Introduzione di fuoritempo (digitare l'introduzione)



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26.11.2017
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INTRODUZIONE DI FUORITEMPO – Una riflessione di Anna Fazi. Insegnante di lettere, Anna Fazi, fa parte dell’associazione “Pace e dintorni” e del nodo di Lilliput di Milano.

Riflessione riportata con ampi stralci, che apparirà integralmente sulla rivista “Appunti”.. Firma
A Firenze il movimento ha dimostrato di avere scelto la nonviolenza.
Tre giorni di conferenze, seminari, workshop su differenti argomenti raccolti in tre grandi aree tematiche: globalizzazione e liberismo; guerra e pace; diritti, cittadinanza e democrazia. Centinaia i relatori; più di 60.000 le presenze registrate, estremamente varie sia per provenienza che per appartenenza. Una manifestazione di 700.000 persone, allegra e colorata, nonostante la criminalizzazione a cui il movimento era stato sottoposto da mesi sulla stampa e la tv nazionale e locale.
I mass media hanno reagito inizialmente con un silenzio piuttosto imbarazzato, viste le catastrofiche previsioni che avevano alimentato, con poche eccezioni. Una tendenza costante è comunque quella di non dare spazio ai contenuti, genericamente screditati come utopistici ed ingenui, come "chiacchiere", per usare le parole di un noto commentatore televisivo.
L'unico tema a cui si è data una certo eco, anche perché era il motivo della manifestazione,è stato quello dell'opposizione alla guerra.

Le speciose accuse dei fautori della guerra
Prima di arrivare a definire cosa significa la scelta della nonviolenza, in particolare per la "Rete di Lilliput" a cui appartengo, ma anche più in generale per il "movimento dei movimenti", vorrei partire da una serie di argomentazioni frequentemente ricorrenti, che tendono a squalificare tale
posizione.
Mai visti tanti attacchi come in questo periodo, sia sui giornali che in televisione, alla posizione dei cosiddetti pacifisti. Nel momento in cui siamo di fronte al rischio di vivere una guerra preventiva, in una forma ancora inedita nella storia, molti dei fautori della guerra più che sostenere l'opportunità di tale evento, hanno scelto come strategia retorica quella di dimostrare l'inefficacia delle alternative.
Provo ad elencare alcune delle argomentazioni che ho fin qui raccolto. Un autore sul quotidiano "la Repubblica" un po' di tempo fa ha accusato il movimento nonviolento di incapacità di compiere adeguate analisi del presente, a partire da una scarsa conoscenza della storia; l'analisi del passato, a suo avviso, ci insegna che in alcuni casi la nonviolenza nasconde vigliaccheria e incapacità di reagire di fronte a palesi ingiustizie e solo un intervento energico, anche violento, consente la fine delle stesse. A questa si ricollega l'accusa di sottovalutare l'effettivo pericolo attuale del terrorismo internazionale; pericolo invece assai percepito dalla gente, che sempre più cerca risposte all'inquietudine crescente; la nonviolenza viene presentata come una proposta mielosa e irresponsabile, che si fa forte di argomentazioni moralistiche e soprattutto del fatto che l'Italia non è
ancora stata colpita direttamente dagli attentati; risulta quindi irritante la pretesa dei pacifisti di dar lezioni agli altri che vivono in situazioni ben più drammatiche, chiedendo loro di sopportare il rischio e la tragedia, senza autorizzarli a reagire. L'idealismo astratto, la superficialità e la
non preparazione di molti viene poi, secondo pareri diffusi, sapientemente manipolata da alcuni, che hanno invece una maggiore esperienza politica e con questa incanalano con opportunismo il movimento su una posizione anti-americana, cieca ed unilaterale; di questa realtà è una prova la
mancata reazione di fronte a tutte le altre situazioni di violenza presenti nel mondo e l'incosciente disponibilità a comprendere i problemi di paesi che avallano il potere di dittature teocratiche, che violano i diritti umani con una sadica pratica quotidiana, che sembra non indignare i presunti
pacifisti e che è ben più pericolosa delle supposte violenze americane.
Per concludere, un politologo ha addirittura affermato che l'inconsistenza della posizione pacifista sarebbe dimostrata da un altro dato, sempre confermato dalla storia, che la pace non è per gli uomini il primo valore.
A suo avviso l'uomo non esita a ricorrere alla guerra, quando vengono toccati i suoi interessi. Evidentemente la coscienza nata dall'esperienza delle due guerre mondiali, che ha alimentato la stesura della nostra Costituzione, si sta sbiadendo.
In sintesi secondo la rappresentazione che ne danno questi autori la posizione nonviolenta viene liquidata come ingenua, forse comprensibile come scelta etica, ma non praticabile come opzione politica da chiunque abbia accettato di crescere, di studiare e di comprendere il passato ed il
presente, e di assumersi responsabilità verso il mondo.

Venendo a noi
Comincerei ora ad analizzare le motivazioni del movimento.
Innanzitutto è estremamente riduttivo intendere la scelta nonviolenta come semplice opposizione alla guerra. Il fatto che per tre giorni gli incontri si siano svolti su temi di tipo economico, finanziario, politico, ambientale, ha molti significati.
Galtung già dagli anni '50 ha proposto un'interessante analisi della violenza, individuandone tre categorie: una violenza diretta, che è quella esplicitamente militare della guerra; una violenza strutturale, che è quella apparentemente non visibile, agita dal sistema economico-finanziario;
una violenza culturale, spesso subdola, esercitata dai mezzi di informazione.
Sono ormai concetti chiari per molti. Se è violento un bombardamento, lo è anche un sistema che si alimenta di ingiustizie; il paradossale squilibrio della distribuzione delle risorse (il 20% della popolazione mondiale che consuma l'80% delle risorse)è già di per sé un dato
sufficiente per comprendere tale questione.
Una scelta realmente nonviolenta deve quindi costruire alternative concrete per un cambiamento profondo della società e del sistema. Penso che si possa parlare di novità storica di fronte ad un processo che sta elaborando "dal basso" un pensiero collettivo, a partire dalla condivisione delle esperienze che tanti come individui, come associazioni, come intellettuali, come economisti, come amministratori, ora anche come sindacati, stanno vivendo in questi anni di crisi della politica, a partire dall'analisi delle contraddizioni che hanno una ripercussione sempre più evidente nella vita quotidiana di ciascuno.
Della Tobin tax, proposta avanzata da Attac, si discute ormai a livello europeo.
La nascita della Banca etica ha consentito di richiamare l'attenzione sull'uso improprio che spesso le banche fanno dei soldi che noi vi depositiamo.
Il microcredito sta aprendo circuiti alternativi di finanziamento, in Argentina, per esempio, ha creato ormai una rete di milioni di persone a cui sta consentendo di sopravvivere al crollo finanziario provocato dalle scelte economiche imposte dal Fondo monetario internazionale.
La proposta di sostituire il Pil con indicatori capaci di registrare anche altri aspetti della vita quotidiana è un modo per riaffermare la centralità dell'essere umano rispetto al mercato.
Il consumo critico ci ha consentito di scoprire che di fronte ad un mercato che ci considera solo in quanto consumatori, noi abbiamo il potere di incidere, imparando a scegliere non solo sulla base della qualità e della convenienza, ma pretendendo tra i criteri il rispetto dei diritti dei
lavoratori a livello nazionale e globale.
Il commercio equo rappresenta in questo senso un percorso sperimentale, che sta allargando sempre più i suoi circuiti e le sue possibilità.

Il criterio della sostenibilità ambientale non può più essere l'opzione adottata da individui sensibilizzati, ma deve diventare il parametro obbligatorio per l'apertura di qualsiasi iniziativa produttiva.


Il tentativo di ridurre la nostra "impronta ecologica"è una proposta per modificare il proprio stile di vita, rendendolo più sobrio, premessa necessaria per una più giusta ripartizione delle risorse.
L'attenzione alle proposte della democrazia partecipativa stanno interrogando numerose amministrazioni locali, che avviano sperimentazioni del bilancio partecipativo di Porto Alegre.
La ricerca di nuovi modelli di rappresentanza politica sta facendo emergere le contraddizioni di un sistema democratico che, con il voto del 30% della popolazione di uno stato, può autorizzare un governo a scatenare una guerra che mette a rischio gli equilibri di un'intera area geografica.
Se è vero che la nonviolenza de "il potere di chi non ha potere" e può contare sulla forza del numero, il "movimento dei movimenti" ne costituisce in qualche modo una prova:è formato da una società civile che si sta presentando come soggetto politico attivo; che sta scoprendo di poter
incidere su un sistema, anche così complesso come quello globalizzato; che sta proponendo all'Europa di non appiattirsi sul modello americano, a partire dal suo patrimonio di esperienza civile ed etica.

Un salto culturale da compiere
C'e' un salto culturale da compiere: di fronte ad una globalizzazione ormai in atto,è importante imparare a concepirsi come "cittadini planetari";è urgente comprendere che il funzionamento trasparente, corretto e democratico degli organismi internazionali è diventato una necessità improrogabile.
Per la creazione di equilibri più giusti sono indispensabili le riforme dell'Onu, della Banca mondiale, del Fondo monetario internazionale, del Wto, organismi nati dalle migliori intenzioni, ma che attualmente stanno difendendo gli interessi protezionistici degli stati più sviluppati, rendendo sempre più grave il divario tra i paesi del nord e quelli del sud del mondo.
Perché, in ambito nazionale, di fronte ad un omicidio, anche il più efferato, per noi è normale pensare che sia un tribunale a dover compiere giustizia e non il diretto interessato con azioni vendicative, mentre se allarghiamo l'orizzonte ad un ambito internazionale, anche il benpensante
più tranquillo trova legittimo il bombardamento di un paese non necessariamente coinvolto, invece di ritenere che dovrebbe essere un tribunale internazionale a farsi carico della tragedia in corso?
Cosa c'entra il bombardamento dell'Iraq con gli attentati terroristici di New York, di Bali, di Mosca, nei territori palestinesi e in Israele...?
Non sarebbe più opportuna un'analisi diversificata delle situazioni, che consentisse l'adozione di scelte più mirate al miglioramento delle condizioni di vita di ciascun paese, in modo da prevenire il desiderio della morte come aberrante alternativa strategica?
Un maggiore e serio investimento sulle energie alternative al petrolio, peraltro in via di esaurimento, spezzerebbe spirali che già troppe volte si sono dimostrate drammatiche; una reale volontà politica di ridurre la spesa militare e il mercato delle armi, renderebbe disponibili capitali che sarebbero sufficienti per risolvere il problema della fame e della diffusione dell'Hiv nel mondo.
Le varie anime del movimento sono arrivate per percorsi diversi alla scelta della nonviolenza.
La Rete di Lilliput ne ha fatto il cardine del proprio manifesto, sia a livello di contenuto che di metodo: la volontà di non avere leader, di prendere le decisioni con il "metodo del consenso", di definire ruoli di responsabilità, ma sempre a rotazione e improntati ad una funzione di servizio, sono scelte metodologiche e organizzative che si ispirano al principio gandhiano della necessità della coerenza dei mezzi con i fini; non si può pensare di costruire un modello alternativo, senza cercare percorsi che anche nel metodo riproducano una diversa concezione del potere e della partecipazione. Altre parti del movimento sono arrivate alla scelta nonviolenta per una motivazione tattica, di opportunità politica: dopo Genova è diventato chiaro a tutti che solo in questo modo si sarebbe potuta salvare la credibilità dei contenuti su cui si sta lavorando.
Firenze ha dato la prova del percorso compiuto.




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