Introduzione allo studio della letteratura latina medievale e umanistica (4)



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4.6. L’Umanesimo (secolo XV)

4.6.1. Premessa. Gli studia humanitatis

Le premesse di una cultura portatrice di valori radicalmente innovativi, già evidenti alla metà del Trecento, giungono a pieno compimento nel corso del sec. XV, con l’affermazione degli studia humanitatis. Ha inizio infatti con il Quattrocento una straordinaria esperienza intellettuale e morale che getta le basi del mondo moderno: quella dell’Umanesimo. Il termine rinvia a una collocazione centrale dell’uomo rispetto alla realtà e alla storia: nella logica umanistica l’universo non ha senso se non in rapporto all’uomo, centro dello sterminato sistema di relazioni pensato dall’ intelligenza divina al momento della creazione.

L’uomo, quindi, non è più lo spregevole peccatore condannato a un’esistenza di espiazione, come tendeva a considerarlo l’ascetismo altomedievale, ma il figlio prediletto di Dio, creatura privilegiata destinata al dominio del mondo e a una vita serena, illuminata dalla luce benefica dell’ intelligenza. Ma, come tutti i fenomeni storici, anche la civiltà dell’ Umanesimo non è univoca, ma presenta contraddizioni profonde. Proprio a Firenze, per esempio, che fu la culla dell’Umanesimo, sorge sul finire del secolo la violenta polemica antiumanistica di fra’ Girolamo Savonarola, che si scaglia contro la nuova cultura da lui denunciata come paganeggiante e anticristiana.

Tuttavia, pur fra incertezze e contraddizioni, i valori fondamentali dell’ Umanesimo si impongono e si trasformano progressivamente, da cultura di élite, riservata a un limitato gruppo di intellettuali, ad una mentalità e ad una visione del mondo diffuse in larghi strati della società.



4.6.2. L’umanesimo civile

Per una corretta comprensione del fenomeno umanistico è importante ricordare che queste ultime caratteristiche sono proprie di un periodo ben delimitato, quello del cosiddetto “Umanesimo civile” del primo Quattrocento: una fase storica, cioè, in cui la spinta ancora energica di una borghesia in ascesa sembrava rendere possibile la coincidenza fra gli ideali umanistici e una loro traduzione nella pratica della vita sociale e politica. Figure come quelle di Coluccio Salutati, di Poggio Bracciolini, di Leonardo Bruni, di Leon Battista Alberti dimostrano nei fatti la concreta possibilità di saldare la teoria alla prassi, partecipando direttamente alla vita politica e ispirandone tendenze e contenuti. Si trattò, ad ogni modo, di un irripetibile momento di grazia: la crisi delle libertà cittadine, l’affermazione dei regimi signorili e neoaristocratici, la perdita di fiducia e di slancio che caratterizza la vita italiana del secondo Quattrocento provocano una profonda revisione del ruolo che gli intellettuali umanisti si erano assegnati; ne è testimonianza l’affermarsi, proprio a Firenze, della corrente neoplatonica e delle sue tendenze misticheggianti e contemplative. Rovesciando il messaggio del primo Umanesimo, intellettuali come Marsilio Ficino e Cristoforo Landino rilanciano il ruolo della vita contemplativa rispetto a quella attiva, ormai riservata al dominio esclusivo del principe.

Il modello ideale cui gli umanisti fecero riferimento fu quello offerto dalla civiltà classica: né poteva essere altrimenti, considerato che l’Umanesimo nasce proprio in polemica con la concezione ascetica, rigorista e punitiva del Cristianesimo medievale. Nel culto degli studia humanitatis, invece, gli umanisti ritrovano la conferma e la legittimazione di quei valori di dignità e di grandezza dell’uomo e della sua storia che costituivano il fondamento della loro elaborazione teorica. Fu così che, in modo sempre più intenso e sistematico, i nuovi intellettuali quattrocenteschi si dedicarono all’analisi diretta, all’indagine appassionata e scrupolosa di quella cultura classica che per prima aveva affermato la dignità della persona, ne aveva esaltato le capacità intellettuali e, insieme, ne aveva sottolineato la tensione attiva e costante nel creare e consolidare i rapporti sociali, unica fonte di retta vita civile.

4.6.3. La “riscoperta” dei classici

Si giunge così alla creazione di una vera e propria civiltà nuova: la riscoperta dei classici si affianca ad una serie di nuovi impegni in campo civile e sociale. Qui l’uomo di cultura cerca un suo spazio e instaura forme di collaborazione attiva, fiducioso com’è nella possibilità di guidare la propria vita, di regolare il mondo e di lasciare un segno nella storia. La fiducia in se stessi non implica, però, il rifiuto del sentimento religioso. La concezione umanistica è laica, non atea: non nega il fine ultraterreno dell’esistenza, ma rivendica all’esistenza stessa un valore autonomo.

Durante tutto il Quattrocento, alla produzione letteraria in volgare si accompagnò una nuova ricerca di modelli classici, latini e greci. Una prima fase di questo ritorno agli autori dell’antichità è collocabile nella prima metà del secolo, in concomitanza con il rafforzamento degli ideali civili repubblicani. Attorno a uomini di lettere e funzionari come Leonardo Bruni e Poggio Bracciolini si muoveva una nutritissima schiera di ricercatori, studiosi e traduttori, i quali contribuirono in misura determinante non solo alla rilettura dei classici, quanto piuttosto alla qualità di questa rilettura.

Le scelte culturali compiute dall’Umanesimo civile si indirizzarono verso le discipline morali e politiche, ispirate cioè a ideali repubblicani di libertà. Quindi possiamo facilmente capire quale fosse l’obiettivo culturale di questa operazione: recuperare un sottofondo ideologico prestigioso ed esemplare, da abbinare subito ad una difesa della repubblica e della fIorentina libertas. La classicità andava guardata da una prospettiva nuova, originale rispetto al punto di vista del pensiero medievale, in quanto essa era portatrice di valori laici altamente educativi, attraverso i quali l’uomo avrebbe potuto raggiungere una coscienza critica della storia e della cultura.



4.6.4. La filologia umanistica

La filologia umanistica rappresentava in questo senso il primo passo verso una conoscenza “scientifica” e rigorosamente corretta dei testi antichi, il punto di arrivo di un atteggiamento fondamentale di tutta la cultura quattrocentesca.

Se confrontiamo la prima generazione degli umanisti con l’attività filologica di collazione e di emendazione dei testi compiuta da Lorenzo Valla o da Poggio Bracciolini, possiamo notare che questa operazione non fu soltanto un semplice recupero, una ricopiatura o una traduzione dei testi antichi, ma coincise con una vera e propria filosofia della storia: l’esame attento della parola e del testo permisero infatti di ottenere una conoscenza chiara e non deformata del passato.

Le ricerche dei codici degli scrittori antichi e le trascrizioni di essi, già iniziate durante il sec. XIV, proseguirono senza interruzioni nell’età di Coluccio Salutati (1331-1406): al cancelliere della repubblica fiorentina si deve la scoperta e la trascrizione delle Epistulae ad Familiares di Cicerone e il più antico manoscritto di Tibullo. La sua ricca biblioteca doveva contenere circa ottocento volumi, una parte dei quali confluì tra i libri di un altro noto umanista fiorentino, Niccolò Niccoli.

Ancora agli inizi del Quattrocento si collocano le ricerche di Poggio Bracciolini (1380-1459), protagonista di alcuni eccezionali ritrovamenti. In occasione del Concilio di Costanza (1414), al seguito del papa Giovanni XXIII in qualità di segretario apostolico, Poggio infatti individuò e trascrisse, presso il monastero di San Gallo, un codice integrale delle Institutiones oratoriae di Quintiliano, le Argonautiche di Valerio Flacco e i commenti di Asconio Pediano a otto orazioni ciceroniane. La vicenda destò grande scalpore e entusiasmo, e venne annunciata in alcune lettere agli amici fiorentini (Leonardo Bruni, Niccolò Niccoli) e a Guarino Guarini (il 15 dicembre 1416). Le esplorazioni di Poggio proseguirono anche negli anni seguenti: nel 1417, ancora a San Gallo, scoprì l’Epitoma di Vegezio, mentre nel monastero di Fulda rinvenne il De rerum natura di Lucrezio, gli Astronomicon libri di Manilio, i Punica di Silio Italico, le Historiae di Ammiano Marcellino, il De re coquinaria di Apicio.

L’interesse verso le opere retoriche di Cicerone venne ridestato, in questi anni, dal ritrovamento nella biblioteca della cattedrale di Lodi dei testi completi del De oratore, dell’Orator, del Brutus e del De optimo genere oratorum ad opera del vescovo Gherardo Landriani. Nell’Italia settentrionale operò Guarino Guarini (1374-1460), che a Verona trascrisse le lettere di Plinio da un codice, oggi perduto, che è ritenuto l’archetipo della famiglia degli otto libri pliniani. Tuttavia, la scoperta più importate dopo quelle di Poggio si ebbe grazie a Nicola Cusano (1400 ca.-1464) che nel 1426, su incarico del cardinale Giordano Orsini, rinvenne nella biblioteca del Duomo di Colonia un codice di Plauto (il Vaticano Latino 3870) contenente sedici commedie, dodici delle quali allora sconosciute. Il codice giunse in Italia alcuni anni più tardi, come si deduce da una lettera di Poggio Bracciolini a Niccolò Niccoli del 27 ottobre 1429. Altre scoperte del Cusano furono le Suasoriae e le Controversiae di Seneca il Vecchio, la Germania e l’Agricola di Cornelio Tacito, il De grammaticis et rhetoribus di Svetonio.

Un discorso a parte meritano le opere dei classici greci. Il merito di avere iniziato una vera e propria diffusione di questi testi spetta al dotto greco Manuele Crisolora (1370 ca.-1414), che fu invitato in Italia nel 1397 da Iacopo Angeli da Scarperia. Il Crisolora insegnò presso lo studio fiorentino portando dall’Oriente numerosi codici e approntando importanti traduzioni, sostenuto in questa attività dai suoi allievi Roberto Rossi, Leonardo Bruni e Palla Strozzi. Nella prima metà del Quattrocento, Giovanni Aurispa (1376-1459), in seguito a due viaggi in Oriente, fece affluire in Italia importanti codici di Sofocle, Tucidide ed Euripide, e quindi di Platone, Aristotele, Plutarco, Senofonte, Callimaco.

4.6.5. I cenacoli umanistici

Caratteristica dell’età umanistica è la fondazione di importanti cenacoli. Nati all’insegna di un ideale umanistico e classico di sodalitas e di confronto culturale, i cenacoli e i circoli letterari e filosofici del Quattrocento costituirono un punto di passaggio fondamentale nell’aggregazione degli intellettuali. Le riunioni umanistiche raccoglievano in maniera informale uomini di lettere e artisti, eruditi, filologi e antiquari. La nascita dei circoli e, poco più tardi, delle accademie, rispondeva a una nuova domanda culturale e alla precisa volontà di sostituire i tradizionali strumenti della circolazione delle idee, in particolare le università, con una diversa modalità di intervento. Non è un caso che uno dei generi letterari che maggiormente si sviluppano nel corso del Quattrocento sia proprio quello del dialogo in lingua latina, inteso come strumento di confronto e mezzo espressivo della trattatistica storica, letteraria e filosofica.

Tra i circoli culturali più significativi del Quattrocento andranno ricordati l’Accademia Pomponiana, l’Accademia Aldina di Venezia, l’Accademia Pontaniana di Napoli e la celebre Accademia neoplatonica di Careggi, riunita intorno alla figura di Marsilio Ficino.

L’Accademia Pomponiana (detta anche Accademia Romana) iniziò a riunirsi a Roma verso la metà del secolo intorno alla figura dell’umanista Giulio Pomponio Leto (1428-1497). Ne facevano parte, tra gli altri, Filippo Buonaccorsi, Bartolomeo Sacchi detto il Platina, Paolo Marsi da Pescina, Marcantonio Sabellico. L’accademia svolse un’intensa attività di promozione delle discipline filologiche e dell’archeologia; promosse la rilettura e la rappresentazione di opere teatrali dell’antichità (Plauto, Terenzio, Seneca); permise un significativo dibattito sui temi della cultura umanistica. Accusati di eresia e di comportamenti considerati immorali, l’accademia venne chiusa nel 1468, e attraversò quindi un periodo di crisi. Riprese le sue adunanze sotto il pontificato di Sisto IV e nel 1478 si trasformò in confraternita religiosa. Terminò le attività in seguito al sacco di Roma, nel 1527.

Il primo nucleo dell’Accademia Pontaniana di Napoli è costituito dal circolo letterario fondato verso il 1443 da Antonio Beccadelli con il nome di “Porticus Antoniana”. Nella Napoli del sovrano Alfonso V d’Aragona, il Beccadelli (detto “il Panormita”) svolse una notevole attività di promozione culturale, animando convegni e discussioni filosofiche, letterarie e scientifiche. Poco prima della sua morte (1471), venne redatto da Giovanni Pontano un regolamento con il quale si precisavano le finalità e le norme del sodalizio, che in seguito prese il nome di “Accademia Pontaniana”. Le riunioni si tenevano nella casa dello stesso Pontano, il quale in un suo dialogo, l’Antonius, ci ha lasciato una accurata descrizione delle attività del sodalizio. Dell’accademia fecero parte, tra gli altri, il Cariteo, Gabriele Altilio, Antonio de Ferrariis, Pietro Summonte e Jacopo Sannazzaro: quest’ultimo ne assunse la direzione alla morte del Pontano, avvenuta nel 1503. La vita accademica proseguì attivamente fino al 1530 (anno della scomparsa del Sannazzaro), e si interruppe definitivamente nel 1543.

Sotto la protezione di Cosimo de’ Medici, l’Accademia Neoplatonica viene fondata da Marsilio Ficino in una villa di Careggi, nei pressi di Firenze, forse la Villa Medicea ristrutturata da Michelozzo: l’atto di donazione risale al 1463. Alle discussioni e agli studi che vi si tengono, partecipano numerosi intellettuali della cerchia ficiniana, come Giovanni di Francesco Nesi, Benedetto Colucci da Pistoia, Egidio da Viterbo, promovendo importanti traduzioni relative alle tematiche della filosofia e della teologia neoplatonica, dell’ermetismo e dell’astrologia. Per merito del Ficino vengono tradotti autori come Platone, Giamblico, Plotino e Porfirio.



4.6.6. La storiografia umanistica

Uno degli atteggiamenti costanti della cultura umanistica si rivelò in un’attenta ricostruzione del passato storico. Tra la fine del XIV sec. e, soprattutto, nel Quattrocento la scrittura della storia assunse coordinate specialistiche, grazie alla costante imitazione dei modelli latini. Anche la vecchia concezione cronachistica e diaristica della storia lasciò il posto ad opere di più ampio respiro e ambizione. L’indagine sul passato si basa soprattutto sulla fondamentale premessa che in ogni luogo e in ogni tempo l’uomo è riuscito ad ampliare le proprie conoscenze, raggiungendo nuove mete e ottenendo conquiste preziose per se stesso e per i suoi simili. Da qui deriva un rinnovato senso della storia, intesa come “processo ed evoluzione”, e quindi miglioramento, che avrà sviluppi fecondi nel secolo seguente.

Fra le principali opere storiografiche dell’Umanesimo latino si ricordano:

1) Leonardo Bruni (1370 ca.-1444): Historiarum florentini populi libri XII (iniziati nel 1415, l’autore vi lavorò fino a poco prima della morte); Rerum suo tempore gestarum commentaria (trattato composto tra il 1440 e il 1441); De bello italico adversus Gothicos libri IV (scritto poco dopo il 1441);

2) Poggio Bracciolini (1380-1459): Historiarum florentini populi libri VIII (una continuazione delle Historiae di Leonardo Bruni, relativamente al periodo 1350-1454);

3) Giannozzo Manetti (1396-1459): Chronicon Pistoriense libri III (storia di Pistoia composta tra il 1446 e il 1447);

4) Bartolomeo Facio (1400 ca.-1457): De rebus gestis ab Alphonso I Neapolitanorum rege (narrazione delle imprese di Alfonso I re di Napoli, compiute nel 1455);

5) Lorenzo Valla (1405-1457), Gesta Ferdinandi regis Aragonum (opera compiuta in tre libri nel 1445 sulle imprese del re di Napoli Ferdinando d’Aragona);

6) Enea Silvio Piccolomini (1405-1464, dal 1458 papa col nome di Pio II): Commentarii de gestis Basiliensis Concilii (storia del Concilio di Basilea, composta nel 1440); De rebus Basileae gestis stante vel dissoluto concilio (composta nel 1448-1449, ancora sui fatti precedenti e successivi al Concilio di Basilea); Historia Federici imperatoris e Historia Bohemica (opere storico-politiche sulla Germania, composte verso il 1458, poco dopo un lungo soggiorno in Boemia, in Moravia e nei ducati austriaci); Commentarii rerum memorabilium (l’opera storica più importante del Piccolomini, scritta tra il 1462 e il 1464);

7) Matteo Palmieri (1406-1475): Annales o Historia florentina (annotazioni storiche composte a partire dal 1432); De captivitate Pisarum historia (storia della prigionia di Pisa);

8) Giovanni Simonetta (morto forse nel 1491): Rerum gestarum Francisci Sfortiae (opera in 31 libri che racconta gli avvenimenti italiani tra il 1421 e il 1466, volgarizzata da Cristoforo Landino nel 1490 con il titolo di Sfortiade);

9) Giovanni Pontano (1429-1503): De bello Neapolitano (opera relativa alla guerra di successione tra Ferdinando I e Giovanni d’Angiò, realizzata tra il 1494 e il 1499);

10) Bartolomeo Scala (1430 ca.-1497): Historia Florentinorum (opera in 20 libri conclusa forse nel 1483, comprende il periodo che va dalle origini al 1450);

11) Giorgio Merula (1430 ca.-1494): Antiquitates Vicecomitum (storia della famiglia milanese dei Visconti);

12) Marcantonio Coccio, detto il Sabellico (1436-1506): Historiae rerum Venetiarum (composte nel 1487 e divise in “decadi” sul modello di Tito Livio: l’opera consta di 33 libri); De vetustate Aquileiae et Foriiulii libri VI (storia delle origini di Aquileia); Enneades sive rapsodiae historiarum (storia universale in 63 libri dalle origini del mondo al 1504.

4.6.7. La poesia umanistica

Anche la poesia in latino è un genere molto rappresentato, una poesia colta e raffinata, fondata soprattutto sul modello di Ovidio, ma anche di Virgilio, Catullo, Properzio, Tibullo, Marziale e i cosiddetti autori “argentei” (quelli per cui il Poliziano ebbe una predilezione particolare). Fra i principali poeti latini del Quattrocento ricordiamo:

1) Antonio Beccadelli, detto il Panormita (1394-1471), autore dell’Hermaphroditus, due libri di epigrammi assai licenziosi, scritti ad imitazione di Marziale, pubblicati con grande scandalo a Siena nel 1425;

2) Giovanni Marrasio († dopo il 1471), siciliano di Noto (ma anch’egli, come il Panormita, vissuto a Siena negli anni ‘20 del secolo), autore di un Angelinetum, piccolo “canzoniere” umanistico di 9 elegie dedicate ad Angelina, appartenente alla potente famiglia senese dei Piccolomini, denso di suggestioni properziane e ovidiane;

3) Francesco Filelfo da Tolentino (1398-1481), tipica figura di umanista cortigiano, sempre pronto a spendere la propria Musa abbondante e prolissa in lode di potenti e protettori, infaticabile organizzatore di raccolte poetiche, le Satyrae, le Odae (entrambe ispirate al modello oraziano), il De iocis et seriis (epigrammi seri e faceti, scritti per lo più con intento adulatorio e spesso caratterizzati da un tono ridanciano e sboccato nel linguaggio e negli argomenti), oltre che di poemi encomiastici (il più celebre è la Sphortias, scritto in onore di Francesco Sforza), trattati, epistole, libelli polemici e così via;

4) già ricordato, il senese Enea Silvio Piccolomini (1405-1464), asceso nel 1458 al soglio pontificio col nome di Pio II, scrittore versatile e prolifico, autore di una celebre novella d’amore e morte (Historia de duobus amantibus), di una “commedia” umanistica scritta ad imitazione di Plauto, in particolare dell’Asinaria (Chrysis) e, per quanto concerne la poesia lirica, di una raccolta di elegie, Cinthia, in cui fin dal titolo traspare evidente l’imitazione di Properzio;

5) il parmense Basinio Basini (1425-1457), autore dell’Isottaeus (raccolta poetica in lode della nobildonna Isotta degli Atti), dell’Hesperis (poema in 13 libri sui trionfi militari di Sigismondo Pandolfo Malatesta), degli Astronomica (in 2 canti) e degli incompiuti Argonautica (sui modelli di Apollonio Rodio e di Valerio Flacco);

6) il ferrarese Tito Vespasiano Strozzi (1424-1505), autore di 6 libri di Eroticon e di 4 libri di Aeolostichon, due raccolte di poesie d’amore ispirate soprattutto alle elegie di Tibullo;

7) Giovannantonio Campano (1429-1477), autore di Carmina (o Epigrammata), in 8 libri, composti su svariati argomenti (generalmente autobiografici) durante tutto il corso della sua vita;

8) il fiorentino Ugolino Verino (1438-1516), autore di Epigrammata e della Flametta, ennesimo esempio di canzoniere umanistico stretto attorno alle lodi per una sola donna;

9) Battista Spagnoli, detto il Mantovano (1447-1516), scrittore versatile e fecondo (oltre 55.000 i versi da lui composti), autore di poemi encomiastici (Alfonsus, in 6 libri, in lode di Alfonso d’Aragona, duca di Calabria), di composizioni bucoliche di stampo “virgiliano” (Eclogae) e di curiose commistioni medievali e umanistiche, come il poema moralistico De calamitate temporum, in 3 libri, stampato a Bologna nel 1489, mentre in Italia infuriava la peste e dilagava la corruzione dei costumi;

10) Michele Marullo Tarcaniota (1453-1500), singolare figura di poeta-soldato, originario di Costantinopoli, autore di Epigrammata (sul modello delle nugae catulliane) e di Hymni naturales (ispirati soprattutto a Lucrezio).

Un posto a parte merita, in questa rassegna, il più grande di tutti, che fu poeta non solo in latino, ma anche in volgare (basti pensare alle Stanze per la Giostra di Giuliano de’ Medici e alla Fabula di Orfeo), nonché storico, filologo, insegnante, commentatore di classici: Angelo Ambrogini detto il Poliziano (1454-1494), il quale, nell’ambito della poesia latina, ci ha lasciato alcune fra le più belle elegie del sec. XV (come quella In violas e quella In Albieram Albitiam, per la morte acerba e prematura della giovinetta Albiera degli Albizzi, moglie del nobile Sigismondo della Stufa), innumerevoli epigrammi (alcuni anche in greco) e, importantissime per le questioni di poetica, le quattro Silvae (cioè le prolusioni poetiche ai suoi corsi universitari), ricche di cultura, erudizione e dottrina, e cioè Manto, Rusticus, Ambra e Nutricia.

4.6.8. La pedagogia umanistica

Dal XIV sec. in poi emergono tra gli intellettuali due atteggiamenti di fondo: da un lato la convinzione di uscire da una media aetas oscura e incolta, e dall’altro la consapevolezza di produrre una renovatio della coscienza dell’uomo. La definizione di studia humanitatis vuole significare un recupero integrale del latino classico (il latino medievale venne ritenuto un’imitazione imperfetta dei grandi auctores) e nello stesso tempo l’istituzione della humanitas come il concetto più alto di questa nuova proposta culturale. La consistente ripresa degli scrittori classici favorisce l’ allargamento degli studia humanitatis al processo formativo delle giovani generazioni: del resto la nozione di humanitas qualificava già con Cicerone il corso degli studi, e non era altro che la traduzione del concetto greco di paideia.

La rinascita del latino classico e lo studio assiduo degli auctores (confortato anche da alcune discipline specifiche, come la filologia) ha provocato tra la fine del XIV e per tutto il XV sec. il consolidarsi delle arti liberali nel ruolo di centro motore per la formazione del giovane. Ma accanto alle arti liberali hanno preso coscienza altri saperi, “meccanici” e tecnici. Anche i metodi di insegnamento subirono una netta trasformazione: si diffuse infatti la lettura individuale e diretta degli autori, non più mediata dall’insegnante. Questo fenomeno crebbe in misura straordinaria nel sec. XVI, quando l’invenzione della stampa favorì la diffusione del libro e ne abbassò il prezzo di vendita al pubblico. L’insegnamento del latino e del greco veniva impartito seguendo il metodo induttivo, leggendo integralmente gli autori e osservandone le regole e lo stile. Il rapporto tra insegnanti e docenti si modificò lasciando ampi spazi di collaborazione, di confronto, pur nel reciproco rispetto. Una prima importante generazione di pedagogisti e insegnanti (alcuni di loro erano docenti negli istituti universitari di importanti città italiane) si affaccia sulla scena del Quattrocento con Pier Paolo Vergerio (1370-1444), originario dell’Istria, profondo conoscitore del greco e autentico precursore delle teorie educative dell’Umanesimo italiano. La problematica della vita civile e familiare si ritrova in Francesco Barbaro, in Matteo Palmieri e in Leon Battista Alberti. Una direttrice di quest’ampia riflessione (che include il Vergerio e poi Guarino Guarini, Leonardo Bruni e Vittorino da Feltre) considera ancora essenziale il primato delle arti liberali e degli studia humanitatis. Tuttavia il graduale processo di “decompartimentazione” del sapere, con la conseguente rivalutazione delle tecniche e delle conoscenze, produce una revisione del prestigio indiscusso della retorica e della dialettica sulle altre discipline. A fianco della produzione letteraria maggiore (poesia, narrativa, epica) trova una sua collocazione ben definita il trattato sull’educazione, spesso integrato con memorie familiari, diari che riguardano la crescita dei figli.

Tra le opere più importanti si segnalano qui:




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