”, cioè “lingua romanza”, dando l’avvio alle lingue neolatine o romanze ancor oggi parlate e scritte (italiano, sardo, francese, provenzale, castigliano, catalano, portoghese, latino e rumeno).

L’unità linguistica dell’Impero Romano viene definitivamente spezzata, così come definitivamente spezzata è l’unità politica di esso. Sulle rovine di questa sorgono in Europa le nazioni così come dalla trasformazione del latino, lingua universale, sbocciano le lingue nazionali. Che il latino non venisse più inteso, e certamente già da molto tempo, dalle classi medie e popolari, emerge con tutta evidenza da una celebre prescrizione del Concilio di Tours dell’813, nella quale si impone ad ogni vescovo ut omelias aperte transferre studeat in rusticam romanam linguam aut theutiscam, quo facilius cuncti possint intelligere quae dicuntur (ciascun vescovo, insomma, deve «tradurre chiaramente le proprie omelie in lingua volgare romanza o tedesca, affinché tutti possano comprendere più facilmente ciò che viene detto»). È evidente, da questa prescrizione, che il latino non si comprendeva più, e ciò sicuramente non da poco tempo, in quanto quest’ordine della Chiesa (tradizionalmente conservatrice anche in fatto di lingua) coglie uno stato di cose ormai da gran tempo esistente e non certo ai suoi inizi.

Un’altra significativa testimonianza, di pochi anni successiva, di come e quanto il latino fosse ormai divenuto pressoché incomprensibile ai più, è costituita dai celebri Giuramenti di Strasburgo, dell’842. La vicenda che diede origine ai Giuramenti di Strasburgo è nota. Dopo la scomparsa, nell’837, dell’imperatore Ludovico il Pio, figlio di Carlo Magno, i suoi tre figli – Lotario, Ludovico il Germanico e Carlo il Calvo – lottano aspramente fra loro per il possesso dell’Impero carolingio. Due di essi – Ludovico il Germanico e Carlo il Calvo – si alleano contro il fratello Lotario, e a Strasburgo, nell’842, pronunciano un giuramento solenne. Lo storico Nitardo, che ha narrato l’episodio, riporta il testo latino del giuramento. Ma quello che maggiormente ci interessa è il fatto che Ludovico il Germanico e Carlo il Calvo, alla presenza delle proprie truppe schierate in ordine di battaglia (tedeschi per Ludovico, francesi per Carlo il Calvo), pronunciarono il giuramento in volgare: per la precisione, Ludovico lo pronunciò in antico tedesco per farlo comprendere alle proprie truppe (e subito il testo del giuramento venne tradotto in antico francese per farlo comprendere alle truppe alleate), mentre Carlo il Calvo lo pronunciò in antico francese (e subito il testo del giuramento fu tradotto in antico tedesco). L’importanza dell’episodio non sta tanto nel giuramento in se stesso, quanto nel fatto che è la prima volta, nel corso della storia medievale, che viene usato il volgare, e non più il latino, per un atto pubblico (laddove è ovvio, altresì, rilevare che i soldati tedeschi e francesi non comprendevano assolutamente il latino).

Il sermo vulgaris, quindi, muore assai probabilmente durante i secoli VI e VII: quel sermo vulgaris stesso di cui i filologi classici indicano tracce sicure nella latinità delle commedie di Plauto, nell’epistolario di Cicerone, nelle Satire di Orazio, nel Satyricon di Petronio, nelle Metamorfosi di Apuleio. Ecco perché, dal punto di vista linguistico, questo periodo è il più caro al filologo medievale, perché proprio fra il VI e il VII secolo vengono prodotte opere la cui importanza linguistica è innegabile per lo studio del latino volgare, opere quali l’Itinerarium Egeriae, la Historia Francorum di Gregorio di Tours, la Regula di san Benedetto, la Chronica dello Pseudo-Fredegario, e così via: documenti veramente insigni in cui si possono ritrovare tracce cospicue della lingua che muore e delle lingue che stanno per rinascere.

Limitandomi qui ad una ristretta campionatura, si possono menzionare alcuni vocaboli nuovi (o rinnovati) che fanno la loro comparsa appunto fra il VI ed il VII secolo, molti dei quali, come si vedrà, preludono alle formazioni neolatine: caballicare (= cavalcare, lat. class. equitare), colpus (= colpo), filiastrum (= figliastro, lat. class. privignus), genuculum (= ginocchio, lat. class. genu), redebere (= dovere, lat. class. debere), scemus (= stupido), transpassare (= oltrepassare, lat. class. transire). Nelle leggi, dato che l’antica parola non è più compresa, si è costretti ad usare la nuova, oppure spiegare la parola antica con la nuova, come nei casi seguenti, tratti dall’Editto di Rotari: novercam, id est matriniam (= matrigna); privignam, id est filiastram (= figliastra); palum, quod est caratium (= palo). Si segnalano, poi, innumerevoli casi di alterazioni morfologiche (la prima forma è quella volgare, la seconda quella classica): scambi di desinenze nei casi e nella declinazione, al nominativo sing. (puerus = puer), al genitivo sing. (pontifici = pontificis), al dativo sing. (ipso = ipsi), all’accusativo sing. (certaminem = certamen), all’ablativo sing. (nocturnae luce = nocturna luce), al genitivo plur. (lapidorum = lapidum), all’ablativo plur. (humeribus = humeris); scambi di genere di nomi, il maschile per il neutro (martyrium talem = martyrium tale), il femminile per il maschile (ordinem consuetam = ordinem consuetum), il femminile per il neutro (mane prima = mane primo); alterazioni di forme verbali, come verbi deponenti usati con desinenze di verbi attivi (adipiscere = adipisci; utebat = utebar); accusativo al posto dell’ablativo (nullum compendium egere = nullo compendio egere), e così via.

Ora, dal fatto che il latino medievale ha così assorbito tratti linguistici popolari, ovviamente consegue che lo studio della latinità medievale, anche in ordine alle ricerche e alla conoscenza del sermo vulgaris, è interessante ed importante non solo per la filologia mediolatina e romanza, ma anche per gli esploratori del mondo classico latino: è da quei residui di latino popolare, infatti, che il filologo classico può intravedere nella sua espressione immediata e viva, e quindi nella sua realtà concreta, quella società romana la quale attraverso la lingua letteraria ci si presenta così impaludata di gravitas.

2.4. Il latino biblico e cristiano

Il terzo elemento del latino medievale è costituito dal latino cristiano. Esso è un fenomeno che si diffonde, in un primo tempo, dalle classi più umili a quelle più elevate e, pur mancando di unità nell’arco di svolgimento della propria traiettoria, investe e innerva pian piano tutti i ceti sociali, diventando poi una vera e propria lingua speciale. Spesso uno stesso significato viene espresso mediante due significanti differenti: per es., sant’Agostino usa per il significato di “osso” quasi sempre os, ossis, che è vocabolo classico: nei Sermones, però, usa ossum, ossi, vocabolo del latino cristiano, che ormai è diventato prevalente. Il latino cristiano ha molti elementi in comune col volgare.

Le espressioni e i vocaboli tipici del latino cristiano sono detti “cristianismi”. Essi possono suddividersi in due categorie:


  1. Cristianismi diretti. Si tratta di quei vocaboli che valgono a designare dei concetti tipicamente cristiani (Trinitas, incarnatio, revelatio, missa, Evangelium);

  2. Cristianismi indiretti. Si tratta di fenomeni linguistici che non sono in istretto rapporto col Cristianesimo, ma che sorgono insieme ad esso (abitaculum, agriculus, nativitas); si tratta soprattutto di cristianismi di natura morfologica e sintattica (per es., il cosiddetto nominativum pendens, che non regge, cioè, alcun verbo).

Il latino cristiano è ricco di neologismi, cioè di parole che compaiono per la prima volta. Si tratta spesso di sostantivi astratti che terminano di solito in -tio o in -mentum. Si formano nuovi aggettivi (spiritalis, carnalis), innumerevoli verbi della prima coniugazione in -ficare (beatificare, laetificare, sanctificare, glorificare). Accanto a questi neologismi morfologici ci sono altri neologismi, semantici (cioè attinenti al significato), vocaboli, cioè, che già esistevano nell’età classica, con un significato differente, però, da quello poi invalso durante l’era cristiana, come aedificare (non più nel senso di “costruire una casa, un palazzo”, ma nel senso della “edificazione” morale e spirituale), virtus (non più col significato di “virtù”, “valore in battaglia”, ma nel senso di “miracolo”, attraverso il greco areté), gentiles (non più gli appartenenti ad una gens, bensì i “non cristiani”, i “pagani”), paganus (non più “colui che abita nel pagus, nel villaggio”, bensì, con valore dispregiativo, il “pagano”, il “non cristiano”), salus (non più la “salute” fisica o mentale dell’individuo, ma la “salvezza” della sua anima).

Il latino cristiano è ricco altresì di innumerevoli prestiti, soprattutto dal greco e dall’ebraico:



  1. Prestiti dal greco. Abbiamo semplici traslitterazioni (eucharestia, baptismus, diaconus, episcopus, ecclesia, basilica, chrisma) e traduzioni (iustificare, dal greco dikaioun; benedictio, dal greco eulogìa; dominica, dal greco kyriaké, il “giorno del Signore”). Una sorte particolare ha avuto il nome di Gesù, per il quale esistevano tre vocaboli, l’ebraico Masiah (il “Messia”), il greco Christòs (l’“unto del Signore”) e la sua traslitterazione latina Christus;

  2. Prestiti dall’ebraico. In questo caso occorre distingue fra prestiti diretti o indiretti (tramite il greco). I primi sono vocaboli specifici e tecnici, come alleluja o i nomi degli angeli (Cherubinus, dall’ebraico Kerubin, plur. di kerub, dal verbo karabu, “pregare”). Fra i secondi, si ricordano Pasca, levita, Sabbath.

Si segnalano, infine, alcune particolarità sintattiche tipiche del latino cristiano, quali l’uso dell’aggettivo al posto del genitivo, l’utilizzo del verbo credere seguito da in + accusativo (invece che col dativo, come nel latino classico), il secondo termine di paragone reso con ab + ablativo, e così via.

Innegabile è, evidentemente, il legame fra la formazione del latino cristiano e le traduzioni della Bibbia. Si traduce infatti il Vecchio Testamento, già tradotto in greco dall’ebraico ad Alessandria fra l’inizio e la metà del II sec. a.C., con la versione detta dei Settanta; si traduce poi, dal greco in latino, anche il Nuovo Testamento. Tali versioni hanno in primo luogo tendenze decisamente popolareggianti. Infatti esse hanno luogo nel corso del II secolo d.C., mentre il latino cristiano è proprio in fase di formazione, decisiva per i suoi stessi caratteri essenziali. Ora, l’adeguarsi al livello sociale dei parlanti è l’esigenza intrinseca della lingua; farne uno strumento di immediata comunicazione del pensiero e della vita è il compito e lo scopo di chi la propone. Nei traduttori della Bibbia agisce inoltre lo scrupolo di conservare, quasi ad ogni costo, il carattere sacrale, ieratico del testo, e perciò essi traducono verbum de verbo («parola per parola»), con un letteralismo talvolta esasperante. Assolutamente nessun riguardo al purismo, nessuna cura letteraria in tali versioni: in corrispondenza al livello sociale dei loro destinatari vi domina l’estrema libertà del latino popolare. E questi testi biblici sono letti e studiati privatamente con fervore e venerazione religiosa; pubblicamente, sono letti anche in chiesa, e inoltre ivi citati e commentati nelle conversazioni di istruzione; cantati, soprattutto i salmi, nelle funzioni liturgiche.

Nel IV sec. d.C., dopo l’Editto di Costantino e la conseguente fine delle persecuzioni contro i cristiani, i letterati e gli intellettuali, già educati alla tradizione culturale classica, entrano nella Chiesa sempre più numerosi; i cristiani frequentano liberamente le scuole pubbliche nelle quali l’insegnamento e l’apprendimento continuano ad essere fondati sulla letteratura classica. Da qui deriva l’influenza della lingua letteraria e colta sul linguaggio cristiano che smorza, in questo modo, il suo dinamismo rivoluzionario e la sua spinta rinnovatrice, avvicinandosi sempre di più alla lingua comune; mentre sul piano della cultura generale si raggiungono l’equilibrio e l’accordo fra l’antico e il nuovo, fra la tradizione classica e l’ideologia cristiana, nella lingua l’eredità cristiana dei primi secoli si conserva coi suoi tratti popolari e coi suoi elementi nuovi e si combina e si fonde con elementi dotti e tradizionali. Tale è il latino degli scrittori cristiani (Tertulliano, Minucio Felice, Arnobio, Lattanzio, Cipriano) e dei Padri della Chiesa (Ambrogio, Agostino, Gerolamo). L’esempio più significativo in tal direzione è rappresentato dalla traduzione della Bibbia ad opera di san Gerolamo, la cosiddetta Vulgata. Nei secoli V e VI, col progressivo trionfo del Cristianesimo anche fra i barbari invasori, è il latino cristiano a prevalere sul latino classico e ad improntare dei suoi tratti caratteristici la lingua comune: anzi, si può ben dire che esso stesso diventa la lingua comune dei ceti sociali rinnovati dal contatto col Cristianesimo.

Al ritorno degli studi e della cultura letteraria, dopo le eclissi e le interruzioni che caratterizzano i secoli VII e VIII, se l’insegnamento teorico nelle scuole attingerà primariamente come base e punto di partenza alla tradizione del latino profano, la vita si formerà e si svolgerà in contatto quasi esclusivamente col latino cristiano, il latino della liturgia sacra, della Bibbia, dei Padri della Chiesa, degli scrittori e dei poeti cristiani.





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