Introduzione allo studio della letteratura latina medievale e umanistica (4)



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4.1.3. La Spagna visigotica

In Spagna i Visigoti regnarono in modo pressoché incontrastato dal V all’VIII sec. Convertiti al cattolicesimo per opera del vescovo Leandro di Siviglia, i Visigoti promossero una intensa attività culturale, che è testimoniata dal grande numero di scrittori che si riscontrano in quest’età. Ricordiamo Martino di Braga (510-580) autore di innumerevoli opere (Formula vitae honestae, sulle quattro virtù cardinali; De ira; De trina mersione, sul battesimo; De Pascha) e soprattutto del De correctione rusticorum, una sorta di castigatio nei confronti dei contadini che, ancora a quell’epoca, veneravano più gli idoli e i diavoli che il vero Dio; Ildefonso di Toledo, autore sel De viris illustribus (14 biografie, in continuazione dell’analoga opera di Isidoro di Siviglia); Giuliano da Toledo, autore del De comprobatione aetatis sextae (contro gli Ebrei), dei Prognosticon libri tres (spiegazione del mistero della morte e del timore dell’aldilà) e del Liber Historiae Wambae regis, una monografia di stampo “sallustiano” sulla figura del re Wamba, forse la sua opera migliore; Eugenio da Toledo, autore di 101 poesie e di un Chronicon Isidori pacensis, il cui scopo principale è quello di narrare le vicende degli Arabi durante l’invasione spagnola; il re Sisebuto di Toledo, autore di un carme De luna; Giusto di Urgel, autore di una Explanatio in Canticum Canticorum; Vittore di Tunnuna, autore di una Chronica di impostazione annalistica, povera di fatti storici ma ricca di miracoli, pestilenze, prodigi, apparizioni fantastiche e orrorose.

Lo scrittore spagnolo più importante di quest’epoca è però Isidoro di Siviglia (570-636), uno dei “padri” del Medioevo latino. Fratello minore di Leandro, studiò nella città natale, succedendo al fratello nella carica di vescovo di Siviglia. Si adoperò, con una serie di sinodi (importante quello di Toledo), per riportare la Spagna al Cristianesimo. Le sue opere, che sono innumerevoli, rivelano una enorme dottrina e una sterminata erudizione, ma anche un carattere prettamente compilatorio. D’altra parte lo scopo principale di Isidoro non è tanto quello di scrivere opere originali, quanto di preservare il sapere in composizioni di tipo enciclopedico. L’opera più importante sono le Origines seu Etymologiae, in 20 libri, una summa di tutta la cultura classico-cristiana, dedicata al re Sisebuto da Toledo, un’opera che ebbe un vastissimo successo (vi sono infatti circa un migliaio di manoscritti) e, insieme all’Eneide e alla Bibbia, rappresenta il terzo caposaldo della cultura latina nei Medioevo. Ma Isidoro è altresì autore di opere di esegesi biblica (Liber de numerorum qui in Sacris Scripturis occurrunt, De Veteri et Novo Testamento quaestiones), di dogmatica (Sententiae, in tre libri; De ecclesiaticis officiis, in due libri; Regula monachorum), di storiografia (Chronicon dalle origini del mondo fino al 616; Historia Gothorum Wandalorum, Sueborum; De viris illustribus, che comprende 46 biografie, in continuazione all’opera di Gennadio, a sua volta continuatore di san Gerolamo), di scienza (De natura rerum), di grammatica (Differentiae, in due libri, che trattano rispettivamente De differentiis verborum e De differentiis rerum.

4.1.4. Le isole britanniche

La Britannia e l’Irlanda, mai conquistate stabilmente dai Romani, non conobbero il Cristianesimo se non molto tardi, durante il VI sec., per l’opera di evangelizzatori quali san Patrizio e i suoi discepoli (che convertirono al Cristianesimo l’Irlanda) e i missionari inviati a tale scopo in Britannia da papa Gregorio Magno. Conseguenza della cristianizzazione delle isole britanniche fu l’apprendimento della lingua latina, che consentì una notevole fioritura culturale e letteraria, fra il VI e l’VIII sec. Si è parlato, a proposito di questo fenomeno, di “tradizione insulare”, per certi caratteri distintivi propri della letteratura nelle isole britanniche, che ne fanno uno dei momenti più interessanti della cultura latina dell’età barbarica in Europa.

Procedendo in ordine cronologico, le figure più importanti sono: Gilda (510-570), autore del De excidio et conquestu Britanniae ac flebili castigatione in reges, principes et sacerdotes, narrazione moralistica dei fatti storici della Britannia dalla conquista romana ai tempi presenti; Columcille (521-597), importante figura di evangelizzatore irlandese, autore di una regola monastica e dell’ Altus prosator, inno abecedario in cui viene narrata la storia del mondo dalla caduta di Lucifero al Giudizio universale; san Colombano (538-615), anch’egli irlandese, infaticabile viaggiatore, evangelizzatore, fondatore di monasteri in tutta Europa (Annegray, Luxeuil, Fontaine, Bregenz, San Gallo, Bobbio) e autore di una regola monastica (ispirata a quella di san Benedetto) e di un penitenziale; Aldelmo di Malmesbury (640-709), originario del Wessex, autore del trattato De virginitate, scritto ad esaltazione del valore della verginità, costituito da una sezione in prosa cui segue un poema di circa 3000 esametri; e san Bonifacio (672-754), evangelizzatore della Baviera, della Turingia e della Frisia, autore, fra l’altro, di una raccolta di indovinelli sul tema dei vizi e delle virtù sotto forma di acrostici (Aenigmata o De virtutibus et vitiis).

Lo scrittore più importante è, comunque, senza dubbio Beda il Venerabile (672-735), che riveste, per l’Inghilterra di questo periodo, la stessa funzione ricoperta da Isidoro per la Spagna e da Gregorio di Tours per la Francia. Durante una vita trascorsa fra i monasteri di Wearmouth (dove era entrato come oblato a soli sette anni) e di Jarrow (dove visse ininterrottamente dal 702 fino alla morte) e dedicata all’insegnamento, alla lettura e allo studio, egli compose una quantità impressionante di opere di ogni genere, che testimoniano del suo enciclopedismo: opere in versi (Liber hymnorum; Liber epigrammatum; De die iudicii; De virginitate) e soprattutto in prosa, di carattere religioso (parecchi scritti esegetici sulla Sacra Scrittura, la Vita Cuthberti), scientifico-didascalico (De natura rerum, ispirato a Plinio e a Isidoro; De temporibus; De ratione temporum), grammaticale (De orthographia; De arte metrica; De schematibus et tropis Sacrae Scripturae) e storico (l’Historia Abbatum, storia degli abati dei monasteri di Wearmouth e Jarrow dal fondatore Benedetto Biscopo fino a Huetberto, quinto abate di Jarrow; e soprattutto l’Historia Ecclesiastica gentis Anglorum, in 5 libri, completata nel 731, in cui viene narrata la storia della Britanni dallo sbarco di Giulio Cesare fino ai tempi dell’autore).



4.1.5. La Gallia merovingica

Già alla fine del V sec. il re franco Clodoveo aveva avuto il sopravvento sui Romani e sugli altri barbari che si trovavano in Gallia, diventando padrone incontrastato di tutta la Gallia ed iniziando la lunga dinastia dei Merovingi, che regnerà fino al 752, quando l’ultimo re, Childerico III, venne deposto da Pipino il Breve. I re merovingi successori di Clodoveo non furono figure di rilievo, si disinteressarono, in genere, degli aspetti del potere (vennero chiamati infatti “re fannulloni”), lasciando tutto nelle mani dei loro “maestri di palazzo”.



In questo periodo, comunque, anche la Gallia conosce una notevole fioritura letteraria. Ricordiamo Avito di Vienne (450-518), autore di un De spiritalis historiae gestis, in 5 libri, poema di argomento biblico (dalla creazione del mondo all’Esodo); Gennadio di Marsiglia, autore di varie opere antieretiche (Adversus Nestorium, Adversus Eutychen, Adversus Pelagium, Adversus Haereses) e soprattutto di un De viris illustribus scritto in continuazione dell’analoga opera di san Gerolamo; san Cesario di Arles, autore di 238 Sermones (alcuni dei quali forse non autentici), ispirati al modello di sant’Agostino e destinati alle persone di modesto livello culturale (come testimonia la lingua semplice e piana da lui utilizzata).

Alla letteratura latina in terra gallica, anche se nato in Italia, può essere ascritto anche Venanzio Fortunato (530-600). Nato nel 530 a Duplavilis, oggi Valdobbiadene, nei pressi di Treviso, studiò grammatica, retorica e diritto a Ravenna, allora sede dell’Esarcato bizantino, dove rimase fino al 564-565. Ammalatosi agli occhi e successivamente guarito per intercessione miracolosa di san Martino di Tours, fece voto di andare in pellegrinaggio alla tomba del santo. Partito da Ravenna, attraverso varie tappe intermedie (Magonza, Colonia, Treviri) nel 566 giunse a Metz, capitale del regno d’Austrasia, dove compose l’Epithalamium Cupidinis et Veneris in occasione delle nozze del re Sigeberto I con la principessa visigotica Brunechilde, godendo quindi della protezione del sovrano ed entrando in relazione con illustri personaggi della corte merovingia. Lasciata Metz, attraverso Verdun, Reims e Soissons, giunse a Parigi, e di lì a Tours, ove poté finalmente sciogliere il voto sulla tomba di san Martino. Nel 567 giunse quindi a Bordeaux, e finalmente a Poitiers, ove conobbe Radegonda, moglie di re Clotario I, cui si legò di profonda e durevole amicizia. Radegonda ormai dal 537 si era ritirata a vita monastica nel convento femminile di Santa Croce, da lei stesso fondato, e di cui era badessa la figlia Agnese. Lì il poeta trascorse venti anni della sua vita, fino al 587, anno della morte di Radegonda; nella quiete operosa del monastero, lontano dalle guerre e devastazioni che, a quell’epoca, tormentavano la Gallia, il poeta compose la maggior perte delle due opere e riuscì a trovare pace e serenità. Attorno al 597 fu quindi nominato vescovo di Poitiers e morì settantenne nel 600 circa. Venanzio fu soprattutto poeta. Le sue opere sono molto numerose, e rivelano una vena facile, scorrevole ed attraente. La più importante di esse è probabilmente la Vita Martini, in quattro libri in esametri (2443 vv.), scritta appunto in onore del suo protettore, nella quale lo scrittore si ricollega alle precedenti trattazioni agiografiche relative al santo di Tours, quella prosastica di Sulpicio Severo (fine del IV sec. d. C.) e la versificazione di essa operata nel 470 da Paolino da Perigueux. Composta certamente prima del 576 e preceduta da una epistola a Gregorio di Tours e da una dedica in distici elegiaci indirizzata a Radegonda e Agnese, l’opera si articola secondo lo schema tipico delle composizioni agiografiche del tempo, caratterizato da alcuni elementi ricorrenti, quali le prove cui il santo è sottoposto (tentazioni, sofferenze, ostacoli), l’impostazione simbolica, la forte componente miracolistica e la tendenza ad inserire nella narrazione episodi fiabeschi, magici, avventurosi. Fra le altre opere ricordiamo almeno le seguenti: De excidio Thoringiae, poemetto storico in 86 distici elegiaci scritto in ricordo della fine dell’ultimo re di Turingia, padre di Radegonda; svariate vite in prosa di personaggi storici e di santi, di Radegonda, di Flavio di Poitiers, di Marcello e di Germano di Parigi, di Severino di Bordeaux, di Paterno di Avranches, di Albino di Angers, di Medardo di Noyon; Miscellanea (Carmina), in undici libri (circa 300 composizioni poetiche di vario genere, di soggetto religioso e profano, panegirici, epitalami, epitafi, epigrammi, inni, caratterizzati da una grande varietà di metri, fra cui spiccano le innumerevoli composizioni dedicate a Radegonda e ad Agnese), scritti fra il 566 e il 585 circa (gli ultimi due libri furono pubblicati postumi a cura degli amici del poeta, insieme ai carmi che costituiscono l’Appendix); De navigio suo, poemetto di 41 distici elegiaci composto ad imitazione della Mosella di Ausonio, in cui viene descritto il viaggio compiuto nel 588 dal poeta sulla Mosella in compagnia del re d’Austrasia Childeberto II; e infine due inni famosi, il Vexilla regis prodeunt ed il Pange lingua gloriosi, composti sullo schema tipico degli inni ambrosiani (quartine di dimetri giambici).

Durante il dominio merovingio si sviluppa poi, in Gallia, una ricchissima produzione agiografica: fra le opere più significative, si ricordano la Vita Sancti Germani episcopi; il Liber de miraculis beati Andreae apostoli e la Vita sancti Nicetii, di Gregorio di Tours; la Vita sancti Germani abbatis Grandivallensis, di Boboleno; la Vita Wandresgisili; la Vita Sulpicii episcopi Bituringi; la Passio Praeiecti; la Passio Leodegarii; la Vita Boniti; la Passio Haimrhamni, di Abbeone; la Vita sanctae Bathildis; la Vita sancti Richarii.

Lo scrittore più significativo della Gallia del VI sec. è senz’altro Gregorio di Tours (538-594), nato a Clermond-Ferrand e asceso al vescovato di Tours nel 573. Oltre a dispiegare un’intensa ed infaticabile attività episcopale, egli fu autore di un’opera importante, la Historia Francorum, in 15 libri, il cui scopo principale è quello di far conoscere ai posteri la storia del suo paese ai suoi tempi; egli sente (e se ne rammarica) che la sua preparazione letteraria non è pari all’arduo compito che si è prefisso, ma si rende conto che nessuno, oltre a lui, vi è in Gallia che possa intraprendere un lavoro siffatto. Gregorio si dedicò alla composizione di questa opera col suo caratteristico ardore, lavorandoci dal 575 al 592. Nel libro I è contenuta una breve storia universale, da Adamo a san Martino di Tours, per la quale lo scrittore si serve delle cronache di Eusebio, Gerolamo, Orosio, Sulpicio Severo, Rufino, oltre che della Bibbia. Nei libri II-IV alla narrazione dei fatti storici relativi al popolo franco (dall’invasione dei Vandali e degli Unni fino alla morte di re Sigeberto nel 575) si alterna quella di fatti leggendari o riguardanti la storia ecclesiastica. A partire dal libro V inizia la relazione dei fatti di cui lo stesso Gregorio è stato testimone e la storia assume quel carattere realistico e personale che è la nota tipica dell’opera.
4.2. L’Età carolingia (secolo IX)

4.2.1. Premessa

Nel regno franco, dopo la deposizione dell’ultimo re della dinastia dei Merovingi, prende il potere Pipino il Breve, padre di quel Carlo (poi Carlo Magno) cui si deve l’edificazione del Sacro Romano Impero e, per quello che più qui ci riguarda, il fondamentale impulso dato alla scuola e agli studi. Carlo allargò infatti notevolmente i confini del regno ereditato dal padre, sconfiggendo i Longobardi in Italia, respingendo gli Arabi da gran parte della Spagna, combattendo contro gli Avari, i Sassoni, i Bavari, gli Slavi, i Danesi e proponendosi, in tutte le terre via via conquistate, come un paladino della Chiesa e della fede cristiana (immagine, questa, che perdurerà nell’immaginario collettivo fino alle chansons de geste in lingua d’oil, di almeno tre secoli successive). Nella notte di Natale dell’800 papa Leone III lo incoronò a Roma imperatore dei Romani e fondatore del Sacro Romano Impero, ideale discendente dall’Impero Romano, non solo per la forza politica e militare ma anche per l’intensa e capillare organizzazione culturale.

Carlo Magno (che era praticamente analfabeta) si rendeva infatti perfettamente conto della importanza degli studi e del valore dei classici, della loro conservazione e dell’insegnamento da essi impartito. In questo, l’imperatore fu validamente coadiuvato da Alcuino di York, il principale promotore della cosiddetta “Rinascita carolingia”, il quale, valendosi a sua volta di numerosi collaboratori, promosse una intensa attività di studio, lettura, trascrizione dei classici latini (utilizzando la scrittura “minuscola carolina” che rendeva tale opera di trascrizione molto più rapida e sicura che in passato), fondando la cosiddetta “Schola Palatina”, cioè la scuola del palazzo imperiale, cui convennero dotti da ogni parte di Europa, dall’Italia (Pietro da Pisa, Paolo Diacono, Paolino da Aquileia), dalla Francia (Angilberto), dall’Irlanda (lo stesso Alcuino, Dicuil e Dungal), dalla Spagna (Teodulfo), dall’Inghilterra, dalla Germania.

Sotto questo punto di vista, il sec. IX è infatti (insieme al XII) il più ricco di autori e di opere. Tutti i generi vengono trattati, sia quelli poetici (didattica, satira, lirica, poema) che quelli prosastici (didattica, teologia, agiografia, biografia, storiografia). Vengono inoltre fondati importanti monasteri, destinati a divenire centri propulsori di cultura (Civate, Nonantola), mentre vengono restaurati altri monasteri, già preesistenti, nei ducati longobardi (Farfa, Montecassino), vengono aperte importanti scuole, anche in Italia (si pensi alla scuola di Pavia). Si cerca di “restaurare” il latino classico (dopo gli “oscuri” secc. VII e VIII), si rimettono in onore gli studi classici, si raccolgono libri dispersi, si costituiscono biblioteche ed officine di scrittura. Gli stessi scrittori gravitanti attorno alla corte di Carlo Magno sono consapevoli del loro ruolo e della “rinascita” da loro promossa: Modoino, per esempio, afferma che Aurea Roma iterum renovata renascitur orbi, mentre Angilberto dice che Carlo intendeva rinnovare la sapienza degli antichi (ut veterum renovet studiosa mente sophiam). Fra l’altro, questa idea della renovatio della classicità pagana è testimoniata dal fatto che la maggior parte degli scrittori di quest’epoca si attribuisce uno pseudonimo tratto dal nome di un autore antico: Nasone (Modoino), Omero (Angilberto), Flacco (Alcuino); abbiamo inoltre notizia di un Marone (che non è possibile identificare), mentre altri scrittori assumono nomi tipici della tradizione bucolica (Tirsi, Menalca, Coridone) o nomi biblici (Paolino di Aquileia volle chiamarsi Timoteo, e lo stesso imperatore assunse il nome di Davide). La cultura professata dai dotti dell’epoca è essenzialmente latina, pur non mancando elementi di cultura greca ed ebraica, i classici più studiati sono ovviamente Virgilio, Orazio e Ovidio, ma non mancano gli autori meno noti e meno rappresentati, come Persio, Cicerone, Giovenale, Lucano e così via.



La quantità degli scrittori di quest’epoca, come si è detto, è molto ampia e varia. Per comodità di trattazione, distigueremo gli autori fra letterati della prima generazione carolingia (diretti collaboratori di Carlo Magno) e letterati della seconda e della terza generazione carolingia (vissuti in genere sotto i discendenti di Carlo Magno, da Ludovico il Pio a Lotario, da Carlo il Calvo a Carlo il Grosso).

4.2.2. Letterati della prima generazione carolingia

Fra i maestri della prima generazione, il primo posto spetta, cronologicamente, agli italiani: Pietro da Pisa († ca. 799), Paolo Diacono (720-797) e Paolino da Aquileia († 802). Conosciuto da Carlo in occasione della presa di Pavia del 774, il diacono Pietro da Pisa era già da tempo maestro di grammatica nella scuola dell’ultimo re longobardo, Desiderio. L’imperatore lo portò con sé in Francia, ove Pietro strinse rapporti con Alcuino e con altri letterati della sua generazione. Egli fu il primo insegnante di grammatica alla corte di Carlo e compose una Ars grammatica molto semplice e chiara, nonché alcune epistole poetiche.

Paolo di Warnefrido, comunemente detto Paolo Diacono, è il più importante e noto scrittore italiano di questo periodo. Nato a Cividale del Friuli da una famiglia di origine longobarda, studiò a Pavia alla scuola del grammatico Flaviano e fu alla corte degli ultimi re longobardi, Rachi, Astolfo e Desiderio. Dopo la caduta del regno longobardo ad opera dei Franchi di Carlo, entrò nel convento di Montecassino, ma, in seguito a vicende anche familiari, venne invitato dall’imperatore alla corte di Aquisgrana. Dopo alcuni anni passati a corte, si ritirò quindi nuovamente a Montecassino, dove trascorse i suoi ultimi anni. La produzione letteraria di Paolo Diacono è abbondante, comprendendo opere composte durante il periodo longobardo ed opere composte durante il periodo carolingio. Al primo gruppo appartengono un carme sulle sette età del mondo (A principio saeculorum), l’Historia Romana, in 16 libri (scritta rielaborando Eutropio, Aurelio Vittore, Gerolamo, Prospero d’ Aquitania, Giordane e Orosio); al secondo periodo si fanno invece risalire la redazione dell’Epitome del De verborum significatu di Pompeo Festo (molto importante per noi, in quanto l’opera di Festo ci è giunta gravemente mutila), la composizione della Vita beati Gregorii Papae e, soprattutto, la redazione della sua opera più ampia e significativa, la Historia Langobardorum. Composta negli ultimi anni della sua vita, nella quiete operosa del chiostro di Montecassino, la Historia Langobardorum, in 6 libri, narra la storia del popolo longobardo dalle origini al 744, cioè fino al regno di Liutprando, quando i Longobardi raggiunsero il culmine della loro potenza. Non è un caso che Paolo Diacono abbia tralasciato gli ultimi trenta anni, da lui vissuti direttamente, perché scopo della sua storia è quello di esaltare la potenza dei Longobardi, non di narrare il loro declino e la loro rovina. L’opera (che per la storia del popolo longobardo rappresenta ciò che le storie di Giordane e di Gregorio di Tours rappresentano, rispettivamente, per la storia del popolo goto e per quella del popolo franco) si basa su fonti di prim’ordine e ci fornisce una notevole quantità di notizie. Paolo è, infine, autore anche di alcuni carmi (celebri i Versus de laude Larii laci, in lode del lago di Como).

Il terzo grande maestro italiano vissuto alla corte di Carlo è Paolino di Aquileia, nato in Italia intorno al 730 e passato quindi al servizio dell’ imperatore ad Aquisgrana, in qualità di maestro di grammatica, nominato nel 787 arcivescovo del Friuli, attivissimo nella polemica contro l’eresia adozionistica sostenuta da Felice vescovo di Urgel (a questo scopo egli compose il suo Libellus sacrosyllabus contra Elipandum), autore della Regula Fidei (poemetto in esametri sul mistero della Incarnazione di Cristo), il Liber exhortationis (scritto per il marchese Erico del Friuli, un trattato in 66 capitoli che si configura come uno dei primi specula principis della letteratura medievale) e varie poesie (ricordiamo gli inni sul Natale, la Pasqua, la Resurrezione, la Purificazione di Maria e il planctus sulla morte di Erico, i Versus de Herico duce).

Abbiamo quindi la grande figura di Alcuino di York (735-804). Nato in Northumbria da una nobile famiglia di origine sassone, formatosi nella celebre scuola di York, fu probabilmente nel 781, durante un suo viaggio a Roma, che egli ebbe occasione di conoscere Carlo, che lo invitò dapprima alla corte di Pavia, quindi lo scelse come consigliere e organizzatore culturale, ponendolo a capo della “Schola Palatina” ed affidandogli incarichi delicati e di grande responsabilità nel campo della riforma scolastica, dello studio dei classici, della promozione culturale; egli compose innumerevoli opere, trattati didattici sotto forma di dialogo fra il maestro e l’allievo (De grammatica, De orthographia), scritti agiografici e teologici, poesie (famosi i Versus de cuculo e il Conflictus veris et hiemis) e, soprattutto, un ricco epistolario (circa 300 lettere) che testimonia la vastità della sua cultura, l’intensità degli scambi e dei contatti con l’imperatore e con gli altri scrittori del suo tempo.

Fra gli altri letterati ricordiamo poi Angilberto di Saint-Riquier (745-814), allievo di Pietro di Pisa, Paolino di Aquileia e Alcuino alla corte di Carlo Magno, autore di numerose poesie (famosa l’Ecloga ad Carolum) e, forse, del poema epico Karolus et Leo; Teodulfo d’Orléans († 821), originario della Spagna, autore di una ricca produzione in versi; gli irlandesi Dicuil († dopo l’825) e Dungal († dopo l’827), entrambi esperti di grammatica e di geografia.


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