Introduzione IL rischio enorme di banalizzare un tema cruciale



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17.11.2017
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Iva UNITÀ

Lio cresce nel tu

INTRODUZIONE



1. Il rischio enorme di banalizzare un tema cruciale
Siamo dipendenti dall’amore di altri fin dalla nascita; senza amore, affetto e riconoscimento appassiamo rapidamente, come fiori nel deserto. Se, a nostra volta, non amiamo con slancio e con generosità, le nostre vite finiscono nel buio della depressione o nella trappola paralizzante dell’egocentrismo e sono irrimediabilmente segnate dal nonsenso, dall’incompiutezza e dal cinismo. Eppure, la facile consapevolezza della crucialità dell’amore per le nostre esistenze non ci sottrae al rischio costante di una banalizzazione e sottovalutazione del tema dell’amore. In parte ciò si deve all’onnipresente retorica dell’amore, che mai ci abbandona: canzoni, film, pubblicità e luoghi comuni potentemente adesi al nostro immaginario collettivo e alle nostre categorie mentali e culturali.


2. Ragione e sentimento, profondità e spontaneità: mondi inconciliabili?


L’amore, secondo la vulgata, è in essenza sentimento, chimica, irrazionalità, follia; sull’amore (o meglio, sull’”idea” dell’amore che ci piace costruire a tavolino) si pretende di far confluire quella quota parte di imponderabilità, di capacità di rottura degli schemi e di fuga dalla ragione e dal calcolo che, altrimenti, non troverebbe cittadinanza nelle nostre vite così improntate al controllo, alla programmazione e all’analisi dei rischi e benefici di ogni nostra scelta e azione.
All’amore si riconosce la qualità suprema, mai così apprezzata quanto nella società contemporanea, della spontaneità, dell’immediatezza, della genuinità non mediata da sovrastrutture intellettuali. Ma ciò che è spontaneo e genuino è anche necessariamente incolto, inconsapevole, grezzo? Si può amare senza smettere di pensare? Si può amare anche con la testa, oltre che con il cuore? Si può dare più profondità, più intelligenza, più acume alla nostra “lettura” del mondo, delle cose e delle persone proprio grazie all’amore, con amore e nell’amore?

3. La forza dell’amore: passione cieca o progetto lucido?
All’amore si attribuisce anche l’eccezionale capacità di saper prevalere sulla volontà individuale: “amore a nullo amato amar perdona”; “al cuor non si comanda”. Ma davanti a quale forza superiore chiniamo il capo? Siamo forse sotto il dominio esclusivo dei ferormoni? Siamo innanzi tutto animali “emozionali”, che vivono in primis di sensazioni forti e di esperienze intense? Oppure la fascinazione, l’attrazione magnetica verso l’altro sono strumenti al servizio di un incontro, di una scoperta che non si consuma nel breve spazio di un’emozione, ma si prolunga nel tempo e nello spazio? La volontà in amore viene annullata (magari solo temporaneamente, fino al sorgere di un sole più accecante…), oppure viene rafforzata, motivata, stimolata a formulare un progetto e a perseguirlo? Quante risorse può assorbire un amore? Quale sforzo di riorganizzazione della propria vita può richiedere una storia d’amore? L’amore ha solo a che fare con la passione che travolge o anche con la fatica della perseveranza, con l’umiltà dell’ascolto e dell’osservazione e con il rischio della decisione e della fiducia?

4. L’amore come manifestazione piena dell’essenza dell’umano e del divino
Dietro la definizione che diamo di “amore” si cela la definizione stessa che diamo di “umanità”, intesa come vocazione profonda di ogni singolo uomo e come trama delle relazioni che gli uomini intessono tra loro. L’amore è uno strappo alla regola, una fuga in avanti romantica e velleitaria in un mondo altrimenti governato da altre logiche, oppure è il “canone” del mondo, la chiave per comprenderne le aspirazioni, le speranze, le espressioni, come pure le deformazioni, le forzature, le sconfitte? Se l’amore, nonostante tutti i rischi di fraintendimento e di corruzione del mistero grande che esso rappresenta per l’umanità intera, costituisce il fondamento, la struttura portante delle nostre esistenze, da una riflessione seria sull’amore può scaturire una formidabile presa di coscienza circa la nostra identità più vera, i nostri bisogni più profondi e i meccanismi con cui “funzioniamo”. Forse è proprio nella definizione dell’uomo come cercatore e destinatario di amore e di verità che sta l’interpretazione più autentica del celebre versetto della Genesi secondo cui l’uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio. Dell’amore possiamo dire, con riferimento alla relazione con l’Altro, molte delle cose che nella seconda unità abbiamo detto della felicità e del successo con riferimento alla realizzazione personale e al compimento individuale dell’esistenza: esso è la cifra del nostro DNA interiore, un crocevia ineludibile per comprendere chi e come siamo e verso cosa andiamo (o, per lo meno, tendiamo) in quanto comunità di uomini tenuti insieme da qualcosa di molto più grande del semplice istinto di conservazione della specie.

5. L’amore come rimedio ai miei mali o l’amore come scoperta dell’altro?
Parliamo d’amore, dunque. Per prima cosa occorre riconoscere che tutti gli amori implicano una relazione tra persone, ma non tutte le relazioni sono d’amore. L’amore è una relazione speciale che lega le persone in quanto tali; se il legame è dettato da una circostanza transitoria, o da un beneficio atteso (reciproco o meno), o anche solo da un ideale, da una passione o da un obiettivo comune non si può parlare d’amore tra due o più persone: forse si tratta di un’alleanza in vista di un fine condiviso, o di una società d’affari, oppure è questione di “feeling”, di simpatia e di complicità, o ancora di una buona compagnia che ci si fa per soddisfare l’uno il bisogno dell’altro e per non dover soffrire di solitudine, ma certamente non si tratta di amore. Infatti, in amore l’oggetto del desiderio è l’altro, non ciò che l’altro può fare per me, o ciò che mi fa sentire o ciò che rappresenta per me. Allo stesso modo, l’amore non serve a colmare i limiti, le carenze o i difetti di ognuno di noi: due mezze mele non fanno una mela; oppure anche, guardando da un’altra prospettiva: “se un cieco guida un altro cieco, tutti e due finiscono nel fosso”…
L’amore rende manifesta l’insufficienza di ogni individuo a se stesso, ma non per denunciare questo nostro limite strutturale nell’illusione di porvi rimedio appoggiandoci gli uni agli altri, piuttosto per rivelarci con prepotenza l’esistenza di un “altro” tanto simile (cioè a noi comunicabile, commensurabile, vicino) quanto diverso (cioè sempre, inconfondibilmente, altro da noi e fuori dal nostro controllo), al cospetto del quale sperimentiamo nello stesso tempo attrazione e paura, desiderio e respingimento. L’amore si nutre di questo equilibrio dinamico tra prossimità e distanza: se perdesse la prossimità l’amore diventerebbe arido, freddo, astratto, impersonale; se, invece, perdesse la distanza l’amore diventerebbe dominio dell’uno sull’altro, oppure con-fusione tra l’uno e l’altro, o ancora sostituzione dell’uno all’altro. L’”io” per esistere e per diventare ciò che è ha bisogno di un “tu” che riconosce come simile, ma che preserva sempre la sua alterità e non abdica a se stesso. Basterebbe questa sola considerazione a gettare luce su tante deformazioni dell’amore: il narcisismo, la simbiosi, la dipendenza, la dinamica della vittima e del carnefice, etc.
6. La radicalità dell’amore: tutto per tutto
Altra caratteristica costitutiva dell’amore è la radicalità. In amore non è mai in gioco soltanto una parte di sè: una relazione che impegni una persona con meno della totalità delle proprie risorse difficilmente può essere una relazione d’amore. È possibile amare con il corpo, mentre si è assenti con la testa e con il cuore? È possibile amare senza mettere la propria volontà, il proprio tempo, la propria generosità di cuore interamente a disposizione? Non si può amare a tempo determinato, a singhiozzo o secondo gli umori, a meno di operare vere e proprie scissioni dentro di sè. L’amore, dunque, è tutto per tutto, è tutto o niente: tertium non datur.
Il Vangelo ci offre, a questo riguardo, anche un altro spunto di riflessione importante, attraverso l’immagine del chicco di grano, che se non muore resta solo e che, invece, morendo porta molto frutto. Non si tratta di un inno al masochismo e di un invito, neppure troppo velato, al martirio; piuttosto quest’immagine ci offre una chiave privilegiata per entrare nel segreto della Vita. Chi non è disposto a “rompersi”, a perdere la propria “integrità” (fatta di certezze precostituite, di pigrizie inveterate, di ambizioni accecanti, di clichet banali, di egoismi gretti, di superficialità, chiusure e pregiudizi) difficilmente potrà amare e fare spazio all’altro nella propria vita, rileggendo e ripensando con questi la propria esistenza; più probabilmente finirà per rimanere solo, chiuso a riccio nel suo guscio, a difesa di una vita che, però, inesorabilmente gli appassirà tra le mani, proprio perchè non donata e non “trafficata” (per usare il linguaggio della paraola dei talenti).

7. I tanti volti dell’amore (senza dimenticare se stessi…)
Tutte queste riflessioni (e infinite altre che a queste si potrebbero aggiungere) si applicano trasversalmente a tutte le forme di amore autentico che possiamo sperimentare: all’amicizia, all’amore di coppia, all’amore genitoriale e (udite, udite) persino all’amore di sè. In modo geniale, infatti, la Scrittura abbina l’”amor proprio” all’amore dell’altro, intimando il comandamento “ama il prossimo tuo come te stesso”. Non si può odiare sè e amare l’altro: l’amore dell’altro nasce dentro di noi, dentro una casa che se non contribuiamo quotidianamente a costruire, ordinare e adornare finisce presto per cadere in rovina. Se dico di amare l’altro senza amare la mia stessa vita, chi o cosa potrò mai portare in dote alla mia relazione con l’altro?

8. Dio è amore
Si può dire che l’amore costituisce il fondamento ultimo del mondo e delle nostre stesse esistenze -senza essere nè pazzi, nè ingenui, né ubriachi- solo ad una condizione, e cioè che Colui dal quale tutto proviene e verso il quale tutto tende e ritorna sia Egli stesso Amore. Qualora la creazione non discendesse dall’amore di Dio, ma da un capriccio, da uno strano gioco del destino o dal caso, l’amore umano sarebbe l’ennesimo, inutile, perdente tentativo di afferrare un grammo di felicità e fabbricarsi un minimo di senso in un mondo segnato dal caos, dalla violenza, dalla rabbia, dalla miseria, dal limite e dall’incompiutezza. L’uomo non basta mai all’uomo: ci vuole un Dio per risolvere il “problema” dell’uomo, e non un Dio qualunque…
Senza l’amore di Dio e senza un Dio d’amore la creazione resterebbe irredenta e potrebbe solo agitarsi scomposta e raggomitolarsi in cerca di un po’ di calore, prima di essere inghiottita dal nulla. La Buona Notizia consiste, invece, proprio nella proclamazione (e nella scoperta e progressiva appropriazione da parte nostra) che Dio è per noi, Dio è con noi, addirittura Dio è in noi. Le conseguenze di questo annuncio sono clamorose: gli spazi e i tempi si dilatano, il nostro limite di creature mortali non è più una condanna irrevocabile, la nostra fragilità non è più solo fonte di rabbia, di tristezza o di vergogna, le nostre piccole vite acquistano un significato enorme, al di là del “qui e ora”. A queste condizioni la nostra capacità e il nostro desiderio di amare si manifestano non più come riflessi condizionati della “carnalità” umana, ma come vocazione profonda (della carne e dello spirito!) a prendere il posto che è stato preparato per noi nella casa del Padre, a stringere alleanza con Lui, a guardare il mondo come lo guarda Lui e, infine, a diventare come Lui, vivendo per sempre nel suo Amore.

La cosa può forse interessarci…?



OBIETTIVI





  1. Riflettere con i ragazzi sulla definizione di amore e sull’importanza dell’amore nell’esistenza di ciascuno di noi

  2. Riflettere sulla complessità dell’amore: frattura tra testa e cuore, tra ragione e sentimento, oppure occasione ineguagliabile per una sintesi più alta?

  3. Riflettere sulla dinamica dell’amore: attrazione e paura, desiderio e repulsione, affinità e alterità

  4. Riflettere sulla nostra relazione con l’altro, cioè il protagonista nuovo che l’amore immette sulla scena

  5. Riflettere sulla continuità tra l’amore per l’altro e l’amore di sé: è davvero possibile amare il prossimo come se stessi?

  6. Riflettere sulla radicalità dell’amore: altro che farfalline nello stomaco, altro che due cuori e una capanna… Valorizzare il ruolo in amore della fatica, della perseveranza, della volontà, della progettualità, del desiderio costante di crescere, della disponibilità sincera all’ascolto e alla comprensione

  7. Riflettere sulla continuità tra le varie forme d’amore che ciascuno può conoscere nella propria vita: amicizia, coppia, genitorialità, filialità


1. Organizzazione del primo incontro: “Vedere l’invisibile”risultati immagini per iniziare




Attività rompi-ghiaccio:
Si suddividono i ragazzi in coppie e a ciascuno si chiede di selezionare una propria fotografia, più o meno recente; l’altro membro della coppia riceve la foto, la osserva ottentamente e prova a dire quali aspetti della personalità del proprio partner di gioco quella foto fa emergere. Ci riconosciamo nel “ritratto” che di noi ha fatto l’altro a partire da una nostra foto? Cosa può accadere a distanza di tempo da quella foto, quanto possiamo cambiare? Quanto resta fermo e quanto assume un nuovo significato in noi ad ogni nuova svolta della vita? Si può conoscere l’altro a partire da una serie di fotogrammi, di singole immagini tratte dalla sua vita? Ci piacerebbe essere conosciuti così dagli altri? Quali rischi si corrono nel conoscere o nell’essere conosciuti in questo modo?

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Discussione in gruppo: domande aperte


  1. Quanto della vera identità di una persona è chiaramente visibile dall’esterno?

  2. Siamo solo ed esclusivamente ciò che facciamo? Siamo solo ed esclusivamente ciò che di noi si può vedere guardandoci da fuori? O esiste una parte nascosta di noi, che fa fatica ad esprimersi, ad emergere, a cui di solito non diamo la parola e a cui non permettiamo di agire e che gli altri, di solito, non vedono?

  3. Siamo sempre liberi di agire e di parlare in perfetta armonia con quello che, nell’intimo del nostro cuore, sentiamo come vero, giusto, bello e ricco di significato? Oppure, a volte, ci sentiamo costretti a “giocare” con regole che altri hanno stabilito pur di restare al passo con il mondo?

  4. Esiste qualcuno che sa contattarci in questa nostra parte nascosta, meno visibile ad occhio nudo? Oppure sperimentiamo una grande solitudine?

  5. E noi, quando guardiamo l’altro, andiamo a caccia di questa sua parte più profonda? Sappiamo o vogliamo andare oltre le apparenze e al di là delle maschere, delle etichette e dei luoghi comuni?

  6. Quanto ci aiuterebbe uno sguardo su di noi diverso dal solito da parte di qualcuno che conta veramente nella nostra vita?

  7. Ci piacerebbe possedere uno sguardo capace di penetrare la verità delle cose e delle persone, che conosce davvero e che non giudica mai, che accoglie e che comprende, che di ognuno vede la bellezza d’insieme e non solo il dettaglio raccapricciante? Una memoria che ricorda tutto e non si scandalizza di niente, che non presenta mai il conto, che non seleziona ad arte solo quel che più fa comodo trattenere?


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Icona biblica: Luca 19, 1-10

Entrato in Gerico, [Gesù] attraversava la città. Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È andato ad alloggiare da un peccatore!». Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch'egli è figlio di Abramo; il Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».
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Si usa dire che l’amore è cieco, volendo sottolineare sia la casualità e l’imprevidibilità dell’innamoramento che la tendenza in chi ama a ignorare o a minimizzare i difetti dell’amato, altrimenti ben visibili a chiunque altro. In realtà è vero l’esatto contrario: l’amore acuisce la vista, rende lo sguardo molto più penetrante e permette di cogliere anche “l’invisibile”, cioè quella parte (preponderante) di realtà non manifesta, non espressa apertamente, ma su cui si poggia e da cui trae origine, motivazione e significato tutto ciò che, invece, è possibile vedere, sentire e toccare. Di ogni persona, infatti, possiamo osservare i comportamenti, le espressioni e gli atteggiamenti, ma solo di pochi possiamo dire (e fino a che punto?) da quali movimenti interiori del cuore, della volontà e della ragione scaturiscano quei gesti esteriori e quale ne sia l’autentico valore, “colore” e “sapore”. Solo chi ci conosce a fondo e ci ama vede in noi e di noi più della semplice immagine che restituiamo pubblicamente e sa leggere tra le righe e oltre le righe delle nostre parole e dei nostri silenzi, dei nostri entusiasmi e dei nostri scetticismi, delle nostre aperture e delle nostre reticenze, dei nostri slanci e delle nostre paure. Solo l’amore sa restituire dinamismo, verità, profondità e completezza alla conoscenza, che altrimenti è destinata a ridursi a mera catalogazione.

Zaccheo ne era ben conscio: per tutti gli abitanti di Gerico egli era “solo” il capo dei pubblicani, cioè un uomo spregevole, da cui tenersi debitamente a distanza. Gli sguardi che Zaccheo era abituato a ricevere si assomigliavano tutti, con piccole variazioni su tema: gli occhi bassi e sfuggenti di chi, vedendolo arrivare da lontano, cambiava strada; gli occhi traboccanti di disprezzo di chi gli esprimeva silenziosamente tutto il proprio sdegno per la sua odiosa attività; infine, gli occhi supplichevoli di chi, non potendo fare diversamente, implorava da lui uno sconto o un favore. Nessuno di questi sguardi (sia pure per ragioni validissime e comprensibilissime!) era in grado di cogliere in Zaccheo altro se non il volto ignobile del pubblicano senza scrupoli, senza dignità e senza cuore.

Chi avrebbe mai potuto prevedere quello scatto di Zaccheo, quell’improvviso desiderio di “vedere Gesù”? Il pessimo, innominabile Zaccheo, inaspettatamente, conservava ancora in un angolo recondito della propria anima quel tanto di capacità di entusiasmarsi, quel gusto residuo di capire, quella voglia di vedere Gesù di persona, a tal punto da spingersi oltre il proprio limite fisico (“era piccolo di statura”) e oltre il senso del ridicolo (cui, fatalmente, si era esposto arrampicandosi su un albero come un bambino, dopo aver corso in mezzo alla folla per non perdere contatto con Gesù). Chi avrebbe mai sospettato la capacità di Zaccheo di “accogliere con gioia” chicchessia? E come è stato possibile questo “miracolo”?

Gesù, semplicemente, osa guardare Zaccheo in modo diverso da tutti gli altri: Egli, infatti, “alza lo sguardo”, chiede a Zaccheo di scendere dal sicomoro su cui si è inerpicato (un po’ per vedere meglio e un po’, forse, per tenersi a distanza di sicurezza dagli sguardi indignati e arrabbiati della popolazione di Gerico…) e si auto-invita perentoriamente (“oggi devo fermarmi”) a casa sua. In Gesù non c’è giudizio, non c’è condanna, non c’è disgusto, non c’è disprezzo nei confronti di Zaccheo; c’è, piuttosto, un’urgenza di incontrare, di “fermarsi” ad ascoltare, a conoscere Zaccheo, ad abitare (sia pure per un breve momento) sotto il suo stesso tetto; da questa novità di atteggiamento di Gesù verso Zaccheo scaturisce il nuovo atteggiamento di Zaccheo verso il prossimo (“dò la metà dei miei beni ai poveri…”).

Il coraggio dell’amore, dunque, non consiste nel chiudere gli occhi su quanto non funziona e nell’ignorare benevolmente le storture, le ingiustizie e le contraddizioni nostre e degli altri con la speranza di edulcorare la realtà, ma nel guardare talmente a fondo cose e persone da coglierne la vera essenza: l’immagine di Dio che è impressa a fuoco nelle sue creature non delude mai, per quanto deludenti e scabrosi possano esserne, invece, i riflessi visibili in superficie. La scommessa di Gesù su Zaccheo nasce dalla fiducia del Figlio nell’opera del Padre che si compie per suo mezzo: anche il pubblicano Zaccheo è “figlio di Abramo”; neppure il peggiore degli uomini è al di fuori del raggio d’azione della salvezza che il Figlio dell’Uomo porta a tutta la sua creazione.

Non c’è nulla che non valga la pena di essere salvato; e, tuttavia, solo un’autentico e profondo sguardo d’amore, lo sguardo di Dio, può rivelarci questa fondamentale verità e renderla concreta nella nostra vita.

L’unica novità possibile risiede nell’amore, che non modifica il dato di realtà ma ne rivela tutta la profondità, mostrando possibilità inattese. Questa fiducia nell’uomo è parte integrante dell’atto di fede: l’opera di Dio è “buona”, ma i conti tornano solo alla fine e non dobbiamo avere né fretta di vedere i frutti della semina del Regno di Dio, né la presunzione di avere già in mano tutti gli elementi per poter discernere infallibilmente e, soprattutto, definitivamente il bene dal male, il giusto dall’ingiusto.
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Attività-ponte
Visione del film “Will Hunting, genio ribelle” (di Gus Van Sant, 1997. Con Robin Williams e Matt Damon). È la storia di un ragazzo-prodigio, nato e cresciuto nei bassifondi di Boston, dotato di un’intelligenza matematica fuori dall’ordinario ma socialmente disadattato, spocchioso e violento. La trama ruota intorno alla storia d’amore del protagonista Will con la giovane studentessa Skylar e al tormentato rapporto tra Will e il suo psicologo, Sean. I dialoghi, brillanti e intensi, del film aiutano a compiere riflessioni non banali sul tema dell’amore e dei rapporti interpersonali, nel segno della lotta, della fatica del cambiamento e della definitiva “resa” all’altro, che apre nuovi spazi di libertà e restituisce verità alla nostra vita.

La discussione che può scaturire dalla visione del film si presta ad accompagnare le varie tappe di questa quarta unità ed è facilmente suddivisibile in più momenti successivi.



2. Organizzazione del secondo incontro: “Resistenza e resa”risultati immagini per iniziare




Attività rompi-ghiaccio:
I ragazzi disputano un torneo di braccio di ferro, scegliendo le coppie in gara nella maniera più equilibrata possibile.

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Discussione in gruppo: domande aperte


  1. Quando pensi all’amore quali immagini ti vengono alla mente? Due cuori e una capanna? Un canto di uccellini e il sole alto nel cielo azzurro? Pensi mai a una scalata in montagna, o a un viaggio in barca a vela in mezzo all’oceano?

  2. In amore esiste la fatica? Fare fatica in una relazione d’amore o di amicizia è il segno certo di qualcosa che non va? Oppure può essere il segno di un contatto autentico tra realtà diverse, che solo in parte si “incastrano” e si comprendono reciprocamente in modo pacifico fin da subito, e per un’altra parte, invece, si fronteggiano, si sfidano, si danno del filo da torcere?

  3. Quanto conta la volontà in una relazione d’amore o d’amicizia? È bene “cedere” subito all’altro, o non è forse meglio “resistere”, prima eventualmente di cedere? Quanto sei disposto a lottare per amore?

  4. Se l’amore è una lotta, c’è sempre un vincitore e uno sconfitto? Qual è il senso e il valore della lotta in una relazione d’amore?

  5. Quanto vuoi “vincere” nelle relazioni interpersonali? Quanto sei disponibile a “essere vinto”? Cosa vuol dire, in concreto, incontrare, conoscere e amare qualcuno?


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Icona biblica: Genesi 32, 24-34

Li prese, fece loro passare il torrente e fece passare anche tutti i suoi averi. Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell'aurora. Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all'articolazione del femore e l'articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui. Quegli disse: «Lasciami andare, perché è spuntata l'aurora». Giacobbe rispose: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!». Gli domandò: «Come ti chiami?». Rispose: «Giacobbe». Riprese: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!». Giacobbe allora gli chiese: «Dimmi il tuo nome». Gli rispose: «Perché mi chiedi il nome?». E qui lo benedisse. Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penuel «Perché - disse - ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva». Spuntava il sole, quando Giacobbe passò Penuel e zoppicava all'anca. Per questo gli Israeliti, fino ad oggi, non mangiano il nervo sciatico, che è sopra l'articolazione del femore, perché quegli aveva colpito l'articolazione del femore di Giacobbe nel nervo sciatico.
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Questo brano vibrante di Genesi è particolarmente indicato per tutti coloro che sulle relazioni d’amore vorrebbero proiettare le velleità, mai veramente sopite nel cuore dell’uomo, di ritorno a una mitica età dell’oro, priva di conflitti e di tensioni, in cui l’uno è in perfetta armonia con l’altro, mentre il mondo attorno fa da pacifica e incantevole cornice a questo idillio. Quasi che l’amore fosse una felice eccezione alla legge della giungla, altrimenti vigente in ogni altro ambito dell’esistenza umana. Di nuovo ci troviamo di fronte alla questione cruciale: l’amore è il desiderio, perdente e disperato, di sfuggire (magari solo per un attimo) alla morsa di una logica spietata e feroce cui il mondo intero e tutti i suoi abitanti sono condannati a sottostare, oppure l’amore è ciò da cui proveniamo e verso cui andiamo, è il volto di Dio impresso a fuoco nelle nostre membra e che è impaziente di rivelarsi in noi e, anche, per mezzo di noi? In altre parole, l’amore per noi è solo una pia illusione e una salutare tensione al riposo dalla guerra quotidiana della vita, oppure è una vocazione profonda e fondante, dentro cui cercare verità prima ancora che conforto?

L’episodio di Giaccobe con l’angelo ci restituisce, misteriosamente ma tangibilmente, ad una dimensione di lotta con l’Altro, di accapigliamento appassionato e, a tratti, persino violento, ma senza il quale ciascuno resta sepolto vivo dentro le mura fortificate della propria individualità e non contatta l’altro nella sua bruciante diversità e nella sua capacità di entrare e trasformare la propria vita.

Giacobbe si trova coinvolto in uno stranissimo corpo a corpo notturno con un uomo non meglio identificato; non può essere un ladro o un malintenzionato, perché Giacobbe ha appena finito di mettere in salvo tutti i suoi beni e i suoi cari al di là del torrente: quell’uomo è lì per lui, esclusivamente per lui. Nel corso della lotta, che dura a lungo –fino allo spuntare dell’aurora- e non esclude colpi –come dimostra la slogatura del femore-, Giacobbe prende consapevolezza del motivo della lotta stessa: “non ti lascerò finchè non mi avrai benedetto” e “dimmi il tuo nome” sono le due richieste che fa all’angelo, mentre la domanda che si sente rivolgere è “come ti chiami?”. In gioco, dunque, non ci sono oro, denaro o bestiame, ma niente meno che l’identità personale di Giacobbe e dell’angelo (a cui il nome dà accesso, non solo “anagraficamente”) e la qualità della loro relazione (nel segno della benedizione, pur a seguito di una lotta selvaggia).

Come in una danza a due il movimento dell’uno prepara, sollecita e rende possibile il movimento dell’altro, fino ad arrivare ad una nuova “figura” della coppia di ballerini, così la colluttazione tra Giacobbe e l’angelo produce modificazioni e lascia segni importanti in entrambi i lottatori: Giacobbe esce da questo corpo a corpo zoppicante, ma forte di una benedizione e con un nuovo nome, Israele (che lo designa come un tutt’uno con il popolo che il Signore si è scelto); l’angelo, invece, ammette di essere uscito sconfitto dal confronto. Ma davvero Giacobbe vince perché è più forte dell’angelo, cioè di Dio in persona? O è forse Dio, fin da subito, a voler concedere la propria benedizione a Giacobbe, a patto però, che questa arrivi al termine di un regolare “combattimento”? La lotta, infatti, è propedeutica all’incontro con l’Altro; essa è il contrario del disimpegno, della distanza, della finzione e del mascheramento nell’avvicinamento all’altro. Nella lotta leale c’è un contatto vero tra i corpi e le volontà di chi si incontra/scontra, c’è la scoperta e la misura della forza dell’altro nel momento stesso in cui si esprime la propria volontà di resistere per non soccombere. La lotta è sinonimo di resistenza attiva all’altro, è il tentativo di far sopravvivere la propria individualità davanti alla potenza trasformante dell’altro, prima di una resa (o di una tregua) che non è né una sconfitta, né un compromesso al ribasso, ma un incontro autentico tra diversità che non si addomesticano, piuttosto si accolgono e si riconoscono nella verità, senza diluizioni e senza ignorare l’irriducibilità dell’alterità.



In realtà la lotta amorosa tra Giacobbe e l’angelo non prevede vincitori nè vinti, ma richiede che ciascuno s’impegni con tutto se stesso: da questo incontro-scontro scaturisce una benedizione non semplicemente pronunciata con le labbra, ma trasferita al centro della vita dell’altro attraverso un serrato corpo a corpo.
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Attività-ponte
Cfr. Attività ponte primo incontro






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