Introduzione allo studio della letteratura latina medievale e umanistica (4)



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Ugo d’Orléans (detto Primate). A lui è assegnabile Carm. Bur. 194 (In cratere meo Thetys est sociata Lyaeo), che non è certo una delle sue liriche migliori. La sua figura storica e la sua produzione letteraria sono però fondamentali per la poesia goliardica. Nato ad Orléans verso il 1093, diventò maestro di grammatica e di retorica. Passò poi a Parigi e in altre città della Francia settentrionale. Grande conoscitore dei classici latini, spirito arguto e mordace, epigrammista salace e caustico, scrisse molte composizioni satiriche. La sua composizione più celebre è forse quella in cui egli, lamentando la propria povertà, chiede un mantello per l’inverno, una breve poesia ispirata, forse, a Marziale. A lui risalgono altri temi tipicamente “goliardici”, quali il vino, la taverna, il gioco, le donne, etc. Morì dopo il 1160.

L’Archipoeta di Colonia. Personaggio di difficile e sfuggente identificazione, nacque probabilmente in Renania da una famiglia di nobiltà cavalleresca. Nel 1161 trovò in Rainaldo di Dassel, arcivescovo di Colonia, un valido protettore. Al seguito di Rainaldo accompagnò in Italia l’imperatore Federico Barbarossa (a Novara e a Pavia). Alla morte del suo protettore, rientrò nell’ombra. Dal 1167 in poi non si hanno infatti più notizie su di lui. I temi della sua poesia sono assai simili a quelli evidenziati da Ugo d’Orléans. L’Archipoeta, però, risulta meno vario nell’ispirazione e nei risultati poetici. Nei Carmina Burana sono accolte due sue composizioni: la cosiddetta Confessio Goliae (Carm. Bur. 191, Estuans intrinsecus) e Sepe de miseria mee paupertatis (Carm. Bur. 220), in cui l’autore difende orgogliosamente la propria condizione di clericus.

Pietro di Blois. Nato a Blois (centro culturale molto importante per la letteratura mediolatina del sec. XII) intorno al 1135 da nobile famiglia (il suo fratello minore Guglielmo fu l’autore della “commedia elegiaca” Alda), frequentò gli studi a Tours e a Parigi, e fu discepolo di Giovanni di Salisbury. Nel 1166 si trasferì in Sicilia, come precettore del re normanno Guglielmo II Il Buono. Tornato in Francia nel 1170, fu mandato in Inghilterra presso la corte di re Enrico II Plantageneto e divenne arcivescovo di Canterbury e, in seguito, arcidiacono di Bath in Cornovaglia. Morì intorno al 1210. A lui, fra l’altro, possono ascriversi Carm. Bur. 72 (Grates ago Veneri) e Carm. Bur. 30 (Dum iuventus floruit), che rappresentano, in un certo qual modo, le due “facce” della sua ispirazione poetica, quella intensamente erotica e quella morale.

Filippo il Cancelliere (o Filippo di Grève). Nacque a Parigi intorno al 1170, fu nominato arcivescovo di Noyon nel 1211 e, nel 1218, divenne cancelliere e maestro della scuola cattedrale di Notre-Dame. Morì intorno al 1236-1237. È autore di un cospicuo corpus di poesie, buona parte delle quali confluite nei Carmina Burana e di moltissimi sermoni. Fra i Carmina Burana a lui ascrivibili, cfr. i nn. 21, 22, 26, 34 (Deduc, Sion, uberrimas), 131 e 189 (Aristippe, quamvis sero). La sua vena poetica è di tipo prevalentemente morale.
4.5. Il XIII secolo e il Preumanesimo

4.5.1. Premessa

Il XIII ed il XIV sec., ossia il cosiddetto “autunno del Medioevo” (secondo la celebre definizione di Huizinga), sono fra i periodi più ricchi di cultura e d’arte, secoli in cui, alla progressiva e fatale decadenza della letteratura in latino fanno da contraltare lo sviluppo e l’affermazione delle letterature in volgare, specialmente in Italia, con la Scuola Poetica Siciliana sorta all’ombra della corte di Federico II, col “Dolce Stil Novo” fiorentino e, fra XIII e XIV sec., con le tre grandi figure di Dante Alighieri (1265-1321), Francesco Petrarca (1304-1374) e Giovanni Boccaccio (1313-1375).



4.5.2. La filosofia

Il sec. XIII, in particolare, è caratterizzato in Europa dallo sviluppo della filosofia, da Alberto Magno a Tommaso d’Aquino, da Bonaventura da Bagnoregio a Giovanni Duns Scoto, da Roberto Grossatesta a Ruggero Bacone. Ma anche la poesia conosce momenti di rilievo, sia quella profana (si pensi a Filippo di Gréve, o Filippo il Cancelliere, di cui si è già detto a proposito dei Carmina Burana), sia quella sacra (si pensi al Dies Irae di Tommaso da Celano o allo Stabat Mater di Iacopone da Todi).

In Inghilterra si segnala soprattutto, fra XII e XIII sec., la figura di Alessandro Neckam (1157-1217), uomo di chiesa, maestro, enciclopedista ed erudito, autore di un notevole numero di opere in prosa e in versi che spaziano su ogni genere, dall’enciclopedia scientifico-didascalica (De naturis rerum, De laudibus divinae Sapientiae, Suppletio Defectuum) alla favolistica (Novus Avianus, Novus Aesopus), dalla lessicografia (De nominibus utensilium) alla liturgia (Sacerdos ad altare).

4.5.3. L’Italia. Le artes dictandi

Durante il XIII sec. si assiste, in Italia, ad un notevole sviluppo della retorica e delle artes dictandi, soprattutto con la figura di Boncompagno da Signa (1165-1240). Di lui ci è giunto un cospicuo corpus di opere (molte delle quali ancora inedite o mal edite), fra le quali vale la pena di ricordare la Rhetorica novissima, iniziata a Venezia e pubblicata a Bologna nel 1235; la Rhetorica antiqua, detta comunemente Boncompagnus (secondo un modulo onomastico assai diffuso nella produzione scolastica dell’epoca), recitata a Bologna nel 1215 e poi pubblicata a Padova nel 1226 o nel 1227; due scritti che, almeno nel titolo, sembrerebbero rifarsi a Cicerone, l’Amicitia (1204) e il De malo senectutis et senii; un’opera storico-encomiastica, il Liber de obsidione Ancone (1198-1201), in cui viene esaltata la difesa della città marchigiana dall’assalto delle truppe del Barbarossa; e quindi altre opere minori di grammatica, di retorica e di epistolografia, quali le Quinque salutationum tabulae (1194-1195), che trattano della salutatio e dei vari titoli che spettano ai diversi destinatari delle epistole; il Tractatus virtutum (1197), sui pregi e i difetti del discorso; la Palma (1198), l’Oliva (1198), il Cedrus (1201) e la Myrra (1201), in cui vengono analizzati rispettivamente la dottrina epistolografica, la composizione dei privilegi ecclesiastici, quella degli statuti comunali e quella dei testamenti; un’altra opera di recente scoperta, la Corona; il Breviloquium (1203), che istruisce sulla maniera di comporre gli exordia epistolari; l’Isagoge (1204), che tratta delle epistole introduttive; e, infine (forse il suo scritto più noto), la Rota Veneris (1194-1195), singolare manualetto di avviamento (se così si può dire) alla composizione epistolografica di carattere amoroso, sapientemente bilicato fra dottrina retorica e divertissement novellistico e materiato di echi e suggestioni della letteratura erotica classica e mediolatina, da Ovidio a Giovenale, da Andrea Cappellano al Pamphilus.

Si possono qui ricordare i nomi di Bene da Firenze, autore del Candelabrum, in 8 libri; del bolognese Guido Faba (1190 -1243 ca.), autore di molti trattati di retorica ed epistolografia, fra cui rivestono particolare importanza la Gemma purpurea e i Parlamenta et epistolae, ambedue destinati ad insegnare come si compone una lettera in latino; di Bilichino da Spello, autore di un Pomerium rhethoricae in 5 libri.

A questo gruppo può ascriversi anche Albertano da Brescia, che anzi rappresenta uno dei più importanti scrittori dell’Italia settentrionale durante la prima metà del sec. XIII, autore di una ricca serie di opere, generalmente in prosa, fra le quali occorre menzionare i cinque Sermones, orazioni tenute fra il 1243 ed il 1250, la prima a Genova, dinanzi ai giudici e ai notai della città ligure, sul tema De confirmatione vitae illorum, le altre quattro, in lode dell’elemosina e del timore di Dio, svolte a Brescia in occasione delle solenni adunanze annuali dei giudici e dei francescani; il De amore et dilectione Dei, dedicato al figlio Vincenzo, una sorta di manuale di educazione religiosa, morale, sociale ed economica, ispirato alla spiritualità francescana (ma anche denso di suggestioni attinte al più celebre De amore di Andrea Cappellano); il Liber consolationis et consilii, scritto nel 1246 per il figlio Giovanni, che si configura come un dialogo allegorico fra Melibeo e la moglie Prudenza, in cui, in 51 capitoli, vengono trattati vari temi morali; ed il Liber de doctrina dicendi et tacendi, composto nel 1245 ed indirizzato al figlio Stefano, breve trattatello in prosa suddiviso in sei capitoli corrispondenti alle circostanze che devono regolare il parlare ed il tacere del cittadino e del retore duecentesco (quis, quid, cui, cur, quomodo, quando).

Più importante è il fiorentino Brunetto Latini (1220 ca.-1294), maestro di Dante, che rivela una forte spinta didascalica in tutte le sue opere, tanto ricche di dottrina da procurargli presso i suoi stessi contemporanei la fama e l’appellativo di “maestro”. Egli svolge una poliedrica attività di scrittore, in francese, in italiano e in latino. Il suo testo più noto in francese è Li livres dou Trésor, in lingua d’oïl, una enciclopedia in prosa in tre libri, che spazia dalle scienze naturali alla matematica, dall’economia alla politica, trattando di filosofia e di morale, di retorica, di grammatica e di teologia. Analoghe osservazioni valgono per le opere in poesia e in volgare fiorentino, Il favolello e Il tesoretto. La prima è un’epistola in versi dedicata a Rustico di Filippo che ha per argomento l’amicizia, già motivo di riflessione per gli scrittori classici. La seconda è la storia, basata su un sottile spunto autobiografico, di un viaggio allegorico: Brunetto, accompagnato dalla Natura personificata, entra nel regno delle Virtù, che gli danno indicazioni per un retto comportamento morale e sociale; poi s’imbatte in Amore e nelle sue insidie (anch’esse personificate), e grazie al poeta Ovidio riesce a evitarle. Incontra poi Tolomeo, e a quest’altezza il racconto si interrompe. Brunetto Latini ha anche buone qualità di traduttore dal latino e padronanza del volgare in prosa, come testimoniano i volgarizzamenti di tre orazioni di Cicerone (Pro Ligario, Pro Marcello, Pro rege Deiotaro) e la traduzione commentata di 17 libri del De inventione, ancora di Cicerone, contenuta nella Rettorica.

4.5.4. L’Italia. Storie e cronache

Ampia, come sempre, anche la produzione di storie, cronache e storie romanzate. Per quanto concerne quest’ultimo ambito, ricordiamo Guido delle Colonne (1210 ca.-dopo il 1287), giudice e avvocato di Messina, autore di un canzoniere in volgare che, pur essendo molto esiguo (annovera infatti soltanto 5 canzoni, due delle quali, la II e la III, di dubbia attribuzione) risente dell’ influenza della poesia della corte federiciana. A lui è anche attribuita, pur tra alcuni dissensi, una Historia destructionis Troiae, rifacimento in prosa latina del Roman de Troie di Benoît de Sainte-Maure, che il messinese avrebbe composto tra il 1272 e il 1287.



Fra i cronisti vissuti alla corte di Federico II e dei suoi successori troviamo Riccardo di San Germano, uomo di fiducia dell’imperatore, autore di una Chronica dal 1189 al 1243; Niccolò di Iamsilla, ghibellino, notaio e segretario di Manfredi ed autore del De rebus gestis Frederici II, che abbraccia il periodo storico che va dal 1210 al 1258; Saba Malaspina, guelfo, autore di una Rerum Siculorum historia, in 10 libri, dal 1250 al 1285; Bartolomeo di Neocastro, autore di una Historia sicula dal 1250 al 1293.

Le cronache cittadine in volgare hanno poi un precedente nella Chronica (o Chronicon Parmense) di fra Salimbene de Adam da Parma (1221-1288). L’opera, compilata negli ultimi anni di vita del frate (dal 1282 al 1288) e dedicata alla prediletta nipote Agnese, ci è giunta nella stesura autografa (ma purtroppo mutila dell’inizio e della fine) nel cod. Vat. Lat. 7260; essa abbraccia gli avvenimenti della storia italiana dal 1212 al 1287, nella narrazione dei quali lo scrittore si serve, oltre che della propria esperienza diretta, anche delle opere storiche più autorevoli riguardo al periodo da lui indagato, quali la Chronica universalis di Sicardo da Cremona, il Liber de temporibus attribuito ad Alberto Milioli da Reggio Emilia e lo Speculum historiale di Vincenzo di Beauvais. Egli conosce i classici (Giovenale, Claudiano), gli scrittori mediolatini e volgari (Prospero d’Aquitania, i Disticha Catonis, Ugo Primate, Girardo Patecchio) e soprattutto la Bibbia, che cita di continuo, con quella tendenza a divagare e a supportare le proprie affermazioni con passi scritturistici, che è tipica del suo modo di scrivere. Di altissimo valore letterario, oltre che storico, la Chronica di Salimbene «si presenta come un memoriale autobiografico, nel quale lo svagato e bizzarro narratore-interprete non si perita di disporre i materiali secondo un ordine talora capriccioso con frequenti divagazioni didascaliche, dipingendo anzitutto un ritratto di se stesso, uomo straordinariamente acuto nella interpretazione, alieno da preoccupazioni speculative, intento ad annotare quanto avviene intorno a sé, interessato ai beni mondani» (Quaglio). Il fascino del suo raccontare sta anche nel gusto sapido, parodistico per l’aneddoto, per la storiella che già arieggia i modi della novella e del fabliau, come nell’episodio della monaca che, presa dall’estasi nell’ascoltare un francescano che cantava dolcissimamente, volendo seguirlo a tutti i costi, si gettò dalla finestra rompendosi una gamba; o, ancora, la vicenda di alcuni seguaci di fra Gerardino Segalello, che presero in giro un giovane sposino di Bologna spulzellandogli la moglie durante la prima notte di nozze, ma, poi scoperti, vennero impiccati come si meritavano. Episodi di questo genere sono facilmente individuabili in gran quantità nell’amplissima compagine della Chronica, tanto che giustamente di lui è stato recentemente scritto che «sa narrare con una freschezza, una vivacità, una semplicità e un brio che fanno di lui il più grande novelliere e ritrattista italiano prima del Boccaccio» (Bertini). Ma non bisogna lasciarsi prendere la mano, nel valutare un’opera così complessa e diversificata nelle sue molteplici componenti, soltanto dall’aspetto più accattivante quale l’impronta novellistica: «Codesto realismo sanguigno e talvolta lubrico e grossolano – è stato scritto – che più facilmente e fortemente colpisce il lettore, ha causato un’insistenza forse soverchia sugli aspetti più vistosamente comici, giocosi, giullareschi dell’opera di Salimbene, non privi di una certa carica polemica [...] e sui temi e sulle forme di più spiccato carattere popolaresco. Ma è indubbio che l’opera è tutta percorsa dalla radicata e sincera fede religiosa di un frate che è abituato alla predicazione, che ha familiari e sempre presenti i testi sacri, che rivela nei suoi giudizi grande penetrazione umana e intuito storico, straordinaria autonomia e profondo senso di responsabilità» (Marti). In una parola, la compresenza di elementi laici e di elementi religiosi rende ancora attuale e pienamente azzeccata la definizione del frate «con un piede nel convento e uno nel mondo» (Scivoletto). Agli elementi caratterizzanti l’opera di Salimbene, che si sono evidenziati brevemente in queste poche righe, si deve aggiungere anche il fascino caratteristico del suo latino, «un latino dalla veste umile e dimessa, tra i mezzi più vivaci ed efficaci, nella sua rozza dialettalità, per dar corpo alla prepotente vocazione narrativa» (Quaglio), in realtà «una sorta d’italiano leggermente latinizzato ma con uno stile vivo, limpido ed anche elegante, a condizione che non si consideri il latino classico come il modello sul quale tutto è da misurare» (Norberg).

4.5.5. Iacopo da Varazze e Bonvesin da la Riva

Genova conosce, a quest’epoca, il suo più significativo rappresentante in Iacopo da Varazze (1228-1298). Scrittore, predicatore e narratore domenicano, beatificato nel 1816 da papa Pio VII, egli divenne nel 1267 padre provinciale della Lombardia e quindi arcivescovo di Genova dal 1292 fino alla morte, per un periodo di sei anni durante i quali svolse un ruolo di primissimo piano nelle vicende politiche della città ligure, ruolo di cui è traccia visibile nella Chronica civitatis Ianuensis (o Chronicon Ianuense), scritta a partire dal 1295 a scopo di istruzione politica e morale: l’opera, suddivisa in 12 parti, «inizia dalle leggendarie origini di Genova e indulge spesso al fantastico e al meraviglioso, assume in seguito toni didattico-moralistici, ma nel racconto delle vicende contemporanee fino al 1297 il beato Iacopo sa mostrarsi degno emulo dei migliori annalisti genovesi, da Caffaro al suo contemporaneo e omonimo Iacopo Doria» (Bertini). Come era compito imprescindibile dei Domenicani, Iacopo fu, come si è detto, anche un famoso ed infaticabile predicatore. Fra il 1277 ed il 1292 egli compose infatti tre raccolte di sermoni, i Sermones de sanctis, i Sermones doctrinales e i Sermones quadragesimales, mentre una quarta ed ultima raccolta, il Liber Marialis, venne redatta quando già egli era stato nominato arcivescovo di Genova; come è stato osservato «più che di sermoni veri e propri si tratta di tracce schematiche preparate con intento didascalico, ma piene di dottrina biblica e scolastica e ricche di ardore mistico. Ma i sermoni da lui effettivamente pronunciati dal pulpito dovevano essere ben più efficaci» (Bertini). L’opera più importante e celebre dello scrittore domenicano è comunque, come è noto, appunto la Legenda aurea, che appartiene al genere dei “leggendari abbreviati” (o “condensati”), fra i quali si ricordano le analoghe compilazioni di Bartolomeo da Trento e di Giovanni di Mailly. Composta in prima redazione fra il 1252 ed il 1260, e comunque prima del 1267, quindi riveduta negli anni successivi ed anche durante il periodo del proprio arcivescovado genovese (anche se le opinioni degli studiosi a tal proposito sono quanto mai discordi), essa raccoglie un ricchissimo e pressoché sterminato patrimonio di leggende, aneddoti, racconti esemplari sulle figure dei santi che si erano accumulati nel corso di oltre un millennio, dalle origini del Cristianesimo ai suoi giorni, da Gesù a san Francesco e a san Domenico. Si tratta di complessivi 182 racconti (più o meno lunghi ed articolati), ordinati secondo il calendario delle festività religiose dell’anno canonico, entro i quali Iacopo incluse, nel penultimo capitolo (quello dedicato a san Pelagio papa) una sorta di summa di storia universale dal V secolo al 1245, intitolata Historia lombardica (titolo col quale fu nota anche la Legenda aurea nel suo complesso), ricca, come sempre, di curiosità e di aneddoti su personaggi storici, re ed imperatori.

Più o meno nello stesso torno di tempo, a Milano vive ed opera Bonvesin da la Riva, autore di testi in volgare (Libro delle Tre scritture) e in latino (De magnalibus urbis Mediolani, un trattato in lode della sua città composto nel 1288; Carmina de mensibus, 430 esametri composti a descrizione dei mesi; Vita scholastica, poemetto precettistico in 936 versi).



4.5.6. Il preumanesimo padovano

Intorno alla metà del sec. XIII, intorno a Padova e, in genere, nel Veneto, si sviluppa una nuova scuola che, in certo qual senso, prelude a quelli che saranno gli interessi letterari del Petrarca e del Boccaccio e, poi, degli scrittori del sec. XV. Uomini di cultura, giudici, poeti e notai si dedicano con rinnovato vigore allo studio e alla riscoperta degli auctores, fondando un movimento che è stato chiamato “preumanesimo” padovano. Fra le principali figure di “preumanisti” veneti attivi nel XIII e nel XIV sec., ricordiamo Geremia da Montagnone (1250-1320 c.a.), giudice, autore di un Compendium moralium notabilium; Lovato Lovati (1241-1309), anch’egli giudice, strenuo difensore della poesia classica, scopritore di codici (la III e la IV decade di Livio), autore di 21 Formulae dictandi e di cinque Epistolae metriche; Albertino Mussato (1262-1329), allievo del Lovato e autore di una Historia Augusta o De gestis Henrici VII Cesaris, in 16 libri, dedicati agli avvenimenti accaduti in Italia durante la discesa di Arrigo VII (1311-1313), di un De gestis Italicorum post Henricum VII Cesarem, in 14 libri, dedicati al racconto dei fatti dal 1313 al 1321 e, soprattutto, della tragedia Ecerinis, scritta nel 1314-15 sul modello delle tragedie di Seneca (e soprattutto sulla falsariga del Thyestes e della praetexta Octavia, allora considerata sicuramente senecana), dedicata all’ascesa al potere e alla rovina di Ezzelino III da Romano, tiranno della Marca Trevigiana, opera che valse al suo autore, nel 1315, l’incoronazione poetica a Padova (in quella occasione il Mussato scrisse anche una epistola in versi che è molto importante per la sua concezione della poesia).



4.5.7. Altri poeti e scrittori nell’Italia del XIII secolo

Al preumanesimo dell’Italia del nord ci riporta anche il poeta milanese Ardighino (più noto col soprannome di Bellino) Bissolo, attivo nella seconda metà del XIII sec., in rapporti con Lovato Lovati e con l’ambiente padovano, noto a Geremia da Montagnone, autore di tre operette di stampo moralistico-esemplare in distici elegiaci: lo Speculum vite, diviso in due parti (ciascuna delle quali preceduta da un prologo e seguita da una conclusione), che constano rispettivamente di 10 e di 11 novelle in versi di varia ampiezza che risentono, nella forma, sia delle “commedie elegiache” (ad esempio, per la frequenza dei discorsi diretti) sia della letteratura degli exempla; il De regimine vite et sanitatis, breve trattatello di 192 versi nel quale vengono forniti vari insegnamenti su come lavarsi, vestirsi e, soprattutto, sulla dieta alimentare da seguire nei diversi periodi dell’anno; e il Liber legum moralium, trattatello morale di 515 distici, suddiviso in dieci capitoli di varia estensione, nei quali si discute di vari argomenti, della donna, del matrimonio, dell’educazione dei figli, della gestione della casa, dei rapporti coi vicini, della vita religiosa, della vecchiaia.

Altri poeti dell’epoca sono Stefanardo da Vimercate (morto nel 1297), autore del De gestis in civitate Mediolanensi, in 2 libri in esametri in cui si narrano le vicende della città lombarda sotto la signoria dei Visconti dal 1259 al 1277, con una patina classicheggiante che ricorda Virgilio e Lucano; Quilichino da Spoleto, rielaboratore delle vicende leggendarie di Alessandro Magno nella Historia de preliis Alexandri Magni; Bonifacio da Verona, che compose nel 1293 un poema epico in 9 libri in esametri dal titolo Eulistea, in cui si celebrano le vicende storiche della città di Perugia (il poema trae il suo titolo dal nome del mitico fondatore di Perugia, appunto Euliste).

4.5.8. Amici e corrispondenti di Dante, Petrarca e Boccaccio

Qui non si parla di Dante, Petrarca e Boccaccio (per cui lo studente può utilmente far ricorso a qualsiasi manuale di letteratura italiana), ma non si deve tacere dei molti uomini di cultura dell’epoca coi quali le “tre corone fiorentine”, vennero a contatto: Giovanni del Virgilio, maestro bolognese corrispondente di Dante nelle Eclogae, con le quali si inaugura una riscoperta dello “stile bucolico” che conoscerà, oltre alle opere di tal genere composte da Petrarca e da Boccaccio, le bucoliche di Pietro da Moglio e di Francesco da Fiano; gli innumerevoli amici e corrispondenti del Petrarca e del Boccaccio, quali il fiorentino Roberto dei Bardi, l’aretino Dionigi di Borgo san Sepolcro, il parmense Moggio Moggi (autore di carmi e di epistole di ottima fattura), il romano Giovanni Colonna (autore di un De viris illustribus), i fiorentini Lapo da Castiglionchio il Vecchio, Zanobi da Strada, Francesco Nelli, i francesi Giovanni di Montreuil e Nicola di Clémangis, l’inglese Riccardo da Bury (autore del Philobiblon, descrizione della propria biblioteca), il veronese Guglielmo da Pastrengo autore di un De viris illustribus et de originibus, il sulmonese Barbato e il giurista napoletano Pietro Piccolo da Monteforte.

Sullo scorcio finale del sec. XIV, dopo la morte del Petrarca e del Boccaccio, si ricordano Giovanni Conversini da Ravenna (autore di un Rationarium vitae ispirato al Secretum petrarchesco) e Donato degli Albanzani (volgarizzatore del De viris illustribus del Petrarca e del De mulieribus claris del Boccaccio). Anche se non vi sono grandi autori che possono essere paragonati neppure lontanamente ai tre grandi fiorentini, si tratta comunque di un panorama culturale assai ricco, mosso, vario e diversificato, che prelude degnamente al nascente Umanesimo.



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