Jiddu Krishnamurti



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Jiddu Krishnamurti

Sulla verità


Titolo originale dell’opera: ON TRUTH

(Harper, San Francisco)

Traduzione di Antonella Comba

© 1995, Krishnamurti Foundation Trust Ltd. and Krishnamurti Foundation of America

© 2002, Casa Editrice Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma

ROMA ASTROLABIO MMII


Indice

Sulla verità 1

Prefazione 2

Pune, 3 ottobre 1948 2

Rajghat, 23 gennaio 1949 6

Rajahmundry, 20 novembre 1949 9

Bombay, 12 marzo 1950 11

Londra, 23 aprile 1952 13

Agli studenti della Rajghat School, 31 dicembre 1952 18

Bombay, 8 febbraio 1953 19

Pune, 10 settembre 1958 20

Brockwood Park, 18 maggio 1975 – da “Verità e realtà” 26

Saanen, 1 agosto 1975 32

Saanen, 25 luglio 1976 – da “Verità e realtà” 36

Conversazione a Brookwood Park, 28 giugno 1979 37

Ojai, California, 8 maggio 1980 53

Bombay, 3 febbraio 1985 55

Bombay, 7 febbraio 1985 57

Bombay, 9 febbraio 1985 58

21 luglio 1985 – da “Gli ultimi discorsi, Saanen 1985” 61

25 luglio 1985 da “Gli ultimi discorsi, Saanen 1985” 62

Brockwood Park, 29 agosto 1985 64

Fonti 69




La religione significa esplorare con dubbio, fare domande con scetticismo, investigare che cos’è la verità. Questa è la religione.

Ojai, 2 maggio 1981



Prefazione


Jiddu Krishnamurti è nato in India nel 1895. All’età di tredici an­ni venne accolto nella Theosophical Society, che lo considerò il vei­colo di quel “maestro del mondo” del quale stava annunciando l’av­vento. Ben presto Krishnamurti doveva dimostrarsi un maestro effi­cace, senza compromessi e difficilmente classificabile: i suoi discorsi e i suoi scritti non erano collegati a nessuna religione in particolare e non appartenevano né all’Oriente né all’Occidente, ma erano rivolti al mondo intero. Rifiutandosi fermamente di apparire come un mes­sia, nel 1929 Krishnamurti sciolse con una decisione sofferta la grande e ricca organizzazione che gli avevano costruito intorno e di­chiarò che la verità è una “terra senza sentieri” che non può essere affrontata da nessuna religione, filosofia o setta costituita.

Per il resto della vita rifiutò insistentemente lo status di guru che altri cercavano di attribuirgli. Continuò ad attrarre grandi folle in tutto il mondo, ma non reclamò alcuna autorità, non volle discepo­li e parlò sempre da individuo a individuo. Al cuore del suo inse­gnamento sta l’aver compreso che i cambiamenti fondamentali nella società possono derivare soltanto dalla trasformazione della coscienza individuale. Ciò che è messo costantemente in rilievo è la necessità di conoscere se stessi e la comprensione degli influssi limitanti e settari dei condizionamenti religiosi e nazionalistici. Krish­namurti indicò sempre l’urgente bisogno di rimanere aperti a quel “vasto spazio del cervello in cui c’è un’energia inimmaginabile”. Questa sembra essere stata la fonte della sua creatività e la chiave di volta della sua capacità di attrarre un gran numero di persone tanto diverse tra loro.

Krishnamurti continuò a parlare in tutto il mondo fino alla sua morte, avvenuta nel 1986 all’età di novant’anni. I suoi discorsi e dia­loghi, i diari e le lettere, sono stati raccolti in più di sessanta volumi. Questa nuova collana di libri destinati ciascuno a un singolo tema è stata tratta da questo vasto corpo di insegnamenti. Ogni libro della collana punta su un argomento particolarmente significativo per la nostra vita quotidiana.

Pune, 3 ottobre 1948


Domanda: Lei dice che la memoria è esperienza incompleta. Ho un ricordo e un’impressione vivida dei suoi discorsi precedenti. In che senso questa è un’esperienza incompleta? Per favore, ce lo spie­ghi nei particolari.

Krishnamurti: Cosa intendiamo per memoria? Andate a scuola, e vi riempite di fatti, di conoscenza tecnica. Se siete ingegneri, usate il ricordo della conoscenza tecnica per costruire un ponte. Questa è la memoria fattuale. C’è anche la memoria psicologica. Voi mi avete detto qualcosa di piacevole o spiacevole, e io me ne ricordo; e la prossima volta che vi vedrò, vi incontrerò con quel ricordo, il ricor­do di ciò che avete detto o che non avete detto.

Quindi ci sono due aspetti della memoria: l’aspetto fattuale e quello psicologico. Essi sono sempre correlati, e perciò non chiaramente distinti. Sappiamo che la memoria fattuale è indispensabile come mezzo di sostentamento. Ma la memoria psicologica è anch’es­sa indispensabile? E qual è il fattore che conserva la memoria psico­logica? Che cosa fa sì che ci si ricordi l’insulto o la lode? Perché si serbano alcuni ricordi e se ne scartano altri? Ovviamente, si conser­vano i ricordi piacevoli e si evitano quelli spiacevoli. Se osservate at­tentamente, vedrete che i ricordi dolorosi vengono messi da parte più rapidamente di quelli gradevoli. E la mente è ricordo, a qualsiasi livello, con qualunque nome la chiamiate; la mente è il prodotto del passato, è fondata sul passato, che è ricordo, uno stato condizionato.

Ora, con quel ricordo andiamo incontro alla vita, affrontiamo una nuova sfida. La sfida è sempre nuova, e la nostra reazione è sempre vecchia, perché è il risultato del passato. Così fare un’esperienza priva di ricordi è una situazione di un certo tipo, e fare un’esperienza accompagnata dai ricordi è una situazione di un altro tipo. Vale a dire, c’è una sfida, che è sempre nuova. La affronto con la reazione, con la condizione del vecchio. Che succede allora? Assimilo il nuovo senza capirlo, e l’esperienza del nuovo è condizionata dal passato. Pertanto c’è una comprensione parziale del nuovo, non c’è mai una comprensione completa. Solo quando c’è completa comprensione di qualcosa questo non lascia la cicatrice del ricordo.

Quando c’è una sfida, che è sempre nuova, voi la affrontate con la reazione del vecchio. La vecchia reazione condiziona la nuova e quindi la deforma, le fornisce un pregiudizio. Di conseguenza non c’è una comprensione completa del nuovo; perciò il nuovo è assorbito nel vecchio, e così lo rafforza. Può sembrare astratto, ma non è difficile da capire se lo esaminate a fondo e un po’ più attentamente. La situazione nel mondo al giorno d’oggi richiede un nuovo approc­cio, un modo nuovo di affrontare il problema del mondo, che è sem­pre nuovo. Siamo incapaci di affrontarlo perché lo facciamo con la nostra mente condizionata, con i pregiudizi nazionali, locali, familia­ri e religiosi. Vale a dire, le nostre esperienze precedenti fanno ostacolo alla comprensione della nuova sfida, così noi continuiamo a col­tivare e a rafforzare la memoria e di conseguenza non capiamo mai il nuovo; non facciamo mai completamente fronte alla sfida. Solo quando siamo capaci di affrontare la sfida in modo nuovo, ricominciando daccapo, senza il passato, questo porta frutto, arricchisce.

La domanda era: “Ho un ricordo e un’impressione vivida dei suoi discorsi precedenti. In che senso questa è un’esperienza incomple­ta?”. Ovviamente, è un’esperienza incompleta se è soltanto un’im­pressione, un ricordo. Se voi capite che cosa è stato detto e ne vedete la verità, quella verità non è un ricordo. La verità non è un ricordo perché è sempre nuova, nell’atto costante di trasformarsi. Voi avete un ricordo del discorso precedente. Perché? Perché state usando il discorso precedente come una guida, non lo avete capito completamente. Volete esaminarlo a fondo, e consciamente o inconsciamente esso viene conservato. Ma se capite qualcosa completamente, cioè vedete integralmente la verità di qualcosa, vi accorgerete che non ri­mane alcun ricordo.

La nostra educazione è la coltivazione della memoria, il rafforzamento della memoria. I vostri rituali e le vostre pratiche religiose, leletture e la conoscenza sono tutti un rafforzamento della memoria. Con ciò cosa intendiamo? Perché rimaniamo attaccati alla memoria? Non so se avete notato che, invecchiando, guardate al passato, alle sue gioie, alle sue sofferenze e ai suoi piaceri; e, se siete giovani, guardate al futuro. Perché facciamo questo? Perché i ricordi diven­tano così importanti? Per la semplice e ovvia ragione che non sap­piamo come vivere nel presente in modo pieno, completo. Stiamo usando il presente come un mezzo per il futuro, quindi il presente non ha significato. Non possiamo vivere nel presente perché lo stiamo usando come un punto di passaggio per il futuro. Poiché sto diventando qualcosa, non c’è mai una comprensione completa di me stesso, e la comprensione di me, di chi sono esattamente adesso, non richiede la coltivazione della memoria. Al contrario, il ricordo è un ostacolo alla comprensione di ciò che è.

Non so se avete notato che un pensiero nuovo, una nuova sensa­zione, sorge soltanto quando la mente non è catturata nella rete del ricordo. C’è un intervallo tra due pensieri, tra due ricordi, e quando si riesce a conservare questo intervallo, allora da esso proviene un nuovo modo di essere che non & più un ricordo. Abbiamo ricordi e coltiviamo la memoria come mezzo di continuità. Vale a dire, l’“io” e il “mio” divengono molto importanti finché esiste la coltivazione della memoria; e, dal momento che la maggior parte di noi è costituita dall’“io” e dal “mio”, il ricordo svolge un ruolo molto importante nella nostra vita. Se non aveste memoria, i vostri beni, la vostra famiglia, le vostre idee non sarebbero importanti in quanto tali; così, per dare forza all’“io” e al “mio”, coltivate la memoria. Ma se osservate, vedrete che c’è un intervallo tra due pensieri, tra due emozioni. In quell’in­tervallo, che non è il prodotto della memoria, c’è una libertà straor­dinaria dall’“io” e dal “mio”, e quell’intervallo è senza tempo.

Guardiamo il problema in un modo diverso. Sicuramente la memoria è tempo, non è vero? Cioè la memoria crea lo ieri, l’oggi e il domani. Il ricordo di ieri condiziona l’oggi e perciò dà forma al domani. In altre parole, il passato crea il futuro attraverso il presente. C’è un processo temporale in atto, che è la volontà di divenire. La memoria è tempo, e attraverso il tempo noi speriamo di conseguire un risultato. Al presente sono un impiegato e, con il tempo e con la possibilità, diverrò il direttore o il proprietario. Perciò devo avere tempo; e con la stessa mentalità diciamo: “Raggiungerò la realtà, mi avvicinerò a Dio”. Quindi devo avere tempo per realizzarmi, il che significa che devo coltivare la memoria, rafforzarla con la pratica, con la disciplina, per essere qualcosa, per raggiungere, ottenere, il che significa continuare nel tempo. Così attraverso il tempo noi spe­riamo di raggiungere il senza tempo, attraverso il tempo speriamo di giungere all’eterno. Potete farlo? Potete catturare l’eterno nella rete del tempo, attraverso la memoria, che appartiene al tempo?

Il senza tempo può esserci solo quando il ricordo, che è l’“io” e il “mio”, cessa. Se vedete la verità di tutto ciò (che attraverso il tempo il senza tempo non può essere capito o accolto) allora possiamo esami­nare a fondo il problema della memoria. Il ricordo delle nozioni tec­niche è essenziale; ma la memoria psicologica che conserva il sé, l’“io” e il ‘mio’, che genera l’identificazione e la continuità del sé, è del tutto dannosa per la vita e la realtà. Quando si vede la verità di tutto questo, il falso si dilegua; di conseguenza, non c’è ritenzione psicolo­gica dell’esperienza di ieri.

Vedete un bel tramonto, un albero magnifico in un campo, e quando lo vedete per la prima volta ne traete piacere in modo completo, assoluto; ma poi ritornate a esso con il desiderio di go­derne di nuovo. Cosa succede quando lo fate? Non c’è piacere, perché è il ricordo del tramonto di ieri che ora vi fa ritornare, che vi spinge, vi sollecita a provare piacere. Ieri non c’era ricordo, solo un apprezzamento spontaneo, una risposta diretta; ma oggi siete desiderosi di ritrovare l’esperienza di ieri. In altre parole, il ricordo interferisce fra voi e il tramonto; quindi non c’è godimento, né ric­chezza, né piena bellezza. Di nuovo, avete un amico che ieri vi ha detto qualcosa, un insulto o un complimento, e conservate quel ri­cordo; e con quel ricordo oggi incontrate il vostro amico. Non in­contrate realmente il vostro amico: portate con voi il ricordo di ie­ri, che interferisce; e andiamo avanti così, circondando noi e le no­stre azioni di ricordi, e di conseguenza non c’è novità, non c’è freschezza. Ecco il motivo per cui il ricordo rende la vita faticosa, noiosa e vuota.

Noi viviamo l’uno in antagonismo con l’altro perché l’“io” e il ‘mio’ si rafforzano attraverso la memoria. Il ricordo si risveglia attra­verso l’azione nel presente; diamo vita al ricordo attraverso il presen­te, ma quando non diamo vita al ricordo, esso si dissolve. E così il ri­cordo dei fatti, delle nozioni tecniche, è un’evidente necessità, ma lamemoria come ritenzione psicologica è dannosa alla comprensione della vita, alla comunione reciproca.

D.: Lei ha detto che quando la mente conscia è tranquilla, il subconscio proietta se stesso. Il subconscio è un’entità superiore? Non è necessario dare sfogo a tutto ciò che è nascosto nei labirinti del subconscio al fine di decondizionarsi? Come si può affrontare questo problema?

K.: Mi chiedo quanti di noi sono consapevoli che c’è un subcon­scio, e che ci sono diversi strati nella nostra coscienza. Penso che la maggior parte di noi sia consapevole solo della mente superficiale, delle attività quotidiane, della coscienza superficiale che blatera in continuazione. Non siamo consapevoli della profondità, del valore e del significato degli strati nascosti; e saltuariamente, attraverso un so­gno, attraverso un accenno, attraverso un segno premonitore, diven­tiamo consapevoli che ci sono altri stati dell’essere. La maggior parte di noi è troppo affaccendata, troppo occupata con la propria vita, con i divertimenti, con i desideri sensuali, con la vanità, per essere consapevole di qualcosa che non sia superficiale. La maggior parte di noi passa la vita a lottare per il potere, politico o personale, per il posto, per il successo.

Ora, la domanda era: “Il subconscio è un’entità superiore?”. Que­sto è il primo punto. Esiste un’entità superiore separata dal processo del pensiero? Sicuramente, finché esiste il processo del pensiero, sebbene esso possa dividersi in superiore e inferiore, non ci può essere alcuna entità superiore, alcuna entità permanente separata da ciò che è transitorio. Allora dovremo esaminare questa domanda molto attentamente e capire il significato complessivo della coscien­za. Ho detto che quando avete un problema e ci avete pensato finché la vostra mente è stanca, ma non siete riusciti a trovare la rispo­sta, spesso succede che ci dormite sopra e al mattino avete la rispo­sta. Mentre la mente conscia è tranquilla, gli strati nascosti della mente inconscia sono al lavoro con il problema, e quando vi svegliate trovate la risposta. Sicuramente questo significa che gli strati na­scosti della mente non dormono quando voi andate a dormire, ma lavorano sempre.

Sebbene la mente conscia possa essere addormentata, quella inconscia, nei suoi diversi strati, è alle prese con quel problema, e naturalmente si proietta su quella conscia. Ora, la domanda è la seguente: si tratta di un’entità superiore? Ovviamente no. Cosa inten­dete per entità superiore? Intendete un’entità spirituale, un’entità che è oltre il tempo, non è vero? Siete pieni di pensieri, e un’entità a cui potete pensare non è certamente un’entità spirituale, è parte del pensiero; quindi, è figlia del pensiero, ancora all’interno del campo del pensiero. Chiamatela come volete, è ancora un prodotto del pensiero; pertanto è un prodotto del tempo, e non un’entità spirituale.

La domanda successiva è: “Non è necessario dare sfogo a tutto ciò che è nascosto nei labirinti del subconscio al fine di decondizio­narsi? Come si può affrontare questo problema?”. Come ho detto, la coscienza ha diversi strati. Innanzi tutto c’è lo strato superficiale, e sotto a questo c’è la memoria, perché senza memoria non c’è azione. Al di sotto di questa c’è il desiderio di essere, di diventare, il deside­rio di appagamento. Se andate ancora più in profondità, troverete uno stato di negazione totale, di incertezza, di vuoto. Questa totalità completa è la coscienza. Ora, finché c’è il desiderio di essere, di di­ventare, di raggiungere, di ottenere, c’è il rafforzamento dei numerosi strati di coscienza come l’“io” e il “mio”, il cui svuotamento può ve­rificarsi solo quando si capisce il processo del divenire. Vale a dire, finché c’è il desiderio di essere, di diventare, di raggiungere, la memoria è rafforzata, e da essa deriva l’azione, che condiziona ulteriormente la mente. Spero che tutto ciò vi interessi. Se non è così, non importa; ma andrò avanti, perché forse alcuni di voi sono consape­voli di questo problema.

La vita non è soltanto uno strato di coscienza, non è solo una fo­glia, solo un ramo: la vita è un processo completo, totale. Dobbiamo capire l’intero processo prima di poter capire la bellezza della vita, la sua grandezza, le sue pene, i suoi dolori e le sue gioie. Ora, per svuo­tare il subconscio, quindi per capire lo stato completo dell’essere, della coscienza, dobbiamo vedere di che cosa è fatto; dobbiamo essere consapevoli delle varie forme di condizionamento costituite dai ricordi di etnia, famiglia, gruppo, e così via, e dalle varie esperienze che non sono complete. Ora, questi ricordi si possono analizzare, si può prendere in considerazione ogni reazione, ogni ricordo, e distri­carlo, entrare completamente in esso e dissolverlo; ma per fare ciò sarebbe necessario un tempo infinito, pazienza e attenzione. Sicuramente esiste un approccio diverso al problema.

Chiunque ci abbia mai pensato conosce il processo che consiste nell’esaminare una reazione, analizzarla, seguirla e dissolverla, e fare così con ogni reazione; e se non si analizza completamente la reazio­ne, o si perde qualcosa in quell’analisi, allora si torna indietro e si passano lunghi giorni in questo processo infruttuoso. Ci deve essere un approccio diverso per decondizionare l’intera esistenza dei ricor­di, in modo che la mente possa essere nuova in ogni istante. Come bisogna procedere? Capite il problema? È questo: noi siamo abituati a incontrare la vita con vecchi ricordi, vecchie tradizioni, vecchie abitudini; incontriamo l’oggi con lo ieri. Ora, si può incontrare l’og­gi, il presente, senza il pensiero di ieri? Di certo questa è una nuova domanda, non è vero? Conosciamo il vecchio metodo di andare per gradi, analizzare ogni reazione, dissolverla attraverso la pratica, la di­sciplina e così via. Vediamo che un tale metodo richiede tempo; e quando usate il tempo come metodo per decondizionarvi, ovviamen­te esso non fa che rafforzare la condizione. Se uso il tempo come mezzo per liberarmi, in questo stesso processo divento condizionato.

Quindi cosa devo fare? Dal momento che è una nuova domanda, devo affrontarla in modo nuovo. Vale a dire, si può essere liberi im­mediatamente, istantaneamente? Ci può essere rigenerazione senza l’elemento del tempo, che non è altro che memoria? Io dico che la rigenerazione, la trasformazione, è ora, non domani, che tale trasfor­mazione può avvenire solo quando c’è completa libertà dallo ieri. Come si fa a liberarsi dallo ieri? Ora, quando pongo questa doman­da, che cosa sta succedendo alla vostra mente? Che cosa sta succe­dendo alla vostra mente quando vedete che la vostra mente deve essere nuova, che il vostro ieri deve andarsene? Quando comprendete questa verità, qual è lo stato della vostra mente? Se volete capire un dipinto moderno, non dovete ovviamente accostarvi a esso con la vo­stra formazione classica. Se lo ammettete come un dato di fatto, che cosa succede alla vostra formazione classica? La vostra formazione classica è assente quando c’è l’intenzione di capire un dipinto mo­derno: la sfida è nuova, e voi riconoscete che non potete capirlo attraverso lo schermo di ieri. Quando vedete la verità di ciò, allora lo ieri se n’è andato, c’è una purificazione completa da esso.

Dovete vedere la verità che lo ieri non può trasformare il presen­te. Solo la verità decondiziona completamente, e vedere la verità di ciò che è richiede un’attenzione enorme. Dal momento che non c’è completa attenzione finché c’è distrazione, che cosa intendiamo per distrazione? Quando avete svariati interessi fra i quali scegliete, e fis­sate la vostra mente su quello che avete scelto, allora chiamate di­strazione qualsiasi altro interesse che distolga la mente da quello centrale. Ora, potete scegliere un interesse e concentrarvi su di esso? Perché scegliete un interesse e scartate gli altri? Scegliete un interes­se perché è più proficuo; perciò la vostra scelta è basata sul profitto, sul desiderio di acquisizione; e, nel momento in cui avete il desiderio di acquisire, dovete resistere a tutto ciò che distoglie i vostri pensieri da quell’interesse centrale, in quanto distrazione. A parte i vostri ap­petiti biologici, avete un interesse centrale? Dubito veramente che abbiate un interesse centrale. Quindi, voi non siete distratti, state soltanto vivendo in una condizione priva di interessi.

Chi volesse capire la verità dovrebbe dedicarle la sua attenzione indivisa, e questa attenzione indivisa sorge soltanto quando non c’è scelta, e di conseguenza non c’è alcuna idea di distrazione. Non esi­ste la distrazione, perché la vita è un movimento, e occorre capire questo movimento globale, e non dividerlo in interessi e distrazioni. È quindi necessario osservare ogni cosa per vederne la verità o la fal­sità. Quando vedete la verità di tutto ciò, questo libera la coscienza dallo ieri. Potete verificarlo personalmente. Per vedere la verità sul nazionalismo e non rimanere coinvolti nelle argomentazioni pro e contro, dovrete esaminarlo a fondo ed essere aperti a tutti gli ele­menti di quel problema. Nell’essere consapevoli del problema del nazionalismo senza condanne o giustificazioni, nel vedere la verità che esso è falso, troverete che dall’intera questione deriva una li­bertà completa. Quindi solo la percezione della verità libera; e per vedere, per ricevere la verità, deve esserci la concentrazione dell’at­tenzione, il che significa che dovete dare il cuore e la mente per ve­dere e capire.




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