Introduzione allo studio della letteratura latina medievale e umanistica (4)


La letteratura in Italia. Liutprando e Raterio



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4.3.7. La letteratura in Italia. Liutprando e Raterio

La letteratura in Italia durante i secc. X-XI è molto ricca e rappresentativa. Durante il X sec. abbiamo le figure di Eugenio Vulgario, maestro di grammatica vissuto a Napoli tra la fine del IX e gli inizi del X sec., autore di carmina figurata e di poesie di raffinata fattura classicheggiante; Attone di Vercelli, vescovo e riformatore, autore del Libellus de pressuris ecclesiasticis, scritto nel 943 per rivendicare i diritti e la dignità della Chiesa contro il potere temporale; Benedetto di sant’Andrea del Soratte, autore di un Chronicon che narra gli avvenimenti dalla nascita di Cristo fino al 968-972; testi anonimi quali i Gesta Berengarii imperatoris, di ambiente veronese, che in 4 libri in esametri narrano le imprese di Berengario I re d’Italia (se ne è già parlato sopra), o il Chronicon Salernitanum, storia dei principati dell’Italia meridionale dal 747 al 974; e, soprattutto, Liutprando e Raterio.



Liutprando da Cremona (920-972 ca.), di nobile famiglia longobarda, crebbe in un ambiente raffinato e denso di cultura, diventando poi segretario personale di re Berengario II che nel 949 lo inviò come ambasciatore a Costantinopoli presso l’imperatore Costantino VII Porfirogenito. Tornato in patria, i suoi rapporti con Berengario II si guastarono, ed egli fu costretto, nel 955, ad abbandonare l’Italia e a trasferirsi in Germania, alla corte di Ottone I, ove incontrò Recemondo, vescovo mozarabico di Elvira, che lo convinse a comporre la sua opera più importante, l’Antapodosis, in 6 libri, una storia d’Europa (rimasta incompiuta) in cui lo scrittore intende vendicarsi del trattamento subìto alla corte di Pavia. Si tratta di un testo fra i più interessanti del X sec., per la vivezza delle descrizioni, per il gusto dell’autore, per la vastità della cultura da lui dimostrata, per l’ironia e il sarcasmo che lo pervadono. Nel 968 fu inviato una seconda volta a Costantinopoli, ed in quella occasione compose la sua seconda opera, la Relatio de legatione Constantinopolitana, che mostra le stesse caratteristiche compositive e contenutistiche dell’opera maggiore (ma stavolta l’astio dell’autore si indirizza ai personaggi della corte bizantina).

Raterio da Verona (890 ca.-973), vescovo di Liegi e di Verona, ebbe carattere difficile e burrascoso, il che gli procurò non pochi problemi, quali il carcere e l’esilio. Fra le sue innumerevoli opere, si ricordano i Praeloquia, in 6 libri, in cui egli illustra i doveri del cristiano di qualsiasi età e condizione sociale; la Phrenesis, una sorta di “satira menippea” in 3 libri (ma originariamente dovevano essere 12), raccolta di lettere, documenti, scritti vari relativi alla sua vita e ai suoi episcopati; e il Liber confessionis, in 6 libri, in cui egli presenta se stesso, i propri vizi e i propri difetti, ricorrendo spesso all’arma dell’ironia.

Fra gli scrittori italiani dell’XI sec., ricordiamo in primo luogo un nutrito gruppo di storiografi e cronisti (Giovanni Diacono, autore del Chronicon Venetum che narra la storia di Venezia dalle origini al 1008; l’anonimo autore del Chronicon Novaliciense, storia dell’abbazia della Novalesa in Piemonte; Ugo di Farfa, autore della Destructio Farfensis, e Gregorio da Catino, autore di un Chronicon Farfense, storie dell’abbazia di Farfa nella Sabina; Leone Marsicano (detto anche Leone Ostiense), che ci ha lasciato una cronaca in tre libri del monastero di Montecassino, la Chronica monasterii Casinensis); quindi i poeti, da Alfano da Salerno (monaco a Montecassino e poi vescovo di Salerno, autore di una abbondante e raffinata produzione lirica in vari metri) all’anonimo autore dei Versus Eporedienses (poemetto in 150 distici leonini, ambientato in primavera sulle rive del Po, che arieggia modi cortesi e temi che si riscontreranno nella più tarda produzione di pastourelles); i trattatisti politici, da Bonizone di Sutri (sostenitore di Gregorio VII nella lotta contro l’imperatore Enrico IV ed autore del Liber ad amicum, in 9 libri, storia della Chiesa da Abele ai suoi tempi) a Placido di Nonantola (autore del Liber de honore ecclesiae) a Benzone d’Alba (autore dell’Ad Henricum IV imperatorem, in 7 libri, scritto in difesa di Enrico IV), fino alla figura più importante, quella di Pier Damiani (1007-1072), insigne scrittore e maestro nei monasteri di Fonte Avellana, presso Gubbio e, poi, di Santa Maria in Pomposa, attivissimo nelle lotte fra Papato e Impero per il problema delle investiture e per la questione del potere temporale, uomo di fiducia dei papi Gregorio VI e Niccolò II, autore del celebre Liber Gomorrhianus, aspra requisitoria conto i sacerdoti del tempo, corrotti, simoniaci e indegni, nonché di numerose altre opere in prosa (Epistolae in 8 libri; Vita Beati Romualdi; Sermones) e in versi (De die mortis; De gaudio Paradisi; De omnibus ordinibus).



4.3.8. La letteratura fuori d’Italia

Fuori dall’Italia, durante il X-XI sec. ricordiamo le figure importanti di Ademaro di Chabannes († 1034), evangelizzatore delle Gallie e personaggio di spicco del monastero di Saint-Martial a Limoges, scrittore fecondo e versatile, autore di un Chronicon in 3 libri che narrano la storia di Francia dalle origini al 1028, con un interesse per l’Aquitania e le regioni meridionali, oltre che di una raccolta di 67 favole in prosa ispirate a Fedro e al Romulus; Rodolfo il Glabro (985-1047 ca.), di origine borgognona, spirito irrequieto e ribelle, autore degli Historiarum libri (meglio noti come Storie dell’anno Mille), racconto denso di mostri, miracoli, apparizioni, visioni, suggestioni apocalittiche; Egberto di Liegi, autore della Fecunda ratis, un poema di 2370 esametri che raccoglie un ampio corpus di proverbi, favole, racconti, narrazioni di vario genere destinate soprattutto all’apprendimento delle arti del Trivio e del Quadrivio.

Un testo singolarissimo dell’XI sec. sono poi i Versus de Unibove, poemetto in 216 strofe tetrastiche di ottosillabi accentuativi a rima baciata composto nella zona compresa fra Liegi, Gembloux e Namour, nel quale vengono narrate le imprese dell’astutissimo contadino Unibos contro i suoi tradizionali nemici (il prevosto, il parroco, il podestà).

Nella stessa zona vive, più o meno nello stesso periodo, Sigeberto di Gembloux († 1112), autore dei Gesta abbatum Gemblacensium e di un De viris illustribus scritto in continuazione all’analoga opera di Ildefonso da Toledo.


4.4. La “rinascita” del XII secolo

4.4.1. Premessa

Il XII sec. è certamente (insieme al IX) il più importante e significativo della letteratura latina medievale, per il fervore culturale, per l’emergere di figure di scrittori e poeti di grande valore, per la novità dei temi e degli argomenti trattati che, in certi casi, riflettono le medesime istanze culturali e le stesse problematiche sviluppate, nello stesso periodo, nelle letterature romanze. Anche dal punto di vista storico il sec. XII è denso di fatti, fenomeni, avvenimenti, dalla rinascita delle città alla affermazione del nuovo ceto mercantile, dallo sviluppo del Comune italiano alla conquista Normanna del sud dell’Italia, dai movimenti di riforma religiosa (cluniacensi, cistercensi, vallombrosani, camaldolesi) alla vera e propria riforma del Papato e alla lotta per le investiture, dalle Crociate alle lotte fra Impero e Comuni. Un avvenimento che causò profonde trasformazioni nella vita sociale e culturale è comunque la nascita delle Università, che sorgono e si sviluppano in Europa fra l’XI ed il XIII sec., a Salerno (famosa per gli studi di medicina), a Bologna (studi giuridici), a Parigi (filosofia e teologia) e ancora a Napoli, Montpellier, a Orléans e a Oxford.



4.4.2. Scuole filosofiche

Questo sec. è caratterizzato, in primo luogo, appunto dall’emergere di alcune “scuole”, in cui fiorirono importanti maestri e pensatori, che riguardano forse più la storia della filosofia e della teologia (la “Scolastica” medievale) che la storia della letteratura, ma che testimoniano la vivezza e il fervore culturale di quest’epoca: la scuola di Chartres, con le figure di Bernardo di Chartres († 1124 ca.), Guglielmo di Conches (1180-1160 ca.), Gilberto Porretano (1076 ca.-1154), Teodorico di Chartres († 1156 ca.) e Bernardo Silvestre († 1159 ca.), autore di un De mundi universitate (o Cosmographia), poema scientifico-filosofico, e di una “tragedia” in distici elegiaci, il Mathematicus; la scuola di San Vittore, con le figure di Ugo di San Vittore († 1141) autore del celebre Didascalicon, Riccardo di San Vittore († 1173), Andrea di San Vittore († 1175) e Adamo di San Vittore (1112-1192), autore, fra l’altro, di sequenze liturgiche; la scuola di Parigi, coi suoi primi maestri, Pietro Comestore († 1179) e Pietro Lombardo (1095-1160), vescovo di Parigi nel 1159 ed autore di 4 libri di Sententiae nelle quali raccolse una serie di brani dei padri della Chiesa utili a commentare la Bibbia.

Fra le più grandi figure intellettuali del sec. XII, troviamo Pietro Abelardo (1079-1142) e Giovanni di Salisbury (1120 ca.-1180), entrambi legati in vario modo alla scuola di Parigi.

4.4.3. La scuola di Angers: Marbodo, Ildeberto, Balderico.

La cosiddetta “scuola di Angers”, nella Valle della Loira, testimonia appieno il livello culturale e la grande raffinatezza compositiva raggiunta dai poeti del XII sec. In particolare, ciò si riscontra nelle tre grandi figure di Marbodo di Rennes, Ildeberto di Lavardin e Balderico di Bourgueil.



Marbodo di Rennes (1035-1123), nato ad Angers, compie i suoi studi nella scuola cattedrale della città, allora diretta da Rainaldo (allievo di Fulberto di Chartres), ed inizia la sua carriera ecclesiastica, che lo porterà, nel 1096, al vescovato di Rennes. Autore abile, versatile, prolifico ed elegante, egli ci ha lasciato un ampio corpus di poesie di vario genere (amorose, descrittive, epistole in versi, inni, epigrammi); il Liber lapidum, un lapidario in cui vengono catalogate e descritte le virtù di 60 pietre preziose; varie opere agiografiche, in versi (Passio sancti Mauritii; Passio sancti Laurentii; Vita sanctae Thaidis; Vita beati Maurilii; Passio ss. martyrum Felicis et Adaucti) e in prosa (Vita sancti Licinii episcopi; Vita sancti Magnobodi episcopi; Vita sancti Gualterii Stirpensis abbatis; Vita sancti Roberti abbatis); alcune epistole (importanti soprattutto per ricostruire la sua attività sacerdotale ed episcopale); il De ornamentis verborum (breve trattato sulle figure retoriche); e soprattutto la sua opera più matura e meditata, il Liber decem capitulorum, raccolta di 10 poemetti in esametri di argomento moralistico-didascalico, ricchi di erudizione classico-cristiana e di abilità tecnica e versificatoria (De apto genere scribendi; De tempore et aevo; De muliere mala; De muliere bona; De senectute; De fato et genesi; De voluptate; De vera et honesta amicitia; De bono mortis; De resurrectione carnis).

Ildeberto di Lavardin nacque nel 1056 a Lavardin, sulla Loira, nel territorio di Vendôme, e, pur provenendo dai gradini più bassi della società (era infatti originario di una famiglia assai modesta), poté studiare nelle scuole episcopali di Angers, di Tours e di Le Mans, avendo qui, in qualità di precettore, il celebre Berengario di Tours, di cui egli, in seguito, con reale commozione di discepolo deplorerà la morte (avvenuta nel 1088) in uno dei più celebri fra i suoi carmi “minori”, e facendosi notare per le sue spiccate qualità letterarie, che gli consentirono ben presto una brillante carriera ecclesiastica. Nel 1085 divenne infatti direttore della scuola cattedrale di Le Mans, ai tempi in cui era vescovo Hoello, nel 1091 arcidiacono e, nel 1096, a soli quarant’anni, addirittura vescovo della stessa città, sebbene una parte del capitolo non fosse pienamente favorevole alla sua elezione. In questa veste egli si occupò alacremente di aspetti inerenti la propria carica episcopale e il proprio personale prestigio, facendo ricostruire la cattedrale di Le Mans e la sede del vescovado e facendo erigere altri splendidi palazzi, che abbellirono enormemente la città francese: una esperienza, questa, che lo spingerà a riflettere sulla grandezza architettonica degli antichi e che, in occasione di uno dei suoi viaggi a Roma per essere ricevuto dal papa, gli detterà, probabilmente nel 1101, una delle sue più celebri elegie, quella su Roma. Non tutti, però, furono in grado di apprezzare la raffinatezza dimostrata da Ildeberto quale letterato e committente di opere d’arte; anzi, nel 1116, il predicatore itinerante Enrico di Losanna, appartenente ad una corrente di riformatori della povertà e della purezza della Chiesa, attirò contro di lui una folla di mendicanti e di diseredati, sollevandoli in armi al fine di combattere il (vero o presunto) lusso sfrenato della curia vescovile di Le Mans. Ma Ildeberto non poteva certo essere considerato un presule corrotto, anzi egli fu sempre vicino alla curia di Roma e alla figura di Bernardo di Chiaravalle nelle lotte per la riforma della Chiesa e dispiegò una ampia attività, in tal direzione, contro gli abusi quali la simonia e il nicolaismo. Egli fu inoltre implicato nelle complesse vicende relative allo scontro tra re Enrico I d’Inghilterra e re Luigi VI di Francia per il possesso dei territori facenti parte della sua diocesi. Condotto in esilio in Inghilterra al seguito di re Guglielmo II, imprigionato per un anno per ordine di un potente signore locale [e di questi rovesci della sorte egli parlerà nella celebre elegia De casu huius mundi: carm. min. 22, pp. 11-15 Scott], nel 1100 poté finalmente far ritorno nella sua diocesi, muovendosi spesso per viaggi a Roma (nel 1101 e nel 1105) e in altre città europee. Nel 1125, ormai anziano, fu nominato arcivescovo di Tours, nella contea d’Angiò, e in questa stessa città morì nel 1133, all’età di settantasette anni.

La produzione letteraria di Ildeberto è particolarmente abbondante, e comprende, fra l’altro, il Tractatus de querimonia atque conflictu carnis et animae (una “satira menippea” di tipo boeziano, un prosimetro che appartiene al genere letterario dei conflictus, o controversiae, altercationes, ecc., ricco di reminiscenze bibliche ed agostiniane, fondato sul contrasto fra la carne e l’anima); la Lamentatio peccatricis animae (che presenta l’atto di pentimento di un morente che si affida alla pietà di Dio); due opere di stampo agiografico quali la Vita sanctae Radegundis (biografia di santa Radegonda, la celebre regina dei Franchi amica e confidente di Venanzio Fortunato) e la Vita beatae Mariae Aegyptiacae (902 esametri leonini), narrazione della celebre e diffusa vicenda di Maria Egiziaca. Altre opere ildebertiane degne di essere ricordate sono il De ordine mundi (599 esametri leonini) e il De ornatu mundi (90 distici elegiaci), descrizioni attinte alla Sacra Scrittura, secondo una linea che si diparte dai primi parafrasti biblici ed evangelici (come Giovenco, Cipriano Gallo, Sedulio, Avito, Aratore e così via) e, attraverso una ricchissima fioritura (soprattutto durante l’età carolingia, per cui basti pensare a Floro di Lione o a Teodulfo d’Orléans), giunge appunto fino al XII secolo, e oltre; mentre il De mysterio Missae (o Liber de expositione Missae) contiene interpretazioni allegoriche relative alle varie sezioni della messa, sempre condotte in chiave perfettamente ortodossa, a dimostrazione che il pur amato maestro Berengario non aveva lasciato traccia alcuna di dottrine eretiche. Ad Ildeberto sono attribuite (in certi casi dubbiosamente) altre opere di questo tipo, come il lungo Carmen in libros Regum (663 distici elegiaci), gli Epigrammata biblica (413 versi) e il poemetto De Machabaeis (478 esametri leonini), che intesse complessi rapporti con un altro poemetto di argomento analogo, i Certamina (o Carmina) septem fratrum Machabaeorum (forse i due poemetti rappresentano le due parti di una sola opera), attribuiti, ma con assai scarso fondamento, a Marbodo di Rennes. Particolarmente complesso risulta, poi, il problema riguardante l’attribuzione al poeta francese medievale del De nummo, un poemetto di stampo satirico contro il dilagante e corruttore potere del denaro, un argomento topico, questo, che egli riprenderà in altre sue composizioni. Ildeberto fu altresì autore di opere in prosa, fra cui meritano almeno un cenno i sermoni e le lettere.



All’interno della ricca, vasta e varia produzione letteraria di cui si è detto, spiccano però soprattutto i circa 60 carmina minora che comprendono alcune fra le più belle e raffinate poesie di Ildeberto. Essi riflettono pienamente non soltanto la cultura, il gusto, l’abilità retorica e versificatoria dello scrittore, ma anche la temperie culturale e scolastica di un ambiente, di una cerchia, quella dei grandi letterati dell’XI-XII secolo nella valle della Loira, nell’ambito della quale gli scambi epistolari, l’invio di brevi componimenti poetici, le rielaborazioni e le “riscritture” classicheggianti erano frequentissimi, con una varietà di forme, con una circolarità di movimento e di espansione e con un atteggiamento mentale e stilistico nei confronti degli auctores che, come è stato giustamente affermato e validamente corroborato da uno specialista dell’argomento quale Wolfram von den Steinen, sembrano quasi preludere all’Umanesimo propriamente detto o, per meglio dire, si configurano come un tipo particolare (sicuramente quello letterariamente più coinvolgente e stilisticamente più denso di stimoli) di umanesimo “medievale”, in una sorta di «saldatura tra il vecchio e il nuovo» in cui «coesistono […] versificazioni agiografiche e mitologiche, innografia liturgica ed epigrafia metrica, esametri e distici leonini o caudati o altrimenti rimati come pure del tipo classico senza rime» (Orlandi). Orbene, proprio le caratteristiche di quest’ambiente, unite alla grande fama di cui godette Ildeberto già in vita e anche dopo la morte, hanno fatto sì che sotto il nome del celebre poeta mediolatino ci sia giunta una vera e propria pletora, una vera e propria “selva selvaggia” di brevi composizioni, accumulatesi nel corso dei secoli, attestate in un numero ristretto di ampie raccolte e, assai più frequentemente, tramandate a gruppi piccoli (quattro, cinque testi), minimi (due testi), o addirittura, in certi casi, isolate entro codici miscellanei e, quindi, frammischiate con componimenti di altri autori. Fra l’altro, occorre aggiungere che i letterati facenti parte della cerchia culturale di cui si è detto (fra i principali, occorre ricordare ancora una volta Marbodo di Rennes e Balderico di Bourgueil, nonché Goffredo di Reims), ricevuto un componimento poetico da un loro amico o collega, nell’atto di ricopiarlo (o di farlo ricopiare sotto la loro diretta supervisione), potevano benissimo inserire in esso delle varianti sia di tipo lessicale sia di tipo stilistico, delle amplificazioni, delle vere e proprie rielaborazioni e “riscritture” che in parte ne modificavano lo spirito e il dettato originario, ma che, una volta accolte nelle copie successive, risultavano (e risultano spesso ancora oggi) assolutamente o, per lo meno, difficilmente distinguibili da quella che poteva essere stata la lezione genuina e originaria. Per quanto riguarda i carmina minora di Ildeberto, una sorta di “canone” di composizioni sicuramente o assai probabilmente autentiche è stato fissato nel 1969 da A. Brian Scott in una importante (anche se per certi versi discussa e discutibile) edizione critica, entro la quale lo Scott, operando una drastica “scrematura” della miriade di poesie brevi e/o brevissime accolte nella edizione settecentesca di Beaugendre e in quelle ottocentesche di Bourassé e di Barthélemy Hauréau, e seguendo la via maestra indicata dal dotto benedettino André Wilmart nel 1936, ha pubblicato, di regola, soltanto le composizioni che si leggono nelle raccolte maggiori, per un totale, quindi, di soli 57 componimenti poetici “autentici”, oltre ad altri 5 testi pubblicati in appendice, sui quali gravano però non indifferenti dubbi attributivi.

Il terzo rappresentante della scuola di Angers è Balderico di Bourgueil. Nato a Meung-sur-Loire nel 1046, dopo i primi studi si recò alla scuola della cattedrale di Angers, dove fu allievo di Marbodo di Rennes. Entrato quindi nel monastero di Bourgueil (da cui egli prese l’appellativo con cui è comunemente noto ed indicato), ne divenne abate a 43 anni, nel 1089, dedicandosi con impegno e dedizione all’attività religiosa ma senza trascurare l’esercizio letterario, diuturno e raffinato. Brigò a lungo per ottenere l’importante episcopato della città di Orléans, ma non vi riuscì. In compenso, nel 1107 venne nominato vescovo di una più piccola cittadina bretone, quella di Dol. Ma egli non apprezzò mai questa sede episcopale, ritenendo i bretoni gente rozza e poco affabile, e quindi preferiva rifugiarsi, assai spesso, fra gli ambienti intellettuali della Normandia, oppure recarsi in missione a Roma (si sa infatti di tre suoi viaggi nell’Urbe, uno dei quali per partecipare, nel 1120, ad un sinodo con il pontefice Callisto II). A Saint-Samson-sur-Rille, nella diocesi di Dol, egli consacrò una chiesa nel 1129, e a Dol morì, vecchio e stimato, l’anno successivo, nel 1130.

Oltre alla Historia Hierosolymitana, in prosa (la narrazione, cioè, delle vicende della Prima Crociata) e il De visitatione infirmorum, anch’esso in prosa, egli ci ha lasciato alcuni scritti di carattere mistico (Itinerarium) ed agiografico (Vita sancti Samsonis Dolensis episcopi; Translatio capitis sancti Valentini; Vita beati Roberti de Arbrissello) e, soprattutto, un consistente corpus di poesie in latino (in genere in esametri o in distici elegiaci), tramandateci da un unico manoscritto, il cod. Vaticanus Reginensis Latinus 1351, esemplato nel XII secolo e appartenuto alla regina Cristina di Svezia (che poi ne fece dono alla Biblioteca Apostolica Vaticana). L’edizione più recente ed autorevole dei suoi carmina presenta ben 256 composizioni, di lunghezza variabile, oscillante fra i 2 e i 1368 versi. Si tratta di un corpus molto vario ed eterogeneo, che testimonia la grande versatilità dell’autore, capace di trattare qualsiasi argomento in versi di perfetta fattura. A proposito della silloge dei carmi di Balderico, Haskins ha scritto che «la materia ora grave ora leggera potrebbe dare corpo a quelli che in altra epoca si sarebbero definiti vers de société; in più di un luogo l’autore avverte la necessità di spiegare perché scrive tanto sull’amore e perché prende a prestito dai classici; l’aspetto religioso, invece, non dà spunto ad alcuna considerazione del genere e d’altra parte non è molto accentuato. Ancora una volta, una raccolta che si rifiuta ad ogni classificazione».

4.4.4. Altri poeti e scrittori francesi del XII secolo

Altri due importanti letterati francesi del XII secolo sono Ilario d’Orléans e Bernardo di Morlas.



Ilario d’Orléans, vissuto fra il 1075 ed il 1140, allievo in Francia di Pietro Abelardo, è autore di un importante corpus di poesie e di ludi drammatici (oltre che di una dozzina di epistole in prosa): una produzione varia e diversificata, che spazia su differenti generi e registri, dall’inno religioso (Veni, dator omnis boni, veni, Sancte Spiritus) all’aspra invettiva al magister Abelardo (Lingua servi, lingua perfidie), dalle laudationes di pueri (Puer pulcher et puer unice; Ave, puer speciose, qui non queris pretium; Puer decens, decor floris) ai due famosi componimenti d’amore e di scherno passati poi nei Carmina Burana (Cur suspectum me tenet domina?; Lingua mendax et dolosa), per non parlare delle sue opere più ampie e significative (anche e soprattutto per la storia del teatro latino medievale), come la Suscitatio Lazari, il Ludus super iconia Sancti Nicolai e la Historia de Daniel representanda.


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