Introduzione: IL dibattito su dolo eventuale e colpa cosciente, fra scelte di politica criminale, dottrina e dogmantica penale



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INTRODUZIONE: IL DIBATTITO SU DOLO EVENTUALE E COLPA COSCIENTE, FRA SCELTE DI POLITICA CRIMINALE, DOTTRINA E DOGMANTICA PENALE
Il dibattito relativo all’individuazione del discrimen fra dolo eventuale e colpa cosciente si inserisce in un contesto che, lungi dall’essere limitato a questioni di carattere meramente teorico, assume una evidente rilevanza pratica ed applicativa. Non a caso, è stato definito come la questione “più difficile e […] più discussa del diritto penale”1. Più precisamente, trattandosi di categorie di confine, occorre studiare l’essenza dell’uno e dell’altro elemento soggettivo al fine di stabilire a quale titolo debba effettivamente essere imputato il reato nell’ambito delle fattispecie punibili a titolo di colpa (con ovvie conseguenze sul piano della determinazione della pena), nonché di individuare la soglia della punibilità, qualora si tratti di reati non punibili a titolo di colpa; tenuto conto, poi, del fatto che il codice penale italiano non contiene un univoco fondamento normativo del dolo eventuale, si evince chiaramente come l’assetto attuale si presti a pratiche che possano avere ripercussioni ed effetti in termini di politica criminale. In particolare si è evidenziata la tendenza giurisprudenziale consistente nel “plasmare” le categorie dogmatiche del diritto penale al fine di rispondere alle nuove esigenze di tutela: meccanismo, questo, attraverso il quale si è giunti a tollerare una erosione di garanzie, sia sul piano sostanziale che su quello processuale2. In quest’ottica, non si può non notare quella che è stata definita come “esplosione del dolo eventuale” nella storia giudiziaria dell’ultimo ventennio, in particolare (ma non solo) con riferimento ai reati contro la vita, e nonostante il quasi eccessivo numero di istituti astrattamente applicabili alle ipotesi di causazione dell’evento “morte”3: le ragioni di tale fenomeno sono individuabili non solo in esigenze di politica criminale, bensì anche in fondamenti di carattere teorico, in quanto non mancano impostazioni le quali considerano il dolo eventuale come caratterizzato essenzialmente dal “minimo comune denominatore” del dolo4.

Concentrandosi, comunque, sul primo ordine di ragioni citato (cioè quello ricollegabile ad esigenze di politica criminale), si evidenzia una certa tendenza a considerare la scarsa efficacia generalpreventiva delle fattispecie penali colpose, nonché degli illeciti extrapenali5; sulla base di questo contesto, si è notato come la formula dell’ “accettazione del rischio” sia divenuta, in giurisprudenza, quasi una “clausola di stile” che identifica, a ben vedere, non l’essenza del dolo, bensì – quasi paradossalmente – la colpa con previsione6; o, se non altro, una mera “formula retorica”, in quanto non consente un effettivo accertamento dal punto di vista processuale7. Altri aspetti della prassi i quali assumono rilevanza in questo contesto sono dati dalle ipotesi nelle quali venga identificato (quasi automaticamente) il dolo eventuale allorquando una determinata fattispecie penalmente rilevante sia stata realizzata come conseguenza accessoria nell’ambito di un contesto illecito di base (versari in re illicita), mentre venga inquadrata la sfera della colpa cosciente nel caso in cui il contesto di base fosse, di per sé, lecito8: il che lascia, peraltro, trasparire l’effettuazione di valutazioni basate sul “tipo d’autore”, le quali non dovrebbero essere ammesse nell’ambito di un diritto penale costituzionalmente orientato.

È stato inoltre osservato che le origini storiche del dolo eventuale affondino, sostanzialmente, proprio in ambiti caratterizzati dal versari in re illicita, attraverso la configurazione di una sorta di forma di responsabilità oggettiva per la causazione di eventi nel quadro di un’attività di base illecita; successivamente, e progressivamente, si sarebbe passati alla concezione del dolo eventuale come forma di responsabilità per l’evento oggettivamente probabile: il che ha contribuito a focalizzare tale forma quantomeno su un minimo coefficiente di colpevolezza, ma non ha impedito utilizzi del dolo eventuale per esigenze connesse non già all’imputazione soggettiva del reato, bensì a ragioni di carattere repressivo o di politica giudiziaria9. A fronte di tali tendenze, la dottrina rimarca la necessità di salvaguardare i paradigmi dogmatici propri di un diritto penale che dovrebbe essere imperniato sui principi di colpevolezza, personalità della responsabilità penale, materialità, idoneità offensiva, inammissibilità di forme di responsabilità oggettiva: il che non significa rinunciare alla prospettiva di determinare soluzioni che si adattino al mutamento del contesto storico – sociale (caratterizzato, per l’argomento che qui interessa, da un proliferare di fattori di rischio i quali implicano la necessità di nuove forme di prevenzione e controllo di tali fattori) ed alle esigenze della società, bensì mirare alla determinazione di soluzioni in modo razionale, senza che la complessità dei problemi ai quali occorre far fronte possa condurre a cedere alla tentazione del ricorso ad un totale mutamento dei modelli teorici e dogmatici10. Il principio di colpevolezza, in particolare, non dovrebbe essere considerato un apparato meramente discorsivo, giacché costituisce uno dei pilastri sui quali si fonda la funzione di garanzia del diritto penale, ed in assenza del rispetto del quale risulterebbero pregiudicate anche le funzioni preventiva generale (la quale presuppone che siano previste come penalmente rilevanti fattispecie sulle quali i soggetti possano esercitare potere di controllo) e preventiva speciale (la quale presuppone che al soggetto possa essere mosso un rimprovero per il fatto per cui si applica la pena; rimprovero, questo, che deve esulare da valutazioni di carattere meramente morale o attinenti alla personalità del soggetto stesso) 11.

La sfera di soluzioni proposte nel panorama che si è appena inquadrato è piuttosto ampia. Anzitutto, è stata evidenziata l’esigenza di abbandono di un’impostazione del diritto penale che tende all’intervento “a danno arrecato”, nonché imperniato sulla “minaccia” della pena detentiva, a favore di un modello maggiormente orientato alla prevenzione ed al controllo effettivamente efficiente delle condotte potenzialmente pericolose12.

D’altra parte, è possibile richiamare i vari e più o meno recenti progetti di riforma del codice penale, i quali sono improntati verso una più precisa definizione del dolo, che a sua volta mirerebbe a costituire l’espresso riconoscimento o fondamento normativo del dolo eventuale; nonché, d’altra parte, l’auspicata definizione di un tertium genus di elemento soggettivo incentrato sulla “responsabilità da assunzione di rischio”, la quale dovrebbe conferire una maggiore aderenza fra assetto dogmatico – teorico e ambito applicativo concreto e, in aggiunta, valorizzare la funzione di sussidiarietà del diritto penale, concretando il dolo come forma principale di colpevolezza, delineando una figura intermedia ed autonoma di responsabilità da rischio e configurando, giocoforza, una significativa limitazione dei margini di applicazione della colpa incosciente13. Tuttavia, vi è anche chi ha sostenuto che l’introduzione di un tertium genus non agevolerebbe la soluzione dei problemi di cui trattasi, in quanto comporterebbe – contrariamente rispetto a quel che, invece, si persegue – una complicazione delle difficoltà di individuazione dei confini fra dolo e colpa14. Sono state avanzate osservazioni negative anche con riguardo all’alternativa consistente nella definizione legale del dolo eventuale, poiché – si sostiene – non si potrebbe delegare al legislatore tale scelta di stampo politico – criminale15.

Ovviamente il dibattito teorico è aperto e, fermo restando le questioni concernenti le teorie “classiche”, parte della dottrina ha effettivamente tentato di delineare la distinzione fra dolo eventuale e colpa con previsione in modo più preciso, attraverso l’individuazione di un rischio peculiare doloso, nonché tramite l’identificazione di nuovi parametri i quali dovrebbero soddisfare le esigenze suscitate dal contesto attuale, in cui il proliferare di fattori di rischio che si sviluppano in contesti di base consentiti (non illeciti, e talvolta addirittura disciplinati dall’ordinamento giuridico) rende obsolete le impostazioni teoriche classiche circa il confine fra la forma più tenue del dolo e quella più grave della colpa16. La giurisprudenza, peraltro – salvo una recente pronuncia dei giudici di legittimità, la quale configura l’elemento dell’accettazione del rischio come comune a dolo eventuale e colpa cosciente, individuando invece la distinzione fra le due forme di elemento soggettivo nelle modalità psicologiche attraverso le quali si concretizza l’accettazione del rischio17; impostazione, questa, che era già stata delineata in dottrina18 -, nell’ultimo ventennio è rimasta ancorata principalmente alla teoria dell’accettazione del rischio. Il panorama qui descritto sinteticamente non si esaurisce in questi termini, dato che se si vanno ad enumerare nello specifico le varie teorie inerenti alla distinzione fra dolo eventuale e colpa con previsione, si giunge sicuramente ad un numero a doppia cifra.

Lo scopo della presente tesi è, appunto, quello di analizzare – premesse le generalità teoriche sull’elemento soggettivo del reato – i dettagli delle varie teorie sul discrimen fra dolo eventuale e colpa cosciente, nonché studiarne gli aspetti positivi, i limiti e le applicazioni giurisprudenziali. Il tutto senza tralasciare considerazioni concernenti i progetti di riforma, nonché la già accennata ipotesi di introduzione di un tertium genus di elemento soggettivo, elaborato attraverso la valutazione di istituti analoghi rilevabili negli ordinamenti inglese, francese e spagnolo.

CAPITOLO I

GENERALITÀ SULL’ELEMENTO SOGGETTIVO
SOMMARIO: 1. Definizione normativa, struttura e oggetto del dolo: questioni generali. – 2. Teoria della rappresentazione e teoria della volontà: contenuti essenziali. – 3. Definizione normativa e struttura della colpa: questioni generali. – 4. Elementi comuni a dolo e colpa: la violazione di regole precauzionali di condotta e il superamento del rischio consentito. – 5. La colpa cosciente e il trattamento aggravato ai sensi dell’art 61, n. 3., c.p. – 6. Il dibattito nei lavori preparatori al codice penale sul criterio di imputazione per la realizzazione di eventi non intenzionali.

1. Definizione normativa, struttura e oggetto del dolo: questioni generali
L’art. 43, comma 1, alinea 1, c.p. fornisce una nozione di “delitto doloso” (“Il delitto: è doloso, o secondo l’intenzione, quando l’evento dannoso o pericoloso, che è il risultato dell’azione o omissione e da cui la legge fa dipendere l’esistenza del delitto, è dall’agente preveduto e voluto come conseguenza della propria azione od omissione”) che, se da un lato afferma, come presupposti strutturali del dolo, previsione e volontà, dall’altro non soddisfa pienamente il lettore il quale, in base ad essa soltanto, tenti di individuare in modo specifico ed univoco elementi dai quali poter trarre conclusioni circa i confini del dolo, l’oggetto del dolo e l’effettiva essenza di esso19. Nondimeno, non si può mancare di osservare il fatto che la definizione in questione non costituisca, di per sé, un solido fondamento normativo per quanto attiene al dolo eventuale.

Anzitutto, la norma di cui trattasi prospetta, quale oggetto di previsione e volontà, l’evento dannoso o pericoloso. Occorre, quindi, stabilire cosa effettivamente debba intendersi mediante tale espressione onde identificare, di conseguenza, l’oggetto del dolo: in particolare, l’alternativa parrebbe essere fra l’identificare come oggetto del dolo l’evento in senso naturalistico – cioè l’effetto consistente in una modificazione del mondo esterno provocata dalla condotta del soggetto agente ed in rapporto eziologico con essa – o l’evento in senso giuridico – ossia la lesione dell’interesse tutelato dalla norma penale20. Qualora si volesse accogliere la prima impostazione – cioè considerare come oggetto del dolo l’evento in senso naturalistico –, tuttavia, si giungerebbe a limitare la portata della definizione di “delitto doloso” ai soli delitti di evento; d’altra parte, l’ordinamento penale configura certamente ipotesi di dolo non limitate ai soli reati di evento, bensì estesa ai reati di mera condotta, nonché a reati di pericolo, e l’“evento” di cui all’art. 43 comma 1. c.p. è considerato da autorevole dottrina21 come componente la quale non possa mancare in alcuna fattispecie di reato: ragioni – queste – per le quali il concetto di “evento” inteso dall’art. 43 c.p. dovrebbe essere interpretato come significante l’evento in senso giuridico22. Tuttavia, l’impostazione che meglio consente di ricostruire l’oggetto del dolo tenendo conto, al contempo, di reati di mera condotta e reati di evento è quella in base alla quale l’oggetto del dolo si estenderebbe a tutti gli elementi del fatto tipico23: giungendo, pertanto, a riguardare tutti gli elementi essenziali della fattispecie penale24, compresi quindi condotta, evento naturalistico (in caso di reato di evento), nesso causale fra condotta ed evento naturalistico (in caso di reato di evento)25 nonché, in linea generale, i presupposti della condotta, intendendosi in quest’ultimo caso tutti gli elementi del fatto diversi dalla condotta materiale e dall’evento naturalistico26; sempre nell’ottica dell’inquadramento dei presupposti della condotta – intesi nell’ampia accezione che è appena stata indicata –, potrà ben trattarsi anche di elementi concomitanti alla condotta stessa: significa che il criterio da utilizzare al fine dell’identificazione di essi non è di carattere meramente cronologico, bensì di carattere logico27; dovrà, in particolare, trattarsi di elementi, antecedenti o concomitanti alla condotta, i quali concorrano a descrivere e delineare il fatto tipico, a prescindere dal caso che si tratti di connotazioni di tipo meramente descrittivo o di tipo normativo28.



Alcune precisazioni, del resto, possono rendersi necessarie se si considera, quale oggetto del dolo, nello specifico il nesso causale: si tratta di stabilire se, ai fini della sussistenza del dolo, sia necessario o meno che l’elemento soggettivo in questione riguardi tutti i particolari e specifici aspetti che caratterizzano il decorso causale effettivamente realizzato; in ordine a questo aspetto appare condivisibile l’ipostazione dottrinale29 per la quale è sufficiente che il dolo riguardi gli elementi essenziali del decorso causale, a meno che non si tratti di elementi espressamente tipizzati e predeterminati dal legislatore: in quest’ultimo caso, l’elemento soggettivo dovrà necessariamente ricadere anche su di essi.

È possibile concludere l’analisi inerente l’oggetto del dolo facendo riferimento all’art. 47 c.p., ai sensi del quale “l’errore sul fatto che costituisce il reato esclude la punibilità dell’agente” a titolo di dolo (la norma prosegue specificando che, “se si tratta di errore determinato da colpa, la punibilità non è esclusa, quando il fatto è preveduto dalla legge come delitto colposo”). Invero, è stato rilevato in dottrina30 che gli artt. 43 e 47 c.p. dovrebbero essere considerati in modo coordinato e complementare ai fini dell’inquadramento dell’oggetto del dolo: l’art 47 c.p. in particolare, definendo l’errore (al quale è equiparata, a fortiori, l’ignoranza) sul fatto quale componente di esclusione del dolo, attiene al momento rappresentativo e, giocoforza, identifica il dolo come esatta rappresentazione del fatto; l’art 43, d’altra parte, è focalizzato sull’elemento volitivo, completando la descrizione del dolo come rappresentazione e volontà dell’intero fatto tipico. Occorre altresì considerare, sulla stessa linea, l’art. 59 comma 1 c.p., il quale postula l’esclusione del dolo in caso di erronea supposta esistenza di cause di esclusione della pena, fermo restando che non è esclusa l’imputazione a titolo di colpa se il fatto è previsto come reato colposo31. In sintesi, il coordinamento fra l’art. 43 comma 1 da un lato, e gli artt. 47 e 59 comma 1 dall’altro, contribuisce a fondare ulteriormente la tesi per cui l’oggetto del dolo sia il fatto tipico nella sua interezza. È bene, tuttavia, rilevare che comunque il dibattito dottrinale sull’oggetto del dolo non si è esaurito semplicemente in questi termini: è stato in effetti osservato32 che i compilatori del codice Rocco vedevano radicata una prospettiva in base alla quale ogni reato dovesse essere indefettibilmente caratterizzato da un evento naturalistico distinguibile nella sfera esteriore e concreta rispetto alla mera condotta; e, se attualmente non è più così, il tutto non significa necessariamente che il termine “evento” di cui all’art. 43 debba essere interpretato nel senso di escludere che possa trattarsi dell’evento naturalistico. D’altra parte, è stato posto l’accento sul fatto che, qualora si concepisse l’art. 43 come riferito all’evento in senso naturalistico, sarebbe comunque individuabile un approccio tramite il quale garantire la configurabilità del dolo anche in relazione ai reati privi di evento naturalistico: molto semplicemente, con argomentazione a maiori ad minus, la definizione del dolo per l’ipotesi più ampia (reato con evento naturalistico) sarebbe riferibile ed adattabile anche all’ipotesi meno ampia (reato privo di evento naturalistico)33. Anche l’interpretazione appena delineata giunge comunque, sostanzialmente, ad essere coerente con la conclusione per cui l’oggetto del dolo non debba essere concepito come limitato all’evento in senso naturalistico, bensì debba essere inteso come riferito a tutti gli elementi del fatto tipico.

Definito l’oggetto del dolo, è possibile delineare in maniera più precisa i concetti di rappresentazione e volontà. La rappresentazione indica la conoscenza e raffigurazione mentale di tutti gli elementi costitutivi della fattispecie: qualora si tratti di elementi di carattere descrittivo, non si pongono particolari problemi, in quanto sarà senz’altro sufficiente la conoscenza di elementi di fatto o naturalistici; qualora si tratti, d’altra parte, di elementi normativi, si ritiene comunemente che non sia necessaria la conoscenza di tali elementi nella corrispondente sfera giuridica, bensì che sia sufficiente – ma necessaria – la rappresentazione di essi in una trasposizione nella corrispettiva sfera di carattere non giuridico (quella che viene definita “sfera laica”)34. Nondimeno, si tratta di stabilire quale sia il livello minimo di effettività del contenuto della rappresentazione, ai fini della configurazione del dolo: appare condivisibile la soluzione per cui, ai fini della rappresentazione rilevante per l’inquadramento del dolo, non è indispensabile che l’agente si sia effettivamente soffermato a riflettere su ogni specifico elemento della fattispecie penale, essendo sufficiente – ma necessario – che una determinata circostanza, sulla quale egli non si sia effettivamente soffermato con il pensiero, faccia parte di un complesso di circostanze che gli siano precedentemente note, e purché egli potrebbe richiamarle entro la propria sfera intellettiva attuale in un istante35.



Per quanto concerne l’elemento volitivo, è opportuno richiamare la nozione di “volontà” prospettata dalla psicologia, in base alla quale si tratterebbe di un impulso fisico e cosciente attinente alla sfera del volere e ai fini della produzione di movimento corporeo36: accogliendo, in questo frangente, la teoria della volontà (senza entrare, per ora, nel dettaglio dell’analisi del dibattito fra teoria della rappresentazione e teoria della volontà), il concetto di “volontà” appena delineato può coordinarsi non solo con riferimento all’azione od omissione, bensì con riferimento ad ogni elemento costitutivo della fattispecie penale, posto che quest’ultima deve essere considerata in senso unitario37. Del resto, una ricostruzione di questo tipo appare coerente anche se si richiama la teoria finalistica dell’azione, in base alla quale ogni condotta umana non viene realizzata come fine a sé stessa, bensì come orientata al conseguimento di un fine38. Occorre poi precisare che il concetto di “volontà” rilevante ai fini del dolo esula da valutazioni inerenti aspetti di carattere meramente emotivo (desideri, speranze) o semplici tendenze, inclinazioni o componenti di carattere simile; né attiene alla sfera della volontà il semplice movente39.

L’ulteriore questione che deve essere affrontata ai fini dell’inquadramento dell’essenza del dolo, anche essa suscitata dalla scarsa univocità del tenore letterale dell’art. 43 comma 1 alinea 1 c.p., è data dall’individuazione del significato e della portata che debbano essere attribuiti all’inciso “secondo l’intenzione”. Considerando, infatti, come doloso soltanto il comportamento “intenzionale” rispetto ad un determinato evento, cioè soltanto il comportamento di chi abbia provocato un evento con corrispondenza fra prospettiva psicologica assunta dall’agente ed evento concretamente realizzato (in altri termini, qualora la prospettiva psicologica dia causa alla condotta)40, si ricadrebbe con il limitare l’ambito della rilevanza del dolo al solo dolo intenzionale, con esclusione delle forme non intenzionali, ossia dolo diretto e dolo eventuale, nonché dolo indiretto, se si accoglie la ricostruzione che prospetta tale forma quale ulteriore rispetto a dolo diretto e dolo eventuale. Parte della dottrina si è sforzata di individuare un’impostazione la quale consenta di rendere coerente la concezione delle forme non intenzionali di dolo rispetto all’inciso “secondo l’intenzione” di cui all’art. 43, precisando che detta formula non debba indurre a ritenere che l’art. 43 limiti l’ambito del dolo al solo dolo intenzionale41. Occorre prendere le mosse, anzitutto, dalla teoria finalistica dell’azione, in base alla quale ogni condotta umana non è attuata come fine a sé stessa, ma è sempre orientata ad uno scopo42: in base a tale premessa, la classificazione delle tipologie di dolo andrebbe effettuata tenuto conto del grado di conformità (maggiore o minore) di quanto concretamente realizzato rispetto al fine intenzionalmente perseguito dall’agente: così, secondo la dottrina che concepisce la distinzione fra dolo “diretto” ed “indiretto”, il dolo diretto si avrà per la fattispecie non perseguita per sé stessa come fine, ma che sia mezzo necessario per la realizzazione di quanto intenzionalmente perseguito, e qualora l’“intenzionalmente perseguito” e la “fattispecie – mezzo” siano realizzabili con la medesima condotta materiale; mentre il dolo indiretto si avrà per la fattispecie realizzata, non intenzionalmente perseguita, la quale, tuttavia, sia considerata come necessaria conseguenza connessa e collaterale rispetto alla realizzazione del fine intenzionalmente perseguito, e sia prevista come certa o altamente probabile43; la fattispecie sorretta da dolo eventuale (si riserva la trattazione specifica della definizione di “dolo eventuale” secondo le varie teorie al cap. II) si distinguerebbe quindi, rispetto a quella realizzata con dolo indiretto, in primis dal punto di vista quantitativo, in quanto nell’ipotesi del dolo indiretto la realizzazione della fattispecie è prevista come certa o “quasi certa”, mentre nell’ipotesi del dolo eventuale la realizzazione del fatto è ritenuta dall’agente come possibile o probabile (comunque non “certa”); tuttavia, tale aspetto di carattere quantitativo comporterebbe conseguenze anche sul piano qualitativo dato che, nell’ipotesi del dolo indiretto, l’accettazione del fatto sarà senz’altro piena, mentre nell’ipotesi del dolo eventuale si resterà nell’ambito di graduazioni inferiori del livello di accettazione, che resterà quindi nella sfera dell’ipotetico44; in ogni caso (dolo diretto, dolo indiretto, dolo eventuale) si avranno fattispecie realizzate con condotta caratterizzata comunque da un fine intenzionale (che nelle ipotesi diverse dal dolo intenzionale, ovviamente, non coincide con la fattispecie realizzata e che si assume sorretta, a seconda dei casi e alternativamente, da dolo diretto, indiretto o eventuale): in questo senso sarebbe soddisfatto il tenore letterale dell’art. 43, comma 1, c.p., laddove vede inserito l’inciso “secondo l’intenzione”45. L’impostazione dottrinale la quale considera, quale forma intermedia fra dolo intenzionale e dolo eventuale, il solo dolo diretto, identifica quest’ultimo nell’ipotesi in cui la fattispecie non intenzionalmente perseguita sia realizzata in quanto mezzo necessario per il conseguimento del fine intenzionale, ed alla luce della certezza o “quasi certezza” di realizzazione della fattispecie stessa, facendo tuttavia rientrare in quest’ambito anche le ipotesi che, come si è osservato, altra parte della dottrina classifica come “dolo indiretto”46: il che, ad ogni modo, non appare in contrasto con la tesi per cui il termine “intenzione” utilizzato dal legislatore all’interno dell’art. 43 sarebbe riferito all’intenzionalità della condotta umana; anche in quest’ultimo caso, in effetti, si tratta di identificare una fattispecie non intenzionalmente perseguita e realizzata tramite una condotta la quale perseguisse intenzionalmente un fine ulteriore. Sulla base di quanto si è esposto, è possibile individuare una ricostruzione in base alla quale le diverse forme di dolo (intenzionale, diretto, indiretto, eventuale) sono (e devono essere) tutte caratterizzate da elementi i quali concretizzano il requisito psichico della volontà, seppur con gradazioni diverse di tale requisito: in questo senso, il rapporto fra “intenzione” e “volontà” si inquadra nel paradigma plus – minus, nel senso che si tratta di elementi i quali esprimono diverse gradazioni di un medesimo concetto sostanziale (e non concetti sostanzialmente differenti)47; ne deriva, chiaramente, la riconduzione al paradigma plus – minus del rapporto fra dolo intenzionale, dolo diretto, dolo indiretto e dolo eventuale.

A conclusioni differenti rispetto a quelle appena esposte è giunta altra parte della dottrina48, la quale ritiene che la volontà coincida in senso stretto con la sola intenzione: con la conseguenza che l’unica forma descrittiva di dolo sarebbe data dal dolo intenzionale, mentre dolo diretto e dolo eventuale consisterebbero in dati normativi, non caratterizzati da “volontà – intenzione”, ma relativamente ai quali il legislatore avrebbe prospettato identità di trattamento rispetto al dolo intenzionale, alla luce della loro assimilabilità rispetto al dolo intenzionale stesso49; in base a tale ricostruzione, il dolo intenzionale si configurerebbe come forma che identifica il nucleo sostanziale e descrittivo del dolo, mentre le forme non intenzionali di dolo sarebbero normativamente equiparate al dolo intenzionale, e il rapporto fra dolo intenzionale e forme non intenzionali di dolo (e quindi, in particolare, fra dolo eventuale e dolo intenzionale) si inquadrerebbe, così, nel paradigma aluid – aliud (il quale identifica concetti sostanzialmente differenti, e non gradazioni del medesimo concetto sostanziale)50. Del resto, la teoria di cui trattasi giunge ad affermare che il rapporto fra dolo eventuale e dolo diretto sia, invece, inquadrabile nello schema minus – maius, identificando quindi fra tali forme una distinzione di carattere quantitativo51.




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