Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore, Einaudi, 1979 (I capitolo)



Scaricare 71 Kb.
13.11.2018
Dimensione del file71 Kb.

IL SISTEMA DELLA MODERNITA’ LETTERARIA



Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore, Einaudi, 1979 (I capitolo)
Dunque, hai visto su un giornale che è uscito Se una notte d'inverno un viaggiatore, nuovo libro di Italo Calvino, che non ne pubblicava da vari anni. Sei pas­sato in libreria e hai comprato il volume. Hai fatto bene.

Già nella vetrina della libreria hai individuato la copertina col titolo che cercavi. Seguendo questa trac­cia visiva ti sei fatto largo nel negozio attraverso il fitto sbarramento dei Libri Che Non Hai Letto che ti guardavano accigliati dai banchi e dagli scaffali cer­cando d'intimidirti. Ma tu sai che non devi lasciarti mettere in soggezione, che tra loro s'estendono per ettari ed ettari i Libri Che Puoi Fare A Meno Di Leggere, i Libri Fatti Per Altri Usi Che La Lettura, i Libri Già Letti Senza Nemmeno Bisogno D'Aprirli In Quanto Appartenenti Alla Categoria Del Già Letto Prima Ancora D'Essere Stato Scritto. E così superi la prima cinta dei baluardi e ti piomba addosso la fante­ria dei Libri Che Se Tu Avessi Più Vite Da Vivere Certamente Anche Questi Li Leggeresti Volentieri Ma Purtroppo I Giorni Che Hai Da Vivere Sono Quelli Che Sono. Con rapida mossa li scavalchi e ti porti in mezzo alle falangi dei Libri Che Hai Inten­zione Di Leggere Ma Prima Ne Dovresti Leggere De­gli Altri, dei Libri Troppo Cari Che Potresti Aspetta­re A Comprarli Quando Saranno Rivenduti A Metà Prezzo, dei Libri Idem Come Sopra Quando Verran­no Ristampati Nei Tascabili, dei Libri Che Potresti Domandare A Qualcuno Se Te Li Presta, dei Libri Che Tutti Hanno Letto Dunque è Quasi Come Se Li Avessi Letti Anche Tu. Sventando questi assalti, ti porti sotto le torri del fortilizio, dove fanno resi­stenza

i Libri Che Da Tanto Tempo Hai In Programma Di Leggere,

i Libri Che Da Anni Cercavi Senza Trovarli,

i Libri Che Riguardano Qualcosa Di Cui Ti Occupi In Questo Momento,

i Libri Che Vuoi Avere Per Tenerli A Portata Di Mano In Ogni Evenienza,

i Libri Che Potresti Mettere Da Parte Per Leggerli Magari Quest'Estate,

i Libri Che Ti Mancano Per Affiancarli Ad Altri Li­bri Nel Tuo Scaffale,

i Libri Che Ti Ispirano Una Curiosità Improvvisa, Frenetica E Non Chiaramente Giustificabile.

Ecco che ti è stato possibile ridurre il numero illimi­tato di forze in campo a un insieme certo molto grande ma comunque calcolabile in un numero finito, anche se questo relativo sollievo ti viene insidiato dalle imbosca­te dei Libri Letti Tanto Tempo Fa Che Sarebbe Ora Di Rileggerli e dei Libri Che Hai Sempre Fatto Finta D'Averli Letti Mentre Sarebbe Ora Ti Decidessi A Leggerli Davvero.

Ti liberi con rapidi zig zag e penetri d'un balzo nella cittadella delle Novità Il Cui Autore O Argomento Ti Attrae. Anche all'interno di questa roccaforte puoi pra­ticare delle brecce tra le schiere dei difensori dividen­dole in Novità D'Autori O Argomenti Non Nuovi (per te o in assoluto) e Novità D'Autori O Argomenti Com­pletamente Sconosciuti (almeno a te) e definire l'attrat­tiva che esse esercitano su di te in base ai tuoi desideri e bisogni di nuovo e di non nuovo (del nuovo che cer­chi nel non nuovo e del non nuovo che cerchi nel nuovo).

Tutto questo per dire che, percorsi rapidamente con lo sguardo i titoli dei volumi esposti nella libreria, hai diretto i tuoi passi verso una pila di Se una notte d'in­verno un viaggiatore freschi di stampa, ne hai afferrato una copia e l'hai portata alla cassa perché venisse stabi­lito il tuo diritto di proprietà su di essa.

Hai gettato ancora un'occhiata smarrita ai libri in­torno (o meglio: erano i libri che ti guardavano con l'a­ria smarrita dei cani che dalle gabbie del canile munici­pale vedono un loro ex compagno allontanarsi al guin­zaglio del padrone venuto a riscattarlo), e sei uscito.
Italo Calvino, Il libro, i libri, conferenza tenuta alla Feria del Libro di Buenos Aires, 1984, in Saggi, Mondadori, 1995

Vo­glio cercare di analizzare le sensazioni che provo ogni volta che visito una grande esposizione del libro: una specie di vertigine nel perdermi in questo mare di carta stampata, in questo firmamento sterminato di copertine colorate, in questo pulviscolo di caratteri tipografici; l'apertura di spazi senza fine come una successione di specchi che moltiplicano il mondo; l'attesa d'una sor­presa che può venirmi incontro da un nuovo titolo che m'incuriosisce; l'improvviso desiderio di veder ristam­pato un vecchio libro introvabile; lo sgomento e insieme il sollievo di pensare che gli anni della mia vita basteran­no appena a leggere o rileggere un numero limitato dei volumi che si stendono sotto i miei occhi.

Sono sensazioni diverse, si badi bene, da quelle che dà una grande biblioteca: nelle biblioteche si deposita il passato come in strati geologici di parole silenziose; in una fiera del libro è il rinnovamento della vegetazione scritta che si perpetua, è il flusso delle frasi appena stampate che cerca d'incanalarsi verso i lettori futuri, che preme per riversarsi nei loro circuiti mentali. (…)

I libri sono fatti per essere in tanti, un libro singolo ha senso solo in quanto s'affianca ad altri libri, in quanto segue e precede altri libri. Così è stato fin da quando i li­bri erano rotoli di papiro che s'allineavano sugli scaffali delle biblioteche schierando i loro cilindri verticali come canne d'organo, ognuno con la sua voce grave o delica­ta, baldanzosa o melanconica. La nostra civiltà si basa sulla molteplicità dei libri; la verità si trova solo inse­guendola dalle pagine d'un volume a quelle d'un altro volume, come una farfalla dalle ali variegate che si nutre di linguaggi diversi, di confronti, di contraddizioni.


Italo Calvino, Intervista a F. Camon, 1973

Sono un tecnico del materiale verbale e immaginativo e mi occupo degli appetiti di parole scritte, di storie raccontate, di figure mitologiche: tutta roba non meno essenziale del cibo, com'è noto



Alessandro Verri, [Lettera da Parigi], 1766

Se Parigi è grande, Londra è immensa. Io non ne ho veduta fin'ora che una porzione, ma ne giudico da questo solo fatto ed è che questa città è illuminata di notte sei miglia all'intorno. Arrivando ieri notte, quando vidi delle contrade ben illu­minate dissi: eccoci a Londra.. Ciò mi ha veramente sorpreso. Ma è così. I sobborghi di questa città cominciano a sei miglia dal suo centro. Essa è poi illuminata, come non ve n'è altra in Europa. (...) Io qui me la passo di meglio in ottimo. Trovo Londra la città, a preferenza di ogni altra, degna di esser scelta per vivervi»




Giuseppe Baretti, [Lettera da Londra] (in Lettere familiari ai suoi tre fratelli 1760-1763)

“Sappiate, padroni miei, che in Londra sola v’è poveraglia due volte più che non vi sono persone in Milano”; è un luogo dove “l’onesto e bisognoso plebeo [deve lavorare] come uno schiavo da galea”; i poveri sono “i più poveri, i più viziosi e i più brutti poveri d’Europa”


G. Lukács, [La storia come «esperienza vissuta dalle masse»], in Il romanzo storico, 1957 (Einaudi, 1965)

Solo la Rivoluzione francese, le guerre della Rivoluzio­ne, l'ascesa e la caduta dí Napoleone hanno fatto della storia un'esperienza vissuta dalle masse, e su scala euro­pea. Negli anni trascorsi tra il 1789 e il 1814 ogni popolo d'Europa visse piú trasformazioni di quante ne avesse avu­te nei secoli precedenti. E íI rapído avvicendarsi conferisce a queste trasformazioni un particolare carattere qualita­tivo: viene meno per le masse l'impressione che si tratti di «eventi naturali» e il carattere storico di tali trasfor­mazioni appare piú visibile di quanto avvenga di solito nei singoli casi isolati. Si leggano – per citare un solo esem­pio – i ricordi giovanili dí Heine nel Libro Le Grand (nei Reisebilder [Impressioni di viaggio]), dove si descrive in modo molto vivo l'impressione suscitata in Heine fanciullo dal rapido mutare dei governi. Ora, se tali esperienze vissute si collegano con la consapevolezza che cambiamenti analoghi si compiono ovunque nel mondo intero, ciò raf­forzerà straordinariamente la sensazione che vi è una storía, che questa storia è un processo ininterrotto di trasformazioni e infine che essa agisce direttamente sulla vita di ogni singolo individuo.

Questa intensificazione quantitativa, che si converte in qualitativa, si manifesta anche nella differenza che tali guerre presentano rispetto a tutte le precedenti. Le guerre degli stati assoluti nel periodo anteriore alla Rivoluzione erano state combattute da piccoli eserciti di mestiere. La condot­ta della guerra tendeva a isolare il píú possibile l'esercito dalla popolazione civile. (Vettovagliamento mediante ma­gazzini, timore della diserzione ecc.). Non senza ragione Fe­derico di Prussia diceva che la guerra deve essere condotta in modo che la popolazione civile non se ne accorga. «Man­tenersi tranquilli è il primo dovere dei cittadini» era il motto delle guerre dell'assolutismo.

Questo stato dí cose cambia all'improvviso per opera della Rivoluzione francese. Nella sua lotta di difesa contro la coalizione delle monarchie assolute la repubblica fran­cese fu costretta a creare eserciti di massa. La differenza fra eserciti mercenari ed eserciti di massa è però una diffe­renza qualitativa proprio per quanto concerne il rapporto con le masse della popolazione. Siccome non si tratta piú di reclutare per un esercito di mestiere piccoli contingenti d'individui declassati, bensì di creare un esercito di massa, il significato e lo scopo della guerra debbono essere spie­gati alle masse per mezzo della propaganda. Ciò avviene non solo in Francia al tempo della guerra dí difesa della Rivoluzione e delle successive guerre di aggressione. An­che gli altri Stati, quando cominciano a costituire eserciti di massa, sono costretti ad adottare questo mezzo. (Si pen­si alla parte sostenuta dalla letteratura e dalla filosofia tedesca in questa propaganda dopo la battaglia di Jena). E’ impossibile però che tale propaganda si limiti a una singola guerra isolata. Essa è costretta a scoprire il significato totale, i presupposti storici e le circostanze della guerra, metterla in rapporto con l'intera vita e con le possibilità dí sviluppo della nazione. Basti ricordare l'importanza del­la difesa delle conquiste della Rivoluzione in Francia e la connessione che sussiste in Germania e in altri paesi fra la creazione di un esercito di massa e le riforme politico-sociali.

L'intima vita del popolo è legata con il moderno eser­cito di massa in maniera tutta diversa da come poteva esserlo con gli eserciti della monarchia assoluta nel periodo precedente. In Francia scompare la barriera di ceto sociale fra gli ufficiali nobili e la truppa: a tutti si apre a possibilità di salire agli alti gradi; come tutti sanno, tale bar­riera fu abbattuta appunto dalla Rivoluzione. E perfino nei paesi in lotta con la Rivoluzione inevitabilmente vengono aperte certe brecce nelle barriere esistenti fra i ceti sociali. Basta leggere gli scritti di Gneisenau per vedere come vi sia un nesso evidente fra queste riforme e la nuova situa­zione storica creata dalla Rivoluzione francese. Si aggiunge poi il fatto che anche durante la guerra le pareti divisorie prima esistenti fra esercito e popolo debbono necessaria­mente essere abbattute. Per gli eserciti di massa è impos­sibile il vettovagliamento mediante magazzini. Siccome essi si riforniscono per mezzo di requisizioni, è inevitabile che sí vengano a trovare in un diretto e continuo rapporto con la popolazione del paese in cui la guerra viene con­dotta. Certo questo rapporto è fatto spesso di rapine e saccheggi; ma non sempre. Non bisogna dimenticare che le guerre della Rivoluzione e in parte anche le guerre napo­leoniche sono state deliberatamente condotte come guerre di propaganda.

Infine anche l'enorme estensione quantitativa delle guer­re ha un effetto qualitativamente nuovo e porta con sé uno straordinario ampliamento di orizzonte. Mentre le guerre degli eserciti mercenari consistevano per lo piú in piccole operazioni d'assedio, ora l'Europa intera diventa un campo di battaglia. Contadini francesi combattono pri­ma in Egitto, poi in Italia, poi in Russia; truppe ausiliarie tedesche ed italiane prendono parte alla campagna di Rus­sia; milizie tedesche e russe entrano in Parigi dopo la scon­fitta di Napoleone, e cosí via. L'esperienza che prima era vissuta solo da singoli individui, per lo piú dotati di spirito d'avventura, cioè la scoperta dell'Europa o almeno di certe parti dell'Europa, diventa in questo periodo esperienza di massa per centinaia di migliaia e per milioni di uomini.

Nascono cosí concrete possibilità perché gli uomini con­cepiscano la loro esistenza come qualcosa di condizionato storicamente, perché vedano nella storia qualcosa che eser­cita un'influenza profonda sulla loro giornaliera esistenza e che li riguarda direttamente.

È qui superfluo parlare delle trasformazioni sociali avvenute nella stessa Francia. È senz'altro evidente in qual misura i grandi e frequenti rivolgimenti di questo periodo abbiano trasformato la vita economica e culturale dell'intera popolazione. Si deve però ricordare che gli eserciti della Rivoluzione e poi anche gli eserciti napoleonici in moltissimi luoghi, dove compirono le loro conquiste, eliminarono in tutto o in parte i residui del feudalesimo, per esempio nella Renania e nell’Ia set­tentrionale.

Il contrasto che la Renania presenta sotto l'aspetto sociale e culturale con il resto della Germania, con­trasto che sí fa sentire ancora assai forte nella rivoluzione del 1848, è un'eredità del periodo napoleonico. E il rap­porto esistente fra queste trasformazioni sociali e la Rivo­luzione francese è sentito da vaste masse. Ancora una volta ci sia consentito qualche riferimento letterario. Oltre ai ricordi giovanili di Heine, è molto istruttivo leggere i primi capitoli della Chartreuse de Panne di Stendhal per vedere che impressione incancellabile aveva lasciato la dominazio­ne francese nell'Italia settentrionale.

È nell'essenza della rivoluzione borghese, quando venga seriamente realizzata fino alla fine, fare dell'idea di nazionalità il patrimonio di vastissime masse. Solo in conse­guenza della Rivoluzione e della dominazione napoleonica un sentimento nazionale diventò in Francia un'esperienza vissuta e un patrimonio per i contadini, per gli strati infe della piccola borghesia ecc. Solo questa Francia fu da essi per la prima volta sentita come la loro propria terra, la patria da loro stessi creata.


Franco Moretti, [Città e struttura dello spazio romanzesco], (Homo palpitans, in Segni e stili del moderno, Einaudi, 1987)

Ciò che invece è peculiare alla città e passerà al testo romanzesco, è che la sua struttura spaziale (fondamentalmente: la concentrazione) ha uno scopo specifico, che consiste nell'accentuarsi della mobilità. Mobilità spaziale, certo, ma soprattutto mobilità sociale.


«Il Caffè», 1764-1766

1. Al lettore (Tomo primo / Dal giugno 1764 a tutto maggio 1765)



Questo lavoro fu intrappreso da una piccola società d'amici: per il piacere di scrivere, per l'amore della lode e per l'ambizione (la quale non si vergognano di confessare) di promovere e di spingere sempre più gli animi italiani allo spirito della lettura, alla stima delle scienze e delle belle arti, e ciò che è più importante all'amore delle virtù, dell'onestà, dell'adempimento de' propri doveri. Questi motivi sono tutti figli dell'amor proprio, ma d'un amor proprio utile al pubblico. Essi hanno mosso gli autori a cercare di piacere e di variare in tal guisa i soggetti e gli stili che potessero esser letti e dal grave magistrato e dalla vivace donzella, e dagl'intel­letti incalliti e prevenuti e dalle menti tenere e nuove. Una one­sta libertà degna di cittadini italiani ha retta la penna. Una pro­fonda sommissione alle divine leggi ha fatto serbare un perfetto silenzio su i soggetti sacri, e non si è mai dimenticato il rispetto che merita ogni principe, ogni governo ed ogni nazione. Del resto non si deve e non si è mai prestato omaggio ad alcuna opinione, ed anche negli errori medesimi alla sola verità si è sacrificato.

Forse potran col tempo sembrar troppo animosi alcuni tratti con­tro i puristi della lingua; ma la pedanteria de' grammatici, che tende­rebbe ad estendersi vergognosamente su tutte le produzioni dell'in­gegno; quel posporre e disprezzare che si fa da alcuni le cose in grazia delle parole; quel continuo ed inquieto pensiero delle più minute cose che ha tanto influito sul carattere, sulla letteratura e sulla politica italiana meritano che alcuno osi squarciare aperta­mente queste servili catene. È ridicola cosa il raccomandarsi alla benevolezza del pubblico, conviene meritarsela. Come gli autori per amor proprio hanno scritto, così per amor proprio il pubblico ha letto e leggerà. Ciò che è piaciuto diviso in fogli conviene spe­rare che piacerà riunito in questo primo tomo; al quale altri ver­ranno in seguito se il favorevole giudizio del pubblico continuerà a dar lena a auesto periodico lavoro.


2. Articolo d’apertura

Cos'è questo Caffè? È un foglio di stampa che si pubblicherà ogni dieci giorni. Cosa conterrà questo foglio di stampa? Cose varie, cose disparatissíme, cose inedite, cose fatte da diversi autori, cose tutte dirette alla pubblica utilità. Va bene: ma con quale stile saranno eglino scritti questi fogli? Con ogni stile che non annoi. E sin a quando fate voi conto di continuare quest'opera? Insin a tanto che avranno spaccio. Se il pubblico si determina a leggerli, noi continueremo per un anno e per più ancora, e in fine d'ogni anno dei trentasei fogli se ne farà un tomo di mole discreta; se poi il pubblico non li legge, la nostra fatica sarebbe inutile, per­ciò ci fermeremo anche al quarto, anche al terzo foglio di stampa. Qual fine vi ha fatto nascere un tal progetto? Il fine d'una aggradevote occupazione per noi, il fine di far quel bene che possiamo alla nostra patria, il fine di spargere delle utili cognizioni fra i nostri cittadini divertendoli, come già altrove fecero e Steele e Swift e Addison e Pope ed altri. Ma perché chiamate questi fogli il Caffè? Ve lo dirò; ma andiamo a capo.

[…]


Il greco Demetrio “son già tre mesi che ha aperta una bottega addobbata con ricchezza ed eleganza somma. In essa bottega primieramente si beve un caffè che merita il nome veramente di caffè; caffè vero verissimo di Levante e profumato col legno d'aloe, che chiunque lo prova, quand'anche fosse l'uomo il più grave, l'uomo il più plombeo della terra, bisogna che per necessità si risvegli e almeno per una mezz'ora diventi uomo ragionevole. In essa bottega vi sono comodi sedili, vi si respira un'aria sempre tepida

e profumata che consola; la notte è illuminata, cosicché brilla in ogni parte l'iride negli specchi e ne' cristalli sospesi intorno le pareti e in mezzo alla bottega; in essa bottega chi vuol leggere trova sempre i fogli di novelle politiche, e quei di Colonia' e quei di Sciaffusa5 e quei di Lugano' e vari altri; in essa bot­tega chi vuol leggere trova per suo uso e il Giornale enciclo­pedico' e l'Estratto della letteratura europea' e simili buone rac­colte di novelle interessanti, le quali fanno che gli uomini che in prima erano Romani, Fiorentini, Genovesi o Lombardi, ora sieno tutti presso a poco Europei; in essa bottega v'è di più un

buon atlante, che decide le questioni che nascono nelle nuove politiche; in essa bottega per fine si radunano alcuni uomini, altri ragionevoli, altri irragionevoli, si discorre, si parla, si scherza, si sta sul serio; ed io, che per naturale inclinazione parlo poco, mi son compiaciuto di registrare tutte le scene interes­santi santi che vi vedo accadere e tutt'i discorsi che vi ascolto degni da registrarsi; e siccome mi trovo d'averne già messi in ordine vari, così li dò alle stampe col titolo Il Caffè, poiché appunto son nati in una bottega di caffè.

Il nostro greco adunque (il quale per parentesi si chiama Deme­trio) è un uomo che ha tutto l'esteriore d'un uomo ragione­vole, e trattandolo si conosce che la figura che ha gli sta bene, nella sua fisonomia non si scorge né quella stupida gravità che fa per lo più l'ufficio della cassa ferrata d'un fallito, né quel sorriso abituale che serve spesse volte d'insegna a una timida falsità. Demetrio ride quando vede qualche lampo di ridicolo, ma porta sempre in fronte un onorato carattere di quella sicurezza che un uomo ha di sé quando ha ubbidito alle leggi. L'abito orientale, ch'ei veste, gli dà una maestosa decenza al portamento; cosicché lo credereste di condizion signorile anziché il padrone d'una bottega di caffè; e convien dire che vi sia realmente un’ intrinseca perfezione nel vestito asiatico in paragone del nostro, poiché laddove i fanciulli in Costantinopoli non cessano mai di dileggiare noi Franchi, qui da noi, non so se per timore o per riverenza, non si vede che osino render la pariglia ai levantini.


Cesare Beccaria, De’ fogli periodici, «Il Caffè», giugno 1765

Come i libri “tolsero dalle mani di pochi adepti le cognizioni e le sparsero nel ceto dei coltivatori delle lettere”, i “fogli” di giornale “le cognizioni medesime che circolano nel popolo studioso comunicano e diffondono nel popolo travagliatore o ozioso”


Gasparo Gozzi, «Osservatore veneto», 22 agosto 1761

La vera scuola (…) io ritrovo veramente essere la bottega del caffè


Gasparo Gozzi, [Quante le botteghe dei librai], «Osservatore veneto», 18 marzo 1761

Non vedete voi quante sono le botteghe de' librai? ... Ogni dì si vende, si compera: sempre escono frontespizi nuovi: continuamente si scrive e si stampa. Se non s'usasse comunemente il metodo del quale io parlo, credereste voi che le genti potessero leggere come fanno, senza sturbarsi punto l'intelletto?


Carlo Gozzi, [Il pericolo del nuovo nel mondo delle lettere], Memorie inutili, 1797

La “sola nostra allegra società granellesca [l’Accad dei Granelleschi] si tenne monda dall’andazzo epidemico goldoniano e chiarista (…) ella non poteva guardare che con occhio di ridente commiserazione sulle tavolette delle signore, sopra a' scrittoi de' signori, sui banchi de' bottegai e degli artisti, tra le mani de' passeggiatori, nelle pubbliche e private scuole, ne' collegi e persino ne' monasteri le commedie del Goldoni, quelle del Chiari co' suoi romanzi, e mille poetiche trivialità e bestialità di que' due logoratori di penne” (I, XXXIV)




William Wordsworth, Prefazione, in W. Wordsworth – S. Coleridge, Ballate liriche, II edizione 1800

Il primo volume di queste poesie è già stato sottoposto all’esame dei lettori: esso fu pubblicato come un esperimento che speravo potesse essere di qualche utilità nello stabilire fino a che punto, tramite l’adattamento metrico di un campione del linguaggio realmente parlato dagli uomini nei momenti di intensa eccitazione, si può comunicare quel tipo e quella quantità di piacere che un poeta può ragionevolmente proporsi di trasmettere. […]


Vari miei amici stanno in grande ansia per il successo di queste poesie, in quanto sono convinti che, se le intenzioni con le quali esse furono composte dovessero essere effettivamente messe in pratica, ne risulterebbe la nascita di un genere di poesia certamente in grado di interessare permanentemente l’umanità e perfino di influenzarne la molteplicità e la qualità dei vincoli morali. E’ per questo motivo che essi mi hanno consigliato di far precedere queste poesie da una difesa sistematica della teoria che è stata alla base della loro composizione […]

[…] avrei avuto bisogno di uno spazio ben superiore a quello di una prefazione. Per trattare infatti questo problema con la chiarezza e la concentrazione che credo esso richieda, bisognerebbe svolgere un’ampia analisi dello stato presente del gusto del pubblico in questo nostro paese e determinare fino a che punto è sano o corrotto; ciò che a sua volta non potrebbe determinarsi senza delineare in qual modo il linguaggio e la mente umana agiscono e reagiscono l’uno sull’altra e senza rifarsi alle rivoluzioni che si sono avute non solo nella letteratura, ma anche nella stessa società. […]

Ho preferito pertanto non intraprendere affatto una simile, regolare difesa, pur rendendomi conto che vi sarebbe una certa incorenza nell’investire d’improvviso il pubblico, senza due pagine d’introduzione, con una serie di poesie tanto differenti nella sostanza da quelle che riscuotono al momento l’unanime approvazione.
- rendere interessanti gli avvenimenti di tutti i giorni

- le passioni essenziali del cuore

- vita umile e rurale

- in questa condizione i nostri sentimenti elementari esistono in uno stato di maggiore semplicità e di conseguenza possono essere contemplati più accuratamente e comunicati con più forza

- in questa condizione le passioni degli uomini fanno tutt’uno con le forme stupende e imperiture della natura

- [poesia come] lo spontaneo traboccare di forte sentimenti: essa trae origine dalll’emozione rivissuta in tranquillità

- adattamento metrico di un campione del linguaggio realmente parlato dagli uomini nei momenti di intensa eccitazione

- il lettore non troverà personificazioni di idee astratte in questo volume […] il lettore voglio che rimanga in compagnia della carne e del sangue, convinto che così facendo posso meglio interessarlo

- avvicinare la mia lingua a quella degli uomini

- [eliminazione della] falsità descrittiva

- [eliminazione di espressioni] in sé proprie e belle (…) scioccamente ripetute da mediocri poeti
Pietro Borsieri, Avventure letterarie di un giorno o consigli di un galantuomo a vari scrittori, Pietro Giegler, 1816

I libri [...] non hanno distinzioni né di sesso né di spe­cie: e quando non annoiano sono tutti d'un ottimo genere. […]

Dopo un tanto suffragio che è comune ai romanzi d'ogni specie [...] io sono persuaso che i nostri scrittori non adempiono come dovrebbero l'ufficio loro; e che man­cando noi di romanzo, di teatro comico e di buoni giornali, manchiamo di tre parti integranti d'ogni letteratura, e di quelle precisamente che sono destinate ad edu­care e ingentilire la moltitudine.
Giovanni Berchet, Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliuolo, Milano, G. Bernardoni, 1816

[non sono infatti] que' dugento che gli stanno intorno [allo scrittore] nelle veglie e ne' conviti, [ma le] mille e mille famiglie [che] pensano, leggono, scrivono, piangono, fremono e sen­tono le passioni tutte, senza pure avere un nome ne' teatri.



Ian Watt, Le origini del romanzo borghese. Studi su Defoe, Richardson e Fielding, 1956 (Bompiani, 1976)

Locke aveva definito l'identità personale come una identità di coscienza attraverso la durata nel tempo: l'individuo è in contat­to con la sua identità in progresso tramite la memoria di pensieri e azioni passati. Questo porre l'origine dell'identità personale nel repertorio dei suoi ricordi si ritrova in Hume: «non a­vessimo memoria, non avremmo nozione alcuna del concetto di causa e, conseguentemente, di quella catena di cause ed effetti che costituisce il nostro essere o persona.» Questo punto di vista è caratteristico anche del romanzo: molti romanzieri, da Sterne a Proust, hanno preso a oggetto l'esplorazione della personalità definita come interpenetrazione di passato e presente autoco­scienza.

Il tempo è una categoria essenziale in un altro connesso ma più esterno approccio al problema della definizione dell'individua­lità di ogni oggetto. Il «principio di individuazione» di Locke era quello dell'esistenza in un particolare locus nello spazio e nel

tempo poiché, come scrisse, «le idee divengono generali quando vengono separate dalle circostanze di tempo e di luogo»" , così che divengono particolari solo quando ambedue queste circostan­ze sono specificate. Nello stesso modo i personaggi del romanzo possono essere individualizzati solo se posti suo sfondo- un particolare tempo e di un particolare ambiente.

[Mentre] la letteratura della Grecia e di Roma furono profondamente influenzate dall'idea platonica che le Forme o Idee sono le realtà ultime dietro agli oggetti concreti del mondo temporale. Queste forme erano concepite come fuori dal tempo e immutabili, e questo rifletteva il postulato di base di quelle civiltà che nulla avveniva o poteva avvenire il cui fondamentale significato non fosse indipendente dal fluire del tempo.
Michail Bachtin, Le forme del tempo e del cronotopo nel romanzo, 1937-1938, in Estetica e romanzo (Einaudi, 1979)

Chiameremo cronotopo (il che significa letteralmente ‘tempospazio’) l’interconnessione sostanziale dei rapporti temporali e spaziali dei quali la letteratura si è impadronita artisticamente. […] Questo termine è usato nel campo delle scienze matematiche, ed è stato introdotto e fondato sul terreno della relatività (Einstein) […] lo trasferiamo nella letteratura quasi come una metafora (quasi, ma non del tutto): a noi interessa che in questo termine sia espressa l’inscindibilità dello spazio e del tempo (il tempo come quarta dimensione dello spazio). Il cronotopo è da noi inteso come una categoria che riguarda la forma e il contenuto della letteratura […].

Nel cronotopo letterario ha luogo la fusione dei connotati spaziali e temporali in un tutto dotato di senso e di concretezza. Il tempo qui si fa denso e compatto e diventa artisti­camente visi­bile; lo spazio si intensifica e si im­mette nel movimento del tempo, dell'intreccio, della storia. I connotati del tempo si ma­nifestano nello spazio, al quale il tempo dà senso e misura. Que­sto intersecarsi di piani e questa fusione di connotati caratte­rizza il cronotopo artistico.

Il cronotopo nella letteratura ha un essenziale significato di genere.


Michail Bachtin, Epos e romanzo, relazione tenuta nel 1938 all’Istituto di letteratura mondale A.M. Gor’kij di Mosca, pubblicata per la prima volta, a c. di V. Kožinov, in «Voprosy Literatury», n. 1, 1970

Lo studio del romanzo come genere letterario si distingue per particolari difficoltà. Ciò è determinato dalla natura spe­cifica dello stesso oggetto: il romanzo è l'unico genere lette­rario in divenire e ancora incompiuto. Le forze che formano un genere letterario agiscono sotto i nostri occhi: la nascita e il divenire del genere romanzesco avvengono nella piena lu­ce del giorno storico. L'ossatura del romanzo in quanto gene­re letterario è ancora lungi dall'essersi consolidata, e noi non siamo ancora in grado di prevederne tutte le possibilità pla­stiche.

Gli altri generi letterari in quanto tali, cioè come forme so­lide per la colata dell'esperienza artistica, ci sono noti in un aspetto ormai compiuto. L'antico processo della loro forma­zione sí trova fuori dell'osservazione storicamente documen­tata. Troviamo l'epopea come un genere non solo da tempo compiuto, ma già anche profondamente invecchiato. Lo stes­so può dirsi, con alcune riserve, anche degli altri generi let­terari principali, persino della tragedia. La loro vita storica a noi nota è la loro vita in quanto generi compiuti con un'ossa­tura solida e ormai poco plastica. Ognuno di essi ha il suo ca­none, che agisce nella letteratura come una forza storica reale.

Tutti questi generi letterari o, in ogni caso, i loro elemen­ti principali sono molto piú vecchi della scrittura e del libro e in vario grado conservano fino a oggi la loro natura orale e sonora. Dei grandi generi letterari solo il romanzo è piú gio­vane della scrittura e del libro ed esso soltanto è organica­mente adatto alle nuove forme della percezione muta, cioè la lettura. Ma, soprattutto il romanzo non ha un canone come gli altri generi letterari: storicamente validi sono soltanto singoli esemplari di romanzo, ma non un canone di genere in quanto tale.


Henry Fielding, Capitolo primo. Introduzione all’opera, ossia “menu” del festino, Tom Jones, 1749

Un autore dovrebbe considerarsi, non come un signore che dà un ban­chetto privato o di beneficenza, ma piuttosto come uno che tiene un pubblico ristorante. Nel primo caso, si sa, chi offre il banchetto sce­glie lui i cibi, e anche se sono poco attraenti o affatto sgradevoli al palato dei commensali questi non debbono trovar nulla a ridire: anzi, la buona creanza impone loro di far mostra d'approvare e lodare tutto quel che viene loro messo dinanzi. Il contrarlo accade col padrone d'un ristorante. La gente che paga quel che mangia esige d'acconten­tare il proprio palato per quanto delicato e capriccioso esso sia; e se c'è qualcosa che non piace reclama il diritto di criticare, insultare e mandare al diavolo, pranzo ed oste senza complimenti. È per questo che un oste onesto e ben intenzionato, per non incorrere nel pericolo d'offendere gli avventori con delusioni di quella specie, presenta il menu, che tutte le persone possono consultare appena entrano nel ristorante, e così, vedendo quel che possono chiedere, ci si fermeran­no oppure se ne andranno altrove, dove possan trovare un trattamen­to di loro gusto.



Ugo Foscolo, Le ultime lettere di Jacopo Ortis, 1798-1802-1816-1817
Romanzi storici di Walter Scott, collana edita dalla Tip. Vincenzo Ferrario, Milano, 1821
Alessandro Manzoni, I promessi sposi. Storia milanese del secolo XVII scoperta e rifatta da Alessandro Manzoni, 1827, 1840-1842
Alessandro Manzoni, Lettera a Victor Chauvet (abbozzo 1820)

Ci è difficile afferrare l’apporto delle azioni anche quando queste azioni ci sono conosciute; inventandole doveva necessariamente avvenire che alla natura umana si sarebbe sostituito una convenzionale natura di perfezione o di perversità, con tratti ben marcati, ben distinti, inesistenti nella realtà, e senza quella mescolanza e quelle sfumature che vi si trovano, soprattutto senza quel carattere di originalità e di individualità che appare solo nelle circostanze in cui l’anima è profondamente commossa e vivamente interessata e combattuta come avviene nella realtà.


Alessandro Manzoni, Della moralità delle opere tragiche

Opinione ricantata e falsa: che il poeta per interessare deve movere le passioni. Se fosse così dovrebbe proscriversi la poesia. – Ma non è così. La rappresentazione delle passioni che non eccitano simpatia, ma riflessione sentita, è più poetica d’ogni altra.


K.X.Y. [N. Tommaseo], I prigionieri di Pizzighettone. Romanzo storico del secolo XVI. Dell'autore della Sibilla Odaleta e della Fidanzata Ligure, vol. III, Milano, presso A.F. Stella e figli, 1829, in “Antologia”, t. XXXVII, marzo 1830

Primieramente tutti i capitoli devono cominciare da una citazione o di poeta od anche di prosatore; se oscura, se impertinente alla cosa di cui si tratta nel capitolo, tanto meglio. Poi il vostro romanzo prenderà le mosse da un buon pezzo di storia cruda, lardellata di qualche similitudine, di qualche sentenza, di qualche citazione o furtiva o patente: ovvero da una buona descrizione topografica di una valle, d'un monte, d'una città, d'un castello. Riman libero al genio di scegliere tra queste due vie: ma la regola generale si è che nel principio del romanzo si debba trovare il brano di storia e la parafrasi d'una carta topografica. Poi venga un bel dialogo che vi faccia conoscere bene bene di che cosa si tratti. Questo dialogo può essere serio o faceto: ma faceto sarà migliore, e ciò che più importa, dev'esser lungo. La lunghezza ancor più che ne' dialoghi, è di regola nelle descrizioni. Voi non dovete presentare un personaggio in iscena, senza tacerne il nome, e senza darne i connotati, vale a dire statura, viso, mento, occhi, capelli, marche (come ne' passaporti sta scritto) marche particolari; e sopratutto la foggia dell'abito, dalla punta degli stivali fino all'ultima piuma dell'elmo. Se il personaggio, discorrendo, fa un gesto con la mano o col piede, un cenno cogli occhi, col viso, se raggrinza il naso o la fronte, e voi in mezzo al dialogo aprite una parentesi, e notate la cosa, più che se si trattasse di un interrogatorio criminale: se mentre egli parla, gli si gira per il capo un pensiero che serva a modificare o interpretare il senso delle sue parole, e voi coglietelo a volo quel pensiero, conficcatelo sulla carta, e interrompete il dialogo per farne la sezione cadaverica.


Condividi con i tuoi amici:


©astratto.info 2019
invia messaggio

    Pagina principale