Jiddu Krishnamurti



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Jiddu Krishnamurti

La pienezza della vita


Titolo originale dell’opera: THE WHOLENESS OF LIFE
(Victor Gollancz, London, 1978)

Traduzione di ALFREDO POLLINI



© 1978, Krishnamurti Foundation Trust Ltd., London

© 1980, Casa Editrice Astrolabio Ubaldini Editore, Roma

Ubaldini Editore Roma


Indice

La pienezza della vita 1

Parte I 2

Dialogo I – 17 maggio 1976 2

Ddialogo II – 18 maggio 1976 – mattina 12

Dialogo III – 18 maggio 1976 – pomeriggio 26

Dialogo IV – 19 maggio 1976 – mattina 35

Dialogo V – 19 maggio 1976 – pomeriggio 47

Dialogo VI – 20 maggio 1976 – mattina 59

Dialogo VII – 20 maggio 1976 – pomeriggio 70



Parte II 84

Le Conferenze del 1977 84

I – La meditazione è lo svuotamento del contenuto della coscienza 84

II – La fine del conflitto è la raccolta della suprema energia


che è una forma d’intelligenza 87

III – Dalla negazione viene il positivo chiamato amore 89

IV – La morte: un grande atto di purificazione 91

V – L’azione abile che non perpetua l’“io” 93

VI – Ragione e logica da sole non scopriranno la verità 94

VII – L’intelligenza, in cui vi è la sicurezza totale 96

VIII – Il positivo nasce dalla negazione 98

IX – Poiché vi è spazio, vi è vuoto e silenzio totale 101

X – Lo stato della mente che ha intuizione è completamente vuoto 103

XI – Quando vi è sofferenza non potete amare 105

XII – L’angoscia è il risultato del tempo e del pensiero 106

XIII – Che cosa è la morte? 109

XIV – Il vuoto è la somma di tutta l’energia 110

XV – Quando non vi è l’io si pone in essere la compassione 114

XVI – La divisione tra osservatore e osservato è la fonte del conflitto 116

XVII – Quando vi è la fine della coscienzacon il suo contenuto vi è qualcosa d’interamente diverso 118

XVIII – Senza chiarezza, l’abilità diviene una cosa pericolosissima 121

XIX – Come conoscere se stessi? 122



Parte III 124

Due dialoghi 124

Dialogo I 124

Dialogo II 132





Parte I


Sette Dialoghi tra Krishnamurti, il dottor David Bohm, professore di Fisica Teorica al Birkbeck College, University of London,e il dottor David Shainberg, psichiatra di New York City

Versione abbreviata da videoregistrazioni effettuate a Brockwood Park, Hampshire, nel maggio 1976.


Dialogo I – 17 maggio 1976


KRISHNAMURTI : Possiamo parlare della totalità della vita? Ci si può rendere conto della totalità della vita, se la mente è frammentata? Non si può essere consapevoli dell’intero, se ci si limita a guardare attra­verso un forellino.

DOTT. SHAINBERG : È giusto. Ma d’altra parte, nella realtà, l’intero è lei.

K.: Ah! questa è teoria.

S.: Davvero?

DOTT. BOHM : Una supposizione, naturalmente.

K.: Naturalmente, quando lei è frammentato, come può presumere di essere intero?

S.: Come faccio a sapere di essere frammentato?

K.: Quando vi è conflitto.

S.: Infatti.

K.: Quando desideri contrastanti, aspirazioni contrastanti, pensieri con­trastanti apportano conflitto. Allora si soffre, allora ci si rende conto della frammentazione.

S.: Giusto. Ma in quei momenti accade spesso di non voler rinunciare al conflitto.

K.: Questa è un’altra faccenda. Quello che domandiamo è: il frammen­to può dissolversi, perché soltanto allora è possibile vedere l’intero?

S.: Tutto ciò che conoscete veramente, è la vostra frammentazione.

K.: È tutto ciò che conosciamo.

D. B.: È esatto.

K.: Quindi atteniamoci a questo.

D. B.: La supposizione che vi sia un intero può essere ragionevole, ma finché siete frammentati, non lo si può vedere. Sarebbe soltanto un assunto.

K.: È esatto, naturalmente.

S.: Giusto.

D. B.: Si può pensare di averne fatto l’esperienza, una volta, ma anche questo è un assunto.

K.: Assolutamente. È giustissimo.

S.: Ecco, mi domando se non vi è una sofferenza tremenda o qualche cosa di simile, quando sono consapevole della mia frammentazione ... una solitudine, in un certo senso.

K.: Mi ascolti: può essere consapevole della sua frammentazione. Che lei sia americano, che io sia hindu, ebreo, comunista o qualunque altra cosa ... ci si limita a vivere in tale stato. Lei non dice: “Beh, so di essere un hindu” ... solo quando le viene chiesto, quando le dicono: “Che cos’è lei?”, lei risponde: “Sono indiano, o hindu, o arabo.”

D. B.: Quando viene chiesto il paese d’origine c’è da preoccuparsi.

K.: Certo.

S.: Quindi lei afferma che io vivo in un modo totalmente reattivo?

K.: No, lei vive totalmente in una sorta di miasma, di confusione.

S.: Da un frammento all’altro, da una reazione all’altra reazione.

K.: Allora possiamo essere consapevoli, effettivamente, dei vari frammenti? Che sono hindu, che sono ebreo, che sono arabo, che sono comunista, che sono cattolico, che sono un uomo d’affari, che sono sposato, che ho responsabilità; sono un artista, sono uno scienziato ... mi segue? Tutta questa frammentazione sociologica.

S.: Giusto.

K.: Come la frammentazione psicologica.

S.: Giusto, giusto. Avevo appunto incominciato da questo. La sensazio­ne di essere un frammento.

K.: Che lei chiama individuo.

S.: Che io chiamo importante, non solo l’individuo.

K.: Lei lo chiama importante.

S.: Giusto. Che devo lavorare.

K.: Infatti.

S.: È significativo.

K.: Quindi adesso, parlando insieme, possiamo essere consapevoli che io lo sono? Io sono un frammento, e perciò creo altri frammenti, altri conflitti, altra infelicità, altra confusione, altra sofferenza, perché quan­do vi è conflitto influisce su tutto.

S.: Giusto.

K.: Lei può esserne consapevole, mentre ne discutiamo?

S.: Posso esserne un po’ consapevole, mentre ne discutiamo.

K.: Non “un po’”.

S.: Questo è il guaio. Perché non posso esserne consapevole?

K.: Ascolti. Lei ne è consapevole solo quando vi è conflitto. Adesso in lei non c’è conflitto.

D. B.: Ma è possibile esserne consapevoli, senza conflitto?

K.: Questo viene poi, si. Richiede un approccio diverso.

D. B.: Ma io stavo pensando di considerare un certo punto ... che l’impor­tanza di questi frammenti è che, quando identifico me stesso e dico: “Io sono questo”, “io sono quello”, intendo l’intero me stesso. L’intero me stesso è ricco o povero, o americano, o quello che è, e quin­di sembra importantissimo. Credo che il guaio sia che il frammento afferma di essere l’intero, e si rende molto importante.

S.: Assorbe l’intera vita.

D. B.: Poi viene una contraddizione, e poi viene avanti un altro frammen­to che afferma d’essere l’intero.

K.: Sapete bene che tutto il mondo è frammentato in questo modo, esteriormente e interiormente.

S.: Me e te.

K.: Si, me e te, noi e loro ...

D. B.: Ma se diciamo “Io sono interamente questo”, diciamo anche “Io sono interamente quello”.

S.: Questa tendenza alla frammentazione sembra quasi causata da qualcosa. Sembra ...

K.: È questo che chiede? Qual è la causa di questa frammentazione?

S.: Si. Qual è la causa della frammentazione? Che cosa la genera? Che cosa ci trascina in essa?

K.: Stiamo facendo una domanda molto importante, e cioè: qual è la causa di questa frammentazione?

S.: Ci stavo arrivando. C’è una causa ... devo pure aggrapparmi a qualcosa.

K.: No. Ci pensi. Perché lei è frammentato?

S.: Beh, la mia risposta immediata è il bisogno di aggrapparmi a qualcosa.

K.: No, è qualcosa di più profondo. Di molto più profondo. L’osservi. L’osservi. Procediamo lentamente.

S.: D’accordo.

K.: Niente risposte immediate. Cosa determina il conflitto che indica che io sono frammentato. – E poi faccio la domanda: Cosa determina questa frammentazione? Quale ne è la causa?

D. B.: Giusto. Questo è importante.

K.: Sì. Perché lei e io e la maggior parte del mondo siamo frammentati? Qual è la causa?

D. B.: Sembra che non troveremo la causa risalendo nel tempo fino a un certo ...

S.: Io non sto pensando alla genetica, sto pensando a questo preciso istante ...

K.: Signore, la guardi. La metta sul tavolo e la guardi obiettivamente. Che cosa determina questa frammentazione?

S.: La paura.

K.: No, no, molto di più.

D. B.: Forse la frammentazione causa la paura.

K.: Sì, è questo. Perché io sono un hindu? Se io sono, non sono un hindu, non sono un indiano. Non ho nazionalità. Ma supponiamo che io dica di essere un hindu. Cosa fa di me un hindu?

S.: Beh, è il condizionamento che fa di lei un hindu.

K.: Qual è il retroterra culturale, che cosa è che mi fa dire: “Io sono un hindu”? Che è una frammentazione, ovviamente.

S.: Giusto, giusto.

K.: Che cosa lo determina? Mio padre, mio nonno ... generazioni e generazioni prima di me, per 10.000 o 5.000 anni, ti hanno detto che sei un bramino.

S.: Ma non si dice e non si scrive “io sono un bramino”, “tu sei un bramino”. Giusto? E molto diverso. Lei dice “io sono un bramino” perché ...

K.: È come quando lei dice “Io sono un cristiano”. Che cos’è?

S.: Tradizione, condizionamento, sociologia, storia, cultura, famiglia, tutto.

K.: Ma dietro questo, cosa c’è?

S.: Dietro c’è l’uomo e ...

K.: No, no. Non teorizzi. Lo guardi in se stesso.

S.: Ecco, mi dà un posto, un’identità; allora io so chi sono, ho la mia nicchia.

K.: Chi ha creato quella nicchia?

S.: Beh, l’ho creata io, e loro mi hanno aiutato a crearla. Io sto collaborando proprio in questo ...

K.: Lei non sta collaborando. Lei lo è.

S.: Lo sono. Giusto. È giusto. E tutto tende a ... a mettermi in un angolo.

K.: Dunque, che cosa l’ha fatto? Il bisavolo ha creato questo ambiente, questa cultura, questa struttura d’esistenza umana, con tutta la sua infelicità, il suo conflitto ... che è la frammentazione.

S.: La stessa azione che adesso fa l’uomo.

K.: Esattamente. I babilonesi, gli egizi, adesso noi siamo esattamente gli stessi.

D. B.: Sì.

S.: Questo mi dà un’esistenza di seconda mano.

K.: Sì. Procediamo. Approfondiamo. Scopriamo perché l’uomo ha determinato questo stato. Che noi accettiamo ... mi seguite? Volentieri o no, gli apparteniamo. Io sono disposto a uccidere qualcuno perché è comunista o fascista, arabo o ebreo, protestante o cattolico, o quello che è.

S.: Beh, dovunque, i medici, gli avvocati ...

K.: Certo, certo. Lo stesso problema. È il desiderio di sicurezza? La sicurezza biologica, oltre che psicologica?

S.: Si direbbe di sì.

K.: Se io appartengo a qualcosa, a qualche organizzazione, a qualche gruppo, a qualche setta, a qualche comunità ideologica, sono al sicuro.

D. B.: Questo non è chiaro: può sentirsi al sicuro.

K.: Mi sento al sicuro. Ma può darsi che la sicurezza non ci sia.

D. B.: Sì. Ma perché non capisco che non sono veramente al sicuro?

K.: Approfondisca.

S.: Non capisco.

K.: Stia a sentire. Io entro a far parte di una comunità ...

S.: Giusto. Io sono un dottore.

K.: SI, lei è un dottore.

S.: Ho tutte queste idee ...

K.: Perché è un dottore e ha un posto speciale nella società.

S.: Giusto. Ho molte idee su come vanno le cose.

K.: Lei ha una posizione speciale nella società e perciò è completamente al sicuro.

S.: Giusto.

K.: Può esercitare male la sua professione, ma è protetto da altri dottori, da altre organizzazioni ... mi segue?

S.: Giusto.

K.: Si sente sicuro.

D. B.: È essenziale che io non scavi troppo a fondo per sentirmi sicuro, vero? In altre parole, devo arrestare la mia indagine a un certo punto. Se comincio a fare troppe domande ...

K.: ... allora è fuori! Se io comincio a fare domande sulla mia comunità e sul mio rapporto con quella comunità, il mio rapporto con il mondo, il mio rapporto con il prossimo, sono finito. Sono fuori dalla comunità. Sono perduto.

S.: È giusto.

K.: Quindi, per sentirmi sicuro, protetto, io appartengo a qualcosa.

S.: Dipendo da qualcosa.

K.: Dipendo da qualcosa.

D. B.: Dipendo interamente, nel senso che, se non ho questo, sento che tutto va a rotoli.

S.: Ecco, non soltanto dipendo da qualcosa, ma ogni problema che ho adesso si riferisce a questa dipendenza. Non so nulla del paziente, so solo in che modo il paziente non rientra nel mio sistema.

K.: Proprio così.

S.: Perché questo è il mio conflitto.

K.: Lui è la sua vittima.

S.: Esatto, è la mia vittima.

D. B.: Ecco, finché non faccio domande posso sentirmi a mio agio. Ma mi sento a disagio quando faccio domande, profondamente a disagio. Perché viene contestata tutta la mia situazione. Ma poi, se la considero in modo più ampio, vedo che l’intera cosa non ha fondamento ... è tutto pericoloso. La comunità stessa è confusa, e può crollare. Anche se non crolla interamente, non si può più contare sulla professione acca­demica, non danno più denaro alle università. Tutto cambia così rapidamente, che non si sa mai dove ci si ritrova. Quindi, perché dovrei continuare a non far domande?

K.: Perché non faccio domande? Per paura.

D. B.: Naturalmente. Dunque è questo il principio della frammentazione? La frammentazione avviene quando si cerca la sicurezza?

S.: Ma perché ...?

K.: Biologicamente e psicologicamente. In primo luogo psicologicamen­te, poi biologicamente.

S.: Giusto.

K.: Fisicamente.

D. B.: Ma la tendenza a cercare la sicurezza fisica non è innata nell’orga­nismo?

K.: Sì, è esatto. Lo è. Io ho bisogno di cibo, indumenti, e di un tetto. È assolutamente necessario.

S.: Giusto.

K.: E quando questo viene minacciato ... se, vivendo in Russia, io mettessi in discussione il sistema comunista, non sarei più una persona.

S.: Andiamo un po’ più adagio, a questo punto. Lei dice che, nel mio bisogno di sicurezza, biologicamente, devo avere qualche frammen­tazione.

K.: No, signore. Biologicamente, avviene la frammentazione, avviene l’insicurezza, quando psicologicamente voglio la sicurezza.

S.: D’accordo.

K.: Non so se mi spiego chiaramente. Aspetti un minuto. Ecco: se non appartengo psicologicamente a un gruppo, allora sono fuori dal gruppo stesso.

S.: E allora sono insicuro.

K.: Sono insicuro, e poiché il gruppo mi dà sicurezza, sicurezza fisica, accetto tutto quello che mi dà.

S.: Giusto.

K.: Ma nel momento in cui io obietto psicologicamente contro la struttura della società e della comunità, sono perduto. Questo è ovvio.

S.: Giusto.

D. B.: Sì.

S.: Vuol dire che l’insicurezza fondamentale in cui viviamo viene condizionata, e che la reazione a questo, – la risposta a questo, – è una frammentazione condizionata?

K.: In parte.

S.: E che il movimento di frammentazione è il condizionamento?

K.: Guardi: se non vi fosse frammentazione, storicamente, geograficamente, nazionalmente, vivremmo tutti perfettamente al sicuro. Sarem­mo tutti protetti, tutti avremmo cibo e case. Non vi sarebbero guerre, saremmo tutti una cosa sola. Lui è mio fratello, io sono lui. Lui è me. Ma questa frammentazione lo impedisce.

S.: Giusto. Quindi lei suggerisce ... suggerisce che dobbiamo aiutarci l’un l’altro?

K.: Ovviamente.

D. B.: Siamo in un circolo vizioso perché ...

K.: Sì, signore, voglio tornare su una cosa, e cioè: se non ci fossero nazionalità, gruppi ideologici e così via, avremmo tutto quello che vogliamo. E questo non può avvenire perché io sono un hindu, lei è un arabo, lui è un russo ... mi segue? Ci domandiamo: Perché avviene questa frammentazione? Qual è la sua fonte? È la conoscenza?

S.: Lei dice che è la conoscenza.

K.: È la conoscenza? Io ne sono sicuro, ma la sto ponendo come una domanda.

S.: Sicuramente lo sembra.

K.: No, no. Guardi a fondo. Accertiamolo.

S.: Cosa intende per conoscenza? Di cosa sta parlando esattamente?

K.: La parola “conoscere”. Io conosco lei? O l’ho conosciuto? Non posso mai dire di conoscerlo, intendo veramente; sarebbe un’abomina­zione dire: “Io lo conosco”. Io l’ho conosciuto. Ma lei nel frattem­po sta cambiando. In lei si operano molti cambiamenti.

S.: Giusto.

K.: Dire che lo conosco, significa che conosco il movimento che si opera in lei. Sarebbe impudenza da parte mia, dire che lo conosco.

S.: È esatto.

K.: Quindi conoscere è il passato. Lo ritiene anche lei?

D. B.: Sì, voglio dire che quel che conosciamo è il passato.

K.: La conoscenza è il passato.

D. B.: Il pericolo è che la chiamiamo presente. Il pericolo è che chiamiamo presente la conoscenza.

K.: Proprio così.

D. B.: In altre parole, se diciamo che il passato è il passato, non direbbe che non deve necessariamente frammentarsi?

K.: Come, signore?

D. B.: Se dicessimo ... se riconoscessimo, ammettessimo che il passato è passato, è andato, e che quindi ciò che conosciamo è il passato, allora non introdurremmo la frammentazione.

K.: No, è esatto.

D. B.: Ma se diciamo che ciò che conosciamo è il presente, allora introdu­ciamo la frammentazione.

K.: Giustissimo.

D. B.: Perché imponiamo sul tutto questa conoscenza parziale.

K.: Signore, vuol dire che la conoscenza è uno dei fattori della frammentazione? È una pillola molto grossa da ingoiare!

D. B.: E vi sono anche molti altri fattori.

K.: Sì. Ma quello può essere l’unico fattore!

D. B.: Credo che dovremmo vederla così: la gente, attraverso la conoscen­za, spera di vincere la frammentazione.

K.: Certo.

D. B.: Per produrre un sistema di conoscenza che metterà tutto insieme.

K.: Non è questo uno dei fattori principali, forse l’unico fattore della frammentazione? La mia esperienza mi dice che io sono un hindu, la mia esperienza mi dice che io so cos’è dio.

D. B.: Non faremmo meglio a dire che la confusione sulla totalità della conoscenza è causata dalla frammentazione?

K.: È quel che stavamo dicendo l’altro giorno ... l’arte consiste nel mettere le cose al loro posto. Perciò metterò la conoscenza al suo posto.

D. B.: Sì, per non creare confusione.

K.: Certo.

S.: Lei sa che stavo per leggerle questo esempio piuttosto interessante di una mia paziente che mi stava insegnando qualcosa, l’altro giorno. Ha detto: “Ho l’impressione che il modo in cui agite voi dottori è dovuto al fatto che avete certi tipi di pazienti, e se fate loro una certa cosa, ottenete un certo tipo di effetto. Lei, in realtà, non sta parlando con me; mi sta facendo questo, sperando di ottenere un dato ri­sultato”.

K.: Giusto.

S.: quel che lei sta dicendo.

K.: No, un po’ di più, signore. Stiamo dicendo, io e il dottor Bohm, stiamo dicendo che la conoscenza ha il suo posto.

S.: Approfondiamo.

K.: Come guidare una macchina, imparare una lingua e così via.

D. B.: Se io guido una macchina usando la conoscenza, non è frammenta­zione.

K.: No, ma quando la conoscenza viene usata psicologicamente ...

D. B.: Bisogna vedere chiaramente qual è la differenza. La macchina in se stessa – come la vedo io – è una parte, una parte limitata che può venire maneggiata per mezzo della conoscenza.

S.: È una parte limitata della vita.

D. B.: Della vita, sì. Quando noi diciamo: io sono questo e questo, mi riferisco a tutto me stesso. Perciò io applico la parte al tutto. Cerco di assorbire il tutto per mezzo della parte.

K.: Quando la conoscenza presume di comprendere il tutto ...

D. B.: Ma spesso è molto difficile, perché io non sto affermando esplicitamente di comprendere il tutto; ma è implicito quando dico che io sono così, o che tutto è così.

K.: Giusto, giusto.

D. B.: Implica che il tutto è così, vede. Tutto me stesso, tutta la vita, tutto il mondo.

S.: Come Krishnaji diceva che non si conosce mai una persona ... è così che facciamo con noi stessi. Diciamo “io conosco questo e quello sul mio conto”, invece di aprirci all’uomo nuovo. O di renderci conto della frammentazione.

D. B.: Se sto parlando di lei, allora non devo dire che conosco tutto, perché lei non è una parte limitata, come una macchina. Vede, la macchina è molto limitata, e si può sapere tutto quello che la riguarda, o almeno quasi tutto. Qualche volta si rompe.

K.: Giusto. Giusto.

D. B.: Ma quando si tratta di un’altra persona, è immensamente al di là di quel che si può veramente conoscere. L’esperienza passata non ci dice l’essenza.

K.: Sta dicendo, dottor Bohm, che quando la conoscenza trabocca nel campo psicologico ...?

D. B.: Beh, anche in un altro campo, che io chiamo il tutto in generale. Talvolta trabocca nel campo filosofico, e allora tenta di renderlo me­tafisico, l’intero universo.

K.: Questo è puramente teorico, e non ha significato per me personalmente.

D. B.: Voglio dire che certuni pensano che, quando discutono la metafisica dell’intero universo, non è psicologia. Probabilmente lo è; ma certuni pensano di costruire una teoria dell’universo, non di discutere di psicologia. È solo una questione di linguaggio.

K.: Linguaggio, esatto.

S.: Ecco, vede, quello che sta dicendo può venire esteso alle persone. Hanno una metafisica, riguardo agli altri. Io so che non ci si deve fidare di tutti gli altri.

K.: Certamente.

D. B.: Lei ha una metafisica di se stesso, quando dice “Io sono così e così”.

S.: Giusto. Io ho una metafisica secondo cui la vita non ha speranze e devo dipendere da queste cose.

K.: No, lei può vedere solo che siamo frammentati. Questo è un fatto. E io sono consapevole di queste frammentazioni: c’è una consapevolezza della mente frammentata a causa del conflitto.

S.: È giusto.

D. B.: Prima stava dicendo che dobbiamo avere un “approach” in cui non siamo consapevoli della mente frammentata a causa del conflitto.

K.: Sì, è giusto.

D. B.: Ci stiamo arrivando?

K.: SI, ci stiamo arrivando. Qual è la fonte del conflitto? La fonte è la frammentazione, ovviamente. Cosa determina la frammentazione? Quale è la causa? Che cosa c’è dietro? Abbiamo detto che forse è la conoscenza.

S.: La conoscenza.

K.: La conoscenza. Psicologicamente, io uso la conoscenza; credo di conoscere me stesso, quando in realtà non mi conosco, perché sto cambiando. Oppure uso la conoscenza per mia soddisfazione ... per la mia posizione, per il mio successo, per diventare un uomo importante. Sono un grande erudito, diciamo. Ho letto un milione di libri. Questo mi dà una posizione, prestigio. Ecco, dunque: la frammentazione av­viene quando c’è un desiderio di sicurezza psicologica, che impedisce la sicurezza biologica?

S.: Giusto.

K.: Lei dice che è giusto. Perciò, la sicurezza può essere uno dei fattori. La sicurezza nella conoscenza, usata nel modo sbagliato.

D. B.: Oppure si potrebbe dire che è stato commesso un errore, che l’uomo si sente insicuro biologicamente, e pensa “Che cosa devo fare?”, e commette un errore, nel senso che tenta di ottenere un senso di sicurezza psicologico ... per mezzo della conoscenza?

K.: Per mezzo della conoscenza, sì.

S.: Per mezzo della conoscenza, sì. Ripetendosi, dipendendo da tutte queste strutture.

K.: Uno si sente sicuro perché ha un ideale.

S.: Giusto. È verissimo.

D. B.: Ma qualcuno domanda perché la persona commette questo errore. In altre parole, se il pensiero ... se la mente fosse stata assolutamente chiara, non l’avrebbe mai fatto.

S.: Se la mente fosse stata assolutamente chiara ... ma abbiamo appena detto che c’è l’insicurezza biologica. Questo è un fatto.

D. B.: Ma ciò non significa che lei debba illudersi.

K.: Giustissimo. Vada avanti.

.S.: C’è quel fatto biologico della mia incertezza costante. Il fatto biologico del cambiamento costante.



K.: Questo viene creato attraverso la frammentazione psicologica.

S.: La mia incertezza biologica?

K.: Naturalmente. Posso perdere il mio posto di lavoro, domani posso trovarmi senza denaro.

D. B.: Vediamo un po’ meglio. Domani posso trovarmi senza denaro. Vede, può essere un fatto, ma adesso l’interrogativo è: Cosa direbbe un uomo se avesse la mente chiara, quale sarebbe la sua reazione?

K.: Non si metterebbe mai in quella posizione.

S.: Non farebbe quella domanda.

D. B.: Ma supponiamo che si trovi senza denaro.

K.: Farebbe qualcosa.

D. B.: La sua mente non andrebbe a pezzi.

S.: Non sarà necessario che abbia tutto il denaro che crede di dover avere.

D. B.: A parte questo, non finirà in questo pozzo di confusione.

K.: No, assolutamente.

S.: Nel 99 per cento dei casi il problema, lo riconosco, è che tutti noi pensiamo di aver bisogno di questo ideale più di ciò che dovremmo avere.

K.: No, signore. Stiamo cercando di attenerci a un punto. Qual è la causa di questa frammentazione?

S.: Giusto.

K.: Abbiamo detto che la conoscenza trabocca nel campo dove non dovrebbe entrare.

D. B.: Ma perché avviene questo?

K.: Perché avviene questo? È abbastanza semplice.

S.: La mia impressione, in base a ciò che abbiamo detto, è che questo avvenga nell’illusione della sicurezza. Il pensiero crea l’illusione che vi sia sicurezza.

D. B.: Sì, ma perché l’intelligenza non dimostra che la sicurezza non c’è?

S.: Perché l’intelligenza non lo dimostra?

K.: Una mente frammentata può essere intelligente?

S.: No.

D. B.: Ecco, resiste all’intelligenza.

K.: Può simulare di essere intelligente.

D. B.: Sì. Ma sta dicendo che quando la mente si frammenta, l’intelligenza sparisce?

K.: Sì.

D. B.: Ma adesso sta esaminando questo problema. E sta anche dicendo che può esservi una fine della frammentazione.

K.: È esatto.

D. B.: Sembrerebbe una contraddizione.

K.: Sembra, ma non lo è.

S.: Tutto ciò che conosco è la frammentazione.

K.: Quindi ...

S.: È tutto quello che ho.

K.: Insistiamo e dimostriamo che può finire. Proceda.

D. B.: Ma se dice che l’intelligenza non può operare quando la mente è frammentata ...

K.: La sicurezza psicologica è più importante della sicurezza biologica?

S.: È una domanda interessante.

K.: Vada avanti.

S.: Abbiamo condensato una cosa ...

K.: No, lo sto chiedendo. Non si allontani dalla domanda. Sto chiedendo: la sicurezza psicologica è più importante della sicurezza biologica, della sicurezza fisica?

S.: Non lo è, ma sembra che lo sia.

K.: No, non si allontani. Sto facendo una domanda. La segua. Per lei lo è?

S.: Direi di sì, psicologicamente sembra ...

D. B.: Che sia vero?

S.: Vero realmente, no. È più importante la sicurezza biologica.

K.: Biologica? Ne è sicuro?

S.: No. Credo che quel che mi preoccupa di più sia la sicurezza psicologica.

K.: La sicurezza psicologica.

S.: È questa che mi preoccupa soprattutto.

K.: Il che impedisce la sicurezza biologica.

S.: Giusto. Adesso ci sono arrivato.

K.: No, no. Poiché io cerco la sicurezza psicologica nelle idee, nella conoscenza, nelle immagini, nella confusione, questo mi impedisce di avere la sicurezza biologica, fisica ... per me, per i miei figli, per i miei fratelli. Non posso averla. Perché la sicurezza psicologica dice che io sono un hindu, un qualcuno in un angoletto.

S.: Senza dubbio. Ritengo che psicologicamente ...

K.: Quindi, possiamo essere liberi dal desiderio di essere psicologicamen­te sicuri?

.S.: Infatti. L’interrogativo è questo.



K.: Naturalmente.

S.: È il nocciolo della questione, giusto.

K.: Ieri sera ho ascoltato certi signori che discutevano in televisione ... il presidente di questo, il non so che di quest’altro, e parlavano dell’Ir­landa e di varie altre cose. Ognuno era completamente convinto di quel che stava dicendo.

S.: È giusto. Tutte le settimane partecipo a riunioni. Ognuno ritiene che la sua categoria sia la più importante.

K.: Quindi l’uomo ha attribuito maggiore importanza alla sicurezza psi­cologica che alla sicurezza biologica, fisica.

D. B.: Ma non è chiaro perché debba illudersi in questo modo.

K.: Si illude perché ... perché?

S.: Immagini, potere.

K.: No, signore, è qualcosa di molto più profondo. Perché ha attribuito importanza alla sicurezza psicologica?

S.: Sembriamo convinti che la vera sicurezza sia quella.

K.: No. Approfondisca. La cosa più importante è l’io.

S.: Giusto. È la stessa cosa.

K.: No, l’io. La mia posizione, la mia felicità, il mio denaro, casa mia, mia moglie ... me.

D. B.: Me. Sì. E non è che ogni individuo ritiene d’essere l’essenza del tutto? L’io è l’essenza stessa del tutto. Se l’io sparisse, avrei la sensazione che il resto non significa nulla.

K.: Questo è il punto. L’io mi dà sicurezza completa, psicologi­camente.

D. B.: Sembra la cosa più importante. Certo.

S.: La più importante.

D. B.: Sì, c’è un detto: Se io sono triste, allora il mondo intero non ha significato ... giusto?

S.: Non è soltanto questo; io sono triste se l’io è la cosa più importante.

K.: No. Stiamo dicendo che la sicurezza più grande è nell’io.

S.: Giusto. È ciò che pensiamo.

K.: No, non lo pensiamo. È così.

D. B.: Perché dice che è così?

K.: È ciò che sta accadendo nel mondo.

D. B.: È ciò che sta accadendo. Ma è un’illusione.

K.: A questo arriveremo poi.

S.: Credo che sia esatto. È così; l’io – mi piace questo modo di arrivarci – l’io è ciò che conta. E tutto quel che c’è.

K.: Psicologicamente.

S.: Psicologicamente.

K.: Me, il mio paese, il mio dio, la mia casa.

S.: Abbiamo capito ciò che intende dire.



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