Jiddu Krishnamurti



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Jiddu Krishnamurti
Può cambiare l’umanità?
dialogo con i buddhisti

Titolo originale dell’opera: CAN HUMANITY CHANGE?

(Shambhala Publications, Inc., Boston)

Traduzione di LETIZIA BAGLIONI



© 2003, Krishnamurti Foundation Trust Ltd., London

© 2003, Casa Editrice Astrolabio Ubaldini Editore, Roma

Ubaldini Editore Roma


Indice

Introduzione ­– a cura di David Skitt 1

Può cambiare l’umanità? 3

Parte prima 3

Non sta dicendo le stesse cose che ha detto il Buddha? 3

Esiste uno stato mentale libero dal “sé”? 17

Libero arbitrio, azione, amore. L’identificazione e il “sé” 30

Che cos’è la verità? 51

La vita dopo la morte 66



Parte seconda 86

Perché non cambiamo? 86

L’aspettativa di un risultato 86

L’amore dell’illuminazione 86

Vedere il proprio condizionamento 88

Il disordine e il cuore 93

La negazione di “ciò che è” 100

La regola della paura e del desiderio 102

La necessità non ci cambia 108

La distruttività dell’attaccamento 110

“Dovrei pare altro” 111

Come ascoltiamo? 112



Appendice 113

Fonti 113



Introduzione ­– a cura di David Skitt


Quello che sta accadendo nel mondo mette forse in luce il bisogno di un cambiamento radicale della coscienza umana? Ed è possibile un cambiamento del genere? È una questione che si ritrova al cuore tanto dell’inse­gnamento di Krishnamurti che di quello del Buddha.

Nel corso degli anni 1978 e 1979, Walpola Rahula, illustre studioso buddhista, si reca a Brockwood Park, in Inghilterra, per porre a Krishnamurti alcune domande sti­molate dalla lettura dei suoi libri. Futuro rettore dell’Università di studi buddhisti e pali dello Sri Lanka, Walpola Rahula era considerato un’auto­rità su entrambe le scuole buddhiste del Theravada e del Mahayana. Aveva insegnato nelle università di vari paesi e aveva redatto la voce dell’Enciclo­pedia Britannica relativa al Buddha. Era inoltre autore di una nota introdu­zione al buddhismo, tradotta in svariate lingue, dal titolo “What the Buddha Taught”. [1]. Lo accompagna in questi incontri Irmgard Schlocgl, nota inse­gnante di buddhismo zen che aveva diretto per alcuni anni la biblioteca della Buddhist Society di Londra.

Quasi tutte le conversazioni, a cui partecipano insieme ad altri anche il fi­sico David Bohm e lo scienziato e saggista Phiroz Mehta, si aprono con Wal­pola Rahula che solleva un tema di importanza cruciale in merito al cambiamento radicale da attuarsi rispetto al modo consueto di vedere noi stessi, gli altri, la vita e la morte. La natura dell’identità personale, l’esistenza di una verità relativa e una verità ultima, la distinzione fra visione profonda e com­prensione intellettuale sono tutti argomenti rispetto ai quali lo studioso so­stiene una sostanziale affinità fra l’insegnamento del Buddha e quello di Kri­shnamurti.

Rahula inoltre spiega a Krishnamurti che ­– a suo modo di vedere – l’insegnamento originale del Buddha è stato ampiamente frainteso e mal in­terpretato, in particolare per quanto riguarda la natura della meditazione e quella forma di meditazione nota come satipattha, o “presenza mentale”.

Inevitabilmente, tuttavia, invece di entrare nel merito se la posizione di Walpola Rahula sia giusta o sbagliata, Krishnamurti sposta il dibattito su un terreno completamente diverso. Perché, domanda, paragonare? Che valore hanno paragoni del genere? Perché chiamare in causa il Buddha in una conversazione fra loro due? Con cortesia, e con tocco leggero, Krishnamur­ti sfida Walpola Rahula a dichiarare se sta partecipando alla conversazione in qualità di buddhista o di essere umano, se ritiene che l’umanità stia pro­gredendo psicologicamente sotto qualche aspetto, che significato dà alla pa­rola “amore”.

Rahula, tuttavia, continua nella maggior parte di queste conversazioni a tracciare paralleli fra ciò che ha detto il Buddha e ciò che dice Krishnamur­ti, cosicché un lettore interessato a questo tema troverà materiale di sua pertinenza. Ma l’incontro si svolge anche su un piano completamente diverso. A più riprese, dopo aver descritto ad esempio il ruolo del pensiero nella creazione del “sé”, Krishnamurti domanda a Rahula e agli altri parteci­panti: lo vedete? La parola “vedere” è evidenziata non a caso, perché il vedere di cui si parla allude chiaramente a un’osservazione di tale chiarezza e profondità che la coscienza e l’agire a un tempo ne risultino radicalmente trasformati.

Vale anche la pena notare che Krishnamurti va esponendo il suo ragionamento servendosi di una serie di domande che in qualche caso chiedono che l’interlocutore le lasci agire dentro di “sé”, piuttosto che fornire una risposta; una distinzione che non sempre riesce loro facile.

Tutto ciò sposta il dibattito su un argomento familiare a tutti noi, almeno in parte: quello della comprensione verbale in opposizione a una compren­sione tanto profonda da modificare il nostro comportamento. Saranno ben pochi quelli di noi che dopo aver agito in un certo modo non si sono mai detti: “Capisco perché l’ho fatto, e non avrei dovuto farlo”; ma che subito dopo ricadono esattamente nello stesso comportamento. “Non avrei dovu­to risentirmi per quella critica”; “Non avrei dovuto perdere la pazienza”; “Mi sarei potuto risparmiare quel commento, è del tutto improduttivo”. In casi del genere si può essere in grado di articolare con grande lucidità i mo­tivi per cui abbiamo fatto quello che abbiamo fatto e perché non andava fatto, per poi trovarsi a rifare precisamente la stessa cosa. In altre parole, la nostra comprensione era puramente verbale, o intellettuale, priva di ciò che potremmo definire intelligenza radicale, e certamente diversa da quello che intendiamo quando diciamo: “Ora sì che capisco davvero”.

Quindi, cosa produce il cambiamento profondo in un essere umano? Un cambiamento che dia luogo a una consapevolezza in continuo dispiegamen­to? È la domanda che attraversa questa serie di conversazioni. Ripetutamente Walpola Rahula dice tutte le parole giuste, e Krishnamurti non nega che il suo interlocutore buddhista possa realmente vedere la verità a cui si riferiscono. Nondimeno, egli lo sprona ad andare più a fondo e spiegare come nasca questo vedere, a discutere la natura e la qualità di una mente dot­ata di una chiarezza di questo tipo. In ciò sta la vera sostanza dell’incontro.

Il presente volume consiste in massima parte di quelle cinque conversa­zioni. Tuttavia, dato che il tema centrale sono gli impedimenti a un sostan­ziale cambiamento percettivo, comprende anche un capitolo finale dedicato alle domande di chi, dopo aver ascoltato Krishnamurti, ritiene di non essere cambiato e gli chiede di renderne conto. Le risposte diverse, e a volte energiche, che egli offre potranno risultare interessanti tanto al lettore buddhista che allo studioso di Krishnamurti, nonché ai lettori che non rientrano in nessuna delle due categorie.

Che conclusioni si possono trarre da questo incontro? È una di quelle domande la cui natura esige che la risposta, se c’è, sia interamente lasciata al lettore.

David Skitt





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