Introduzione allo studio della letteratura latina medievale e umanistica (4)



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Pier Paolo Vergerio: De ingenuis moribus et liberalibus studiis adulescentiae (1400-1402);

  • Francesco Barbaro: De liberorum educatione (prima metà del XV secolo);

  • Leonardo Bruni: De studiis et litteris liber (1422-1429);

  • Maffeo Vegio: De educatione liberorum et eorum claris moribus (1445-1448);

  • Enea Silvio Piccolomini: De educatione liberorum (1450);

  • Battista Guarini: De ordine docendi ac studendi (1459);

  • Antonio De Ferraris detto il Galateo: De educatione (1504).

    Gli studi superiori videro ancora in una posizione di indiscusso prestigio le università: queste diventarono con il tempo un organismo del comune, che aveva tutto l’interesse a dotarsi di uno Studium permanente. Il rapporto con il comune venne spesso sancito da veri e propri contratti che regolarizzavano gli stipendi dei professori, l’ordinamento degli studi, le tasse scolastiche (ora gli studenti non pagavano più direttamente l’insegnante). Le università subirono negli anni, e questo soprattutto in Italia, l’andamento degli eventi politici: nel Cinquecento la centralizzazione del potere nelle mani delle signorie cittadine ne ridusse di fatto l’autonomia, anche se con opportuni investimenti si cercò di arricchirne il patrimonio librario, le strutture di accoglienza, la qualità dei corsi.

    4.6.9. Principali figure di umanisti

    4.6.9.1. Coluccio Salutati

    Alla primissima generazione degli umanisti appartengono le tre grandi figure di Coluccio Salutati, Leonardo Bruni e Poggio Bracciolini.

    Nativo di Stignano in Valdinievole, vicino a Pistoia, Coluccio Salutati (1331-1406) si trasferisce a Bologna con la famiglia, in esilio per motivi politici, e qui compie gli studi notarili. Dopo aver soggiornato in varie città italiane, nel 1374 è a Firenze, dove ottiene la carica di cancelliere del Comune che ricopre fino alla morte. Si deve al suo intervento la decisione della Signoria fiorentina di invitare Manuele Crisolora ad insegnare letteratura greca a Firenze (1397). Il suo studio attento e costante dà come primi frutti la trascrizione delle Familiares di Cicerone e la raccolta delle opere di Ovidio, di Seneca, di Gregorio Magno e di sant’Agostino. Sono importanti anche le sue lettere, raccolte in un Epistolario di 14 libri, poi ridotti a cinque. Egli vi affronta argomenti disparati che spaziano dalla più scottante attualità alla letteratura e alla filosofia. Contro il predicatore domenicano Giovanni Dominici (1357 ca.-1419), ostile alla poesia classica e all’amore per la cultura pagana, il Salutati riafferma l’alto significato culturale e civile della ricerca umanistica. Egli è anche autore di vari trattati. Nel De saeculo et religione esalta la vita ascetica, che apre la strada alla conquista di una piena serenità dello spirito, e la contrappone alla falsità e vanità della vita mondana, densa di tentazioni e di mali. Nel De fato, fortuna et casu egli muove dall’asserzione che l’idea della morte non deve costituire un ostacolo all’agire umano, né frenare l’aspirazione alla piena realizzazione di sé. Il De nobilitate legum et medicinae esalta la funzione delle leggi, che sono necessarie per regolare la convivenza tra gli uomini ed hanno per fine il benessere comune: un tema che era già sentito e discusso nel Due-Trecento (basti pensare a Dante).

    Nel 1400, la domanda di uno studente di Padova, che chiede i motivi per cui Dante condannava all’Inferno Bruto e Cassio, gli uccisori di Cesare, ispira al Salutati la stesura di un trattato, il De tyranno, in cui sembra contraddire la sua impostazione repubblicana. Afferma infatti che la condanna di Bruto e Cassio fu giusta perché in taluni periodi storici la monarchia è necessaria, e quindi gli assassini di Cesare, uccidendo un principe, si opposero alla necessità della storia. Animatore del Circolo di Santo Spirito, luogo di convegno e dibattito tra i dotti fiorentini, e considerato maestro esemplare dagli umanisti successivi, il Salutati è anche grande ammiratore di Dante, Petrarca e Boccaccio, ai quali riconosce un peso culturale pari a quello degli antichi.



    4.6.9.2. Leonardo Bruni

    Leonardo Bruni (1370 ca.-1444), nato ad Arezzo, trascorre la giovinezza a Firenze, dove è allievo del Salutati e del Crisolora. Da quest’ ultimo apprende il greco, nella cui diffusione si impegna appassionatamente, traducendo in latino molti Dialoghi di Platone, testi di Aristotele, tra cui l’Etica Nicomachea, oltre ad opere degli storici Plutarco e Senofonte, dell’oratore Demostene, di Omero e di altri, dimostrando agilità stilistica e versatilità nell’affrontare argomenti e scrittori tanto eterogenei. Nel 1414 segue l’antipapa Giovanni XXIII al Concilio di Costanza e l’anno successivo si stabilisce a Firenze, dove rimane fino alla morte, rivestendo la carica di cancelliere già tenuta dal Salutati.

    La sua opera più importante sono le Historiae Florentini populi libri XII. Lo scrittore, rielaborando e ampliando tesi già esposte in un altro lavoro del 1401, la Laudatio Florentinae urbis, vi celebra la bellezza e la potenza economica di Firenze, città prestigiosa per il retaggio culturale e la vitalità della sua arte.

    Nel Rerum suo tempore gestarum in Italia commentarium, il Bruni esalta le gesta compiute da uomini illustri vissuti in Italia. Il suo lavoro di storico si impernia su una accurata ricerca delle fonti, sull’analisi critica dei documenti e sul confronto tra i testi, con un metodo che anticipa la moderna storiografia. Anche la sua attività di biografo riveste un particolare interesse. Oltre a tracciare il profilo di insigni uomini antichi, tra i quali Cicerone e Aristotele (nelle due Vitae, rispettivamente del 1415 e del 1429), il Bruni lascia infatti una Vita di Dante e una Vita del Petrarca, ambedue composte in volgare nel 1436.

    Il ricchissimo Epistolario, redatto in latino e pubblicato postumo, è una prova in più dell’ intensa attività di umanista, svolta dal Bruni anche attraverso un continuo scambio di opinioni con alcuni tra i maggiori ingegni dell’epoca, tra i quali Salutati, Bracciolini e Valla.

    Le posizioni del Bruni e il modo in cui egli intende gli studia humanitatis sono ben chiariti nei due Dialogi ad Petrum Paulum Histrum. Qui egli adotta la forma del dialogo, che considera uno strumento efficace per esporre, analizzare e interpretare le varie opinioni in modo corretto. Riafferma il valore dei grandi modelli classici, ma non rinnega il volgare e l’uso che ne hanno fatto Dante, Petrarca e Boccaccio.

    4.6.9.3. Poggio Bracciolini

    Poggio Bracciolini (1380-1459), nato a Terranuova Valdarno, studia a Firenze, discepolo del Salutati, e nel 1403 si trasferisce a Roma quale segretario apostolico in Vaticano. In tale veste partecipa assieme all’antipapa Giovanni XXIII al Concilio di Costanza, ed approfitta del viaggio per effettuare numerose visite nelle biblioteche dei monasteri in Francia, in Svizzera e in Germania, alla ricerca di testi classici trascurati o dimenticati. Recupera così antichi e preziosi codici di opere latine: alcune orazioni di Cicerone, il testo integrale delle Institutiones oratoriae di Quintiliano, tre libri completi e metà del quarto degli Argonautica di Valerio Flacco, le Silvae di Stazio, i Punica di Silio Italico e il De rerum natura di Lucrezio. Privato del suo incarico, parte per l’Inghilterra e vi soggiorna quattro anni (1418-1422). Tornato in Italia, assume nuovamente l’ufficio di segretario apostolico a Roma. Nel 1453 si stabilisce definitivamente a Firenze, dove ricopre la carica di cancelliere della Repubblica fino ad un anno prima della morte.

    La sua attività di studioso e di scrittore è poliedrica. Ricercatore e filologo, egli si occupa anche di storia e compone numerosi trattati, nei quali rivela agilità ed eleganza stilistica. Un particolare interessante del suo lavoro è l’impegno di copista: al posto della grafia “gotica” in uso ai suoi tempi, adotta nuovamente, con modifiche, la “minuscola carolina” o “carolingia”, dando luogo alla “scrittura umanistica”, dalla quale deriva la scrittura moderna.

    Come storico vanno ricordate le sue Historiae Florentini populi, composte tra il 1453 e il 1459, in cui si narrano gli avvenimenti svoltisi a Firenze tra il 1350 e il 1454. Come trattatista lascia diversi dialoghi, nei quali ricompaiono argomenti cari all’Umanesimo: ad esempio, il rapporto tra virtù, fortuna e gloria, che è uno dei temi centrali della meditazione umanistica. Nel dialogo De avaritia (1428-1429), il Bracciolini passa in rassegna varie attività economiche, distinguendo fra il lecito desiderio di profitto e la brama smodata di ricchezza; nel Contra hypocritas (1448), riprende l’annosa polemica contro l’ipocrisia dei frati. Una vicenda autobiografica, il matrimonio in tarda età con una diciottenne, gli ispira il dialogo An seni sit uxor ducenda, che rientra nell’ampio dibattito sul matrimonio che coinvolge molti intellettuali di quest’epoca. Nel De varietate fortunae (1448) e il De miseria humanae conditionis (1455) lo scrittore si sofferma a riflettere sulle diverse condizioni di vita degli uomini con note pessimistiche, che contrastano con l’atteggiamento energico e fiducioso dell’ Umanesimo. Spirito combattivo e polemico, il Bracciolini compone anche una serie di violente invettive, tra cui quelle contro il Valla, contro il Filelfo e contro il Niccoli.

    L’epistolario, in sei libri, testimonia un fitto scambio di opinioni e progetti con amici e con dotti: vi si parla di programmi culturali, di libri, di aspirazioni ed esperienze. Anch’egli, come molti dei suoi contemporanei, crede all’importanza della diffusione della cultura greca, per cui si dedica attivamente a tradurre testi dal greco in latino; tra questi figura una libera rielaborazione della Ciropedia di Senofonte.

    L’opera più celebre è però il Liber facetiarum, composto tra il 1438 e il 1452, che raccoglie brevi racconti, motti di spirito e detti arguti, ispirati alla tradizione novellistica ed esemplare medievale e anche all’osservazione divertita della vita quotidiana.

    4.6.9.4. Biondo Flavio

    Altri due umanisti che appartengono, più o meno, alla stessa generazione, sono Biondo Flavio e Giannozzo Manetti.



    Biondo Flavio (1392-1463), di Forlì, notaio e umanista, studiò grammatica e retorica a Cremona, quindi concluse gli studi giuridici a Piacenza. Si spostò a Verona, dove conobbe il Guarino, che lo avviò allo studio di Cicerone e ai primi esperimenti filologici. Dopo alcuni incarichi a Venezia, Vicenza e Forlì, si trasferì a Roma in qualità di notaio della Camera apostolica e quindi assunse l’incarico di segretario pontificio. Nel 1434, in seguito al trasferimento della corte papale a Firenze, frequentò l’ambiente degli umanisti e conobbe il Bruni, a cui indirizzò lo scritto De verbis romanae locutionis (1435), nel quale l’autore difende l’unicità della lingua latina contro l’opinione di coloro che sostenevano una disparità tra lingua letteraria e lingua del popolo (da cui sarebbe poi nato il volgare). Negli stessi anni cominciò a lavorare ad una vasta opera storiografica ordinata, sull’esempio di Tito Livio, in una successione di “decadi”: l’opera, pubblicata nel 1453 con il titolo di Historiarum ab inclinatione romani imperii decades, comprendeva due decadi, ciascuna di dieci libri, che trattavano la storia italiana dal 410, anno in cui il re ostrogoto Alarico saccheggiò Roma, fino al 1402, anno della morte di Gian Galeazzo Visconti. Una terza decade affrontava invece gli eventi contemporanei dal 1412 al 1439, ed era seguita da altri due libri (il secondo restò però incompiuto), che dovevano costituire la parte conclusiva dell’opera.

    Nel 1443, in occasione del ritorno a Roma e sulla spinta di un deciso interesse per le discipline antiquarie, Biondo si dedicò ad altre opere erudite: quasi contemporaneamente nacquero, tra il 1446 e il 1460, la Roma instaurata, l’Italia illustrata (1453) e infine la Roma triumphans (1460). Ben al di là della tradizione medievale dei mirabilia urbis, l’erudizione di Biondo tende a un riordinamento più generale della civiltà italiana, ma sempre in stretto contatto con il modello della geografia storica latina, tra i cui modelli spicca la Naturalis Historia di Plinio il Vecchio.



    4.6.9.5. Giannozzo Manetti

    Giannozzo Manetti nasce a Firenze nel 1396. Svolge attività politica e di ambasciatore in varie città d’Italia. Per dissensi con i Medici, dal 1453 è esule prima a Roma poi a Napoli, dove trascorre l’ultimo periodo della vita, morendo nel 1459. Nel De dignitate et excellentia hominis (1451-52, ma pubblicato solo nel 1532), egli ribatte le affermazioni che il papa Innocenzo III aveva fatto nel De contemptu mundi ed elogia la bellezza del corpo umano, la meravigliosa piacevolezza dei sensi e la vita attiva.

    Come molti umanisti, il Manetti ha una fede sincera e profonda, ma essa non gli impedisce di vedere il mondo terreno in una prospettiva di serenità e di armonia. La sua vastissima erudizione è testimoniata da diversi testi storici e filosofici e dalle biografie, tra cui quelle di Dante, del Petrarca e del Boccaccio. Profondo conoscitore del greco e dell’ebraico, gli si devono importanti traduzioni delle opere morali di Aristotele e dei Salmi.



    4.6.9.6. Leon Battista Alberti

    Leon Battista Alberti (1404-1472), figura poliedrica di uomo, di scrittore e di artista, nasce da una famiglia fiorentina in esilio a Genova. Studia prima a Venezia e Padova sotto la guida dell’umanista Gasparino Barzizza, poi a Bologna, dove apprende il diritto canonico e il greco, rivelando fortissimi interessi per le scienze fisico-matematiche, per la musica, la pittura, la scultura, l’architettura. Dal 1432 è a Roma, con l’incarico di abbreviatore apostolico e prende gli ordini per garantirsi una certa tranquillità economica.

    Architetto di fama, una parte cospicua della sua produzione letteraria è composta da trattati di architettura (fra cui il celebre De re aedificatoria), di urbanistica e di pittura. Ma la cultura dell’Alberti è vasta e profonda in molti campi: spazia dalla musica alla letteratura e si esprime con altrettanta agilità sia in latino che in volgare. Nel 1428 compone in latino il dialogo Deifira e nel 1430 il De commodis et incommodis litterarum. Nel 1433 comincia a scrivere in volgare i quattro Libri della famiglia, il suo capolavoro, concluso nel 1441. Nel 1435 compone il De pictura, tradotto più tardi in volgare con lo stesso titolo e con una dedica al Brunelleschi. Nel 1450 scrive il Momus, una sorta di romanzo satirico in latino, in cui dibatte con una certa amarezza i rapporti tra letteratura e potere politico.

    Alberti lascia anche una raccolta di cento Apologi in latino, scritti nel 1437, che compendiano la sua filosofia della vita. Sono brevi motti, battute scherzose o rapidi racconti, i cui protagonisti sono spesso animali pensanti e parlanti, nei quali si rispecchia un’umanità poco saggia e troppo illusa della sua grandezza; a tale umanità indirettamente l’autore suggerisce una condotta di vita più equilibrata e meditata.

    4.6.9.7. Lorenzo Valla

    Una fra le massime personalità dell’Umanesimo è certamente Lorenzo Valla (1405 ca.-1457). Nato a Roma da una famiglia di origine piacentina, studia a Firenze con Giovanni Aurispa e Rinuccio da Castiglion Fiorentino. Soggiorna in varie città d’Italia, tra le quali Pavia, dove insegna eloquenza, e Napoli, dove, dal 1435, è segretario del re Alfonso d’Aragona. Nel 1448 è di nuovo a Roma, e qui rimane fino alla morte, lavorando come insegnante di retorica e scrittore apostolico. Autore fecondo e poliedrico, il Valla rifiuta di accettare in modo remissivo i principii dogmatici della Chiesa medievale: la libertà di pensiero e la visione aperta e spregiudicata del Cristianesimo gli permettono la confutazione di un documento storico importantissimo, e da tutti accettato, la cosiddetta Donazione di Costantino, il falso documento sulla cui base per secoli il Papato aveva giustificato la legittimità del suo potere temporale. Nel De falso credita et ementita Constantini donatione (1440), l’autore dimostra la falsità della donazione di Costantino attraverso la precisa analisi filologica e archeologica del testo.

    Nel dialogo De voluptate, esalta la voluptas, che interpreta come un sano impulso, e si oppone all’ascetismo di alcuni ordini monastici, che accusa di perdersi in vane diatribe invece di mettere la propria religiosità al servizio delle naturali inclinazioni della vita. Nel dialogo De libero arbitrio (1439) afferma che l’uomo non possiede una libertà assoluta ed è soggetto almeno in parte alla predestinazione. Nei Dialecticarum disputationum libri (1440) deplora l’inutile vacuità dei sillogismi aristotelici e chiarisce il suo atteggiamento rispetto al recupero e all’uso del classicismo. Nel De professione religiosorum (1442) polemizza contro l’obbligo del celibato per i preti.

    La sua opera fondamentale sono gli Elegantiarum linguae latinae libri sex (1435-1444), con cui si propone di far rivivere il latino più puro, quello di Cicerone e di Quintiliano. L’autore vi affronta con eccezionale competenza di filologo questioni lessicali, sintattiche, stilistiche e relative all’emendamento dei testi. Egli respinge il modo in cui il latino è stato usato nel Medioevo, quando lo si è voluto trasformare in una lingua viva, e lo si è, così, storpiato e corrotto. Lo ritiene invece lingua morta, che va rispettata e riproposta, quindi, secondo le regole degli antichi.

    Il Valla adotta il metodo filologico anche per l’analisi di testi sacri, esaminati con la consueta cura e con rigore razionalistico nelle Adnotationes in Novum Testamentum (1449). Varie traduzioni dalle opere degli scrittori greci Esopo, Omero, Tucidide ed Erodoto completano il panorama della ricca produzione del Valla, assieme a saggi storiografici di notevole interesse.

    4.6.9.8. Cristoforo Landino

    Allievo del Ficino, Cristoforo Landino nasce a Firenze nel 1424, ma compie gli studi letterari e giuridici a Volterra. Nel 1458 rientra definitivamente a Firenze per insegnarvi oratoria e poetica; frequenta così la cerchia dei Medici, prima come amico di Cosimo il Vecchio, poi come amico e maestro di Lorenzo il Magnifico. Muore nel 1498.

    Gli esordi della sua attività sono costituiti da una raccolta poetica, la Xandra (1443-1458), ma vanno ricordati anche una serie di volgarizzamenti, tra i quali quello della Storia naturale di Plinio il Vecchio (1476), e alcuni commenti pregevoli, sia in latino, sia in volgare. È giustamente celebre il Comento sopra la Comedia, del 1481, nel quale l’autore sottolinea la grandezza del poeta fiorentino, e riafferma la nobiltà letteraria del volgare, rivendicando a Firenze e alla Toscana un ruolo di primo piano nell’evoluzione della cultura. Oltre a Dante commenta il Petrarca, del quale privilegia il Canzoniere rispetto alle opere in latino, dimostrando anche in questo una mentalità moderna.

    L’amicizia con Marsilio Ficino e la frequentazione dell’Accademia Platonica lo orientano verso studi filosofici, dai quali trae spunto per una serie di dialoghi. Tra questi hanno particolare interesse il De anima e il De vera nobilitate. La sua opera più significativa sono le Disputationes camaldulenses, un dialogo in quattro libri (di palese impianto ciceroniano) composto nel 1474. I personaggi, tra i quali si trovano Lorenzo e Giuliano de’ Medici, Leon Battista Alberti, il Ficino e il Landino stesso, discutono se la vita attiva sia da preferirsi a quella contemplativa e per quali motivi. Lorenzo esalta l’ideale della vita attiva. All’Alberti viene affidata dapprima la difesa di quella contemplativa, ma egli giunge poi alla sintesi tra le due posizioni: ambedue le scelte hanno il loro peso e il loro posto nella vita dell’uomo, che pertanto deve agire in modo da conciliarle con misura ed equilibrio.



    4.6.9.9. Giovanni Pontano

    Chiudiamo questa lunga rassegna col più importante rappresentante dell’Umanesimo meridionale. Giovanni Pontano (1426-1503), nato a Perugia, si trasferisce a Napoli ancora giovanissimo, al seguito di Alfonso d’Aragona, presso il quale esercita attività di uomo politico, diplomatico e letterato. Entra a far parte della cerchia della Porticus Antoniana, fondata dal Panormita, la futura Accademia Pontaniana. È autore assai prolifico, sia in prosa che in versi. Egli scrive solo in latino, con l’esclusione di poche lettere. I suoi interessi vanno dall’astrologia alla filosofia, dalla politica alla letteratura, e sono testimoniati da numerosi poemetti e trattati. Fra questi, sono degni di attenzione l’Urania sive de stellis, il Meteororum liber e il De rebus coelestibus, opere rese vivaci dal tono polemico con cui il Pontano confuta le tesi di Giovanni Pico della Mirandola, affermando l’influenza degli astri sulle vicende umane e il valore dell’astrologia.



    La sua produzione in versi, ricchissima e varia, è fedele ai modelli latini ai quali si ispira (soprattutto Virgilio, Catullo, Orazio e Properzio), nel più pieno rispetto per gli studia humanitatis, ed è assai pregevole per eleganza ed equilibrio formale. Nelle Eclogae e nell’Eridanus egli è capace di descrivere con originalità e freschezza l’ambiente naturale che circonda Napoli. Negli Amorum libri e negli Hendecasyllabi tratta argomenti d’amore; nelle elegie De amore coniugali sottolinea gli affetti familiari, con mano leggera e con una certa qual languida sensualità.



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