Introduzione storica alla psicologia dei processi cognitivi origini e sviluppo della psicologia scientifica



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1.INTRODUZIONE STORICA ALLA PSICOLOGIA DEI PROCESSI COGNITIVI
1. ORIGINI E SVILUPPO DELLA PSICOLOGIA SCIENTIFICA

Per affrontare il tema della nascita della Psicologia Scientifica bisogna partire dal problema della definizione

della disciplina. Nella cultura occidentale le problematiche psicologiche hanno attraversato tutta la riflessione

filosofica (a partire dai filosofi greci) e in parte quella scientifica. Il pensiero filosofico ha affrontato i problemi

connessi alla “mente” partendo da due approcci distinti (problema ancora oggi in parte irrisolto):

A. l’innatismo: esistono aspetti della mente umana che prescindono dall’esperienza e sono patrimonio innato



dell’uomo. La punta estrema di questa concezione e’ il dualismo cartesiano (res cogitans e res extensa). La

mente e’ intesa come una qualità innata e specifica dell’uomo e l’esperienza serve solo a renderlo

consapevole di una conoscenza già presente nella mente a livello implicito (dottrina delle idee innate).

B. l’empirismo: la mente umana può essere compresa solo attraverso le relazioni che si instaurano con

l’ambiente e quindi con l’esperienza.
Un ruolo fondamentale per la nascita della Psicologia Scientifica ha avuto anche la ricerca scientifica. In particolare il metodo scientifico formulato da Galileo e la teoria dell’evoluzione di Darwin. Attraverso la ricerca scientifica si e’ esplicitato il problema della forte influenza, nella cultura occidentale, della tradizione cristiana che, ponendo l’uomo in una dimensione distinta dagli altri esseri viventi, nega ogni possibilità di studiarlo come parte della natura. Solo con l’avvento dell’età moderna (XVII sec.), si accantona la visione metafisica dell’uomo, permettendo che diventi oggetto di studio per le scienze naturali. Si pongono così le basi culturali per lo sviluppo della Psicologia Scientifica così come la intendiamo oggi: disciplina scientifica che supera la dicotomia tra una visione metafisica dell’uomo e una visione che lo riduce ad un meccanismo neurofisiologico, e approda a una visione integrata mente-corpo per spiegare i processi mentali.

Convenzionalmente la data e il luogo di nascita della psicologia come scienza autonoma coincidono con la creazione del primo laboratorio di psicologia sperimentale a Lipsia nel 1879, da parte di Wilhelm Wundt. Wundt ha sancito l’autonomia teorica del sapere psicologico e ha definito un metodo di indagine rigoroso: il metodo sperimentale di laboratorio – l’oggetto di studio deve essere l’esperienza mentale cosciente attraverso l’analisi dei suoi contenuti elementari (elementismo) che, nelle loro associazioni complesse, formano i contenuti di pensiero (associazionismo).

In seguito si sviluppano altri laboratori e nascono istituti di psicologia in tutta europa e nel nordamerica. Nel corso del ‘900, si delineano anche orientamenti differenti: lo strutturalismo, il funzionalismo, il comportamentismo, la fenomenologia, la psicoanalisi, la psicologia cognitiva, il cognitivismo, la psicobiologia.
2. L’ORIENTAMENTO COMPORTAMENTISTA

Il comportamentismo può essere diviso in due periodi principali:

A. il comportamentismo classico (1913-1930) – il suo esponente principale è Watson, psicologo

nordamericano che nel 1913 pubblica l’articolo Psychologist as the Behaviorist Views it.

I fondamenti teorici generali di questa scuola psicologica sono:


  • necessità di abbandonare il terreno filosofico: la psicologia è una disciplina scientifica, il cui obiettivo è la previsione e il controllo del comportamento e procede attraverso il metodo sperimentale (ipotetico-deduttivo) senza fare distinzione tra l’uomo e l’animale.

  • rifiuto di qualsiasi riferimento ai processi mentali che determinano il comportamento: i comportamentisti usano la metafora della mente come “black box”- non essendo possibile indagare direttamente i processi mentali che determinano il comportamento, la mente può essere concepita solo come una scatola nera, che riceve stimoli dall’esterno e produce risposte comportamentali. L’oggetto di studio dello psicologo e’ la relazione tra gli stimoli ambientali e le risposte (modello stimolo-risposta), in quanto la spiegazione scientifica deve limitarsi ai fenomeni che è possibile spiegare sulla base dei dati e della verifica sperimentale. La psicologia diviene così la scienza che studia il comportamento. I comportamenti umani hanno diversi livelli di complessità, ma secondo i comportamentisti un comportamento complesso altro non è che la somma o la combinazione di comportamenti più semplici.

  • Sviluppo dell’uomo spiegato interamente sulla base delle modificazioni prodotte dall’interazione con l’ambiente: la mente non e’ considerata dotata di fattori ereditari innati, ma una tabula rasa , lo sviluppo cognitivo e’ il risultato della modulazione che l’esperienza produce nei comportamenti. Il comportamento viene letto come apprendimento, cioè come una catena di associazioni stimolo-risposta, che valgono sia per gli apprendimenti semplici che per quelli complessi (es. linguaggio).

  • Possibilità di spiegare il comportamento umano attraverso la sperimentazione sugli animali: se i comportamenti complessi sono la somma di comportamenti semplici è possibile indagare alcune forme di apprendimento studiando gli animali.

È evidente la matrice fortemente riduzionista di questo modello: la mente viene vista come una struttura passiva che riceve segnali dall’esterno e produce risposte comportamentali in funzione dell’adattamento dell’organismo all’ambiente.

Il principale ambito di studio del comportamentismo è l’apprendimento (principio del condizionamento).

B. il neocomportamentismo – si sviluppa a partire dagli studi di Skinner e Tolman che introducono un’evoluzione del modello S-R, restituendo importanza alla dimensione dell’organismo (modello S-O-R).
Il comportamentismo ha fornito contributi rilevanti anche alla psicologia applicata in ambito pedagogico e sociale. Particolarmente rilevanti sono le ricerche di Bandura (1969) sull’apprendimento mediante l’osservazione di modelli, che dimostrano la possibilità di acquisire comportamenti sociali complessi sulla base di schemi imitativi e di rinforzi. Nell’affermare la possibilità di apprendimento attraverso l’osservazione di modelli sociali, Bandura fa riferimento al concetto di imitazione, che a sua volta rimanda a processi cognitivi quali la percezione, l’attenzione, la memoria, il pensiero: introducendo nella variabile organismo anche i processi cognitivi.., pone le basi del passaggio dal comportamentismo al cognitivismo.
3.L’ORIENTAMENTO FENOMENOLOGICO

Prendendo le distanze dalla psicologia elementista di Wundt nasce la Scuola di Berlino, i cui principali esponenti sono Max Wertheimer (1880-1943), Wolfgang Koehler (1887-1967) e Kurt Kofka (1886-1941) che si occupano prevalentemente dello studio della percezione. Dal punto di vista teorico i principali riferimenti sono Franz Brentano (1838-1917) e William James (1842-1910). Secondo questi studiosi il fondamento della conoscenza psicologica deve essere l’analisi dei processi psichici assunti nella loro immediatezza qualitativa e fenomenologia. L’unitarietà dell’esperienza fenomenica (il modo in cui il mondo degli oggetti percepiti si presenta alla coscienza) non può essere spiegata però come pura somma di elementi, ma facendo riferimento alla relazione tra i singoli elementi e al modo in cui interagiscono coi dati dell’esperienza. Nasce la psicologia della Gestalt (forma) che parte dagli studi di Wertheimer sul movimento stroboscopio e in particolare sul fenomeno del moto apparente. L’assunto di partenza è che la realtà percettiva non equivale a quella fisica (es. melodia e accompagnamento). La realtà fenomenica è considerata una configurazione globale (forma), dotata di proprietà specifiche (qualità formali) a prescindere dalle caratteristiche dei singoli costituenti. La psicologia, il cui oggetto di studio è la realtà fenomenica, deve dunque analizzare i principi che regolano l’organizzazione secondo la quale gli elementi formano un “tutto”, dando luogo ai percetti: l’oggetto della psicologia è la relazione che intercorre tra i singoli elementi all’interno del campo percettivo (parallelismo col campo magnetico). L’organizzazione del campo percettivo e’ regolata da precisi principi: vicinanza, somiglianza, chiusura, buona continuazione, buona forma, pregnanza, destino comune, esperienza passata. Le percezioni, non derivano quindi da aggregazioni arbitrarie di singoli elementi, ma sono frutto di un’organizzazione regolata da vincoli precisi, che determinano proprietà globali del percetto non riconducibili alla somma degli elementi costitutivi. Per i gestaltisti, tra le leggi che regolano i processi percettivi e quelle dei processi neurofisiologici esistono dei principi comuni. Comprendere le caratteristiche strutturali e funzionali dei processi percettivi consentirebbe quindi di comprendere, dal punto di vista dinamico e funzionale, i processi cerebrali. I gestaltisti hanno dato un importante contributo anche allo studio del pensiero e dell’intelligenza: nella soluzione dei problemi si deve partire dall’analisi delle relazioni intercorrenti tra gli elementi disponibili all’interno del campo costituito dal problema.

La teoria della Gestalt possiede tuttora aspetti di grande rilievo: a. ha individuato alcuni principi percettivi strutturali; b. ha posto l’attenzione sulla relazione tra processi cerebrali e processi mentali.
4. LO STUDIO DEI PROCESSI COGNITIVI

Lo sviluppo della ricerca sui processi cognitivi si deve a due fattori: a. l’emergere dei limiti del comportamentismo nell’affrontare temi come ragionamento, memoria, percezione, ecc., non indagabili tramite il solo comportamento manifesto; b. nuove acquisizioni in altri ambiti disciplinari, in particolare le neuroscienze, l’informatica e la linguistica.

Lo studio scientifico dell’attività mentale deve comunque partire da comportamenti espliciti per proporre costrutti ipotetici sui meccanismi mentali che li hanno generati.

Lo sviluppo del cognitivismo si articola in due periodi: la prima fase va dalla fine degli anni ’50 alla metà degli anni ’80 e la seconda è costituita dalla ricerca sperimentale e dalla riflessione teorica contemporanee.

Non esiste una “data di nascita” del cognitivismo, ma una concomitanza di eventi importanti per la definizione di questo nuovo orientamento. Uno di questi è il congresso al Massachusetts Institute of Technology di Boston (1956), in cui il confluire di conoscenze provenienti da ambiti disciplinari differenti pone le basi per una ridefinizione del sapere psicologico – in particolare sono cruciali i lavori di G. Miller, sulla memoria a breve termine, A. Neswell e H. A. Simon, col modello General Problem Solving, N. Chomsky, con la nuova teoria sullo sviluppo del linguaggio. Solo nel 1967 si ha però una sintesi organica delle ricerche sui processi cognitivi: Cognitive Psychology di Ulrich Neisser. In quest’opera il termine cognitivo indica tutti quei processi che comportano elaborazioni, riduzioni, immagazzinamenti, recuperi ed altri impieghi dell’imput sensoriale, anche quando hanno luogo in assenza di una stimolazione appropriata (vedi immaginazione o allucinazioni).
4.1. Primo cognitivismo o teoria dell’elaborazione dell’informazione

Il cognitivismo punta alla comprensione di come i segnali provenienti dall’ambiente vengano selezionati, elaborati e restituiti in termini di comportamento. Le informazioni vengono elaborate e integrate con quelle già acquisite attraverso meccanismi di retroazione (feedback) che consentono il monitoraggio continuo e flessibile del proprio comportamento in base alle richieste dell’ambiente. Il cognitivista indaga gli stadi dell’elaborazione nei processi di riconoscimento percettivo, memoria, uso del linguaggio, ragionamento, ecc., (HIP=Human Information Processing), procedendo attraverso l’uso di modelli, semplificazioni, quasi sempre traducibili graficamente, delle ipotesi di funzionamento dei singoli processi. In questi modelli il flusso d’informazione viene descritto come un processo lineare, in cui i passaggi avvengono in modo seriale (stretta analogia tra il funzionamento della mente e quello del computer).

In Piani e strutture del comportamento (Miller, Galanter e Pribram–1960) il comportamento è descritto come il prodotto dell’elaborazione di un determinato pattern di informazioni utili alla soluzione di un problema: TOTE (Test: verifica degli elementi disponibili nell’ambiente e valutazione della loro congruenza rispetto allo scopo – Operate: se sono adatti passare al compimento dell’azione – Test: altrimenti ritestare la situazione - Exit: concludere l’azione). In questo modo si può costruire un modello per ogni specifico processo cognitivo.
4.2. Neocognitivismo.

È lo stesso Neisser, nel ’76, in Cognition and Reality a proporre una revisione dell’HIP (limitato nel fornire una spiegazione completa dei comportamenti umani) partendo dalle ricerche di Gibson sulla percezione. Gibson da un’interpretazione diversa del termine informazione: non più la risultante dell’elaborazione che il sistema cognitivo opera sui dati provenienti dall’esterno, ma qualcosa che e’ già presente nell’ambiente e che non ha bisogno di alcuna interpretazione per essere colta (teoria della percezione visiva diretta). L’attenzione si sposta dai processi all’interazione tra l’individuo e l’ambiente (approccio ecologico) e il comportamento umano viene considerato nei suoi aspetti più globali, tenendo conto dell’interazione fra variabili cognitive e non (fattori emozionali, motivazione, caratteristiche dell’ambiente, feedback). L’approccio ecologico afferma il carattere adattivo della mente in un organismo in continua interazione con l’ambiente e mette in evidenza i limiti della metafora della mente come calcolatore.

Un’altra critica, mossa al primo cognitivismo, e’ quella di essere una forma più sofisticata di comportamentismo: un sistema che accetta informazioni in entrata e produce una risposta comportamentale; non è abbastanza considerato l’effetto di retroazione dell’ambiente, che obbliga a modulare la risposta.

Su queste basi, nel 1979, nasce la scienza cognitiva che si fonda sui contributi di tutte le discipline che si occupano della mente umana: psicologia, intelligenza artificiale, antropologia, filosofia, linguistica, neuroscienza (esagono cognitivo). In ambito psicologico la metodologia privilegiata è quella della simulazione al computer dei processi mentali.


4.3. Gli orientamenti attuali

Negli ultimi anni si e’ affermata un’ ottica più generale e unificatrice per lo studio dei processi mentali e si e’ avviato un acceso dibattito su questioni epistemologiche: la definizione di mente, il suo sviluppo e la sua natura, il rapporto mente-cervello, il problema della coscienza.

In studi recenti, la mente viene intesa come qualità del cervello che emerge quando l’organismo raggiunge livelli particolarmente complessi. Questa prospettiva deriva da una teoria neodarwiniana del cervello: lo sviluppo del sistema nervoso centrale e’ inteso, sia da un punto di vista ontogenetico che filogenetico, come un processo di selezione di gruppi di neuroni, strettamente legato alla necessità del cervello di modificarsi in base alle richieste ambientali. La comprensione dei processi mentali non può, dunque, prescindere dalla conoscenza del funzionamento del sistema nervoso, a partire dalla sua evoluzione. La dimensione evolutiva e dinamica delle strutture nervose fa cadere definitivamente l’analogia cervello-computer. Le principali caratteristiche del sistema nervoso sono infatti la sua estrema variabilità e flessibilità.

Nel tentativo di capire come lo sviluppo delle nostre competenze cognitive, sono stati elaborati due modelli:



  1. ad architettura verticale: gli stimoli sensoriali vengono elaborati da moduli, strutture con elevata competenza e funzioni altamente specifiche, che lavorano in autonomia, senza scambio di informazioni. Le informazioni vengono integrate in un sistema centrale con caratteristiche diverse dai moduli.

  2. ad architettura orizzontale: un unico meccanismo generale di apprendimento opera a prescindere dal tipo di informazione. A favore di questa concezione vi sono molti dati sperimentali che evidenziano la grande plasticità del cervello, che rende possibile un continuo rimodellamento di reti e di circuiti neuronali nuovi (es. recupero nei pazienti con lesioni neuropsicologiche).

La sempre maggiore conoscenza dei fondamenti biologici dei processi mentali ripropone in modo più complesso le due questioni cardine del dibattito scientifico-psicologico: la relazione fra mente e cervello e l’emergere della coscienza. Il problema cruciale resta definire il rapporto tra processi mentali e realtà.
2.FARE RICERCA IN PSICOLOGIA:I METODI
La psicologia e’ la scienza che studia il comportamento, le azioni osservabili compiute da un individuo e i processi mentali che se ne possono inferire. In quanto scienza, è empirica, obiettiva (si basa su osservazioni oggettive), dispone di meccanismi di autoregolazione (nuovi dati possono mettere in discussione i precedenti) ed e’ guidata dal principio della parsimonia (privilegia la spiegazione più semplice). La ricerca psicologica è fondata su regole precise che permettono la generalizzazione dei risultati: lo psicologo cerca di risalire a una legge generale e di stabilire in quali condizioni sia valida. La ricerca sperimentale parte sempre da un’ipotesi, che può essere confermativa o esplorativa (a sec. che si preveda o meno la direzione che prenderà la ricerca). Un’ipotesi può scaturire da studi precedenti o da un’intuizione (es. effetto Zeigarnik: tendenza a ricordare meglio i compiti non portati a termine – la psicologa Bluma Zeigarnik ebbe un’intuizione osservando un cameriere con una memoria prodigiosa, che le spiegò che per ricordare a memoria tutte le ordinazioni le rimuoveva non appena le avesse eseguite, tenendo a mente solo quelle ancora da eseguire). L’ipotesi va poi verificata attraverso una serie di studi di laboratorio, seguendo le regole del metodo sperimentale. Esistono anche altri metodi d’indagine: l’osservazione, il metodo dell’inchiesta e quello dei test. La scelta del metodo dipende dal fenomeno che si analizza e dalla natura del campione d’indagine.
1. CONCETTO DI VARIABILE

La variabile è un aspetto del comportamento o la caratteristica di una persona o di un evento che ha la prerogativa di essere misurabile, in base ai valori che quella variabile può assumere (es. la v. “sesso” ha solo due valori: maschio e femmina).

Le variabili si distinguono in base al tipo di misurabilità: le v. quantitative variano in grandezza (es. tempi di reazione), le v. qualitative variano in genere (es. la professione), le v. continue possono assumere qualsiasi valore in un insieme continuo (es. intensità di uno stimolo acustico), le v. discrete o discontinue non prevedono valori intermedi (es. il colore dei capelli).

Per quanto riguarda il ruolo delle variabili all’interno di un piano di ricerca, bisogna distinguere tra v. indipendente (quella che lo sperimentatore controlla e manipola direttamente) e v. dipendente (la misura del comportamento che e’ oggetto di studio).

Le variabili rimandano spesso a costrutti astratti (intelligenza, ansia, aggressività, ecc.) che non sono direttamente osservabili ma che vengono inferiti dal comportamento. La teoria di riferimento del ricercatore e le strategie che userà per misurare i costrutti determineranno le modalità di operazionalizzazione delle variabili (es. in uno studio sull’ansia da esame: se il ricercatore vuole dimostrare che sostenere un esame provoca un aumento dell’ansia, l’operazione consiste nel misurare il costrutto; se intende dimostrare che l’ansia influisce negativamente sul risultato dell’esame, l’operazione consiste nel produrre il costrutto). La v. indipendente può essere manipolata dal ricercatore. Ad es. se si studia il comportamento a seguito dell’assunzione di un farmaco, si può dosare il farmaco o decidere di somministrarlo solo ad alcuni soggetti. Vi sono però anche v. indipendenti che non si possono manipolare, ma solo controllare (sesso, età, status socio-economico, ecc.). In sintesi, la v. indipendente è un fattore di cui si vogliono calcolare gli effetti.
2. LA MISURAZIONE

Le variabili si misurano in maniera diversa a seconda delle loro caratteristiche. Le misurazioni possono essere più o meno accurate (se misuro l’ansia da esame e divido gli studenti in due categorie, ad es. ansiosi e non ansiosi, ottengo accorpamenti abbastanza grossolani, se invece li classifico in base al punteggio di un test ottengo una quantità maggiore di informazioni; nel primo caso mi limito a classificare, nel secondo effettuo una reale misurazione).
2.1. Le scale di misurazione

La quantità di informazioni che si può ottenere da una variabile dipende dal tipo di scala di misurazione a cui appartiene. Stevens ha proposto di utilizzare 4 livelli di misurazione (scale):

1. scala nominale – classifica eventi e oggetti in categorie (es. settentrionali-meridionali). Alle categorie si possono anche assegnare valori numerici, ma il valore è nominale, non numerale.

2. scala ordinale – dispone gli oggetti e gli eventi in base alla loro grandezza, si stila una graduatoria (es. una classifica del grado di simpatia dei colleghi). Gli intervalli tra valori non sono regolari

3. scala a intervalli – gli intervalli tra i valori sono regolari, si stabilisce convenzionalmente un punto zero da cui partire (es. la misuraz. del quoziente intellettivo). Poiché lo zero non è assoluto non si può affermare però che un QI 140 sia il doppio di un QI 70.

4. scala a rapporti – e’ caratterizzata da un punto zero reale e da differenze significative tra i valori numerici (es. il peso, la lunghezza, il tempo). Le informazioni che si possono raccogliere con questa misurazione sono estremamente dettagliate inoltre si può affermare che un individuo che ha un tempo di reazione di 500 ms (millisecondi) impiega effettivamente il doppio del tempo di un individuo che risponde in 250 ms.


3. OSSERVAZIONE E METODI OSSERVATIVI

La metodologia di ricerca si distingue in metodi sperimentali e metodi descrittivi. Tra gli uni e gli altri cambia il controllo che il ricercatore esercita sulle variabili e sui soggetti. L’ esperimento di laboratorio offre il grado più elevato di controllo, ma non è sempre utilizzabile: a volte è fondamentale che i soggetti vengano studiati in una situazione naturale (es. gli stili di conversazione dei giovani in discoteca). L’osservazione è obiettiva nella misura in cui viene condotta secondo procedure sistematiche, ripetibili e comunicabili. In quanto metodo di ricerca implica la selezione di un fenomeno e la raccolta di informazioni più accurata possibile. Esistono diversi tipi di osservazione: sul campo, ma anche in laboratorio (si può scegliere di osservare un fenomeno in un ambiente artificiale); può riguardare un’ampia gamma di fenomeni o aspetti specifici di un fenomeno. La caratteristica fondamentale è la rinuncia al controllo delle variabili indipendenti attraverso la manipolazione sperimentale. L’osservazione può essere naturalistica o partecipante a seconda che l’osservatore sia o meno presente nel contesto osservativo. Nel primo caso è essenziale che l’osservatore non sia visibile agli oggetti della sua osservazione (es. scimpanzé nel loro habitat naturale). Numerosi esempi di osservazione naturalistica ci vengono dalla psicologia sociale (vd. studi sul comportamento delle persone per strada) in cui è fondamentale la non intrusività dell’osservatore e addirittura la sua capacità di “mimetizzarsi” tra coloro che vuole osservare. Il metodo osservativo non si esaurisce comunque nell’osservazione informale: il ricercatore impiega tecniche sistematiche di raccolta e di registrazione dei dati. Un’osservazione accurata richiede la definizione dell’oggetto di osservazione, ma anche l’individuazione di categorie di comportamento che diventeranno focali nell’osservazione. Queste categorie devono essere il più possibile specifiche ed esaustive e rispettare il principio dell’esclusività (non devono sovrapporsi). Per es. per analizzare il comportamento di un bimbo problematico a scuola, Thomas, Nielsen, Kypers e Becker hanno utilizzato 9 categorie di comportamento (atteggiamenti scomposti, aggressività, parlare, ecc.). L’aggressività è stata a sua volta definita come: colpire, spingere, spintonare, pizzicare, schiaffeggiare, battere,ecc.

Il ricercatore deve poi stabilire il luogo, il numero, la durata delle sedute e la frequenza con cui rilevare i comportamenti.

L’obiettività deve essere garantita dalla presenza di più osservatori indipendenti, dall’uso di scale di valutazione o di schede di osservazione predefinite, dall’utilizzo di strumenti tecnologici di rilevazione.


Il metodo osservativo presenta diversi limiti. Vasta ha analizzato le principali fonti di errore, indicandone i correttivi: 1. la reattività dei soggetti (la tendenza a comportarsi in maniera innaturale sapendo di essere osservati) si può risolvere usando metodi di osservazione non invasivi (es. telecamere nascoste); 2. l’osservatore e’ influenzato dal suo stile cognitivo, dalle sue caratteristiche personali e dalle sue aspettative (che possono portarlo a dare maggiore rilievo agli elementi che le confermano). Per risolvere questo problema colui che osserva non deve essere al corrente delle ipotesi di ricerca (osservazione cieca). Inoltre e’ sempre preferibile utilizzare più osservatori indipendenti e ritenere attendibili solo le osservazioni per le quali vi sia un alto grado di concordanza (indice di agreement).




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