Introduzione allo studio della letteratura latina medievale e umanistica (4)


Caratteristiche salienti, elementi distintivi, autori ed opere principali dei singoli periodi della letteratura latina medievale e umanistica



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Caratteristiche salienti, elementi distintivi, autori ed opere principali dei singoli periodi della letteratura latina medievale e umanistica


4.1. L’età barbarica (secoli VI-VIII)

4.1.1. L’Italia

In Italia, alla caduta dell’Impero d’Occidente nel 476, assume il potere il barbaro Odoacre, che governa per una quindicina d’anni, col beneplacito dell’imperatore d’Oriente. Successivamente, l’Italia viene invasa dagli Ostrogoti, guidati da Teodorico, che nel 498 assunse pieno potere sulla penisola, trasferendo la capitale a Ravenna e cercando di operare una pacifica fusione fra i Barbari vincitori e i Romani vinti.



Il primo scrittore di un certo rilievo può essere considerato Leone I Magno, papa dal 440 al 461, autore di 93 Sermones e di 143 Epistulae. Altri scrittori che meritano di essere ricordati sono Elpidio Rusticio, autore di un Carmen de Christi Iesu beneficiis, in 149 esametri esemplati sul modello di Sedulio; Aratore, discepolo di Ennodio, autore di un poema, Historia Apostolica o De Actibus Apostolorum, in due libri in esametri, uno dedicato a san Pietro, l’altro a san Paolo; Eugippio, autore di un Commemoratorium, ossia un memoriale della vita dell’asceta Severino, l’ evangelizzatore del Norico; Marco da Montecassino, autore dei Versus in Benedicti laudem, 33 distici elegiaci in lode della vita e delle opere di san Benedetto; Giordane, di origine gotica, il principale fautore di un progetto di armonica fusione socio-culturale fra Romani e Goti, autore di un De summa temporum vel de origine actibusque gentis Romanorum (storia universale da Adamo a Giustiniano) e soprattutto del De origine actibusque Getarum (o Getica), in 12 libri, che costituiscono il documento più importante per la storia del popolo ostrogoto; Massimiano, autore di sei elegie improntate al tema della laus temporis acti, che si configurano come i sei momenti di un lungo carme in cui l’io-narrante, ormai vecchio e sessualmente impotente, rimpiange le gioie dei sensi e le voluttà godute da giovane. A parte va considerata la figura di san Benedetto, fondatore dell’ordine benedettino e autore della Regula, una figura, comunque, certamente più importante per l’aspetto storico-religioso che per quello letterario.

Fra questi scrittori, a parte Boezio e Cassiodoro, di cui si dirà fra breve, il più importante è probabilmente Magno Felice Ennodio (473-521). La sua opera è molto vasta ed abbraccia i generi più disparati, dai trattati pedagogici alle biografie, dalle epistole agli inni sacri, dalle agiografie agli epigrammi. In tutte queste opere l’autore porta il peso di una cultura retorica di origine profana, che si insegnava nelle scuole della Gallia di quel tempo, non del tutto, forse, in armonia con gli scopi educativi e religiosi, anzi sovente appesantita da un certo qual formalismo stilistico. Fra le sue molte opere possono qui essere ricordate almeno le seguenti: il Libellus pro Synodo, abile difesa del papa Simmaco, in occasione della controversia che si sviluppò, nel 498, alla morte di papa Anastasio I, quando furono contemporaneamente eletti due papi a succedergli, il diacono Simmaco (che poi divenne appunto il papa legittimo) e l’arciprete Lorenzo; il Panegyricus Theodorici, in onore del sovrano ostrogoto, del 507, in cui è notevole l’abilità retorica dell’autore; la Vita Epiphanii, che si distacca dalle consuete scritture di carattere agiografico per la cura e lo scrupolo dell’indagine (alcuni studiosi ritengono infatti che si tratti della sua opera migliore); la Vita Antonii, biografia di Antonio da Lerino, eremita del lago di Como, che invece riflette i canoni tipici dell’agiografia. Una specie di autobiografia intima vuol essere l’Eucharistichon de vita sua, in cui è evidente l’influsso delle Confessiones di sant’Agostino, anche se sul piano strettamente artistico i risultati conseguiti sono imparagonabili al modello prescelto: in quest’opera egli ringrazia Dio per averlo salvato da una grave malattia e promette che mai più si accosterà alla lettura di testi profani (promessa che, in realtà, non venne mai mantenuta). Molto più importanti, anche e soprattutto per i frequenti accenni a circostanze storiche, sono le Epistulae, in numero di 297, suddivise in 9 libri, meno elaborate stilisticamente ma, proprio per questo, più spontanee: il modello di essse è rappresentato da Plinio il Giovane, ma si avvertono anche le suggestioni dell’epistolario di Simmaco (la suddivisione in 9 libri ne è una spia significativa): fra i suoi corrispondenti vi sono personalità importanti dell’epoca, quali Boezio e i papi Simmaco e Ormisda. Fra le altre opere, si ricordano un prosimetro, la Paraenesis didascalica, una sorta di guida agli studi e di esortazione alla vita cristiana; i Carmina, in 2 libri, il primo dei quali costituito da nove poemetti d’occasione (epitalami, descrizioni di paesaggi, panegirici, poesie varie) e da 12 inni in onore di santi o per le festività religiose e liturgiche, il secondo rappresentato da 151 Epigrammata, dal carattere spesso licenzioso e ludico; le 28 Dictiones scholasticae, composte all’epoca del suo magistero a Milano, nelle quali vengono prese ad oggetto le esercitazioni retoriche, in forma di controversiae o di suasoriae, con frequente mescolanza di argomenti sacri e mitologici.

I due scrittori più significativi di questo periodo sono comunque, senza alcun dubbio, Severino Boezio e Cassiodoro. Appartenente a una ricca e influente famiglia aristocratica romana, Anicio Manlio Torquato Severino Boezio (480 ca.-526) diventò egli stesso console nel 510, incarico dovuto a Teodorico, re degli Ostrogoti, alla cui corte Boezio venne ammesso con importanti incarichi culturali e amministrativi. Tra il 502 e il 507 si cimentò nelle discipline del quadrivium componendo i trattati De institutione arithmetica, De institutione musica, De institutione geometrica e De institutione astronomica. Successivamente tradusse e commentò l’Isagoge di Porfirio e iniziò a studiare l’opera di Aristotele, di cui tradusse e commentò le Categorie, il De interpretatione, gli Analitica priora, gli Analitica posteriora. Intorno al 513 scrisse i trattati De syllogismis categoricis, De divisione, Introductio ad syllogismos categoricos, cui seguirono il De hypotheticis syllogismis e i commenti ai Topica di Aristotele e ai Topica di Cicerone. Verso il 522 si dedicò alla stesura di alcuni libri teologici (De Trinitate, De fide catholica) e assunse, presso l’amministrazione di Teodorico, la carica annuale di magister officiorum. Ingiustamente accusato di aver fatto parte di una congiura ai danni dell’imperatore, Boezio viene imprigionato a Pavia, agli inizi del 524. In carcere, pochi mesi prima di essere condannato a morte, compose di getto la sua opera più famosa, il De consolatione philosophiae, prosimetro in 5 libri, in cui l’autore immagina di essere visitato durante la prigionia dalla Filosofia stessa, e di avere da lei ricevuto il sollievo per sopportare la triste condizione di prigioniero.

Nato a Squillace nel 490, Cassiodoro ebbe una intensa attività politica, nella quale si prodigò in favore di una pacifica convivenza fra Goti e Romani. Specchio dell’epoca in cui egli visse sono le Variae, raccolta di 12 libri di lettere che lo scrittore era venuto via via scrivendo, per dovere d’ufficio, per le più diverse circostanze. Curata nel 537 con intenti principalmente letterari e come saggio della propria abilità nell’esercizio dei tre stili (humilis, mediocris, sublimis), la silloge ebbe poi nel Medioevo il valore di un modello di eloquenza cancelleresca e curiale. Lo scopo politico è più manifesto nel Chronicon, un abbozzo di storia universale scritto nel 519. Scrisse anche opere di diverso genere, come il De anima (540) di ispirazione tertullianea, i Commentaria in Psalterium e le Complexiones in Epistolas et Acta Apostolorum et Apocalipsin (scritti di esegesi biblica), il De orthographia e la Historia ecclesiastica tripartita (continuazione delle storie di Eusebio, scritta in collaborazione col monaco Epifanio). La sua opera principale sono le Institutiones, in due libri, una specie di enciclopedia propedeutica allo studio delle lettere sacre e profane, scritta per venire incontro alle esigenze dei religiosi che facevano parte della comunità di Vivario presso Squillace, in Calabria, in cui Cassiodoro, durante l’ultimo periodo della sua vita, si ritirò mentre nel resto d’Italia infuriava la guerra greco-gotica, morendo nel 583.

Intorno alla metà del VI secolo le ultime resistenze dei re ostrogoti Totila e Teia vengono domate da Narsete, generale bizantino inviato in Italia per ricondurre la penisola sotto il dominio dell’Impero d’Oriente. Ma, di lì a poco, una nuova stirpe barbarica penetrò, attraverso le Alpi Giulie, in Italia. Nel 568, infatti, guidati dal re Alboino, i Longobardi sottomisero tutto il nord della penisola italiana, ponendo la loro capitale a Pavia e governando fino al 774, fino a quando, cioè, il loro ultimo re, Desiderio, non verrà sconfitto dai Franchi guidati dal re Carlo (poi Carlo Magno).

Lo scrittore ed il personaggio più significativo dell’età longobarda in Italia è senza dubbio papa Gregorio Magno, che tenne il pontificato (col nome di Gregorio I) ai tempi del re Agilulfo, dal 590 al 604, in anni in cui Roma, l’Italia e l’Europa vivevano le ore più difficili della loro storia, sotto l’assillo dei barbari, delle violenze, delle sopraffazioni, delle stragi, delle carestie. La sua attività di pontefice si dispiegò in varie direzioni. Egli si preoccupò di lenire le sofferenze degli abitanti di Roma, cercò di tenere lontani i longobardi di Agilulfo e provvide all’approvvigionamento alimentare della città, preda di disordini, carestie e pestilenze; inoltre si adoperò per la conversione al Cristianesimo dei barbari ariani e degli idolatri, promovendo una intensa attività missionaria ed evangelica anche nelle isole britanniche e in Spagna e giovandosi, per la conversione dei Longobardi, dell’aiuto della regina Teodolinda, moglie di re Autari e poi di re Agilulfo; dettò infine precise norme sul modo di celebrare la messa e di impartire i sacramenti ed introdusse nella liturgia il canto monodico che, da lui, venne detto appunto gregoriano. Come scrittore, Gregorio Magno ci ha lasciato molte opere, prevalentemente di carattere esegetico e comunque legate al suo apostolato: il Registrum epistularum (854 epistole suddivise in 14 libri); la Regula pastoralis (in 4 libri); i Moralia in Job (forse la sua opera più importante, in ben 35 libri); le 22 Homeliae in Ezechielem e le 40 Homeliae in Evangelium; la Expositio in Canticum Canticorum; la Expositio in Librum primum Regum (la cui paternità di recente gli è stata però tolta, ed assegnata ad un tal Pietro, monaco di Cava dei Tirreni vissuto nel XII secolo); l’Antiphonarium Missae, e così via.



All’interno della ricca e varia produzione letteraria ed esegetica di Gregorio Magno, i Dialogi (o De vita et miraculis Patrum Italicorum) non solo ricoprono un ruolo fondamentale (non foss’altro che per la dilagante fortuna che accompagnò l’opera per tutto il Medioevo, ed oltre), ma si configurano anche in maniera assolutamente autonoma ed originale per quella sapiente mescolanza di elementi agiografici e trattatistici, di narrazione e dialogo che li caratterizza inconfondibilmente. Composti probabilmente intorno al 593 (ma per questa, come per altre scritture gregoriane, le ipotesi cronologiche sono quanto mai varie e molteplici), i Dialogi si articolano, come è noto, in quattro libri, di differente estensione (il primo è di gran lunga più breve degli altri) e struttura. Il titolo è tratto dalla “cornice” (se così può dirsi, mutuando un termine che è proprio della novellistica) nella quale vengono introdotti a parlare (appunto a “dialogare”) due personaggi, lo stesso papa Gregorio e il diacono Pietro. Amici fin dall’infanzia, i due uomini di chiesa decidono di concedersi un meritato riposo dalle fatiche pastorali ed ecclesiastiche e dalla lettura dei sacri testi, e si ritirano quindi in un convento, trascorrendo il tempo nella rievocazione delle vite, delle imprese e dei miracoli di alcuni santi e di alcune sante dell’Italia (in genere poco noti, con la significativa eccezione di san Benedetto da Norcia). Le due figure non sono equivalenti: mentre a Gregorio, infatti, compete pienamente il ruolo di narratore (pressoché onnisciente), a Pietro tocca quello, assai più modesto, di semplice interlocutore (e tale ruolo è destinato ad affievolirsi sempre di più man mano che si procede nella narrazione). Il primo ed il terzo libro dell’opera comprendono miracoli relativi a santi non particolarmente noti, come si è detto (nel primo libro si tratta esclusivamente di taumaturghi, mentre nel terzo la tipologia è più varia e differenziata). Il secondo libro, invece, è interamente dedicato alla figura e all’opera di san Benedetto, costituendo in questo una delle più antiche testimonianze (anche se certo non sempre attendibile, per la preponderanza dell’elemento prodigioso che la caratterizza) sul santo da Norcia. Come ha osservato a tal proposito Giovanni Polara, «Gregorio, che ammirava la Regula dell’abate di Montecassino e aveva deciso di fare dei benedettini i suoi personali missionari, narra quanto gli era stato riferito da quattro monaci che avevano conosciuto personalmente Benedetto, e si erano rifugiati a Roma quando il re goto Totila aveva riaperto il conflitto con i Bizantini, e usa gli avvenimenti soprannaturali per costruire intorno a Benedetto quell’aura di superiore santità che doveva farne il padre incontrastato del monachesimo occidentale e forse la più popolare figura di santo italiano, almeno fino a Francesco d’Assisi» (Letteratura latina tardoantica e altomedievale, Roma, 1987, p. 63). Il quarto libro dei Dialogi, infine, si distacca vistosamente dai primi tre, in quanto non si tratta più di storie di santi e di miracoli, ma del destino dell’anima dopo la morte. Fortemente e negativamente criticati dalla scuola letteraria positivista, i Dialogi di Gregorio Magno sono stati oggetto, negli ultimi decenni, di rinnovate indagini scevre da pregiudizi ed articolate in varie direzioni, dalle ricerche filologiche volte alla corretta costituzione del testo ai sondaggi di tipo narratologico, dalle analisi di tipo storico a quelle di carattere agiografico, e così via. Un giudizio assai equilibrato, che nella sua sinteticità tiene conto del peso di una tradizione di studi gregoriani ormai più che secolare, è, ancora una volta, quello avanzato da Giovanni Polara: «I Dialogi sono un testo in cui la narrazione procede piana, mostrando ad ogni voltare di pagina un nuovo scenario, fantastico ma al tempo stesso consueto e familiare per il lettore. Grande letteratura consolatoria, in un’epoca in cui c’era davvero bisogno di storie a lieto fine, essi hanno contribuito alla diffusione di un genere letterario ancora giovane e destinato ad un grande avvenire nelle letterature medievali, latine e romanze: l’ingenuità delle descrizioni, la chiarezza dell’esposizione e la lingua così vicina al parlato hanno dato ai Dialogi un successo che andava ben al di là del ristretto numero dei potenziali lettori alfabetizzati, con una tradizione orale capace di estendersi in aree geografiche e sociali altrimenti irraggiungibili» (Letteratura latina tardoantica e altomedievale, cit., p. 64).

Per quanto concerne la cultura in Italia dopo la morte di Gregorio Magno, si possono ricordare Giona Bobbiense, vissuto a lungo nei monasteri di Bobbio e di Luxeuil, autore di una ricca produzione agiografica; Benedetto Crispo, vescovo nel 725, autore di un poema di argomento medico, ispirato a Sereno Sammonico e a Plinio Valerio, nonché del celebre Epitafio di Cleodal, una iscizione di 12 distici elegiaci, scritta nella Basilica Vaticana, su invito del papa Sergio, per la tomba del re anglosassone Caedwalla, morto a Roma in quei giorni, dopo essersi convertito al Cristianesimo ed aver ricevuto il battesimo; l’Origo gentis Langobardorum, anonima, in cui si narrano le origini del popolo longobardo, dalla Scandinavia fino allo stanziamento in Pannonia e al successivo trasferimento in Italia; il Carmen de sinodo Ticinensi, attribuibile ad un maestro Stefano, composizione in prosa ritmica del tempo del re Cuniperto, relativa al concilio tenutosi a Pavia nel 698; e le Compositiones ad tingenda musiva, un trattato che espone la tecnica per dorare le pelli ed il ferro e per ornare i monili d’oro con pietre preziose.



4.1.2 L’Africa vandalica

Nel 429 i Vandali erano sbarcati in Africa, provenendo dalla Spagna, occupando vaste zone della fascia costiera settentrionale (Algeria, Tunisia, Libia) e fondando un regno che ebbe vita duratura e che conobbe il suo massimo splendore sotto il re Genserico (428-477). Sotto il dominio dei successori di Genserico, Guntamondo e Trasamondo, l’Africa vandalica conobbe un momento di grande sviluppo culturale e letterario, furono fondate e potenziate molte scuole dove si apprendevano i classici, senza preclusioni nei confronti dei vinti Romani. In particolare la capitale del regno, Cartagine, fu un importante polo di attrazione per giuristi, scrittori e letterati.

La letteratura latina dell’Africa vandalica è infatti molto ricca, e comprende illustri rappresentanti, primo fra i quali Blossio Emilio Draconzio. La sua produzione letteraria, esclusivamente in versi, comprende una raccolta di dieci carmi di vario genere, noti complessivamente col titolo di Romulea; un epillio mitologico assai vicino ai Romulea, dal titolo Orestis tragoedia; la Satisfactio; e, infine, l’opera più significativa del poeta africano, ossia il poema Laudes Dei o (De laudibus Dei), in tre libri. Non è molto semplice delineare, anche per sommi capi, uno svolgimento dell’attività poetica di Draconzio, in quanto ci sfuggono molte coordinate cronologiche. In linea generale, si possono individuare tre momenti essenziali nella sua attività poetica: 1) il periodo in cui il poeta si trova a scuola; 2) il periodo della sua attività forense; 3) il periodo del carcere. Alla prima attività poetica di Draconzio, quella esercitata a scuola sotto la guida di Feliciano, appartengono quindi con ogni verosimiglianza i carmi I-IV dei Romulea, ossia le due praefationes a Feliciano (I, III), l’epillio mitologico Hylas (II) e i Verba Herculis (IV); alla seconda fase della sua attività, quella in cui Draconzio esercita la professione di avvocato a Cartagine, appartengono altre composizioni dei Romulea, come la Controversia de statua viri fortis (V), la Deliberativa Achillis (IX), e soprattutto gli epilli mitologici De raptu Helenae (VIII), Medea (X) e Orestis tragoedia; alla terza ed ultima fase della vita del poeta appartengono, infine, la Satisafactio, lunga elegia indirizzata dal carcere a Guntamondo, e soprattutto le Laudes Dei.

Assai vicina alla poesia draconziana (in particolare ai Romulea) o addirittura opera di Draconzio è stata considerata la Aegritudo Perdicae, poemetto in 290 esametri (ma in origine dovevano essere circa 350), pervenutoci in uno stato testuale gravemente corrotto e lacunoso attraverso un unico testimone manoscritto (ms. Harleianus 3685 del British Museum). In esso si narra dell’amore incestuoso e infelice del giovane Perdica per la madre Castalia; la vicenda porta alla “malattia d’amore” (l’aegritudo, appunto) di Perdica e si conclude tragicamente col suicidio liberatorio del protagonista. Che l’Aegritudo possa essere stata scritta da Draconzio è comunque, oggi, ipotesi da respingere: infatti alcune particolarità nell’allungamento e nell’abbreviamento di sillabe, il differente uso dello iato e delle cesure presenti nell’Aegritudo permettono di escludere ogni rapporto tra il poemetto e la poesia di Draconzio.

Un altro scrittore dell’Africa vandalica particolarmente significativo è Fabio Planciade Fulgenzio, sotto il cui nome ci sono giunte alcune opere mitografiche e grammaticali: i Mitologiarum libri tres, la Expositio virgilianae continentiae, la Expositio sermonum antiquorum, il De aetatibus mondi et hominis (giuntoci sotto il nome di Fabio Claudio Gordiano Fulgenzio) e il Super Thebaiden. Appunto un grosso problema (certo il più grosso della critica fulgenziana) è quello riguardante l’identificazione, o no, di questo Fulgenzio con l’omonimo vescovo di Ruspe. I pareri degli studiosi sono stati, in tal senso, assai discordi, fin dal XIX secolo. Contrari all’identificazione si dichiararono Jungmann, Krüger, Pennisi (che però pone discutibilmente l’opera di Fulgenzio mitografo e grammatico alla fine del IV secolo d.C., all’epoca dell’imperatore Valentiniano I), Pizzani, Whitbread e Stokes. Favorevoli all’identificazione si sono invece dichiarati Helm, Skutsch, Friebel, Langlois, mentre non prendono posizione Bertini e Rosa. In ogni caso, se il Fulgenzio mitografo e grammatico non è da identificarsi col vescovo di Ruspe, egli sarà stato comunque un maestro nelle scuole dell’Africa vandalica fra il V e il VI secolo d.C.

Passiamo ora a Flavio Cresconio Corippo, il più importante poeta epico di questo periodo. A lungo erroneamente identificato col vescovo africano Cresconio, egli nacque in Africa probabilmente agli inizi del VI sec. d.C., dal momento che nel suo secondo poema, il panegirico In laudem Iustini, collocabile attorno al 566-567 d.C., egli lamenta la propria vecchiaia. Dopo aver trascorso la giovinezza in campagna, si trasferì a Cartagine, dove esercitò la professione di insegnante, riuscendo anche ad entrare in contatto con importanti personaggi e a far conoscere il suo poema epico, la Iohannis (detta anche De bellis Libycis), scritto per celebrare la vittoria del generale Giovanni Troglita sui Mauri e fortemente ispirata all’Eneide di Virgilio. La composizione del poema, attorno al 550 d.C., gli valse l’appoggio di Giovanni, che lo prese sotto la sua protezione, ciò che gli consentì di trasferirsi presto a Costantinopoli, ove ebbe un incarico a corte sotto Giustiniano, negli ultimi anni del suo impero. Ad un certo punto, però (e non si sa bene per qual motivo), le sue sorti cominciarono a vacillare (forse in occasione della rivolta berbera del 563), e quindi, per tentare di recuperare il favore imperiale, compose un panegirico in onore di Giustino II, succeduto a Giustiniano nel 565 (appunto l’In laudem Iustini), ed un elogio di Anastasio, potente ed influente dignitario di corte (Panegyricus in laudem Anastasii). Non si sa se queste opere, composte verso il 566-567 d.C., abbiano sortito l’effetto desiderato, così come poco si conosce degli ultimi anni di vita del poeta.

Fra gli altri scrittori latini dell’Africa vandalica si ricordano poi Vittore di Vita nella Bizacena, autore della Historia persecutionis Africanae provinciae, in cui si narrano i fatti avvenuti nella provincia d’Africa dal 429 al 484 e in cui i Vandali ariani, nell’ottica del cristiano Vittore, sono presentati sotto una luce totalmente negativa; e alcuni poeti ed epigrammisti, le cui opere confluirono nell’Anthologia latina, come Felice, Florentino, Coronato, Sinfosio, autore di 100 indovinelli (Aenigmata) e, soprattutto, Lussorio, che costituisce di certo la figura più rilevante di epigrammista e poeta, non soltanto per la quantità dei componimenti che gli vengono tradizionalmente assegnati (poco meno di un centinaio, per un totale di circa 800 vv.), ma soprattutto per la vastità e la varietà delle forme da lui utilizzate, per la ricchissima galleria di personaggi da lui tratteggiati e spesso icasticamente descritti, per la correttezza della lingua, della prosodia e della metrica, per il fascino dello stile, esemplato sugli auctores canonici più importanti, da Virgilio a Orazio, da Ovidio a Marziale (che rimane, in ogni caso, il modello più frequentemente utilizzato dal poeta africano).



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