Istituto superiore di scienze religiose "B. C. Ferrini" modena



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ISTITUTO SUPERIORE DI SCIENZE RELIGIOSE

“B. C. FERRINI” MODENA

Eretto dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica il 24 agosto 2006

Collegato con la facoltà Teologica dell’Emilia Romagna in Bologna


Laurea Magistrale in Scienze Religiose

ad indirizzo pedagogico-didattico

A.A. 2016-2017
La vocazione laicale: San Giuseppe Moscati
Tesi di laurea di SIMONETTA DELLE DONNE (matr. 2035) Relatore Prof. d. GIULIANO GAZZETTI
«Lasciamo fare a Dio.» (Giuseppe Moscati, 10/04/1926)

Preghiera a San Giuseppe Moscati

O San Giuseppe Moscati, medico e scienziato insigne, che nell'esercizio della professione curavi il corpo e lo spirito dei tuoi pazienti, guarda anche noi che ora ricorriamo con fede alla tua intercessione. Donaci sanità fisica e spirituale, intercedendo per noi presso il Signore. Allevia le pene di chi soffre, dai conforto ai malati, consolazione agli afflitti, speranza agli sfiduciati. I giovani trovino in te un modello, i lavoratori un esempio, gli anziani un conforto, i moribondi la speranza del premio eterno. Sii per tutti noi guida sicura di laboriosità, onestà e carità, affinché adempiamo cristianamente i nostri doveri e diamo gloria a Dio nostro Padre. Amen.
Ringraziamo san Giuseppe Moscati per il suo esempio come laico nel mondo e come lavoratore e mettiamo sotto la sua protezione tutti i collaboratori del Centro di Bioetica dell’Arcidiocesi di Modena-Nonantola a lui intitolato, co-fondato da Don Antonio Mantovani.
INDICE

Premessa pag. 5

Introduzione pag. 10

Capitolo primo: IL LAICO NELLA CHIESA PRE CONCILIARE pag. 18



    1. Il Laico

    2. Il Lavoratore

    3. Il Santo

Capitolo secondo: IL LAICO NELLA CHIESA POST CONCILIARE pag. 28



    1. Il Laico

    2. Il Lavoratore

    3. Il Santo

Capitolo terzo: LA TESTIMONIANZA DI SAN GIUSEPPE MOSCATI pag. 57



    1. Il Laico: la biografia, la scelta del celibato

    2. Il Lavoratore: la professione sanitaria

    3. Il Santo: le virtù eroiche, la coerenza di vita, l’unità tra fede e carità

Conclusione pag. 81

Appendice A - Testi post conciliari: CIC 1983, CCC 1992, CDSC 2004 pag. 92

Appendice B - Parole del santo pag. 96

Bibliografia pag. 103

Sitografia pag. 111

Abbreviazioni per i documenti più frequentemente citati

Per la redazione del testo mi sono avvalsa della guida sulle regole tipografiche fornita dall’istituto Ferrini di Modena.

Inoltre, per le citazioni bibliche e i documenti del magistero ho utilizzato abbreviazioni, sigle, acronimi indicati nel Direttorio generale per la catechesi (Giovanni Paolo II, 15/08/1997) reperito on line alla seguente pagina web, data di ultima consultazione il 16/08/2016 ore 11.06:

http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cclergy/documents/rc_con_ccatheduc_doc_17041998_directory-for-catechesis_it.html.

Le pericopi bibliche sono tratte dalla seguente pubblicazione: Ravasi G. e Maggioni B. (a cura di), La Bibbia pocket. Versione ufficiale della CEI, San Paolo Edizioni, Cinisello Balsamo (MI) 2012. 



Citazioni tratte dai seguenti documenti:


AA

APOSTOLICAM ACTUOSITATEM - decreto sull’apostolato dei laici (Paolo VI, 1965)

AG

AD GENTES - decreto del Concilio Vaticano II sull'attività missionaria della Chiesa (Paolo VI, 1965)

CA (extra Direttorio)

CENTESIMUS ANNUS - lettera enciclica nel centenario della Rerum novarum (Giovanni Paolo II, 1991)

ChL

CHRISTIFIDELES LAICI - esortazione apostolica post-sinodale su vocazione e missione dei laici (Giovanni Paolo II, 1988)

EN

Evangelii nuntiandi - esortazione apostolica post-sinodale (Paolo VI, 1975)

FR

FIDES ET RATIO, lettera enciclica (Giovanni Paolo II 1998)

GS

GAUDIUM ET SPES - costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo (Paolo VI, 1965)

LG

LUMEN GENTIUM - costituzione dogmatica sulla Chiesa (Paolo VI, 1964)

PO

Presbyterorum Ordinis – decreto sul ministero e la vita sacerdotale (Paolo VI, 1965)

RH

REDEMPTOR HOMINIS - lettera enciclica (Giovanni Paolo II, 1979)

Nel presente studio il concilio ecumenico Vaticano II viene indicato con l’acronimo CVII.



Premessa

Le pagine che seguono, incentrate sul tema della santità laicale (secolare cioè nel mondo) all’interno della Chiesa Cattolica, sono una lezione di vita, un invito esplicito all’onestà, un appello a diventare cittadini migliori, anche attraverso il lavoro che occorre svolgere con impegno, per il bene comune. In particolare, questo saggio costituisce un’esortazione rivolta ai fedeli praticanti laici single della Chiesa Cattolica - soprattutto ai non consacrati – per far riscoprire il valore della loro presenza nelle comunità ecclesiali. Guida sicura in questo arduo percorso sarà un grande santo italiano del secolo scorso, san Giuseppe Moscati, nato a Benevento il 25 luglio 1880 e deceduto a Napoli il 12 aprile 1927, Iosephus Moscati, vir laicus per usare il linguaggio della Congregazione delle Cause dei Santi, che ci accompagnerà dalla prima all’ultima pagina: premessa, introduzione, tre capitoli e conclusione. La spina dorsale dell’elaborato è costituita da tre parole chiave che, a guisa di costole, a lui fanno riferimento - laico, lavoratore, santo - giustapposte per guidare e arginare le tematiche correlate onde evitare tracimazioni. Sarà un’occasione importante per conoscere lo spessore di questo uomo e la sua spiritualità profonda, partendo dal contesto spazio temporale in cui visse. All’introduzione farà seguito un breve excursus storico della durata di due capitoli sul significato e sul ruolo dei laici nella Chiesa prima e dopo il concilio ecumenico Vaticano II (1962-65), concilio indicato nelle pagine successive anche con l’acronimo CVII. Invece, nel terzo capitolo, sarà studiata la figura di questo medico straordinario, la sua vita e la sua testimonianza. E’ importante sottolineare il fatto che Moscati abbia vissuto prima del Vaticano II e - a breve distanza dalla sua conclusione - sia stato beatificato (Anno Santo 1975, Paolo VI), indi canonizzato (1987, Giovanni Paolo II), assurgendo a modello per la Chiesa universale: esempio di esistenza terrena vissuta come offerta quotidiana a Dio, attraverso l’esercizio della professione, in veste di semplice battezzato, libero da legami, nella vita secolare. Incontreremo faccia a faccia Giuseppe Moscati, conosceremo la sua vita e le sue opere, e ci lasceremo immergere nel contesto storico in cui visse, contrassegnato da una grave miseria spirituale per il positivismo anticlericale dilagante. Come in ogni santo c’è anche qui qualcosa di unico, inimitabile, irripetibile. Solo dopo la sua morte (1927), più precisamente dopo il 1965, la Chiesa, rinvigorita per gli apporti conciliari in campo teologico, ha riconosciuto la funzione vitale del laicato e ha potuto valorizzare appieno questo cristiano doc: ecco perché il 10 maggio 1973 la Congregazione delle Cause dei Santi emanò il decreto sulle virtù eroiche del servo di Dio, firmato dal beato Paolo VI, in cui emergeva la vocazione laicale specifica di Giuseppe Moscati alla santità quale laico celibe non consacrato, lavoratore nel mondo, che aveva dedicato la sua vita all’adempimento del dovere professionale, per lui coincidente con la tensione al raggiungimento della perfezione cristiana in laboratorio e in cattedra, aiutando i malati in corsia e a domicilio, guarendo o tentando almeno di alleviarne le sofferenze. Elevandolo agli onori dell’altare, la Chiesa, in modo ufficiale e sorprendente, dichiarò per la prima volta nella storia, che tutti potevano davvero diventare santi, in certo qual modo bastava volerlo: occorreva che il fedele rispondesse positivamente alla propria vocazione, amando Gesù Cristo, il prossimo e la Chiesa senza la necessità di legarsi a una persona col matrimonio o ad una comunità con voti perpetui, come si riteneva in passato. D’altronde il sacramento del battesimo - vero stampo di ogni cristiano - costituisce il primo ed essenziale vincolo con Dio e con il prossimo, da onorare con la vita e per tutta la vita.1 Per ragioni storiche e non solo, prima della beatificazione e della canonizzazione di Giuseppe Moscati la santità sembrava raggiungibile solo ai sacerdoti e ai religiosi, ma dopo di lui, soprattutto dopo il Vaticano II si è aperta una nuova fase nella Chiesa, per cui anche i laici, se impegnati e perseveranti nella pratica delle virtù cristiane, possono aspirarvi e tanti sono già saliti agli onori degli altari.

Durante il suo pontificato (1978-2005), san Giovanni Paolo II proclamò complessivamente 482 nuovi santi e tra questi troviamo proprio san Giuseppe Moscati, la cui canonizzazione avvenne quasi inaspettatamente il 25 ottobre 1987, a Roma, alla conclusione della VII Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, che per due mesi si erano confrontati sul tema della vocazione e missione dei laici, cioè precisamente sull’identità cristiana, per comprendere meglio chi fosse il semplice fedele battezzato, privo di aggettivi o ruoli specifici, collocato in uno spazio-temporale voluto da Dio nel proprio ambiente, in famiglia e al lavoro. San Giovanni Paolo II, prima che i vescovi lasciassero la città eterna e nonostante che le conclusioni del dibattito non fossero state ancora trattate, intervenne in modo indiretto, con questa canonizzazione, proclamando che ogni laico poteva vivere una vita esemplare - se oblativa - santificandosi nel lavoro e con il lavoro giorno dopo giorno.2 Il pontefice indicò Giuseppe Moscati al mondo intero quale prototipo pregevole di tale santità, modello di vita per i sanitari e non solo, e il giorno della canonizzazione lo definì persino anticipatore e protagonista di quella umanizzazione della medicina, avvertita oggi come condizione necessaria per una rinnovata attenzione e assistenza a chi soffre: «L’uomo che oggi invocheremo come Santo della Chiesa universale, si presenta a noi come un’attuazione concreta dell’ideale del cristiano laico».3 Ancor oggi questo medico santo suscita ammirazione, venerazione e rispetto: laico non coniugato, cattolico fervente, ma non consacrato, lavoratore indefesso, umile e geniale primario ospedaliero e docente universitario, deceduto a soli 46 anni nel 1927 nella sua amata Napoli. Era un uomo, diremo così, di altri tempi, che curava con la stessa passione corpo e anima, poiché in lui scienza e fede si erano letteralmente fuse, con tutte le inevitabili conseguenze. Ebbe una vita durissima, ma anche piena di successi. Aiutò tutti coloro che a lui ricorrevano, ricchi e poveri, famosi e ignoti, riuscendo mirabilmente a coniugare tra mille difficoltà, fisiche e morali, la professione e la pratica religiosa, e offrendo, ai contemporanei e ai sanitari del futuro, un esempio di professionista serio, onesto, consapevolmente impegnato nella costruzione di una società migliore e al contempo del regno di Dio, operando tra i malati, perché il Signore l’aveva collocato proprio lì. Nell’ambiente sanitario partenopeo del suo tempo, dominato dalla massoneria, era considerato un anticonformista; era deriso e ostacolato, perché andava controcorrente e non si adeguava ai movimenti culturali e alle mode del momento, dichiarandosi pubblicamente cristiano cattolico praticante, fedele osservante della Chiesa Cattolica. Il santo medico non si pose mai davanti al semplice corpo del malato, ma sempre di fronte al malato nella sua pienezza di corpo e anima, e lo affermava pubblicamente, provocando ironia e derisione al suo indirizzo. Partendo dalle necessità del corpo malato si prendeva tanto a cuore il benessere integrale dei pazienti che, quando lo riteneva necessario, non indicava solo i mezzi per recuperare la salute del corpo, ma anche la guarigione spirituale, giungendo a prescrivere preghiere e sacramenti a guisa di medicinali. Moscati fu una nobile creatura aliena da passioni insane e vizi, che seppe coniugare il suo amore per la scienza con la sua ardente fede, praticando lo studio austero e la meditazione. Si dedicò con passione all’apostolato della carità non solo come slancio momentaneo, ma come scelta di fondo, sicuro che la severa autodisciplina e la rinuncia ad ogni comodità fossero la via più sicura per ascendere a Dio, la sua massima aspirazione.

Quando la notizia del suo decesso - avvenuto il 12 aprile 1927 - fece il giro di Napoli, tutti erano convinti che fosse morto un santo, perché cristiano verace, alieno da ogni falsità, che tentava di portare a Dio ogni persona che avvicinava. Fu sepolto dapprima nel complesso cimiteriale di Poggioreale, nella Cappella cimiteriale dell'Arciconfraternita della SS. Trinità dei pellegrini, poi dopo tre anni, per l’insistenza di personalità del clero e del laicato, l’Arcivescovo di Napoli concesse la traslazione della salma e la tumulazione presso la Chiesa del Gesù Nuovo, dove il corpo riposa in una sala dietro l’altare di san Francesco Saverio. Moscati, però, continua a lavorare e la sua attività benefica prosegue copiosa: non si contano le grazie ottenute da tanti che a lui sono ricorsi e anche a Modena la nascita, alcuni decenni fa, del Centro diocesano di Bioetica a lui intitolato, deve essere interpretato come un suo dono.

I santi, la cui eredità dobbiamo conservare con cura, sono come dei fari che hanno indicato agli uomini le possibilità di cui l'essere umano dispone. Per questo sono interessanti anche dal punto di vista culturale, indipendentemente dall'approccio strettamente religioso. La santità tocca con una sua valenza particolare l’intera cultura, infatti, i santi hanno promosso la Creazione di nuovi modelli culturali, nuove risposte ai problemi e alle grandi sfide dei popoli, nuovi sviluppi di umanità nel cammino della storia. La santità è come un miracolo-segno della potenza di Dio, infatti la Chiesa è il pleroma (pienezza) di Cristo nel tempo e nello spazio e proprio nella Chiesa Gesù Cristo continua ad esprimere la ricchezza del mistero che è calata in Lui, mobilitandone tutte le forze ecclesiali. In questa prospettiva, appunto, rientrano i santi, che sono un prolungamento d’umanità con cui Cristo continua a far risplendere il suo volto: paradossalmente, si potrebbe dire che Dio ha bisogno di noi per mostrare le straordinarie ricchezze della sua grazia, della sua bontà per noi in Gesù.

A partire dai primi martiri, ogni epoca nella storia del cristianesimo ha avuto i suoi santi con connotazioni diverse, nelle diverse fasi storiche: hanno esercitato un diverso ruolo nella vita quotidiana e spirituale dei fedeli, hanno esplicato in diversi luoghi la loro azione in vita e continuato ad esercitare la loro virtus dopo la morte. E’ normale che anche nel modo di vivere, di scrivere e di parlare dei santi si registrino profondi mutamenti nel corso dei decenni, dalla Chiesa primitiva ad oggi. E stupisce che siano sempre tante le domande che questi testimoni suscitano quando si ha la possibilità di avvicinarli: infatti, se da un lato attirano e affascinano, coinvolgono e trascinano, dall’altro scandalizzano quali vere pietre d’inciampo. Ora, studiando il caso di Moscati e della sua vocazione laicale alla luce della dottrina conciliare è naturale porsi vari quesiti. Nella società contemporanea secolarizzata come si coniugano laicità e santità? Questo medico santo può essere ancora proposto come modello di santità nel XXI secolo? Cercheremo di rispondere nel prosieguo, seppure non in modo esaustivo e sarebbe già un risultato importante accompagnare il lettore, soprattutto il semplice fedele battezzato, a una maggiore responsabilizzazione di ciò che può e deve donare ad ogni comunità umana di cui fa parte - famiglia, condominio, ente, azienda, parrocchia, associazione, circolo - per offrire servizi al prossimo, dell’ordine materiale e spirituale.

Il tema oggetto del presente studio si inserisce appieno nel cammino della Chiesa contemporanea, che sta ripensando alla vocazione laicale viste le molteplici esperienze maturate nei cinque continenti. Non a caso il 15 agosto 2016, papa Francesco, su proposta del Consiglio dei nove cardinali (C9), ha firmato la lettera apostolica Sedula Mater in forma di motu proprio istituendo così il nuovo Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita nel quale sono confluiti i rispettivi Pontifici Consigli per i Laici e per la Famiglia, che hanno cessato di esistere, essendo stati abrogati gli artt. 131-134 e 139-141 della Pastor Bonus – Costituzione apostolica (Giovanni Paolo II, 28 giugno 1988).4 Dal 16 al 18 giugno 2016, si è tenuta a Roma, presso il Pontificio Collegio Internazionale Maria Mater Ecclesiae, la XXVIII Assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per i Laici, per riflettere sulla teologia del laicato e sull’impegno missionario dei laici nel mondo nel contesto sociale e culturale odierno. Tale convegno ha rappresentato un momento altamente significativo per il Pontificio Consiglio, per decenni al servizio della vocazione e della missione del laicato cattolico, che ha concluso il lungo e proficuo cammino del Dicastero, nato per espressa volontà del CVII. Oggi spetta al neonato collegio, connesso alla Pontificia Accademia per la Vita e al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli studi sul matrimonio e sulla famiglia, animare e incoraggiare la promozione della vocazione e della missione dei fedeli laici nella Chiesa e nel mondo, sia che siano singoli che coniugati, sia che siano membri di associazioni, movimenti o comunità, con una particolare attenzione alla loro peculiare missione, che consiste nell’animare e perfezionare l’ordine delle realtà temporali.

Guardiamo con fiducia a questo nuovo Dicastero che ha la funzione di promuovere nella Chiesa e per la Chiesa, ma non solo, una riflessione in merito al laicato e speriamo che tra le priorità non abbia ignorato la necessità di rivalutare il sesso femminile, perché soprattutto non siano dimenticate le donne non coniugate, non madri e non consacrate, che ovunque nel mondo hanno reso più santa la Chiesa universale. Ci auguriamo che la neo struttura possa promuovere una pastorale più attenta ai problemi del lavoro e dei lavoratori - compresi i disoccupati e gli inoccupati - perché tutti coloro che incappano in croci pesantissime come l’usura, il fallimento, il licenziamento, il mobbing, lo spoil system, possano trovare nella comunità ecclesiale di appartenenza vicinanza e comunione di preghiera, poiché talora vivere in oblazione perpetua rappresenta l’unica via di sopravvivenza.


Introduzione
Leggendo i documenti conciliari5 ci si rende conto che per la prima volta nella storia, la Chiesa Cattolica, nella persona dei suoi pastori, introdusse una novità di portata epocale, dando ai fedeli laici – coniugati e non, consacrati e non, rimasti nel proprio mondo o in ritiro perpetuo per scelta - l’onore e la dignità di essere cristiani a pieno titolo, qualificando addirittura la loro presenza attiva nel mondo quale parte essenziale della missione salvifica della comunità ecclesiale.6

Sappiamo che il termine laico proviene dal greco laikós, che significa membro del láos, cioè del popolo di Dio, e che indica anche oggi ogni battezzato non consacrato, non ordinato e non legato ad alcuna famiglia religiosa mediante voti. I laici fin dai primordi, furono ben distinti dai chierici e dai religiosi (o consacrati), che furono chiamati primariamente - ma non solo – a occuparsi delle realtà umane sovrannaturali, trascendenti, sacre, religiose, vivendo una vita che anticipasse profeticamente il regno di Dio, amministrando - se ordinati - i sacramenti, occupandosi dell’apostolato, conservandosi fedeli alla legge divina. Il laico cristiano, invece, è chiamato propriamente ad occuparsi del mondo, cioè delle realtà umane naturali, temporali, secolari, profane come la famiglia, il lavoro, l’economia, la politica, le scienze e le arti. Nel linguaggio della Chiesa, pertanto, il termine laico - che nasce nei primi secoli - non poteva tradursi col vocabolo ateo, agnostico o simili, in quanto indicava semplicemente il battezzato non chierico, che non aveva cariche ecclesiastiche e comunque era privo di specifica formazione culturale, quindi praticamente un illetterato. Tuttora in certi ordini monastici viene considerato laico il frate che svolge i servizi più umili, a cui non è stato conferito il sacramento dell’Ordine Sacro, per cui non può celebrare la messa. Nel corso dei secoli la parola laico ha assunto vari significati: estraneo o contrario alla gerarchia ecclesiastica, aconfessionale, non praticante, anticlericale e oggi indica persino partiti o gruppi politici che si ispirano ai suddetti principi. Nell’uso corrente della lingua italiana, nessuno più si autodefinisce ateo, preferisce piuttosto qualificarsi «non credente»,7 pertanto il termine laico viene usato come sinonimo di pluralista, aperto al confronto e al dialogo, privo di pregiudizi e preconcetti: tanti, infatti, pensano che ragione e fede non possano coabitare nel medesimo individuo.8 Al contempo si parla di laicità quando si fa riferimento alla reciproca incompetenza dello Stato in materia religiosa e della Chiesa in materia civile.



La riflessione sui laici va compresa nel suo contesto specifico, in quanto la rinnovata coscienza della Chiesa quale popolo di Dio - definito sacramento, segno e strumento della comunione di Dio con gli uomini e degli uomini tra loro – emerge proprio dal testo della costituzione LG9 (soprattutto in LG 1 e 31).10 La dottrina conciliare insegna che la Chiesa, Corpo di Cristo, è formata da membri diversi, profondamente uniti tra loro dalla comune identità di figli di Dio e dalla condivisione della missione a collaborare - ciascuno a partire dalla propria realtà - alla santificazione del mondo e all’annuncio della parola di verità e di vita. Tutte le membra dell’unico corpo condividono la chiamata alla santità, che scaturisce dal battesimo, che insieme alla confermazione, trasforma tutti i fedeli in apostoli: specialmente i laici, per il loro carattere secolare, poiché chiamati ad annunciare il Signore nel mondo, nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale.11 Oggigiorno, la necessità di una maggiore valorizzazione dei laici nelle comunità cattoliche si impone per la forte decrescita numerica dei consacrati (soprattutto sacerdoti). Una ecclesiologia impropriamente incentrata sulle sole figure dei ministri ordinati si accompagnava alla possibilità di fatto di soddisfare, attraverso di loro, le fondamentali richieste del popolo cristiano, ma di fronte alla cruda forza dei numeri né la cura pastorale dei fedeli né, a maggior ragione, l’evangelizzazione dei non credenti sempre più numerosi (italiani e non) può essere affidata al sempre più esiguo gregge dei presbiteri e delle varie famiglie religiose. Dietro questa discutibile prassi della pressoché totale identificazione tra Chiesa e ministri ordinati, sta anche una inadeguata teologia che, in linea di principio, è stata superata dalla lezione conciliare e dai successivi sviluppi, ma che sta ancora imprimendo una forte traccia sia nella concreta prassi ecclesiale sia nella mentalità corrente. Tra l’altro impone un radicale ripensamento al ruolo dei laici nella Chiesa anche la cosiddetta fine irreversibile dell’antica cristianità occidentale. Ciò non vuol dire che la Chiesa non continui ad essere una presenza significativa o che i valori evangelici abbiano cessato di avere corso in Occidente, ma per alcuni si è rivelata impraticabile la via seguita finora.12 La cristianità perduta, vecchia o nuova che sia, rappresenta ormai, a giudizio dei più autorevoli osservatori, la situazione della Chiesa e del cristianesimo in generale in Occidente. Nella società contemporanea secolare e – per certi aspetti - postcristiana, la Chiesa vuole continuare a portare il suo messaggio e rendere la sua testimonianza pertanto occorre un laicato più consapevole e più preparato. L’ideale conciliare di una Chiesa-popolo di Dio, all’interno della quale avrebbero dovuto cadere antiche distinzioni e ricorrenti contrapposizioni, si è realizzato solo in parte e avviare questo problema a soluzione (previo necessario esame di coscienza da parte di tutti) è il non facile compito di una Chiesa che, compiuto il giro di boa del cinquantenario conciliare, intenda riprendere in mano i testi e soprattutto lo spirito del CVII, per aprire una nuova stagione di presenza del laicato cattolico nella comunità cristiana e nella società civile.13 Si tratta dunque di scegliere con forte senso di responsabilità il proprio specifico campo di impegno, in una generosa attitudine al servizio e nel rispetto della voce dello Spirito, ponendosi quindi a servizio della Chiesa e del mondo intero, senza rinnegare la storia della propria terra, anzi contribuendo al bene comune di tutti con la propria attività lavorativa.

Per comprendere Giuseppe Moscati e la sua opera occorre, allora, fare un salto nel passato, poiché nel corso dei secoli è mutato profondamente il modo di concepire il lavoro, anche da parte dei lavoratori cattolici. La cosiddetta rivoluzione industriale, iniziata in Inghilterra sul finire del XVIII secolo, che raggiunse l’Europa continentale nella metà dell’Ottocento, interessando in un primo momento solo Francia e Prussia, fece decollare l'industria, introdusse nuovi strumenti, sistemi e macchinari nei vari settori economici, intensificò i traffici commerciali e favorì la concentrazione dei capitali e la crescita demografica. Ma produsse anche lacerazioni drammatiche nel tessuto sociale (es. la questione sociale). Tra il XIX e il XX secolo maturò ed esplose il primo devastante conflitto mondiale, che divenne la culla dei regimi totalitari di Hitler e Stalin. L’Europa di quell’epoca, però, diede i natali anche a grandissimi scienziati alla stregua di Einstein, Koch, Marconi e Fermi. E contemporanei europei furono pure il fondatore della psicanalisi (Freud) e musicisti dal grande talento come Verdi, Puccini, Ravel, Debussy e drammaturghi come Brecht e poeti come Lorca e scrittori del livello di Pirandello. Anche nella Chiesa Cattolica si distinsero papi illustri quali Leone XIII (sul soglio pontificio dal 1878 al 1903), san Pio X (1903-14), Benedetto XV (1914-22), Pio XI (1922-39). Proprio in qui decenni sorsero nel vecchio continente movimenti artistici che influenzarono la cultura di intere generazioni: basti citare l’astrattismo, il cubismo, il dadaismo, il futurismo, l’impressionismo, il naturalismo, il positivismo, il surrealismo. Fu questo il contesto storico in cui nacque visse e morì Giuseppe Moscati e in cui san Giovanni XXIII decise di indire il CVII per promuovere uno studio sistematico sulla Chiesa Cattolica e sul ruolo dei laici.14 Giustappunto Giuseppe Moscati venne riconosciuto quale testimone ed elevato agli onori dell’altare quale modello di santità laicale subito dopo il suddetto concilio, poiché il medico santo non si lasciò sedurre né intimorire dal positivismo regnante nella sua Napoli e affermò sempre con coraggio – a parole e a fatti - la sua appartenenza a Cristo morto e risorto, applicando quotidianamente la regola benedettina «ora et labora». Per lui il lavoro era sacro e non poteva essere vissuto dimenticando Dio, perché ciò avrebbe irreparabilmente danneggiato l’intera società. Dio ha creato l’uomo e gli ha affidato la custodia dell’intera Creazione, infatti, coltivare la terra equivale a servire il Signore.15 Il lavoro dell’uomo perciò sgorga da un ordine divino: «Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse» (Gn 2,15). Poi accadde l’irreparabile: Adamo ed Eva, tentati dal serpente, peccarono nella presunzione di poter essere non solo come Dio in questa azione di custodia, ma di poter essere dio al posto di Dio, così da poter gestire il Creato senza limitazioni. Un gravissimo atto di superbia che portò l’uomo a dover assaporare la fatica e la maledizione del lavoro: «..maledetto il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita.… Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra….polvere tu sei e in polvere ritornerai» (Gn 3,17-19). Nella pienezza dei tempi il nuovo Adamo - così Paolo chiama Gesù, il Figlio di Dio, fattosi uno di noi per farci come lui (Rm 5,12ss) - ha redento l’uomo e, insieme all’uomo, è stato redento anche il suo lavoro, sebbene ciò non abbia prodotto la situazione primordiale vissuta dai nostri progenitori prima del peccato. Infatti il lavoro è ancora gravato dalla fatica, che comunque può essere sublimata: in questo modo il carico del lavoro, redento da Cristo e portato insieme a Lui, diventa «giogo ….dolce e…peso leggero» (Mt 11,30).

Paolo, nelle sue lettere ci fa comprendere numerose verità a proposito del lavoro, che è stato nobilitato da Cristo, avendo operato per 30 anni nella bottega del padre falegname. Il lavoro è un’attività voluta da Dio e San Paolo ritiene un punto di onore «lavorare con le proprie mani», infatti, dirà ai Tessalonicesi: «lavorare con le vostre mani….e così condurre una vita decorosa» (1Ts 4,11-12). Il lavoro è un’attività propria di Dio, ecco perché Gesù afferma che: «Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco» (Gv 5,17). Gesù non usa il verbo lavorare, ma operare e l’operosità consiste nel lavoro motivato: ora nell’immagine della vite, che è Gesù, e dei tralci, che siamo noi, il Maestro ci rimanda al Padre che è il vignaiolo (Gv 15,1ss) e questa immagine rimanda ancora al frutto della vite, il vino, ma anche al pane, che si ottengono grazie al lavoro dell’uomo e che con la transustanziazione diventano le due sacre specie dell’Eucaristia.

La fatica viene sublimata, quindi il lavoro viene nobilitato, se permangono le motivazioni iniziali, prima tra tutte, quella di dare gloria a Dio con la propria opera. «Qualunque cosa facciate, fatela di buon animo, come per il Signore e non per gli uomini» (Col 3,23) e agli anziani della Chiesa di Efeso san Paolo dice: «In tutte le maniere vi ho mostrato che i deboli si devono soccorrere lavorando così, ricordando le parole del Signore Gesù, che disse: “Si è più beati nel dare che nel ricevere!”» (At 20,35), inoltre ai Corinzi ricorda: «ci affatichiamo lavorando con le nostre mani.» (1Cor 4,12) e altrove scrive: «noi infatti non siamo rimasti oziosi in mezzo a voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato duramente, notte e giorno, per non essere di peso ad alcuno di voi.» (2Ts 3,7-8) eppoi: «vi abbiamo sempre dato questa regola: chi non vuol lavorare, neppure mangi.» (2Ts 3,10). Agli Efesini, poi, ordina: «Chi rubava non rubi più, anzi lavori operando il bene con le proprie mani per poter condividere con chi si trova nel bisogno.» (Ef 4,28).

Oggi la riflessione teologica sul lavoro è diventata assai complessa16 anzitutto per l’impossibilità di definire, in modo univoco, lo statuto semantico del vocabolo «lavoro» a causa della varietà e complessità dei significati assunti nell’attuale contesto socio-culturale. Il lavoro dell’uomo è qui inteso come dispiegamento dell’attività umana in tutte le sue forme e modalità, quale luogo della realizzazione della persona nei suoi fondamentali rapporti con il mondo, con gli altri e con Dio. Il lavoro esprime dunque la realtà della condizione umana, perché situa esistenzialmente l’uomo nelle sue relazioni fondamentali, facendolo passare dalla tutela della natura allo stato di libertà. Come tale esso rappresenta il modo proprio di essere al mondo dell’uomo, e perciò di dare concretezza al proprio essere con gli altri e con Dio. Accanto alla difficoltà di decifrarne la peculiare natura antropologica, se ne aggiunge una seconda derivante dalla concreta situazione in cui il lavoro versa nell’attuale momento storico. Nella società industriale (e post-industriale) esso è andato infatti soggetto ad un processo di progressivo deterioramento, con precisi sintomi di un disagio sempre più allargato e profondo. Le rapide trasformazioni verificatesi in questi ultimi decenni, sia a livello di innovazione tecnologica che di ristrutturazione dell’attività lavorativa, hanno prodotto nuove e pesanti forme di frustrazione e di alienazione, alimentando soprattutto la fatica psicologica e lo stato di insicurezza. La Chiesa ai lavoratori, cioè ai laici, chiede di impegnarsi nel dovere quotidiano, stabilire relazioni umane buone, prodigarsi con sforzo per il bene di tutti, senza paura per il futuro. Soltanto rimettendo al centro l’uomo e la donna, creature amate da Dio, sarà possibile sconfiggere la piaga dell’ingiustizia e la cultura dello scarto che colpiscono soprattutto le fasce più deboli della popolazione. Ritornando a sperare, confidando nel Risorto, si scopre che il lavoro è una preziosa occasione per dedicarsi all’evangelizzazione, nonostante le fatiche e le frustrazioni, perché riguarda la dimensione quotidiana della persona e quindi può incidere sulla sua maturazione e consentirne la piena crescita (rif. esortazione apostolica Evangelii Gaudium di papa Francesco, 24 novembre 2013).

Il lavoro, comunque, rimane per la maggior parte delle persone il mezzo più semplice e più sicuro per raggiungere il paradiso, perché si tratta della strada comune. Il capitolo V della Lumen Gentium - Costituzione dogmatica sulla Chiesa (Paolo VI, 1964) è intitolato «L’universale vocazione alla santità nella Chiesa»,17 poiché tutti sono chiamati alla santità, essendo alla portata di chiunque lo voglia: fa parte della normalità della vita cristiana e qualora dovesse comportare manifestazioni straordinarie, non si identificherebbe mai con queste. La motivazione di fondo della santità è chiara fin dall’inizio ed è che Dio è santo: «Siate santi perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo.» (Lv 19,2). La santità è la sintesi, nella Bibbia, di tutti gli attributi di Dio. Isaia chiama Dio «il Santo d’Israele» (Is 30,12), cioè colui che Israele ha conosciuto come il Santo. «Santo, santo, santo», Qadosh, qadosh, qadosh, è il grido che accompagna la manifestazione di Dio al momento della chiamata del profeta (Is 6,3). Maria riflette fedelmente questa idea di Dio dei profeti e dei salmi, quando esclama nel Magnificat: «Santo è il suo nome» (Lc 1,49).

I santi sono come i fiori, profumano silenziosamente ovunque, ecco perché il CVII ha parlato della figura e del ruolo dei laici nella Chiesa, come di coloro che nel secolo «sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo…… col fulgore della fede, della speranza e della carità» (LG 31). Si può ben dire che lo Spirito ricevuto nel battesimo è, per sua stessa natura, dinamico, e la sua presenza è sempre stimolante: una sorta di spinta propulsiva a fare il bene e nella Bibbia troviamo vari vocaboli che esprimono in maniera efficace l'aspetto attivo dell'impatto antropologico dello Spirito (es. camminare o lasciarsi guidare). Lo Spirito adempie il suo compito di santificare i fedeli, innanzitutto attuando il loro orientamento alla santità. Nell'uomo creato per amore, dotato di un connaturale desiderio di Dio, può trovare la sua piena realizzazione solo in Lui: ecco perché viene invitato da Cristo ad essere perfetto come il Padre celeste: si tratta di riconoscere che nella creatura è presente un orientamento ontologico - quindi radicale - alla santità.



  1. L'azione dello Spirito è ordinata in primo luogo, a portare tale orientamento alla sua piena attuazione, a fare sì che esso si traduca in vere opere di perfezione e di santità.

  2. In secondo luogo, lo Spirito Santo è l'artefice della santità, in quanto è Lui che spingendo ad amare Dio con tutto il cuore e con tutta l'anima (LG 40), riversa nel cuore dei credenti l'amore di Dio: «l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.» (Rom 5,5) e ancora si legge «siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio.» (1Cor 6,11). Lo Spirito Santo ci porta ad amare Cristo trasformandoci, sempre più perfettamente, in Lui.

  3. In terzo luogo, lo Spirito è l'autore della santificazione, in quanto guida i fedeli ad essere santi sulla scia di Cristo, che è la santità incarnata del Padre. San Tommaso d'Aquino nota al riguardo che, nel cammino della perfezione, l'uomo è diretto dallo Spirito, perché la legge del cristiano è lo Spirito Santo.

È questa azione dello Spirito Santo che occorre tenere in conto per capire, in profondità, la santità dei Servi di Dio, il loro itinerario spirituale, nonché le sfumature proprie della santità di ognuno.

La figura del professor Moscati, con la sua straordinaria autorevolezza che gli viene dalla sua statura morale, dal suo esempio vissuto, e dalla glorificazione della Chiesa, ricorda oggi che tutto questo è vero, è possibile, è necessario. San Giuseppe Moscati, medico dotato di ingegno brillantissimo, visse e operò in un periodo storico ricco di grandi santi, ma anche assai turbolento dal punto di vista storico, economico, artistico. E’ l’epoca in cui vissero insigni laici cattolici italiani, dal beato Bartolo Longo (Brindisi, 1841 – Pompei, 1926), suo amico e confidente, al beato Contardo Ferrini (Milano, 1859 – Novara, 1902).

Con lo splendore delle loro virtù i santi sono i messaggeri della gloria pasquale. La loro esistenza non appanna la luce del Risorto, anzi la rende più brillante. Non sono persone senza qualità, ma uomini e donne toccati dalla luce trinitaria e alimentate dalla linfa divina della grazia senza fine. Nei santi si riflettono i raggi luminosi del volto del Risorto, del quale diventano icone affascinanti: ecco perché di fronte al crescente inurbamento, all’affermazione dell’industria, alla perdita di peso dell’artigianato e dell’agricoltura e alla diffusione di modelli di vita estranei alla cultura cattolica italiana, il 1° maggio 1955, il papa Pio XII istituì la festa liturgica di san Giuseppe, quale santo laico lavoratore per eccellenza, affidandogli la custodia del mondo del lavoro. Quel 1° maggio 1955, primo giorno di festa del patrono dei lavoratori, Pio XII si rivolse alle ACLI ed esortò con forza tutti ad avvicinarsi a Cristo attraverso san Giuseppe, mettendo in luce un legame curioso tra l’Antico e il Nuovo Testamento con queste parole: «Ite ad Ioseph» (Gn 41,55: «Il faraone disse a tutti gli Egiziani: “Andate da Giuseppe; fate quello che vi dirà”.»). Dopo i duri contrasti con i regimi fascista e nazista e dopo il ciclone bellico, il papa tentò di ricompattare il mondo cattolico mediante la promozione della dignità del lavoro, quale dovere finalizzato al perfezionamento dell’uomo, esercizio benefico finalizzato alla custodia del Creato, prolungamento dell’opera del Creatore, servizio alla comunità civile ed ecclesiale e, non da ultimo, quale contributo al piano della salvezza.18 Successivamente san Giovanni XXIII propose l’esempio di san Giuseppe a tutti i lavoratori, invitandoli a vivere il lavoro come mezzo potente di perfezionamento personale e di merito eterno, essendo senz’altro un'alta missione, in quanto collaborazione intelligente con Dio Creatore, dal quale l’umanità ha ricevuto e riceve i beni della terra, per coltivarli e farli prosperare.

Celebrando il decimo anniversario della solennità, il beato Paolo VI motivava su un piano teologico la decisione di porre un forte sigillo cristiano su una festa che aveva trovato altrove i suoi natali, poiché ogni manifestazione autentica della vita era un campo predisposto all’economia dell’incarnazione, alla penetrazione del divino nell’umano, all’infusione redentrice e sublimante della grazia, pertanto occorreva pregare per tutto il mondo del lavoro, per quanti in esso soffrivano, per mancanza di giustizia e di pace. San Giuseppe è la prova che per essere buoni ed autentici seguaci di Cristo bastano virtù comuni, umane, semplici, però anche autentiche. San Giovanni Paolo II nell’esortazione apostolica Redemptoris Custos (Giovanni Paolo II, 15 agosto 1989) presentò il lavoro quale espressione quotidiana di amore e indicò san Giuseppe quale modello di umiltà e di laboriosità, virtù che rende l’uomo più uomo, in quanto apre alla santificazione della vita quotidiana, che ciascuno può e deve acquisire secondo il proprio stato. Il pontefice, appellandosi a imprenditori e dirigenti, li invitò a operare perché il sistema economico non negasse la priorità del lavoro sul capitale, del bene comune su quello privato. Nel 2006 anche Benedetto XVI (Joseph Ratzinger) nella festa di san Giuseppe, suo onomastico, insistette sulla necessità di vivere una spiritualità che aiutasse i credenti a santificarsi attraverso la propria attività ordinaria, imitando lo sposo di Maria, che operò nella quotidianità della casa di Nazareth, insegnando un mestiere al Figlio di Dio. In tal modo Gesù stesso riveste di dignità il lavoro umano, quale via privilegiata per custodire la Creazione e per provvedere alle necessità dei fratelli: il lavoro ci unge di dignità e ci rende simili a Dio, che ha lavorato e continua a lavorare per noi e con noi, infatti agisce e ama in perpetuo (Gv 5,17).




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Capitolo secondo:
Capitolo terzo:
Appendice a testi



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