Introduzione allo studio della letteratura latina medievale e umanistica (4)



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Bernardo di Morlas (o di Morlais o di Cluny), vissuto nella prima metà del XII sec., fu monaco nel convento di Cluny, dove nel 1140 dedicò a Pietro il Venerabile il poema De contemptu mundi, in 3 libri in esametri “tripertiti dattilici”, dedicato al tema del disprezzo delle vanità terrene, ai tormenti dei dannati, ai vizi dell’uomo e alla peccaminosa figura della donna: una composizione che si rilega alla ricca fioritura, fra XII e XIII sec., della cosiddetta “letteratura sulla morte” o sul “disprezzo del mondo”, che conta, fra i suoi più cospicui esemplari mediolatini, opere quali il Rhythmus de die mortis e il Rhythmus in eos qui de regis ultione securi sunt sed Christum evadere nequeunt di Pier Damiani, il De contemptu mundi attribuito a Serlone di Wilton, il Rhythmus de vanitate mundi di Alano di Lilla, il Vado mori per lungo tempo erroneamente attribuito ad Elinando di Froidmont e il De miseria humane condicionis (o De contemptu mundi) di Lotario di Segni (poi papa Innocenzo III).

Sempre in ambiente francese, troviamo Matteo di Vendôme, maestro a Tours delle arti del Trivio, di poetica e retorica, scrittore abbondante e raffinato (anche se un po’ troppo artificioso), autore di epistole in versi, poemetti di argomento classico (Piramus et Tisbe, sul celebre mito ovidiano) e biblico (Tobias, versificazione dell’omonimo libro del Vecchio Testamento) e dell’Ars versificatoria, la più antica delle artes versificatorie e delle poetrie che, fra il XII ed il XIII sec., caratterizzano la riflessione critica e teorica sulla poesia e la sua elaborazione tecnico-stilistica, vale a dire le opere di Goffredo di Vinsauf (Poetria nova; Documentum de arte versificandi), di Gervasio di Melkley (Ars versificaria), di Giovanni di Garlandia (Parisiana poetria) e di Everardo il Germanico (Laborintus). Matteo compose inoltre il Milo (o De Afra e Milone), breve composizione in distici elegiaci appartenente al corpus delle “commedie elegiache latine”, un genere tipicamente medievale che conosce, fra il XII ed il XIII sec., una ricca fioritura, prevalentemente in area francese, ma con alcune diramazioni anche in Italia e il Germania. Caratteristiche distintive di tali composizioni sono l’imitazione ovidiana, la compresenza di sezioni narrative e sezioni dialogiche, la tipologia “medievale” dei personaggi (soprattutto gli schiavi e le donne), i temi e gli intrecci di marca spiccatamente novellistica. Oltre al Milo di Matteo di Vendôme, il corpus di “commedie elegiache” comprende altri 21 testi, risalenti al XII sec. per l’area francese o inglese (Geta e Aulularia di Vitale di Blois; Alda di Guglielmo di Blois; Miles gloriosus e Lidia attribuite ad Arnolfo d’Orléans; gli anonimi Pamphilus, Babio, De nuntio sagaci, De tribus puellis, Baucis et Traso, Pamphilus Gliscerium et Birria, De clericis et rustico, De tribus sociis, De mercatore), al XIII sec. per l’area tedesca (Rapularius I e II, Asinarius) e per quella italiana (De lombardo et lumaca; De more medicorum; De Paulino et Polla di Riccardo da Venosa; De uxore cerdonis di Iacopo da Benevento).



4.4.5. Gualtiero di Châtillon

Il più grande poeta latino del XII sec. è comunque, assai probabilmente, Gualtiero di Châtillon. Sulle sue vicende biografiche ci sono giunte alcune vitae in forma di accessus al suo poema più significativo, la Alexandreis, anche se spesso le notizie che questi scritti ci trasmettono non sono molto esaurienti e sicure. Nato a Ronchin, presso Lilla, negli anni 1135-1136, Gualtiero studiò a Parigi e poi a Reims sotto la guida di Stefano di Beauvais, acquisendo una vasta e profonda cultura letteraria e teologica. Ben presto fu chiamato a dirigere la scuola di Laon e poi quella di Châtillon-sur-Marne, ed è da ciò che deriva il suo appellativo (de Châtillon piuttosto che, in relazione alla sua nascita, de Lille). Fu anche a Bologna per impararvi il diritto canonico e per perfezionare la sua preparazione giuridica e retorica, visitò Roma e la curia papale, attingendone materia per le sue satire anticlericali. Per un certo periodo entrò a far parte della cancelleria del re d’Inghilterra Enrico II Plantageneto, con cui più tardi entrò in violento conflitto, forse in sèguito all’omicidio di Thomas Becket (29 dicembre 1170), cui era legato da vincoli di amicizia. Gualtiero, in quella occasione, accusò il re dell’omicidio del Becket, e fu quindi costretto a rientrare in patria. Dopo essere tornato in Francia, venne eletto, per intercessione del potente arcivescovo di Reims Guglielmo dalle Bianche Mani, canonico della stessa città e quindi vescovo di Amiens, dove morì, consumato dalla lebbra, verso il 1184-1185. Lo stesso poeta ci ha lasciato un auto-epitaffio in distici elegiaci, di sapore virgiliano, che contiene la sintesi della sua vita e della sua attività letteraria: Insula me genuit, rapuit Castellio nomen, / perstrepuit modulis Gallia tota meis. / Gesta ducis Macedum scripsi, sed sincopa fati / infectum clausit obice mortis opus.

Le sue opere principali sono le seguenti:

1) il Tractatus contra Iudaeos, un dialogo in tre libri in prosa fra lo stesso Gualtiero e Balduino di Valenciennes, in cui vengono esaminati, sotto la scorta del procedimento scolastico, i passi dell’Antico e del nuovo Testamento contro gli Ebrei, ma tenendo anche conto di autori classici quali Virgilio (Bucoliche 7 e 8, Georgiche), Orazio e Calcidio;

2) alcune Epistolae, oggi perdute (ma rimangono alcune lettere di Giovanni di Salisbury a lui dirette);

3) circa 50 poesie di vario argomento, satiriche, religiose, morali, amorose e per varie occasioni, come, per esempio, le strofe goliardiche cum auctoritate di Eliconis rivulos modice respersus o la “pastorella” Sole regente lora, o altre ancora, alcune delle quali poi confluite nei Carmina Burana (come Licet eger cum egrotis o Propter Sion non tacebo, sulla degenerazione della curia romana);



4) i Georgica contenuti nel ms. Par. Bibl. Nat. Lat. 15155, attribuiti a Gualtiero già da Hauréau e da Novati, che fanno parte invece, come ha dimostrato Wilson, di un florilegio di passi dai Georgica spiritualia di Giovanni di Garlandia, scritto probabilmente in margine a una copia della sua opera maggiore, l’Alexandreis; così come forti dubbi permangono circa l’attribuzione di altre opere, per esempio il Dogma moralium philosophorum, in prosa (certamente non suo) e la versione latina in strofe goliardiche del Voyage de saint Brendan di Benedeit (quest’ultima, invece, assai probabilmente da ascrivergli e risalente forse al periodo bolognese);

5) e soprattutto la Alexandreis, in dieci libri in esametri di raffinata fattura classicheggiante, sicuramente il suo capolavoro. Scritto fra il 1178 ed il 1184 (ma le opinioni avanzate dagli studiosi, a tal proposito, sono state varie e divergenti), il poema è dedicato alle imprese di Alessandro Magno, la cui fortuna durante il Medioevo fu, come è noto, dilagante e dirompente. Il poeta, pur dichiarandosi, fin dal proemio, consapevole della propria inferiorità nei confronti dell’epos virgiliano (si tratta del classico tòpos modestiae), è però fiero di svolgere un argomento finora mai affrontato in poesia epica (ed è l’altro tòpos della novitas dell’impresa cui si accinge il poeta). La fonte più seguita è Curzio Rufo, ma Gualtiero mostra di conoscere anche il Romanzo di Alessandro (probabilmente attraverso la rielaborazione tardo-antica di Giulio Valerio), Flavio Giuseppe, Giustino, Isidoro di Siviglia e, ovviamente, la Bibbia. Dopo il libro I, dedicato all’educazione dell’eroe protagonista da parte di Aristotele e alle sue prime imprese, i libri II-VII narrano le lunghe lotte fra Alessandro e Dario (che in questa sezione dell’opera assume le funzioni di coprotagonista) e, infine, i libri VIII-X raccontano il tentativo, effettuato dal sovrano macedone, di conquistare l’ignoto, restandone però ovviamente sconfitto (e questo elemento costituisce un importante antecedente per la figura dell’Ulisse dantesco). Negli oltre 5500 esametri che compongono l’Alexandreis si notano frequentissime suggestioni virgiliane: Gualtiero si rifà infatti all’Eneide sia a livello di situazioni topiche (l’invocazione alle Muse, la discesa agli Inferi, la descrizione dello scudo di Dario, l’amicizia fra due giovani sventurati, Simmaco e Nicanore, e così via) sia, appunto, a livello di suggestioni e riecheggiamenti. La tradizione virgiliana «viene rivissuta entro una diversa dimensione epica, dove all’attenta e sapiente forma, in esametri molto regolari di tipo senza dubbio classicheggiante, non si accompagna il sentimento dell’antica epica. Quella di Gualtiero è un’epica statica, dove l’eroe antico si veste parzialmente di temi cristiani, senza essere investito, nell’una e nell’altra tradizione, di grandi eventi epici» (Leonardi). Assai rilevanti sono anche le presenze oraziane, ovidiane e, soprattutto, lucanee: anzi, si può affermare che sia stato proprio Lucano il poeta classico maggiormente tenuto presente da Gualtiero, e la stessa figura di Alessandro è stata modellata sulla figura del Cesare lucaneo. L’opera ebbe grande e meritata fortuna ed entrò ben presto nel canone scolastico, insieme ai testi epici classici. Nel suo De scriptoribus ecclesiasticis (1260 circa) Enrico di Bruxelles attesta infatti che in scholis grammaticorum Alexandreis tantae dignitatis est hodie, ut prae ipso veterum poetarum lectio negligatur; tradotto durante il XIII secolo in norvegese e neerlandese e glossato in latino e in volgare, il poema ebbe una notevolissima influenza nella letteratura tardo-medievale (Enrico da Settimello, Pietro da Eboli, Guglielmo Bretone, Oddone di Magdeburgo), venne conosciuto probabilmente da Dante e sicuramente dal Petrarca (che spesso mostra di disprezzarlo, come tipico esempio di epica medievale, e quindi deteriore) e dal Boccaccio.

4.4.6. Poemi latini del XII secolo

Altri poemi significativi composti in questo periodo sono l’Architrenius di Giovanni di Hauville (nato in Normandia verso la metà del XII sec.), dedicato nel 1184 a Gualtiero di Coutances arcivescovo di Rouen, nel quale si narra, in 9 libri in esametri, il viaggio allegorico e simbolico di Architrenio; lo Speculum stultorum di Nigello di Longchamps (1130-1200), poema satirico di 4000 esametri in cui si racconta la grottesca vicenda dell’asino Brunellus il quale, scontento della propria coda, si reca presso Galeno, convinto che il famoso medico gli insegnerà come procurarsene una più bella e folta, ma Galeno lo spedisce a Salerno con la lista degli ingredienti necessari (si tratta ovviamente di una ricetta “impossibile”), città dove lo stolto Brunellus comunque non giungerà mai, peregrinando qui e là e perdendo per di più la coda che già ha (si tratta evidentemente di una feroce satira contro l’ottusità e la vanagloria del clero e degli studenti); il Bellum Troianum di Giuseppe di Exeter, in 6 libri, ispirato alle storie e alle leggende di Troia di Darete Frigio e di Ditti Cretese; l’Aurora di Pietro Riga (1140-1209), commento poetico al Vecchio Testamento; e soprattutto l’ Anticlaudianus di Alano di Lilla (1120 ca.-1203), monaco cistercense allievo di Bernardo Silvestre, ampio poema scientifico-didascalico di oltre 6000 esametri che costituisce una summa poetica delle sette arti liberali; un’altra opera composta da Alano è il De planctu Naturae, prosimetro dedicato alla condanna della sodomia (entrambe le opere risentono fortemente dell’influsso del neoplatonismo della scuola di Chartres).



4.4.7. La storiografia

Un notevole sviluppo conosce anche la storiografia, con gli inglesi Orderico Vitale (1075-ca.-1142), autore di una Historia Ecclesiastica (il titolo si richiama evidentemente a Beda) in 13 libri, composta fra il 1120 ed il 1141 nel monastero di Saint-Evroult in Normandia, in cui si narrano le vicende leggendarie e storiche dell’Inghilterra dalla creazione fino ai tempi dell’autore; Gugliemo di Malmesbury (1093-1143 ca.), certo lo storico di maggior rilievo dell’Inghilterra del XII sec., autore dell’Historia novella (una monografia in cui vengono raccontati i fatti avvenuti fra il 1130 ed il 1143), dei Gesta regum Anglorum (scritta come continuazione della Historia Ecclesiastica di Beda) e dei Gesta pontificum Anglorum (storia dei vescovi inglesi); il francese Guiberto di Nogent (1053-1124), autore dei Gesta Dei per Francos (storia delle Crociate) e di un singolare scritto autobiografico, il De vita sua (una delle prime opere di questo genere nell’ambito della letteratura mediolatina); e il tedesco Ottone di Frisinga (1111-1158), allievo a Parigi di Ugo di San Vittore, studente a Reims e a Chartres e, in seguito, abate a Morimond e vescovo di Frisinga, autore della Chronica (o Historia de duabus civitatibus) e dei Gesta Friderici: la prima è una cronaca universale, in cui per la prima volta viene applicato in sede storiografica lo schema agostiniano delle “due città” (la città terrena e la città celeste); i secondi sono vòlti ad illustrate e a sostenere la politica di Federico Barbarossa.

Un discorso a parte merita Goffredo di Monmouth († 1154), autore della Historia regum Britanniae, celebre per le leggende su Uter Pendragon, re Artù e Merlino in essa contenute. Infatti la tradizione leggendaria e letteraria intorno alla figura di re Artù (e a quelle di Merlino, di Ginevra, di Morgana, di Mordred, di Lancillotto, di Galvano, di Perceval e così via) conobbe, durante il Medioevo, una amplissima fortuna, testimoniata, soprattutto, da un elevatissimo numero di opere in volgare, in versi e in prosa, dal Brut di Wace ai romanzi cortesi di Chrétien de Troyes, dalla compilazione prosastica del Lancelot-Graal alla quattrocentesca Storia di Artù e dei suoi cavalieri di Thomas Malory. Esiste però anche una fiorente tradizione letteraria in latino attorno alla figura del leggendario re e dei cavalieri della Tavola Rotonda, su Merlino e sulle figure femminili che sì largo spazio occupano all’interno della materia arturiana: una tradizione rappresentata appunto, in primo luogo, dalla Historia regum Britanniae di Goffredo di Monmouth, ma anche da opere forse meno note e meno studiate, ma non per questo meno significative o meno interessanti, come la Vera Historia de morte Arthuri, i Gesta regum Britannie di Guglielmo di Rennes, il già citato Architrenius di Giovanni di Hauvilla, il Draco Normannicus di Stefano di Rouen, il De amore di Andrea Cappellano, il De ortu Waluanii e l’Historia Meriadoci di Robert de Torigny.

4.4.8. La letteratura in Italia

Anche l’Italia conosce, durante il XII sec., una ricca fioritura letteraria, prevalentemente ispirata ai fatti storici che si verificano nella penisola a quel tempo. Fra l’XI ed il XII sec. la produzione letteraria più rappresentativa è infatti quella cronachistica ed epico-storica. Con lo sviluppo della vita comunale e il sorgere del laicato urbano, la produzione letteraria si sposta nelle città: a Milano, con Landolfo seniore, autore di una Historia mediolanensis e Landolfo iuniore, autore di un Liber historiarum mediolanensis urbis, testimonianze appassionate della lotta contro il movimento ereticale della Pataria; a Genova, con gli Annales Ianuenses del Caffaro, attenti all’emergere del nuovo ceto mercantile (e destinati a molte “continuazioni”); a Montecassino, con il De viris illustribus casinensis coenobii di Pietro dei Conti di Tuscolo (detto anche Pietro Cassinense), opera di stampo biografico; nell’Italia meridionale soggetta al dominio dei Normanni, con la Storia dei Normanni di Amato da Montecassino (il cui originale latino è però andato perduto, mentre ci è giunta solo una cattiva traduzione in francese del sec. XIV), il De rebus gestis Rogerii et Roberti Wiscardi di Goffredo Malaterra e il Liber de rebus Sicilie di Ugo Falcando, opere nelle quali vengono messe in risalto le lotte politiche tra la feudalità locale e la monarchia normanna.

Un discorso a parte merita il Chronicon di Romualdo da Salerno, diviso in tre sezioni, la prima delle quali di carattere generale (vi si narra la storia del mondo dalla Creazione fino all’avvento dei Normanni nell’Italia meridionale), la seconda incentrata sui fatti della storia recente (dal X al XII sec.), la terza consistente nella relazione dell’azione diplomatica svolta dallo stesso autore, ambasciatore di re Guglielmo II, nei negoziati di pace fra il Barbarossa e i Comuni. Su questa scia delle “storie universali” si inserisce anche Goffredo da Viterbo, autore di tre opere di ampia mole e di vasta cultura: lo Speculum regum, enciclopedia in versi dal Diluvio universale fino a Carlo Magno; la Memoria saeculorum, prosimetro offerto come manuale di studio al discepolo Enrico VI; e il Pantheon, in cui viene riproposta la materia trattata nella Memoria saeculorum, integrata con estratti di leggende e romanzi.

Il sec. XII è caratterizzato inoltre da una grande fioritura di poesia epico-storica: i Gesta Roberti Wiscardi di Gugliemo il Pugliese; la Vita comitisse Mathildis (biografia versificata della contessa Matilde di Toscana) di Donizone da Canossa; i Gesta Friderici di un anonimo lombardo partigiano del Barbarossa; il Carmen in victoriam Pisanorum, anch’esso anonimo, in cui viene narrata la battaglia vittoriosa condotta da pisani e genovesi contro pirati africani, nel 1088; il Carmen de destructione Mediolani, scritto da un partigiano della lotta comunale contro Federico I; l’anonimo De bello Mediolanensium adversus Comenses, sulla lunga guerra combattuta fra Milano e Como tra il 1118 ed il 1127; il Liber Pergaminus di Mosé de Brolo di Bergamo; e, più importante di tutti, il Liber Maiorichinus, ove Enrico di Calci celebra la vittoriosa impresa dei pisani contro i pirati saraceni di Maiorca (1114-1115).

Altri due autori italiani che meritano di essere menzionati sono Pietro da Eboli e Arrigo da Settimello. Pietro da Eboli (1160-1220), forse il maggiore scrittore italiano del XII sec., maestro e medico alla corte di Enrico VI, fu autore di Gesta Federici (oggi perduti, in cui venivano esaltate le imprese del Barbarossa, padre di Enrico VI); del De rebus Siculis carmen (o Liber ad honorem Augusti), poema storico in 837 distici elegiaci in cui si celebra la lunga e vittoriosa lotta condotta da Enrico VI contro il conte di Lecce Tancredi, conclusasi nel 1194 con la conquista della Sicilia; e del De balneis Puteolanis, 35 epigrammi nei quali vengono esaltate le virtù terapeutiche dei bagni di Pozzuoli. Arrigo da Settimello compose invece, fra il 1192 ed il 1193 una Elegia de diversitate Fortunae, in 4 libri in distici elegiaci nella quale viene dibattuto un tema caro alla tradizione medievale, il tema, cioè, della mutevolezza e del capriccio della Fortuna, che domina tutte le vicende e le cose del mondo. Un’opera, questa, che conoscerà una dilagante fortuna tra il XIII ed il XIV sec., e che verrà volgarizzata nel Trecento, col titolo di Arrighetto (dal nome dell’autore).

4.4.9. I Carmina Burana e la poesia goliardica

Concludiamo questa sezione dedicata al XII sec. con i Carmina Burana.

Nelle città frenetiche del XII e del XIII secolo i “goliardi” (ossia gli studenti universitari) trovano la loro ragione di vita, una vita fatta spesso di espedienti per sopravvivere, alla ricerca di un protettore o di un mecenate, mirando ad inserirsi con stabilità in quella stessa società di cui, almeno nelle loro poesie, essi non si peritano di denunziare, spesso in toni violenti e marcatamente offensivi, le pecche e le manchevolezze. La figura del goliardo medievale è, in fondo, una figura paradossale. Anche se egli sembra voler cambiare la società che lo circonda, avvalendosi dell’unico mezzo a lui noto e congeniale, ossia l’arte della penna, in effetti però, alla resa dei conti, non tende a diventare altro che uno di coloro che egli stesso ha criticato, ad essere nuovamente beneficiario di quella società cittadina, di quell’ordine sociale all’interno del quale egli stesso si è formato e sopravvive. Ecco che così il goliardo, singolare figura di protestatario, è capace al contempo di comportarsi in maniera antitetica, unendo la più violenta e scommatica composizione satirica e ridanciana alla più smaccata ed adulatoria lode del potente. E così, se da un lato abbiamo un Ugo d’Orléans il quale, pur essendo insegnante universitario a Parigi, condusse una vita errabonda e randagia ai margini della società, mantenendo sempre inalterato il proprio orgoglio intellettuale, dall’altro abbiamo invece figure come l’Archipoeta di Colonia, che passò gran parte della sua vita alle spalle del potente prelato Rainaldo di Dassel, o come Serlone di Wilton che si schierò col partito della regina Matilde d’Inghilterra, ritirandosi poi in convento, o ancora come Gualtiero di Châtillon, che visse alla corte di re Enrico II Plantageneto, diventando poi, addirittura, arcivescovo di Reims. Criticano il clero corrotto, ma sono clerici anch’essi (talvolta anche essi corrotti), si scagliano contro i nobili, ma poi cercano il loro appoggio e la loro protezione benevola e remunerativa, disprezzano le classi inferiori, come i “villani”, ma spesso diventano essi stessi assai peggio dei “villani”, ingaglioffandosi all’osteria fra interminabili bevute, carte, dadi e prostitute.

I Carmina Burana, questa “Bibbia della goliardia medievale” (come sono stati definiti), ci sono stati tramandati in un unico manoscritto, il cod. CLM 4660 della Staatsbibliothek di Monaco di Baviera, 122 fogli in pergamena + 7 fogli del CLM 4660a (il cosiddetto Fragmentum Buranum), scoperti solo nel 1901.

Il codice fu esemplato probabilmente intorno al 1230 e comprende composizioni redatte, grosso modo, fra la seconda metà del XII sec. e il primo quarto del XIII sec., prevalentemente in area inglese e franco-germanica. Esso fu scoperto nel 1801 nella Abbazia benedettina di Benediktbeuren (l’antica Bura Sancti Benedicti), fondata da Bonifacio fra il 730 e il 740. Nel 1803 il manoscritto fu trasferito nella Biblioteca di Monaco, dove tuttora si trova.

Il codice è illustrato. Esso contiene infatti otto miniature, la più famosa delle quali è quella della Ruota della Fortuna cui sono appesi due sovrani (probabilmente Federico II ed Enrico VII). Altre miniature illustrano le poesie d’amore, e fra queste ve ne sono due con la storia di Enea e di Didone. Altre ancora sono dedicate ai temi del gioco e del vino, con scene di bevute e di partite a scacchi, a dadi, a trick-track.

Molti componimenti sono stati musicati (vi è anche la notazione). La trascrizione del manoscritto è stata effettuata, comunque, in momenti diversi. Una parte del codice è andata irrimediabilmente perduta. Infatti, al momento della prima rilegatura (ancora in età medievale), l’inizio della raccolta era già scomparsa. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che l’inizio della raccolta comprendesse poesie di carattere religioso, fatto, questo, che avrebbe dato alla silloge una struttura ed una configurazione ben diversa da quella che essa ci mostra oggi.

I Carmina Burana comprendono complessivamente ben 315 testi poetici, in latino e in medio-alto tedesco. Il nucleo originario della raccolta (così come noi l’abbiamo) comprende i nn. 1-228, ed è stato il primo ad essere trascritto. Questi carmi sono chiaramente suddivisi in tre sezioni, a seconda del loro contenuto: 1) Carm. Bur. 1-55: testi di carattere satirico e morale; 2) Carm Bur. 56-186: testi di carattere amoroso. All’interno di questa seconda sezione è inoltre possibile individuare due gruppo: a) Carm. Bur. 56-121: composizioni in latino; b) Carm. Bur. 122-186: composizioni in latino e in volgare; 3) Carm. Bur. 187-228: testi nei quali vengono esaltati i piaceri della vita, del vino, del gioco e dell’amore. Nel secondo nucleo della raccolta (Carm. Bur. 229-315) predominano invece i testi a carattere moralistico e sacrale.

La raccolta, per le sue dimensioni e per il notevole numero di componimenti che contiene, presenta una larga copia di tematiche. Fra le principali, si individuano qui le seguenti (fra parentesi, l’indicazione dei testi più significativi in cui tali tematiche sono espresse): 1) Satira dei vizi e della corruzione del clero (3, Ecce torpet probitas; 8, Licet eger cum egrotis); 2) Tema della tristitia temporis (6, Florebat olim studium); 3) Tema del trionfo del denaro (11, In terra summus rex est hoc tempore nummus); 4) Tema della Fortuna (14, O varium Fortune lubricum; 16, Fortune plango vulnera; 17, O Fortuna velut luna; 18, O Fortuna levis); 5) Scontento della vita scolastica (75, Omittamus studia); 6) Contrasto fra ratio e amor (108, Vacillantis trutine libramine); 7) Amor de lonh (111, O comes Amoris, dolor); 9) Incontro con la pastorella (79, Estivali sub fervore; 90, Exiit diluculo); 10) Malelingue e lauzengiers (95, Cur suspectum me tenet domina?, di Ilario d’Orléans); 11) Descriptio pulchritudinis (si tratta di un topos molto diffuso, che ricorre nei Carm Bur. 69, 83, 115, 177, etc.); 12) Descriptio loci (anche questo è un topos molto diffuso, soprattutto per quel che riguarda l’incipit primaverile, nei Carm. Bur. 70, 78, 79, 80, 92, 142, 143, 144, 153, etc.); 13) Tema del “fuoco d’amore” (Carm. Bur. 56, 61, 71, 177, etc.); 14) Maladie d’amour (Carm. Bur. 61, 69, 77, 104, etc.).

Fra le composizioni più giustamente celebri della raccolta ricordiamo qui: Estuans intrinsecus (Carm. Bur. 192), dell’Archipoeta di Colonia; In taberna quando sumus (Carm. Bur. 196); la Altercatio Phyllidis et Flore (Carm. Bur. 92, Anni parte florida); il “lamento del cigno arrosto” (Carm. Bur. 130, Olim lacus colueram); Dum caupona verterem vino debachatus (Carm. Bur. 76), poemetto bacchico; la diatriba fra Diogene ed Aristippo (Carm. Bur. 189, Aristippe, quamvis sero), di Filippo il Cancelliere; il contrasto fra l’acqua e il vino (Carm Bur. 193, Denudata veritate).



Caratterizzati da una strabiliante varietà di ritmi e di rime, spesso legati per temi e modalità compositive alla coeva poesia cortese in volgare, i Carmina Burana ci sono giunti anonimi, anche se, al loro interno, si possono individuare testi di autori noti, quali Ugo d’Orléans e l’Archipoeta di Colonia, Ilario d’Orléans e Gualtiero di Châtillon, Pietro di Blois e Filippo di Grève (detto anche Filippo il Cancelliere). Di alcuni di essi (Ilario di Orléans e Gualtiero di Châtillon) si è già detto. Aggiungiamo qui alcuni cenni agli altri.


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