Introduzione: la spiegazione dei termini



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Cap. 4: Darwin

In un periodo storico in cui gli europei occidentali, britannici in testa, avevano dato inizio a una massiccia esplorazione del pianeta, usciva il primo libro di Charles Robert Darwin (1809-82): Geologia e storia naturale dei vari paesi visitati dalla nave di S.M. Beagle, sotto il comando del capitano Fitzroy 27 della Royal Navy o, più semplicemente, Viaggio di un naturalista attorno al mondo (1839). Darwin, nel suo viaggio di cinque anni in mare (1831 – 36) aveva visitato varie terre tropicali tra cuiu l’Argentina, nelle cui sterminate praterie aveva trovato i fossili del Glyptodon, un mammifero estinto simile all’armadillo, che invece è tuttora vivente in quei medesimi territori. In seguito, questa osservazione sarebbe stata rielaborata da Darwin e sarebbe servita a far nascere l’idea che le specie fossili sono le dirette antenate di quelle viventi e, dunque, le specie si trasformano nel tempo, cioè evolvono. Arrivato nell’arcipelago delle Galapagos, Darwin ha notato che ogni isola era abitata da una specie di testuggini e fringuelli differenti per aspetto, dieta, ecc. da ogni altra specie, ma per altri versi simili a quelle delle altre isolette. Nella primavera 1837, gli ornitologi del British Museum  avrebbero informato Darwin che i numerosi e piuttosto differenti uccelli che aveva raccolto alle Galápagos appartenevano tutti alla sottofamiglia Geospizinae, della famiglia Fringillidae, cui appartengono anche i comuni fringuelli, da cui il nome di “fringuelli di Darwin” con cui ancora oggi sono comunemente noti.

Come spiegare che tutti questi uccelli parenti tra loro si presentavano come leggermente differenti in ogni isola dell’arcipelago? Nel “Compendio storico” che apre l’Origine delle specie, Darwin elogiava pubblicamente Lamarck, per avere affermato che le specie evolvono, ma poi si discostava dalla teoria di quest’ultimo per quanto riguarda il meccanismo con cui ciò avviene. Infatti, per Darwin le specie sono il risultato di una selezione, da parte dell’ambiente, delle variazioni ereditarie più idonee. In altre parole, il fenomeno evolutivo viene inteso da Darwin come un adattamento alle condizioni ambientali, casualmente determinato e faticosamente conquistato.

Un autore verso cui Darwin riconosce d’essere stato profondamente debitore è stato l’economista Thomas Malthus. 28 Così si legge nell’Autobiografia, pubblicata postuma nel 1888 dal figlio Francis: «Nell’ottobre 1838, cioè quindici mesi dopo l’inizio della mia ricerca sistematica, lessi per svago il libro di Thomas Malthus Saggio sul principio della popolazione. Ero pronto ad ammettere la lotta per l’esistenza, che ovunque si deduce da un’osservazione prolungata delle abitudini degli animali e delle piante; ma mi colpì immediatamente il fatto che in queste condizioni le variazioni favorevoli tendessero a essere conservate, mentre le sfavorevoli a essere eliminate. Risultato: la formazione di nuove specie! Dunque, avevo trovato finalmente una teoria sulla quale lavorare.» Questo passaggio è la prova che Darwin ha riscoperto, nel 1838, l’intuizione di Aristotele e cioè che la variazione e la selezione naturale sono i primi due principi dell’evoluzione delle specie.

Il terzo principio, l’adattamento, ha dovuto aspettare ancora qualche anno. Così continua Darwin nell’Autobiografia: «Però, mi sfuggiva ancora un problema di grande importanza e trovo sorprendente che abbia potuto trascurare quel problema e la sua soluzione: era l’uovo di Colombo! Si tratta della tendenza degli organismi derivanti dal medesimo ceppo ad assumere caratteri divergenti, allorché si modificano. Che essi siano andati divergendo notevolmente è evidente, dal momento che specie d’ogni tipo possono essere classificate in generi, i generi in famiglie, le famiglie in ordini e così via. (…) La soluzione, secondo me, è che i discendenti modificati di tutte le forme dominanti e in via di sviluppo tendono, nell’economia della natura, ad adattarsi ai diversissimi luoghi in cui vivono.» Infatti, Darwin ha ipotizzato che le differenti testuggini e i differenti fringuelli delle isole Galapagos avessero avuto origine da un'unica specie di testuggine e di fringuello, rispettivamente, e poi i diversi ambienti delle isole avessero premiato gli individui casualmente più adatti e penalizzato quelli casualmente meno adatti.

Scrive il logico-matematico Piergiorgio Odifreddi,29 dell’Università di Torino, nel saggio dal titolo In principio era Darwin, la vita, il pensiero, il dibattito sull’evoluzionismo (Longanesi, 2009): «Una volta individuato un possibile meccanismo dell’evoluzione, restava l’arduo compito di verificare questa ipotesi, dimostrando che era quella effettivamente seguita dalla natura per formare nuove specie. L’Origine delle specie, infatti, enumera dettagliatamente gli indizi favorevoli esistenti e smonta sistematicamente le obiezioni contrarie, reali o ipotetiche. Ma era troppo avanti rispetto ai tempi per potere essere probatoria: come già Galileo nei suoi Dialoghi sopra i due massimi sistemi del mondo con l’eliocentrismo, così anche Darwin dovette accontentarsi di mostrare soltanto che l’evoluzionismo aveva un’interna coerenza che lo rendeva verosimile, ma non perciò vero.»

La battaglia per passare dal semplicemente verosimile al definitivamente vero dura fino ai nostri giorni. Scrive il genetista Sean B. Carrol, dell’Università di Wisconsin-Madigan, nel saggiol dal titolo Al di là di ogni ragionevole dubbio (2008).: «Darwin capì fin troppo bene (e quindi previde in modo corretto) la maggior parte delle obiezioni che si sarebbero potute fare alle sue idee. Molte di esse gli provennero, naturalmente, da coloro che in base a considerazioni non scientifiche trovavano ripugnante e umiliante la visione della vita proposta da lui. La maggior parte degli scienziati, invece, accettò abbastanza prontamente la realtà dell’evoluzione, cioè che le specie cambiano nel tempo. Ma perfino i più fedeli sostenitori di Darwin ebbero difficoltà riguardo al come, cioè riguardo al meccanismo che egli proponeva. (…) Darwin, in pratica, chiedeva ai suoi lettori d’immaginare come piccole variazioni (la cui origine era sconosciuta e invisibile) sarebbero state selezionate positivamente (attraverso un processo altrettanto invisibile e non misurabile) e si sarebbero accumulate in un periodo di tempo molto più lungo della vita umana.»30

L’ostilità dei Tories e del clero anglicano verso il darwinismo è scoppiata subito dopo la strenua difesa fatta dall’amico di Darwin, Thomas H. Huxley.31 Biologo, uomo d’ingegno e di cultura, buon oratore, dotato di senso dell’ironia e di spirito battagliero, Huxley aveva sostenuto senza mezzi termini che “l'uomo discende dalle scimmie”. Tale affermazione è, oggi, ritenuta semplicistica (le scimmie e l’uomo discendono entrambi da un antenato comune), ma ai suoi tempi sembrava che negasse l'origine divina dell'uomo, l'immortalità dell'anima e ogni fondamento morale e perciò aveva portato a uno scontro frontale con il vescovo anglicano Samuel Wilberforce. Questa convinzione era molto diffusa non soltanto nella Chiesa anglicana, ma anche nei circoli conservatori-reazionari, entrambi intenzionati a difendere la posizione “aristocratica” dell'uomo nella natura; difesa che aveva trovato una formula efficace nell'affermazione del primo ministro d’allora, il conservatore Benjamin Disraeli, conte di Beaconsfield: «Darwin sarà anche disceso dalle scimmie, ma io sono disceso dagli angeli.»



In Italia, abbiamo avuto seguaci dell’evoluzionismo darwiniano, fin da subito. Il primo di loro è stato lo zoologo Filippo De Filippi (1814-67). Dopo la laurea in medicina presso l'Università di Pavia si è dedicato alla ricerca scientifica, rimanendo come assistente di zoologia nella stessa Università; nel 1840, si è trasferito a Milano, presso il Museo civico di storia naturale, e nel 1848 ha ottenuto la cattedra di zoologia presso l'Università di Torino. Gli interessi scientifici di De Filippi erano molto vasti, come testimonia l'elenco delle sue opere; in particolare sono state molto importanti le sue ricerche di embriologia e anatomia comparata, nonché di ittiocoltura, di cui è stato il pioniere. Il secondo darwiniano degno di nota è stato il fisiologo russo Aleksandr Herzen (1839 – 1906). Da vero appassionato di scienze naturali ha frequentato l'Università di Londra e, nel 1858, ha pubblicato il saggio dal titolo L'anatomia comparata degli animali inferiori. Poi ha proseguito gli studi a Berna, ospite dell'amico di famiglia e famoso fisiologo Carl Vogt, che gli ha dato lezioni private. Nell'Università di Berna, si è laureato in medicina. Dopo aver seguito Carl Vogt in spedizioni scientifiche in Norvegia e Islanda, nel 1863 si è trasferito a Firenze per ricoprire l'incarico di assistente di fisiologia e anatomia comparata presso l'Istituto di Studi Superiori. Il terzo darwinista da ricordare è stato il fisiologo e antropologo Paolo Mantegazza (1831-1910). Dopo essersi laureato a soli 23 anni in medicina e chirurgia presso l'Istituto Lombardo di Pavia, è partito per l'America del Sud, per approfondire gli studi antropologici. Nel 1858, è tornato in Italia come professore di patologia generale presso l'Università di Pavia e ha fondato il primo laboratorio di patologia sperimentale d’Europa (vi si formeranno scienziati illustri quali Giulio Bizzozero, Eusebio Oehl e Camillo Golgi, vincitore del Premio Nobel per la medicina nel 1906). Diventato Deputato del Regno d'Italia poco più che trentenne, Mantegazza ha cominciato a vivere a Firenze, allora capitale d’Italia. Da assertore convinto della teoria darwiniana, ne ha studiato molti problemi (atavismo, pangenesi, selezione sessuale ecc.) ed è restato in contatto epistolare con Charles Darwin dal 1868 al 1875. Nel 1869, ha fondato sia la prima cattedra in Italia di antropologia, sia il Museo nazionale di antropologia ed etnologia. Nel 1871, insieme a Felice Finzi ha fondato la rivista “Archivio per l'antropologia e l'etnologia”, tuttora in corso. Ha fondato anche la Società italiana di antropologia ed etnologia.

Capitolo 5: L’evoluzionismo nel Novecento


Non c’è dubbio che i primi trent’anni del Novecento hanno rappresentato un momento di forte rigetto della teoria dell’evoluzione. Questo è avvenuto per due motivi diversi. Da un lato, come ricorda il genetista Giuseppe Montalenti, dell’Università “La sapienza” di Roma nella raccolta dal titolo Darwin: l’evoluzione. L’origine delle specie, L’origine dell’uomo e la selezione sessuale, I fondamenti dell’origine delle specie, Autobiografia. Edizioni integrali (Grandi Tascabili economici Newton, 1994): «Il movimento antievoluzionistico trovò terreno fecondo in cui svilupparsi nelle correnti filosofiche antipositivistiche e antimaterialistiche, che ebbero grande rigoglio soprattutto nei Paesi latini, nei primi decenni del Novecento. In questo ambito, filosofie tanto diverse come l’idealismo e il neo-tomismo si trovarono d’accordo su posizioni antievoluzioniste.»32

Purtroppo per noi, la dittatura fascista (1922-43) portava l’Italia sempre più lontana dalla sfera d’influenza britannica, in campo sia politico, sia culturale, tagliandoci così fuori anche dal dibattito scientifico sull’evoluzionismo. Non è stato un caso che il dittatore Benito Mussolini, per riformare la Scuola pubblica in senso fascista, avesse incaricato proprio un filosofo antievoluzionista di prim’ordine come Giovanni Gentile. Tale Riforma, varata nel 1923, ovviamente privilegiava le materie storico-umanistiche a discapito di quelle scientifico-tecnologiche, poiché a Mussolini interessava convincere gli Italiani d’essere gli “eredi di Roma” in vista delle future (disastrose) campagne militari. I giovani hanno ben presto capito l’antifona e così: «Il numero di studenti universitari iscritti ai corsi di laurea scientifici diminuisce pesantemente: dal 60 % degli anni Venti si passa, già allo scoppio della Seconda guerra mondiale (1940), al netto prevalere dell'area umanistica, cui fanno capo due studenti su tre» ; lo documentano, dati alla mano, i matematici Angelo Guerraggio, dell’Università Bocconi di Milano, e Pietro Nastasi, dell’Università di Palermo.33 Nel saggio dal titolo L’Italia degli scienziati: 150 anni di storia nazionale (Bruno Mondadori, 2010).

Dall’altro lato, i cultori della nuova disciplina biologica appena nata, ossia la genetica, avevano difficoltà a conciliare le leggi di Mendel, riscoperte nel 1900, con la teoria dell’evoluzione di Darwin. Per esempio, il botanico olandese Hugo De Vries, uno dei tre che aveva riscoperto il lavoro di Mendel, pensava che l'evoluzione biologica non avviene gradualmente, per il sommarsi di tante micro-mutazioni, come pensava Darwin, bensì “a salti”, per l'apparire brusco di poche macro-mutazioni. In un secondo tempo, si conservano o si eliminano le macro-mutazioni, secondo che si rivelino benefiche o nocive o innocue, quando sottoposte alla pressione selettiva dell’ambiente. I moderni studi sull'evoluzione, però, hanno smentito che la nascita delle nuove specie avvenga secondo questo meccanismo “saltatorio” ipotizzato da De Vries e optano, invece, per il graduale accumularsi e sommarsi di tante micro-mutazioni.

Scrive Montalenti: «Darwin, nell’Origine, aveva riconosciuto due grandi lacune nelle conoscenze biologiche dell’epoca: le leggi dell’ereditarietà e le leggi della variazione. (…) Egli morì nel 1882, ignorando che un suo contemporaneo, Gregor Mendel, fin dal 1866 aveva scoperto le leggi dell’ereditarietà. Queste rimasero completamente ignote e tutti i biologi dell’epoca, finché nel 1900 furono riscoperte per opera di tre botanici, indipendentemente l’uno dall’altro. Nacque allora un nuovo ramo delle scienze biologiche: la genetica. Essa scoprì la struttura discontinua del patrimonio ereditario, che è costituito da tante unità, i geni, di dimensioni submicroscopiche, che si riproducono di generazione in generazione conservando la propria individualità e le proprie caratteristiche. I geni controllano tutti i caratteri ereditari di un organismo. Questa struttura discontinua comporta un tipo d’eredità completamente diverso da quello che era comunemente ammesso ai temi di Darwin: non vi è un’eredità mista o intermedia, bensì un’eredità alternativa o mendeliana.»



«Proseguendo l’indagine - continua Montalenti - la genetica dimostrò che i geni sono localizzati lungo i cromosomi, che stanno dentro il nucleo delle cellule. Ciò avvenne nel decennio 1910-20 per opera di Thomas H. Morgan e dei suoi collaboratori. Uno di questi, H. J. Müller, studiò particolarmente un fenomeno che già era stato considerato come fondamento per l’evoluzione: la mutazione. Questa consiste nel passaggio di un gene da uno a un altro stato (si tratta di una lieve variazione della struttura chimica), cioè si trasforma in un altro “allele”. Il Müller constatò che le mutazioni si verificano costantemente, ma con una frequenza assai bassa (dell’ordine di uno su centomila o su un milione) in tutte le specie e, nel 1927, scoprì la possibilità di determinare sperimentalmente le mutazioni per mezzo dei raggi X. A questo stadio, intorno al 1930, la genetica aveva, dunque, acquisito la nozione delle leggi dell’ereditarietà e della variazione, che mancavano ai tempi di Darwin e che erano indispensabili per comprendere il meccanismo dell’evoluzione. Già all’inizio del secolo XX, l’antica e radicata credenza dell’ereditarietà dei caratteri acquisiti, base della teoria lamarckiana, era stata dimostrata fallace e tutti gli esperimenti ne confermarono l’inattendibilità. (…) Non rimaneva, quindi, che riprendere in esame la teoria di Darwin della selezione naturale e vedere se e come essa fosse applicabile in base alle conoscenze delle proprietà della “base fisica dell’eredità”, cioè dei geni e dei cromosomi. Alcuni biologi e matematici si applicarono a questo studio fin dal 1908 (Godfrey Hardy e Wilhelm Weinberg) e poi tra il 1920 e il 1930 (Ronald Fisher, John Haldane, Sewall Wright). Nel 1930, comparve un importante libro di Fisher, La teoria genetica della selezione naturale. Da questi lavori prese l’avvio un particolare indirizzo di ricerca: la genetica evoluzionistica o genetica di popolazione. Si riconobbe sostanzialmente la validità della teoria di Darwin della selezione naturale, che agisce sulla variabilità casuale come fattore principale dell’evoluzione. Si sviluppò dal punti di vista teorico questo concetto con e la formulazione di modelli matematici e si riuscì, finalmente, a portare il problema evoluzionistico sul terreno dell’osservazione e dell’esperimento. Si giunse, quindi, sulla base della concezione darwiniana e delle conoscenze della genetica, a quella che è stata chiamata la Teoria sintetica dell’evoluzione o Sintesi neodarwiniana o Neodarwinismo. L’evoluzionismo ha ripreso vigore, ha riacquistato le posizioni centrali di colonna portante non soltanto della biologia, ma del pensiero scientifico e filosofico moderno.»34

Negli anni Quaranta, si è girato pagina. Nel 1943, il Regno d’Italia ha stipulato un armistizio con le forze anglo-americane. I nazisti, con la collaborazione dei fascisti, hanno occupato militarmente le zone del territorio nazionale in cui era ancora forte la loro presenza. Nel frattempo, gli antifascisti di qualunque “colore” politico (liberali, comunisti, cattolici, monarchici), i cosiddetti partigiani, si sono messi a collaborare militarmente con gli anglo-americani e, alla fine, sono riusciti a liberare l’Italia dalle truppe naziste e a fondare l’attuale Repubblica italiana (1947). Essa, dunque, è nata antifascista, il che significa democratica, secondo quanto ci ha insegnato il politologo Norberto Bobbio35 nel saggio dal titolo Dal fascismo alla democrazia (Baldini-Castoldi-Dalai, 2008). Nel pieno rispetto dello spirito democratico su cui era stata fondata, la Repubblica italiana è stata clemente con i fascisti superstiti e ha perfino permesso loro di riconoscersi in un partito politico, il Movimento Sociale Italiano (MSI).36 Di conseguenza, i fascisti hanno sempre continuato a fare sentire la loro voce, sebbene sommessa, non solo in campo politico, ma anche culturale.

Negli anni Cinquanta, in particolare nel 1950, il maître à penser del neo-fascismo, Julius Evola (1898-1974), nel saggio dal titolo Orientamenti (Imperium, 1950), raccomandava ai suoi quanto segue: «Nell’una e nell’altra forma, questi tossici continuano ad agire nella cultura, nella scienza, nella sociologia e nella letteratura come tanti focolai d’infezione, che vanno individuati e colpiti. A parte il materialismo storico e l’economismo, fra i principali di essi stanno: il darwinismo, la psicoanalisi e l’esistenzialismo.»37 Ora, mentre è abbastanza facile capire il motivo della condanna di Evola del materialismo storico dei comunisti Marx ed Engels, nonché della psicoanalisi dell’ebreo Freud e dell’esistenzialismo dell’ateo e comunista Sartre, risulta meno immediato il motivo della condanna dell’evoluzionismo di Darwin.

Non è stato troppo distante da queste idee neofasciste il papa Pio XII (1876-1958), spinto dalla paura dell’avanzata del comunismo in Italia.38 Egli, nel 1950, ha scritto l’enciclica Humani generis (Del genere umano) “dedicata a correggere alcune false opinioni che minacciano di sovvertire i fondamenti della dottrina cattolica”. Da un lato, egli difendeva il cattolicesimo, scrivendo: «I primi undici capitoli della Genesi appartengono al genere storico in un vero senso. Quindi, le narrazioni popolari inserite nelle Sacre scritture non possono essere affatto poste sul medesimo piano delle mitologie o simili, le quali sono frutto più di un’accesa fantasia che di quell’amore della verità e della semplicità che risalta talmente nei Libri sacri, anche dall’Antico Testamento, da dovere affermare che i nostri agiografi sono palesemente superiori agli antichi scrittori profani.» E riguardo l’origine dell’uomo diceva: «Il peccato originale fu veramente commesso da Adamo, individualmente e personalmente. I fedeli non possono abbracciare quell’opinione i cui assertori insegnano che, dopo Adamo, sono esistiti qui sulla Terra veri uomini che non hanno avuto origine, per generazione naturale, dal medesimo come da progenitore di tutti gli uomini oppure che Adamo rappresenta l’insieme di molti progenitori.» Dall’altro lato, il Papa attaccava l’evoluzionismo, scrivendo: «Alcuni, senza prudenza né discernimento, ammettono e fanno valere per origine di tutte le cose il sistema evoluzionistico, pur non essendo esso indiscutibilmente provato nel campo stesso delle scienze naturali.»






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