Istituto Superiore di Scienze Religiose Sede di Udine



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Istituto Superiore di Scienze Religiose

Sede di Udine



Il simbolismo numerico dell’Apocalisse:

i 144.000;

il 666 numero/nome della bestia;

il millennio

Docente: Studente:

prof. Fabris don Rinaldo Mandro Irina fma



Anno Accademico 2003/2004


INTRODUZIONE

Per tradurre certe espressioni intense o certe emozioni, ci accorgiamo che le parole sono insufficienti e, istintivamente, ricorriamo alle immagini.

L’arte, la poesia, il cinema ci ricordano continuamente che l’immagine dice spesso molto di più, per tutto quello che essa suggerisce, delle parole astratte, ma a condizione di attenersi a ciò che questi simboli suggeriscono e di non prenderli alla lettera: attraverso di essi bisogna entrare in sintonia con il messaggio o l’emozione che ci vogliono trasmettere. A questo scopo è utile rendersi famigliare un certo codice, ma soprattutto, a un livello più profondo, lasciarsi trasportare dentro il movimento di tali simboli.

La letteratura apocalittica sembra il regno della fantasia con strane e mostruose bestie e con sconvolgimenti della natura. E' bene sottolineare il pericolo di dare un'interpretazione letterale ai testi apocalittici, come spesso si è fatto e si rischia di fare. Bisogna invece tener presente che anche il genere letterario delle apocalissi si serve di un codice particolare di immagini (immagini tradizionali, colori e numeri) ed ecco perché nella lettura dell’Apocalisse di Giovanni, che è entrata nella Bibbia cattolica, vanno tenute presenti alcune cose: prima, nel corso degli anni si sono susseguite varie interpretazioni del simbolismo usato in questo libro; seconda, la domanda da porsi davanti al quadro astratto che essa presenta non è “Cosa rappresenta?”, ma “Quale messaggio l’autore ci vuole comunicare attraverso ciò?”.

Questa apocalisse proviene dall’ambito delle chiese giovannee dell’Asia Minore ed il testo rilegge ed utilizza immagini e temi di alcuni libri dell’Antico e del Nuovo Testamento (es. Esodo, Daniele, Isaia, Salmi, Matteo,…), oltre che di testi della letteratura apocalittica giudaica (1Enoch) e di alcune correnti esoteriche (gnosticismo).

Il libro, come già detto, è costellato di simboli e di segni (tra i quali dominano i settenari), ma importanti sono anche i colori, gli animali, i sogni, le visioni, i numeri.

Per quanto riguarda il simbolismo numerico c’è da segnalare che i numeri più importanti sono il 7, il 12, i loro multipli e la loro metà. Il 7 è il numero dell’azione del Cristo e di Dio ed è anche il numero della perfezione.1 Il numero 12 è invece il numero del popolo di Dio, perché è il numero delle 12 tribù dell’Israele storico e dei 12 apostoli.

Con queste attenzioni e premesse vanno letti perciò i vari numeri presenti nel libro, dei quali ne affronteremo ora tre: i 144.000, il 666 numero/nome della bestia, il millennio.




I 144.000


Il numero 144.000 ritorna in due capitoli diversi dell’Apocalisse:

  • il capitolo 7 al v. 4:

«Poi udii il numero di quelli che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila, segnati da ogni tribù dei figli di Israele.»

  • il capitolo 14 al v. 1:

«Poi guardai, ed ecco l’Agnello, ritto sul monte Sion, e con lui i centoquarantaquattromila che recavano scritto sulla fronte il suo nome e il nome del Padre suo.»

In entrambi i passi, domina il numero 12, che evoca le tribù del popolo di Dio. Il quadrato di questo numero (12x122) viene poi moltiplicato per 1000:3 un popolo che appartiene a Dio e incarna la perfezione. Con il numero 144.000 si vuole così indicare la pienezza del popolo di Dio e dei salvati.

Se si legge Ap 14, 1-5, ci si rende conto che vi è un incalzare di visioni: dalla realtà terrena delle due bestie si torna al cielo facendo tappa sul monte Sion che costituisce il cuore di Gerusalemme, il luogo sacro per eccellenza. Ciò significa che l'Agnello si trova in un contesto liturgico, nel massimo della sacralità possibile, e questo contesto è confermato dal suono delle arpe, dal canto che diventa "un cantico nuovo", misterioso a tal punto da essere compreso solo da 144.000 persone.

Si è davanti all'Agnello vittorioso, ritto sul monte Sion e circondato dai 144.000 che "recavano sulla fronte il suo nome e il nome del Padre suo" (v.1). Essi sono descritti in modo più preciso nei vv. 4-5:

"Questi non si sono contaminati con donne, sono infatti vergini e seguono l'Agnello dovunque va. Essi sono stati redenti fra gli uomini come primizie per Dio e per l'Agnello. Non fu trovata menzogna sulla loro bocca; sono senza macchia."

Coloro che seguono l’Agnello sono i 144.000 vittoriosi, essi sono definiti “vergini” (Ap 14,4).

Facendo un’interpretazione letterale, alcuni studiosi ritengono che i 144.000 siano coloro che hanno abbracciato lo stato di verginità, quelli che fin dall'inizio della Chiesa sono vissuti in tale stato di vita; essi sono i salvati, primizia di tutto il popolo di Dio.

Altri studiosi invece (interpretazione più valida), risalendo ai testi profetici che parlano dell'idolatria usando il termine prostituzione (cf Os), sostengono che anche in questo passo dell’Apocalisse ci si trovi di fronte al simbolo dell'idolatria. Le donne indicate nel brano sono quindi da intendere come prostitute, come simboli degli idoli e, di conseguenza, i 144.000 sarebbero coloro che si sono mantenuti fedeli al Signore, che non hanno “macchiato le loro vesti” prostituendosi alle divinità, che non sono menzogneri:4 il discepolo ideale resta fedele sempre al Signore, è puro e coerente, segue il suo Signore ovunque vada senza mai macchiare i suoi abiti.

La parola “vergini”, con ogni probabilità, va quindi intesa in senso metaforico, come accade spesso nella Bibbia:5 i 144.000 hanno rifiutato la prostituzione che è l’idolatria. Non sono, dunque, un gruppo di celibi e di asceti, ma il popolo di Dio che si è sottratto al fascino dell’idolatria, delle due bestie e del dragone; portano infatti il nome dell’Agnello e non della bestia: loro Signore è il Cristo.

Essi “seguono l’Agnello dovunque vada” e questo significa, come nei vangeli, che sono discepoli di Gesù, vivono cioè la sequela e nella loro bocca non c’è “menzogna”. Menzogna non è semplicemente l’assenza di bugie, non si tratta semplicemente di una sincerità nelle parole, ma nell’esistenza; menzognero è così, colui che imposta la vita su pseudovalori, sincero è chi imposta la vita sui valori veri, evangelici.

Le caratteristiche che definiscono i vittoriosi sono dunque le caratteristiche evangeliche del discepolo.

I 144.000 sono allora gli unici che possono capire il cantico nuovo, ossia il cantico di lode all'Agnello vittorioso, quindi il cantico della resurrezione.

Infine vengono presentati come “primizie” (v. 4): la metafora delle primizie6 include l’idea di anticipazione e di rappresentanza ed essi sono dunque i primi che altri devono seguire e vengono offerti in sacrificio7 e ciò fa pensare che questi 144.000 rappresentino i primi cristiani che confessano la loro fede e, soprattutto, i martiri. Sono diversi, quindi, dai 144.000 della visione del cap. 7, insieme alla quale però va letta questa visione. Sembra una ripetizione, ma qui ci sono delle indicazioni più precise. Nel cap. 7, questo numero, indicava il “resto di Israele” che entra nella Chiesa, mentre qui indica i “redenti”.Devono esserci tuttavia tra i due gruppi delle somiglianze, perché sono rappresentati dallo stesso numero: in entrambi i casi si è davanti a un numero limitato di persone che fa presagire una moltitudine molto più vasta; al cap. 7 è il “resto di Israele”, punto di partenza della Chiesa; qui sono i primi confessori e martiri a cui Giovanni “guarda come al puro punto di partenza della moltitudine dei cristiani fedeli del futuro, specialmente di quelli che moriranno martiri.8

Al cap 20, 1-10, poi, le dodici tribù sono un popolo intero, vivo, fatto di pietre preziose tutte diverse, dallo zaffiro fino all’ametista, tutti i colori dello spettro, un ventaglio ininterrotto di diversità, perché tutta la comunità, il popolo sterminato dei 144.000, è ora riassunto nelle dodici pietre preziose che sono nell’interno della Gerusalemme celeste.

Il numero 144.000 va perciò inteso come cifra simbolica indicante l’intera comunità di salvezza terrena, formata dagli eletti provenienti tanto dall’ebraismo quanto dal paganesimo. Pur trovandosi circondata da un mondo demoniaco, essa si è asserragliata nel santo recinto dell’elezione, per cui viene preservata dagli assalti infernali.

In contrapposizione, perciò, alla visione paurosa del potere delle due bestie, che sembra universale, vi è la visione della Chiesa.

Nell’economia presente l’uomo vive come in due mondi: un mondo di apparenza e un mondo di realtà; o, piuttosto, il mondo visibile è come il segno di un mistero che rimane nascosto. Ora, il mondo dell’apparenza è per la Chiesa un essere vinta, un essere senza difesa nelle mani dei persecutori; è per i cristiani un essere alla mercé di un potere che li opprime; è il potere e l’autorità del maligno, il potere di sedurre tutti gli abitanti della terra, il potere di asservire a sé tutti gli uomini, di usare tutti i mezzi per affermare il proprio dominio e l’affermazione del diritto a una idolatria che rende come vuoto di Dio il mondo presente. Questo nell’apparenza, perché nella realtà è ben diverso: questi uomini che non vivono che per morire, che non vivono che per il loro martirio, sono la “donna vestita di sole, coronata di stelle, con la luna sotto i suoi piedi”; questi uomini sono i “centoquarantaquattromila che sono in piedi, già in alto, sul monte, insieme all’Agnello”, e cantano il cantico che a nessuno è dato cantare; è la moltitudine già di tutti gli eletti, non di domani, ma di oggi. Sotto un abito esterno di morte, la Chiesa vive già la realtà di una sua partecipazione alla vita di Dio, alla gloria dell’Agnello, e gli eletti già cantano il cantico dei beati, che gli altri non sanno né possono imparare.

IL 666 NUMERO/NOME DELLA BESTIA

«Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d'uomo. E tal cifra è seicentosessantasei.» (Ap 13, 18)


Per il misterioso numero 666 è stata proposta una miriade di interpretazioni interessanti, spesso in contrasto una con l’altra e non del tutto soddisfacenti.

Per cercare di spiegarlo si fa riferimento alla mistica paleo-orientale ed ebraica dei numeri, il simbolismo numerico e anche allusioni alla storia del tempo.

Nell'antichità, in ebraico come in greco, ogni lettera aveva un valore numerico dovuto alla sua collocazione nell'alfabeto ed era abbastanza diffuso il metodo di ricavare da un numero il nome corrispondente, e viceversa, in quanto il numero di una parola è costituito dal totale delle sue lettere.

In questo passo del cap. 13 dell’Apocalisse, la somma dei numeri del nome da scoprire è 666.

Per gli studiosi un primo problema è stato quello di decidere se considerare le lettere come appartenenti all'alfabeto ebraico oppure a quello greco.

Poiché il testo dell'Apocalisse è redatto in greco ed è rivolto a persone che conoscevano bene tale lingua, qualche studioso ritiene che si tratti dell'alfabeto greco. Sulla base di queste premesse i nomi corrispondenti al numero 666 potrebbero essere due: latínos (latino) oppure titan (titano), che erano i soprannomi dell'imperatore romano.

Qualche altro interprete afferma che si tratterebbe, invece, di lettere ebraiche e che, di conseguenza, il numero corrisponderebbe a Nerone-Cesare.

Degno di rilievo è anche il fatto che, accanto al numero originario 666 meglio attestato dalle trascrizioni, in alcuni manoscritti si trova il numero 616. Alla base di questa correzione che tende a trasformare il numero 666 in 616, si nasconde l’intento di trascrivere in cifra il nome di un ben determinato imperatore, Gaio Cesare detto Caligola (37-41 d.C.), sfruttando il valore numerico delle lettere componenti il suo appellativo.9 Il fatto che si sia ricorsi a una correzione postuma per riferire il numero 666 all’imperatore Caligola, fa dedurre che tale numero fosse un enigma quasi fin dagli inizi del cristianesimo.

Già verso la fine del II sec. non vi era più alcuna trascrizione sicura e per decifrare il mistero del numero 666 si è tentato di dedurre i nomi dei seguenti imperatori romani: Nerone (54-68 dC); Tito (79-81); Traiano (98-117).

Alcuni studiosi fanno notare che, erroneamente, si ritiene che il 666 sia il numero del demonio mentre invece è “il numero della bestia”. Si tratta, quindi, di qualcosa di concreto, di reale, di storico. Dato che viene espressamente detto che il 666 è “un nome d’uomo” (v.18), anche il tentativo di vedervi simboleggiato l’assolutismo imperiale romano o l’impero romano stesso sembra non convincere.

Tra le varie identificazioni proposte vi sono anche quella che fa riferimento al valore simbolico del numero 66610 e quella che invece si riferisce all’antitesi tra il nome “Ihesous” 11 e il nome “satana” che porta il numero 666.12

Significativo e da notare è anche il simbolismo di questo numero: 666 significa tre volte 6. Se fosse un numero perfetto dovrebbe essere 777, cioè tre volte 7, invece questo è il numero imperfetto per eccellenza,13 esso indica infatti debolezza, instabilità, imperfezione. Tali saranno il regno e il potere dei persecutori.14 Per Giovanni, allora, si tratta del numero della perfetta imperfezione. Quindi la bestia, essere imperfetto per natura, è già sconfitta.

Secondo il biblista Ravasi, poi, il numero 666 non è l’accostamento di tre 6 come nei numeri arabici (666), bensì di 600 (exakosioi), 60 (exekonta) e di 6 (ex). Con ciò, il 666 è contemporaneamente multiplo del 6, e somma di multipli del 6; è dunque una cifra tutta giocata sul numero 6 e cioè sulla metà di 12 (e non sul 12).15

Il numero 666 si può perciò leggere, secondo l’interpretazione di alcuni esperti, in senso reale (l'impero romano) e in senso simbolico (l'imperfezione per eccellenza), con la conseguenza che ogni regime umano è per sua natura imperfetto.

Si può concludere dicendo che, come affermano altri studiosi, lo scopo di questo invito a riconoscere il “numero-nome” della bestia è di smascherare la falsa immagine di Dio (potere idolatrico e falsa profezia) nel mondo e sostenere la coraggiosa resistenza dei credenti contro ogni compromesso con l’idolatria.

IL MILLENNIO

Il libro dell’Apocalisse parla a più riprese del millennio e descrive tale questione in momenti successivi. Attorno ad essa si sono scritti volumi e si sono sviluppate ideologie radicali.16 Qualche volta si è arrivati al punto di calcolare il “mille e non più mille”, cioè di moltiplicare calcoli per riuscire a intuire la fine del mondo sulla base dell’anno mille. Si è dimenticato però che l’autore usava dei materiali appartenenti alla cultura iranica, materiali passati anche attraverso la letteratura apocalittica, diffusa nell’epoca cristiana.17

Nel cap. 19 del libro dell’Apocalisse, per l’ultima volta, l’autore presenta in due quadri, “celeste” e terreno, la vittoria finale del Messia: l’Agnello ucciso è diventato qui un guerriero con il mantello intriso di sangue, prima di tutto il suo e poi quello dei martiri. In Gesù Cristo e, con Lui, in tutti quelli che accettano di partecipare al suo mistero pasquale, il male è definitivamente sconfitto.

La visione dei 1000 anni presente nel cap. 20, e che ha dato luogo a tante interpretazioni, non si aggiunge alla precedente, ma traduce in termini “terreni” il significato della prima.

In realtà il 1000 non è un numero cronologico, ma è evidentemente un simbolo. Il millennarismo è come un “ponte” che permette di arrivare alla Gerusalemme Celeste.

Dopo la distruzione della sede della potenza nemica, dopo l’annientamento delle forze avverse, segue il giudizio su satana, il vero nemico. Il giudizio e la condanna si sviluppano in due tempi: prima un incatenamento temporaneo di satana e poi la punizione definitiva. L’incatenamento temporaneo dura 1000 anni cioè, secondo il linguaggio simbolico dell’apocalisse, un lunghissimo tempo. Parallelamente, si assiste a un giudizio: i fedeli tornano in vita per 1000 anni e regnano con il Cristo e tutto questo si conclude con un giudizio solenne.

Con satana legato, la sovranità di Cristo e dei cristiani è già costituita. Cristo è giudice di satana e perciò i cristiani possono prendere parte a questo giudizio e condannare la corte satanica. Giovanni vede allora dei troni alzati in cielo e lì seduti i martiri e i testimoni di Cristo, cioè i santi, coloro che non avevano adorato la bestia e la sua immagine. Sono morti, ma nella morte hanno raggiunto lo splendore di Cristo. Questa è la loro prima morte e la loro prima resurrezione. Ora essi regneranno con Cristo e parteciperanno al suo sacerdozio quali sacerdoti di Dio e di Cristo. La loro signoria dura 1000 anni cioè tutto il tempo. Gli altri morti invece che non hanno vinto satana e che si sono lasciati sedurre da lui soffrono la prima morte e le loro anime non sono nello splendore di Cristo e quindi non partecipano alla “prima risurrezione”, anzi, li attende la “seconda morte”. Al contrario, nessuna morte può sfiorare i glorificati, perché anche i loro corpi sono chiamati a essere esaltati e trasformati.

Il simbolismo dei 1000 anni risulta quindi di difficile spiegazione. Si può dire però che, nel corso dei secoli sono state date essenzialmente due interpretazioni: una letterale e l'altra simbolica.

In passato ed ancora oggi in alcune sette (ad esempio, quella dei Testimoni di Geova18) si è data un’interpretazione letterale, si è cioè creduto che, alla fine del tempo, ci sarebbe stato un regno di 1000 anni dei fedeli con il Cristo prima della resurrezione finale.19

Per l'interpretazione letterale sono evidenti le difficoltà circa la decorrenza dei 1000 anni: il conteggio inizia dalla nascita o dalla morte di Cristo, oppure dalla data dei fatti che vengono descritti nell'Apocalisse?

Una spiegazione simbolica, ma in “senso terreno”, viene fornita da S. Agostino, per il quale i 1000 anni costituiscono il tempo di durata della Chiesa sulla terra dalla risurrezione di Gesù al suo ritorno finale.

Secondo altre interpretazioni simboliche, ma in “senso totalmente celeste”, i 1000 anni indicherebbero un tempo di massima, un modo per dire che il Regno di Cristo si realizzerà certamente nell'escatologia e non sulla terra, di conseguenza, noi regneremo con Lui nell'eternità.

Anche per questo numero, come nel resto del libro, si tratta chiaramente di un’immagine simbolica. Nel riferirsi a questi 1000 anni, sembra che l’autore riprenda antiche tradizioni giudaiche perciò questi anni delimitano il tempo del Regno messianico che precede il Regno finale. Confrontando i testi sul Giorno di Jhwh e il Salmo 90,420 alcuni dottori del giudaismo pensavano che questo regno dovesse durare 1000 anni ed il testo di Is 65,22 ha aiutato a cristallizzare questa

riflessione. In questo passo il profeta parla della fine dei tempi e sembra chiara l’allusione al paradiso terrestre, così che la tradizione ebraica vede nel Regno messianico il compimento di ciò che la permanenza nel paradiso lasciava presagire.

L’immagine dei 1000 anni non vuole quindi indicare una durata di tempo, quanto piuttosto esprimere che si tratta del giorno di Jhwh, che questo giorno realizzerà quello che il paradiso prometteva.21

Questi 1000 anni designano dunque la durata della storia della Chiesa che si estende tra la vittoria pasquale del Cristo e la sua parusia, ma l’immagine è portatrice, allo stesso tempo, di un messaggio teologico: grazie alla redenzione di Cristo l’incarnazione millenaria di satana frena il demonio nel suo agire e il Regno di Cristo investe anche quelli che sono morti in Lui e che partecipano già adesso con l’anima alla sua vita eterna e alla gloria della sua trasfigurazione. Il Cristo, da questo momento, ha messo di nuovo l’uomo nel paradiso; da questo momento, attraverso i sacramenti, il credente gusta il frutto d’immortalità dell’albero della vita (cfr. Ap 2,7; 22,14.19).

La visione del cavaliere rosso mostra, “in cielo”, la vittoria del Cristo; quella dei 1000 anni mostra che, sulla terra, da questo momento noi partecipiamo a questa vittoria, alla vera vita del Cristo.

CONCLUSIONE

Come si è potuto notare, il linguaggio dell'Apocalisse è simbolico, allegorico, perciò complicato e difficile, tanto che per decifrarlo si dovrebbero possedere numerose nozioni di simbolismi antichi. Non si hanno infatti sufficienti conoscenze per poter dare un esatto significato a tutte le immagini che compaiono nel testo.

Tale linguaggio è legato alle visioni: è il meno inadatto a dire la vita e la storia dalla prospettiva di Dio, a dire ciò che “l’occhio umano non è capace di vedere e che lingue degli uomini non sono capaci di dire”; è perciò la lingua della Rivelazione22 dove, al centro di tale genere letterario, c'è l'escatologia (dal greco "escatà", discorso sulle cose ultime, sull'aldilà): l'apocalittica suscita attesa del momento supremo, di quando Dio verrà a ristabilire ciò che è giusto e buono e a distruggere ciò che è malvagio e, in quel momento, ci sarà il trionfo di Dio e del suo popolo.

L'apocalittica diventa un modo di interpretare la storia attuale perché io so che Dio trionfa e perché so che facendo parte del popolo di Dio sono chiamato a contribuire al suo trionfo. In questo senso vivo in prima persona il contrasto tra il bene e il male, sempre presente nel testo apocalittico.



Il messaggio di questo libro è perciò lontano dall’essere catastrofico o distruttivo, ma è un messaggio di speranza che viene però espresso dall’autore con l’utilizzo di innumerevoli immagini simboliche tipiche del linguaggio apocalittico del tempo in cui scrive. Questo messaggio concreto di speranza è rivolto alle Chiese in crisi interna e colpite dalla persecuzione di Babilonia o della prostituta o della bestia, perché trovino fermezza nella fede e coraggio nella testimonianza. Il fine ultimo verso cui sta muovendosi la storia non è il trionfo del drago, simbolo del male, ma quello dell’Agnello, cioè Cristo, e alla Babilonia devastatrice subentrerà per sempre la Gerusalemme della pace e della vita.

Si possono raccogliere in alcune grandi tematiche le considerazioni conclusive relative ai passi dell’Apocalisse affrontati:



I - Il potere temporale che nell'Apocalisse gode di cattiva fama.

Il potere romano, in questo caso, e il potere temporale in generale non sono malvisti soltanto in quanto persecutori, ma anche in quanto idolatri. Portano infatti gli uomini alla menzogna e li coinvolgono nell'inganno. Si deve, allora, smascherare l'inganno insito in ogni potere materialista, che diventa adoratore di se stesso e della propria potenza e che fa della menzogna il suo fondamentale stato di vita.



II - Il giudizio, tema che fa da sottofondo a molti passi del libro.

Poiché Dio guida una comunità che vive nella storia, ecco che arriva il momento supremo del giudizio, ma bisogna stare attenti a non prendere in considerazione soltanto il giudizio finale: il giudizio è anche sul bene e sul male di oggi, che significa capire ciò che è bene e ciò che è male per avere una condanna intransigente per il male e il peccato, ma un occhio di misericordia per il peccatore.



III - La comunione profonda che esiste nell'Apocalisse tra l'Agnello e il cristiano.

L'Agnello versa il sangue nel quale il cristiano deve “lavare la propria veste” diventando un'unica cosa con Lui. L'Agnello coinvolge i santi nella preghiera e nel combattimento contro il drago; è seduto sul trono e giudica insieme ai santi che lo circondano. Il cristiano è chiamato ad essere in piena comunione con l'Agnello, il quale a sua volta coinvolge, con tutte le sue forze, il cristiano in questa unione perfetta.



NOTE BIBLIOGRAFICHE
 Barsotti Divo, Meditazioni sull’Apocalisse, Queriniana, Brescia 1966, 2^ ed. 1971.

 Charpentier Etienne e altri, Una lettura dell’Apocalisse, II ed., ed. Gribaudi, Torino 1978.

 De Ambrogio Carlo, L’Apocalisse, Vol.1-2, SEI, Torino 1961.

 Läpple Alfred, L’Apocalisse Un libro vivo per il cristiano di oggi, ed. San Paolo, Alba 1980.

 Maggioni Bruno, L’Apocalisse per una lettura profetica del tempo presente, Cittadella editrice, Assisi 1^ ed. 1981, 3^ ed. 1988.

 Pandolfi don Roberto, Corso sull’Apocalisse, Dispensa.

 Ravasi Gian Franco (a cura di), La Bibbia per la famiglia Nuovo testamento, vol. 2, S. Paolo, Milano 1999.

Ravasi Gian Franco, Il libro dell’ Apocalisse, EDB, Bologna 1991.


INDICE

Introduzione p. 1

I 144.000 p. 2


Il 666 numero/nome della bestia p. 5

Il millennio p. 7

Conclusione p. 9

Note bibliografiche p. 12

1 L’agire settemplice di Dio e dell’Agnello è un agire perfetto che da ogni parte assedia le forze del male e le domina.

Cf Ravasi Gian Franco (a cura di), La Bibbia per la famiglia Nuovo testamento, vol. 2, S. Paolo, Milano 1999, p 377.




2 Simbolo delle 12 tribù di Israele, ma anche di pienezza.

Cf Ravasi Gian Franco (a cura di), La Bibbia per la famiglia Nuovo testamento, vol. 2, p 362-363.



3 La cifra dell’immensità e della completezza suprema, che esprime l’idea di totalità e di universalità. Serve quindi da “moltiplicatore” in chiave escatologica per indicare la perfezione o la completezza finale.

Cf Ravasi Gian Franco (a cura di), La Bibbia per la famiglia Nuovo testamento, vol. 2, p 362-363.



4 E' il caso di ricordare che, in senso biblico, essere menzogneri vuol dire l'opposto di essere puri di cuore, sinceri. Pura di cuore è la persona che ha accolto in sé il Signore e lo mostra all'esterno; sulla sua bocca non compare menzogna perché le parole pronunciate corrispondono alle idee, ai sentimenti: i puri di cuore sono coerenti.

La menzogna più grande, la falsità più radicale è poi l’idolatria, il sostituire a Dio un idolo fatto da mani d’uomo, l’adorare la creatura e non il creatore.



5 Cf per es. Os 2.14-21; Ger 2,2-6: vergine è colui che rifiuta di prostituirsi all’idolatria.

6 Le primizie sono i frutti maturati prima (in un certo senso hanno precorso i tempi) e indicano che anche il resto della mietitura è prossimo a maturazione.

7 Nel vocabolario liturgico le primizie indicano l’offerta a Dio dei primi frutti o dei primogeniti.

8 Feuillet A., Interprétation du ch. 11 de l’Apocalypse, in “Etudes johanniques”, p. 128.


9  Gaios = 284; Kaisar = 332; 284+332= 616.

10 6=7-1: apostasia, iniquità; il triplice 6 è allora il male concentrato.

11 Da un testo sibillino si sa che la parola greca per indicare Gesù portava il valore numerico 888, cioè tre volte 7 (la perfezione umana) + 1.

12 Cioè un triplice slancio verso la perfezione, seguito da un triplice fallimento: tre volte 7-1.

13 Ossia 7-1; l'incompiutezza viene ripetuta per tre volte e perciò 666 significa l'incompiutezza assoluta, l'imperfezione assoluta.

14 Cf Ravasi Gian Franco (a cura di), La Bibbia per la famiglia Nuovo testamento, vol. 2, p 373.


15 Cf Ravasi Gian Franco (a cura di), La Bibbia per la famiglia Nuovo testamento, vol. 2, p 378.

16 I mille anni hanno suscitato l’interesse frenetico di moltissimi movimenti di pensiero e religiosi.

17 Soprattutto fra il II sec. aC e il II sec. dC.


18 Secondo loro avverrà una prima resurrezione (v. 5) ed in seguito ci sarà una seconda possibilità. Chi non diverrà Testimone di Geova prima della seconda resurrezione morirà in eterno.

19 Si indica talvolta questa credenza con il termine “Millennarismo”.

20 “Mille anni sono come un giorno ai tuoi occhi”.

21 All’inizio del II sec. Giustino, scrittore di origine samaritana, vedeva in Is 65,22 la profezia dei mille anni di felicità riservati ai cristiani.

22 Cf Ravasi Gian Franco (a cura di), La Bibbia per la famiglia Nuovo testamento, vol. 2, p 379.






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