Introduzione allo studio della letteratura latina medievale e umanistica (4)


Letterati della seconda e della terza generazione carolingia



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4.2.3. Letterati della seconda e della terza generazione carolingia

Fra i principali scrittori della seconda e della terza generazione, menzioniamo innanzitutto Eginardo († 840), allievo di Alcuino, autore della celebre Vita Karoli, la biografia dell’ imperatore scritta sul modello delle Vitae Caesarum di Svetonio (e in particolare della vita di Augusto); Floro di Lione († 860), autore di poemetti epici di argomento biblico-evangelico (si ricordano soprattutto i Gesta Christi Domini); Rabano Mauro (784-856), anch’egli allievo di Alcuino, detto il praeceptor Germaniae, fondatore della scuola di Fulda, nobile figura di organizzatore e di promotore di cultura, autore di una mole sterminata da opere (in genere di carattere compilatorio), di taglio enciclopedico (De universo) o precettistico (De institutione clericorum) o liturgico (De laudibus Sanctae Crucis); Walahfrido Strabone (808-849), allievo di Rabano Mauro, autore dell’Hortulus (o Liber de cultura hortorum, un poemetto didascalico sulle proprietà terapeutiche delle erbe medicinali, ispirato a Plinio e a Quinto Sereno Sammonico) e della Visio Wettini (poemetto in esametri che fa parte di quel genere delle visiones che tanto successo avrà nella letteratura medievale, fino alla Commedia di Dante); Godescalco d’Orbais (805-870 ca.), figura difficile ed inquieta, anch’egli allievo di Rabano Mauro a Fulda, sostenitore della teoria della doppia predestinazione delle anime, che gli comportò la condanna come eretico e la segregazione fino alla morte; Lupo di Ferrières (805-862 ca.), ancora un altro allievo di Rabano Mauro a Fulda, dove aveva stretto rapporti con Eginardo e Godescalco, autore di un interessante epistolario (127 lettere) che testimoniano una fittissima rete di rapporti con quasi tutti i letterati della sua generazione, dibattendo con loro di problemi di grammatica, di metrica, di semantica e chiedendo testi da trascrivere e da studiare (si è infatti parlato di lui come una sorta di precursore dell’Umanesimo); Remigio d’Auxerre (841-908 ca.), infaticabile commentatore della Bibbia, di testi classici , tardo-antichi ed altomedievali (Marziano Capella, Sedulio, Boezio); Sedulio Scoto (attivo intorno alla metà del sec. IX), scrittore e poeta di origine irlandese, autore del Liber de rectoribus christianis, composto fra l’855 e l’859, dedicato all’imperatore Lotario II, un trattato per l’educazione e l’istruzione dei principi cristiani in cui si affronta anche la questione relativa ai rapporti fra Stato e Chiesa, sostenendo che quest’ultima deve essere autonoma, e di poesie di vario genere (epigrammi, epitaffi, iscrizioni, encomi di illustri personaggi, in genere suoi protettori); Incmaro di Reims (806-882), vicino all’imperatore Carlo il Calvo che gli conferì, fra l’altro, la carica arcivescovile di Reims (che egli tenne dall’845 all’882), autore di scritti di argomento politico-ecclesiastico (Opusculum LV capitulorum, De regis persona et regio ministerio, De fide Carolo regi servanda), di opere agiografiche (Vita sancti Remigii) e morali (De cavendis vitiis et virtutibus exercendis).

4.2.4. La letteratura in Italia durante il IX secolo

In Italia, durante il IX sec., troviamo le figure di Agnello Ravennate (801-854), autore del Liber Pontificalis Ecclesiae Ravennatis, una raccolta di biografie dei vescovi di Ravenna, da Sant’Apollinare a Giorgio; Giovanni Diacono, discepolo di Paolo Diacono a Montecassino e autore dei Gesta episcoporum Neapolitanorum (il più antico testo di storia napoletana, dal 762 all’872); Andrea da Bergamo, che compose, verso la fine del IX sec., una Historia (o Abreviatio de gestis Langobardorum), continuazione della Historia Langobardorum di Paolo Diacono, dal regno di Rachi (744) fino alla morte di Carlo il Calvo (877); e Giovanni Immonide (825-880), noto soprattutto per la rielaborazione della celebre Cena Cypriani, una sorta di ironica rappresentazione conviviale fondata su temi e personaggi dell’ Antico e del Nuovo Testamento. Fra le composizioni poetiche più rilevanti di questo periodo (tutte generalmente anonime) si segnalano il commosso Planctus de obitu Karoli (A solis ortu usque ad occidua) e il cosiddetto Canto delle scolte modenesi (O tu qui servas armis ista moenia), relativo all’assedio di Modena da parte degli Ungari, nell’899.
4.3. L’età post-carolingia e ottoniana (secoli X-XI)

4.3.1. Premessa

Dopo la morte di Ludovico il Pio, figlio di Carlo Magno, e la conseguente disgregazione del Sacro Romano Impero in sèguito alle lotte fra Carlo il Calvo, Lotario e Ludovico il Germanico (a loro volta figli di Ludovico il Pio), si assiste ad un progressivo sfaldamento della compagine statale dell’Impero (l’ultimo sovrano della dinastia carolingia fu Carlo il Grosso, deposto nell’887).

A questo punto assume grande rilievo l’Impero di nazione germanica, che conosce sotto la dinastia degli Ottoni (e soprattutto durante il regno di Ottone I di Sassonia) un grande momento di risveglio politico, storico, economico e culturale. Si parla infatti, per il X secolo (e soprattutto per la seconda metà di esso), di “Rinascita Ottoniana”, mentre alcuni studiosi sono più propensi a parlare di “Età Postcarolingia” (una definizione che rimane, comunque, un po’ troppo generica). Si tratta, ad ogni modo, di un periodo in cui nella letteratura si manifestano germi nuovi, dovuti soprattutto al contatto con le nazioni germaniche e con la linfa che essi apportano alla cultura tradizionale, col loro patrimonio di saghe, leggende, racconti popolari.

Ma cerchiamo di delineare brevemente il quadro storico-politico di riferimento. Crollato il Sacro Romano Impero con la deposizione, nell’887, dell’ultimo sovrano carolingio, appunto Carlo il Grosso, le condizioni politiche – ricordiamo in Italia le lotte fra Guido di Spoleto e Berengario duca del Friuli, il breve regno di Rodolfo di Borgogna, quello di Ugo di Provenza e quello di Berengario II fino all’incoronazione imperiale di Ottone I, nel 962, per cui parve veramente che si rinnovasse l’Impero Carolingio – e sociali – lo sviluppo del feudalesimo che provoca una radicale e duratura trasformazione della società – non sembrano favorevoli allo sviluppo culturale, il cui rifugio (come nei cosiddetti “secoli bui” dell’Alto Medioevo) nelle chiese e nei monasteri (e nelle scuole ad essi annesse) viene costantemente disturbato dalle incursioni barbariche: dei Saraceni di Spagna che di sovente effettuano devastazioni in Provenza e in Italia settentrionale, mentre quelli d’Africa si spingono fino al Garigliano; dei Normanni nella Francia del Nord, dei Danesi in Inghilterra, degli Ungari in buona parte del territorio europeo; degli Slavi ad Oriente: tutte incursioni ed invasioni, queste, che prendono di mira soprattutto i conventi e i monasteri, dove le stirpi barbariche pensano di fare un più ricco bottino. D’altronde lo stesso nuovo ordinamento feudale, per cui alla direzione dei vescovadi e dei monasteri vengono spesso a trovarsi personaggi che meglio sanno maneggiare la spada piuttosto che la penna, può (ma solo in parte) minacciare il coerente sviluppo di una politica culturale degna di questo nome.

È un periodo che certo non favorisce la cultura. La nobiltà, in linea di massima, non pensa che alla guerra e, nei tempi di pace, si dedica più alla caccia e alle lunghe cavalcate che alla lettura e allo studio della Bibbia o dei classici latini; la Chiesa, che della cultura continua ad essere ancora l’autorevole e pressoché esclusiva detentrice, versa in condizioni infelici, soprattutto a causa di quella rilassatezza di costumi e a quella corruzione dilagante contro cui combatterà a lungo, iniziando un severo ed incisivo movimento di rinnovamento e di riforma che trova la sua prima ed autorevole applicazione nella creazione dell’ordine cluniacense (nel 910, in Francia, viene fondato appunto il monastero di Cluny, da parte di Guglielmo duca d’Aquitania). Si tratta, quindi, di un periodo di depressione, questo della letteratura che è stata definita “feudale” (Alfonsi), che tuttavia mostra un decisivo miglioramento nella seconda parte del secolo, con l’avvento al trono di Ottone I, con il quale viene inaugurata quella che può definirsi (e così è stata definita in molti manuali) l’“Età degli Ottoni” o “Rinascita Ottoniana” (962-1002).

Anche in questo caso, delineiamo brevemente il quadro storico-politico di riferimento. Già Enrico I di Sassonia, detto Enrico l’Uccellatore (morto nel 936), aveva quasi completamente liberato la Germania dalle pericolosissime scorrerie degli Ungari e dei Danesi, consolidando l’unità del regno e rafforzando la sua stessa autorità di sovrano. Ma fu soprattutto sotto il regno di suo figlio Ottone I (morto nel 973) che il principio monarchico trionfò e, dopo la sua proclamazione a re d’Italia (nel 951) e a imperatore di Germania (nel 962), sembrò che l’Impero Carolingio si fosse ripristinato e riproposto agli occhi dell’Europa. Ottone I di Sassonia, come è noto, impresse una svolta determinante alle vicende storiche, politiche, sociali e culturali del tempo. Bloccò definitivamente le avanzate degli Ungari e degli Slavi, rese più forte e potente l’autorità centrale, assoggettò al proprio potere i grandi feudatari, investendo i vescovi del governo delle città (i “vescovi-conti”) ed arrogandosi il diritto di intervenire col suo beneplacito (o col suo eventuale diniego) nell’elezione del papa (si tratta del cosiddetto “Privilegio Ottoniano”). È facile rendersi conto del vantaggio che una politica siffatta riuscì a produrre per lo sviluppo della cultura, soprattutto in Germania e in Italia. Alla sua corte, dove gli studi erano direttamente gestiti dal fratello Brunone di Colonia (poiché Ottone I era dotato di una preparazione culturale assai mediocre), vennero molti dotti da ogni parte dell’Impero (un po’ come era successo quasi due secoli prima alla corte di Carlo Magno, con la creazione della Schola Palatina mediante l’intervento determinante di Alcuino di York): fra questi, ricordiamo il maestro irlandese Israele “il grammatico”, il franco-lorenese Raterio da Liegi, l’italiano Liutprando da Cremona, nonché alcuni letterati di origine greca. Tutta la famiglia imperiale approfittò di questo risveglio culturale: Gerberga, nipote del re, si formò una solida e vasta cultura, diventando, poi, badessa del celebre convento di Gandersheim, nell’alta Sassonia, presso il quale visse e operò la più importante poetessa e scrittrice di questo periodo, Rosvita di Gandersheim, anch’ella gravitante attorno alla corte di Ottone I (del quale magnificò le imprese nel poema epico Gesta Ottonis); anche Matilde di Sassonia, figlia del re, fu donna di larga e raffinata cultura; ma, soprattutto, fu il figlio del re, destinato a succedergli, cioè Ottone II, a potersi formare un’erudizione vastissima, tanto che Rosvita (con una evidente sproporzione dettata da un proposito encomiastico) lo definirà “secondo Salomone” (con evidente riferimento alla proverbiale saggezza e alla vasta cultura del re biblico).

Salito al trono di Germania alla morte del padre Ottone I, nel 973 (a soli 18 anni), Ottone II proseguì inizialmente con successo la politica intrapresa dal predecessore, cercando di assoggettare la Chiesa al suo potere e tentando altresì di sottomettere tutta l’Italia meridionale. Questo tentativo, però, non sortì altro effetto che quello di coalizzare contro di lui Bizantini, Saraceni e Longobardi, coloro, cioè, che da tempo detenevano il potere nel meridione della penisola. In un primo tempo, Ottone II riuscì a sconfiggere i Saraceni, ma poco tempo dopo, caduto in un’imboscata degli stessi Saraceni a Capo Colonna, nell’Italia meridionale, egli venne gravemente sconfitto, il suo esercito fu completamente sterminato ed egli stesso morì, pochi mesi dopo, a Roma, nel 983, all’età di soli 28 anni.

Suo erede fu (almeno nominalmente) il figlio Ottone III, il quale, però, al tempo della morte del padre, aveva appena quattro anni. Il bambino venne quindi affidato alle cure della madre Teofano (principessa di stirpe bizantina) e della nonna Adelaide (di origine italiana), che diedero ad Ottone III un’educazione di stampo, appunto, romano-bizantina, contribuendo a formarne il carattere e la cultura. Ma fu soprattutto il grande Gerberto di Aurillac, storico, filosofo, grammatico, a fungere da mentore del giovanissimo principe. Incoronato imperatore nel 996 (e quindi a 17 anni), Ottone III intraprese una politica in cui vagheggiava l’utopistica restaurazione dell’antico Impero Romano e collocava la città di Roma in una antistorica posizione di privilegio e di preminenza nel quadro d’Europa. Ovviamente, i grandi feudatari tedeschi, che di fatto già da gran tempo conservavano una posizione di prestigio e godevano di una forte influenza nell’ambito dell’Impero Germanico, si opposero a questa sua velleitaria politica. Ottone III cercò l’appoggio del Papato, configurandosi come un novello Costantino (fra l’altro, Gerberto di Aurillac fu eletto papa col nome di Silvestro II, in ricordo di papa Silvestro I che, per l’appunto, aveva favorito la politica religiosa di Costantino) e tentò anche, come già suo padre Ottone II, di conquistare l’Italia meridionale, strappandola ai Bizantini e ai Saraceni: uno strano destino volle però che, come il padre, anch’egli morisse prematuramente (a soli 22 anni), mentre si stava preparando a marciare in armi contro le dominazioni dell’Italia meridionale.



4.3.2. Il X secolo, “secolo di ferro”?

Risulta evidente che nei progetti di tutti e tre gli imperatori della Casa di Sassonia la cultura aveva una posizione di prestigio e di preminenza. Essi, come si è già accennato, promossero infatti un forte movimento di ritorno agli studi, per cui il X secolo, che in età umanistica sarebbe poi stato negativamente definito come il “secolo di ferro” (saeculum ferreum), conobbe in realtà una notevole fioritura culturale, nota appunto (almeno a livello manualistico) come “Rinascita Ottoniana”.

La celebre definizione di “secolo di ferro” fu proposta, nel XV secolo, dall’umanista Lorenzo Valla (sempre poco cordiale nei confronti della letteratura medievale, da lui spesso bollata di barbarie e di ignoranza) e venne recuperata, alcuni secoli dopo, dal cardinale Baronio. Si tratta di una definizione che, per lungo tempo, ha fatto scuola, ma che, alla luce degli studi più recenti, deve essere notevolmente ridimensionata, se non apertamente condannata e censurata. E ciò non solo perché i più recenti studi storici «hanno potuto stabilire dati positivi per l’economia, la politica e la cultura documentabili in questo secolo, ma anche perché la critica letteraria ha meglio studiato alcune delle sue opere e le ha potute definire dei capolavori. Ci sarà anche stata crisi istituzionale, politica e sociale in questi decenni della storia medievale, ma la consapevolezza intellettuale quale si manifesta nelle opere della letteratura è tale da riscattare ampiamente quella crisi» (C. Leonardi).

4.3.3. La poesia epica post-carolingia

Nel 1954, intervenendo alle Settimane di Studio del Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo di Spoleto, Ezio Franceschini tenne una lezione sulla produzione epica, in latino, del periodo post-carolingio (L’epopea post-carolingia, ne I problemi comuni dell’Europa post-carolingia. Settimane di Studio del C.I.S.A.M. di Spoleto, II, Spoleto, Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo, 1955, pp. 313-326, poi in Scritti di filologia latina medievale, I, Padova, Antenore, 1976, pp. 76-87), una lezione nella quale l’illustre mediolatinista centrò la propria attenzione, più che sui generi, per così dire, “tradizionali” della poesia epica, quelli, cioè, che maggiormente risentivano della imitatio dei modelli classici e biblico-cristiani (come l’epica storica, religiosa, encomiastica, agiografica, narrativa, politica, scientifico-didascalica e “visionistica”), soprattutto su quei prodotti che rivelavano, ad una più acuta ed attenta analisi, un volto nuovo, in sèguito alla entrata in contatto con la novella linfa apportata dalle popolazioni germaniche, dalle loro saghe, dalle loro leggende e dalle loro tradizioni nazionali: quei poemi, insomma, nei quali l’imitatio delle auctoritates classiche (Virgilio, Ovidio e Stazio) e biblico-cristiane (Prudenzio, Giovenco, Sedulio, Cipriano Gallo, Paolino da Nola, Prospero d’Aquitania, Avito, Aratore e Draconzio), pur senza esser mai pretermessa, si sposava felicemente col personale contributo apportatovi, appunto, dalle popolazioni germaniche, specialmente per quel che riguarda la trama e le situazioni nuove che in tali poemi si verificano.

Franceschini avanzava, preliminarmente, due considerazioni che ritengo, ancor oggi, fondamentali:

1) dopo il periodo di profonda decadenza che occupa i secoli VII e VIII, la Rinascita Carolingia è una rinascita erudita, in quanto il latino è morto come lingua parlata e si impara ormai soltanto a scuola nelle grammatiche. La cultura dell’età è soltanto il frutto di un accostamento dotto alla civiltà classica e a quella cristiana, agli auctores e ai Padri della Chiesa. La nuova lingua latina è grammaticalmente corretta e la sua unica ambizione è l’imitazione dei classici;

2) il fatto più importante e significativo nella storia della civiltà di questo periodo consiste appunto nell’entrata dei popoli germanici nel mondo della cultura occidentale. Nel sec. IX essi si accostano ad essa in maniera febbrile, per farla propria con l’ansia tipica dei neofiti, di chi vorrebbe guadagnare il tempo perduto. Nel sec. X, invece, essi cominciano ad apportare un personale contributo, cioè a far penetrare il loro mondo nuovo nel vecchio mondo latino, e lo fanno in lingua latina perché le loro lingue non sono ancora assurte a strumento di letteratura.

Molto folta è infatti la produzione epica. Essa può essere utilmente suddivisa secondo vari generi, i principali dei quali sono i seguenti:

1) l’epica storica, generalmente rivolta alla celebrazione di gesta collettive o di singoli eroi. In quest’ambito possono essere menzionati il De gestis Hludovici Caesaris di Ermoldo Nigello, composto intorno all’826, che in quattro libri in distici elegiaci narra le imprese dell’imperatore Ludovico il Pio, figlio di Carlo Magno, immettendo per la prima volta nella sua trattazione quelle lotte contro i Saraceni che tanto successo avranno nella letteratura successiva (basti pensare alla Chanson de Roland); gli Annales de gestis Karoli Magni (881-891 ca.) del cosiddetto ‘Poeta Saxo’ (forse Agio di Corvey), in cinque libri, i primi quattro in esametri, l’ultimo in distici elegiaci, nei primi quatto dei quali viene raccontata la vita di Carlo Magno, con una struttura fortemente annalistica (anno per anno), dal 771 all’813, mentre il quinto ed ultimo libro è dedicato al planctus (“lamento”) per la morte del grande imperatore, baluardo e sostegno della fede cristiana; il De bello Parisiacae urbis (896 ca.) di Abbone di Saint-Germain-des-Prés, in cui in tre libri in esametri vengono narrate le lotte sostenute dai Normanni davanti a Parigi dall’885 all’889; i Gesta Berengarii imperatoris (916-922 ca.) di un anonimo autore italiano, probabilmente un chierico o un notaio veronese o lombardo, che raccontano con libertà di fantasia, in quattro libri in esametri, le imprese di Berengario I re d’Italia, opera “di lunga lima”, che rivela da parte dell’ignoto autore una buona cultura classica e cristiana (Virgilio, Stazio, l’Ilias latina, Servio, Fulgenzio, Marziano Capella, Prisciano, Donato, Sedulio, Isidoro di Siviglia); i Gesta Ottonis e i Primordia coenobii Gandeshemensis di Rosvita di Gandersheim (di cui si tornerà a parlare);

2) l’epica religiosa, il cui rappresentante più significativo è certamente Floro di Lione, morto intorno all’860, autore di una Oratio cum commemoratione antiquorum miraculorum Christi (nella quale vengono cantati i miracoli dell’Antico Testamento attraverso i quali più facilmente può essere raffigurata la vita e l’opera di Cristo), e di altre opere in versi composte, in genere, a scopo catechetico, quali i Gesta Christi Domini (che costituiscono una sorta di epitome dei Vangeli, una “armonia evangelica”, tenendo però presenti anche Giovenco e Sedulio), l’In Evangelium Mathaei e l’In Evangelium Johannis;

3) l’epica agiografica, che conosce uno sviluppo assai più notevole della coeva epica religiosa. In quest’ambito possono ricordarsi soprattutto il lunghissimo De Triumphis Christi (894-896) di Flodoardo di Reims. L’opera, dopo una proemiale Invocatio, si articola in tre parti: la prima è una raccolta di inni in onore dei martiri e dei santi palestinesi e gerosolimitani, in tre libri; la seconda è dedicata ai martiri di Antiochia, in due libri; la terza e più ampia parte, in ben quattordici libri, comprende 302 composizioni in metri vari, relative ai martiri, ai santi, ai papi italiani. Tra le fonti di quest’opera, possono ricordarsi l’Historia Ecclesiastica di Eusebio-Rufino, le Historiae adversus paganos di Orosio, il Liber Pontificalis, nonché il Peristephanon di Prudenzio, il De viris illustribus di san Gerolamo, i Dialogi di Gregorio Magno, il Carmen Paschale di Sedulio, il poema carolingio Karolus Magnus et Leo Papa, i martirologi, le vite e passioni dei santi, epitaffi, decretali, atti di processi, lettere pontificie e così via. Si ricordano altresì, in quest’ambito, gli otto poemetti agiografici di Rosvita di Gandersheim (Maria, Ascensio, Gongolfus, Pelagius, Theophilus, Basilius, Dionysius ed Agnes) e la Passio sancti Christophori (983) di Walther di Spira, scritta in versi e in prosa, in stile virgiliano, con grande perizia tecnica, rivelando nell’autore la conoscenza di Virgilio, Lucano, Stazio, Marziano Capella, Persio, Giovenale, l’Ilias latina, Boezio, Orosio;

4) l’epica encomiastica, con i Versus de imagine Tetrici di Walahfrido Strabone († 849), il cui scopo laudativo affiora soprattutto nella seconda parte di esso, e in maniera così palese da giustificare l’accostamento, suggerito da Grimm, Ebert e altri, a quella poesia di corte, fiorita al tempo di Carlo Magno, che aveva avuto nell’Ecloga Nasonis e nel poemetto Karolus Magnus et Leo Papa la sua espressione migliore; solo che qui, come ha osservato Ebert, non è l’imperatore, ma sua moglie Giuditta a svolgere il ruolo di protettrice delle lettere e delle scienze. In quest’ambito può essere menzionato anche il De gestis Witigowonis abbatis di Purchardo di Reichenau (che comunque, stricto sensu, non può essere considerato un poema epico a tutti gli effetti);

5) l’epica narrativa e romanzesca, coi Gesta Apollonii, rifacimento mediolatino, in 792 esametri leonini, della celebre Historia Apollonii regis Tyrii (Storia di Apollonio re di Tiro), romanzo greco-ellenistico tradotto in latino già nel V secolo;

6) l’epica scientifico-didascalica, con l’Hortulus (Liber de cultura hortorum) di Walahfrido Strabone, poemetto in 444 esametri in cui vengono passate in rassegna le proprietà e le virtù terapeutiche di alcune piante. La struttura del poemetto si articola in tre sezioni: 1) Prefazione (vv. 1-75), nella quale, dopo un accenno ai vantaggi che offre il giardinaggio e alle soddisfazioni che esso può dare, il poeta si sofferma sulla intensa attività che deve svolgere all’inizio della primavera, mettendo in risalto da un lato le difficoltà che deve superare, dall’altro il frutto di un lavoro costante e paziente; 2) Descrizione delle piante (vv. 76-428), la sezione più corposa del poemetto, nella quale vengono passate in rassegna e minuziosamente descritte 23 piante diverse (salvia, ruta, abrotano, zucca, poponi, assenzio, marrubio, finocchio, giaggiolo, levistico, cerfoglio, giglio, papavero, sclarea, menta, pulegio, appio, bettonica, agrimonia, ambrosia, nepitella, rafano, rosa), per ciascuna delle quali il poeta fornisce una serie di indicazioni più o meno dettagliate, che non possono certo ricondursi ad uno schema ben preciso, e tuttavia, pur nel rispetto della più grande libertà di espressione e di linguaggio, è facile rintracciare nella descrizione di ognuna, accanto ad elementi particolari che variano di volta in volta, almeno due costanti a cui il poeta fedelmente si attiene: 1. caratteristiche esteriori della pianta; 2. uso e azione terapeutica; 3) Dedica (vv. 429-444), indirizzata a Grimaldo, maestro di Walahfrido negli anni della sua giovinezza, nella quale il poeta immagina il vecchio abate intento a leggere il suo poemetto nella quiete e nella tranquillità del suo convento, all’ombra confortevole di un pesco, mentre tutt’intorno a lui giocano e scherzano i suoi giovani allievi. Per quanto attiene alle fonti dell’Hortulus, esse devono essere individuate principalmente in Columella e, soprattutto, in Sereno Sammonico, ma anche in Plinio il Vecchio e, in taluni casi, in Celso e in Teofrasto, anche se è necessario rilevare che l’intento che l’autore si propone di raggiungere non era certo quello di scrivere un trattato scientifico. L’esame della struttura esterna del poemetto, infatti, ce lo conferma chiaramente: non è una rassegna ordinata ed organica delle singole erbe che il poeta vuole offrirci; ma è la raffigurazione concreta di un giardino attraverso il quale egli guida lo sguardo del lettore, fermando l’attenzione sulla varietà delle piante che vi crescono. L’Hortulus, allora, lungi dall’essere un freddo ed arido manuale di botanica, risulta piuttosto un’opera non priva di una certa vitalità, che, animando talvolta la trattazione delle singole piante, fa di esse vere e proprie creature umane.

7) l’epica politica, con la Querela de divisione imperii post mortem Hludovici Pii di Floro di Lione, nella quale il poeta chiama a raccolta i monti, i colli, le selve e i fiumi perché piangano la decadenza dell’Impero Carolingio dopo la sua frantumazione ad opera degli eredi di Carlo Magno;

8) e, infine, l’epica delle “visioni”, narrazioni di viaggi in paesi immaginari e nell’aldilà, un genere che conoscerà il suo sublime coronamento con la Commedia dantesca. Il poema più significativo in questo periodo è la Visio Wettini di Walahfrido Strabone (rielaborazione di un testo in prosa precedente, ad opera di Heitone), a proposito della quale occorre mettere in risalto il fatto che il lavoro compiuto da Walahfrido non consiste in una semplice trascrizione in esametri del testo in prosa di Heitone, che costituisce solo una delle due fonti del poema, mentre l’altra è rappresentata dal racconto fatto dallo stesso Wettino ed ascoltato direttamente dal poeta, che, come suo discepolo prediletto, lo aveva assistito negli ultimi istanti della sua vita terrena ed era rimasto scosso da quella impressionante descrizione udita dalla bocca stessa del protagonista.

In quest’età (e soprattutto durante il X secolo), avviene, come si è detto, un fatto nuovo, rappresentato dall’entrata dei popoli germanici nel mondo della cultura. Questa entrata apporta temi nuovi nell’epica tradizionale. Queste nuove caratteristiche si riscontrano in tre composizioni quali il De quodam piscatore quem ballena absorbuit (più noto col vulgato, ma non del tutto corretto, titolo di Within piscator) attribuito a Letaldo di Micy, l’Ecbasis cuiusdam captivi per tropologiam e, soprattutto, ovviamente, il Waltharius.

Il De quodam piscatore quem ballena absorbuit (più noto col titolo di Within piscator) è un poemetto di 204 esametri attribuito al monaco Letaldo di Micy, nel quale viene narrata la vicenda del pescatore Within, una sorta di novello Giona, inghiottito presso Rochester, nel Kent, da una balena e poi salvatosi dal suo ventre, calvo e quasi cieco, ma enormemente arricchito di esperienza. La leggenda, come si vede anche da questo brevissimo riassunto, rientra pienamente nella tradizione folklorica relativa al tema dell’inghiottimento, caratteristica delle tradizioni popolari di tutti i tempi e di tutti i paesi, con il chiaro significato allegorico di una iniziazione. Tale leggenda fu assai probabilmente importata dai paesi scandinavi in Inghilterra, forse in epoca antica, e Letaldo introdusse nell’epopea latina la redazione anglosassone dell’antica fiaba, dando ad essa l’unica veste letteraria possibile nel secolo X, quella classicistico-virgiliana. Il poemetto, infatti, rivela ad una attenta lettura una composizione molto raffinata, nutrita delle suggestioni della poesia virgiliana e, per alcune sue caratteristiche distintive, è stato definito “un epillio di stampo callimacheo” (Bertini), anche se è evidente che si tratta di una definizione generica, non essendo possibile ipotizzare una diretta fruizione, da parte del monaco Letaldo, del poeta ellenistico. Per quanto attiene alle fonti dell’opera, è stato altresì ipotizzato che essa sia ispirata ad uno degli Hisperica Famina (curiosa raccolta di componimenti irlandesi del VII secolo), il De gesta re: le affinità e le somiglianze fra i due componimenti, sia a livello contenutistico, sia a livello formale, sono numerose, ma l’ipotesi non sembra del tutto convincente.

Importante è anche la cosiddetta epica “animalesca”, che si sviluppa nel medesimo periodo, che annovera fra i suoi più significativi prodotti l’Ecbasis cuiusdam captivi per tropologiam del cosiddetto Monaco di Toul, poemetto di 1229 esametri leonini in cui protagonisti (come nella tradizione favolistica) sono gli animali (la volpe, il lupo, l’orso e così via), secondo una tradizione che giungerà fino al più tardo Ysengrimus (Isengrimo) di Nivardo di Gand (sec. XII) e, nell’ambito delle letterature romanze, al celebre Roman de Renard (Romanzo della volpe). Composto probabilmente verso il principio del regno di Ottone I di Sassonia, il poemetto mette in scena il vitello, il riccio, il lupo, la lontra, la volpe, il leone, gli uccelli e molti altri animali, con abbondanti reminiscenze di Orazio, Prudenzio, Virgilio, Sedulio, Giovenco, Venanzio Fortunato e altri ancora. È importante però osservare soprattutto il significato allegorico del poema: «Qui siamo – ha scritto Franceschini – davanti ad una vera epopea che non ha soltanto la grazia della favola, ma l’intreccio ampio e sinuoso di molteplici allegorie. La foresta è quella stessa che sarà di Dante, la foresta del male, dove il lupo (Satana) attende, per insidiarle, le anime di coloro che abbandonano le vie della giustizia e i sicuri recinti della legge; ma la comunità (la Chiesa) va alla ricerca degli smarriti, e la lotta non può terminare che con la vittoria del bene».

Dalla analisi dei vari testi esperita da Ezio Franceschini nell’intervento dal quale abbiamo preso le mosse in questo paragrafo, emergevano alcune considerazioni generali, che qui trascrivo:

1) nei secoli IX e X la poesia epica tradizionale fiorisce in tutti i suoi aspetti caratteristici, con i temi dell’epica classica e con quelli dell’epica cristiana; mutano i nomi, adeguandosi ai nuovi avvenimenti storici, politici e religiosi; non mutano, però, il volto e il senso di questo tipo di epopea;

2) nello stesso periodo, all’accostamento del mondo germanico alla civiltà romano-cristiana, nascono nuove voci e nuovi temi, e vengono ad allargare gli orizzonti della poesia epica occidentale;

3) questi temi nuovi, per poter entrare nel mondo della letteratura e dell’arte, devono assumere l’unica veste letteraria allora esistente, data l’immaturità delle nuove lingue (romanze e germaniche) ad essere strumento di letteratura, cioè la veste latina;

4) e tuttavia questi temi nuovi, proprio col maturare delle nuove lingue, abbandoneranno le braccia del latino, per dare vita e forma ai più grandi monumenti delle epopee nazionali, alla Chanson de Roland, al Cantar de mio Cid, al Nibelungenlied, al Roman de Renard.




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