Jiddu Krishnamurti



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Jiddu Krishnamurti

Sul rapporto


Titolo originale dell’opera ON RELATIONSHIP

(Victor Gollancz LTD, London)

Traduzione di GIAMPAOLO FIORENTINI

© 1992, Krishnamurti Foundation Trust Limited and Krishnamurti Foundation of America

© 2000, Casa Editrice Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma

Indice

Sul rapporto 1

Prefazione 2

Ojai, 16 giugno 1940 2

Saanen, 31 luglio 1981 4

Bangalore, 15 agosto 1948 7

Ojai, 17 luglio 1949 9

Rajabmundry, 4 dicembre 1949 11

Colombo, 25 dicembre 1949 13

Colombo, 28 dicembre 1949 14

Colombo, 1 gennaio 1950 16

Colombo, 8 gennaio 1950 18

Colombo, 22 gennaio 1950 – Conferenza pubblica 20

Colombo, 22 gennaio 1950 – Dscorso radiofonico 21

Bombay, 9 marzo 1955 23

Colombo, 13 gennaio 1957 25

Londra, 18 maggio 1961 26

Madras, 9 gennaio 1966 27

Rishi Valley, 8 novembre 1967 32

Claremont College, California, 17 novembre 1968 35

Rishi Valley, 28 gennaio 1971 – da “Tradizione e rivoluzione” 36

San Francisco, 10 marzo 1973 42

Saanen, 1 agosto 1973 45

Saanen, 2 agosto 1973 46

Broockwood Park, 8 settembre 1973 49

Saanen, 25 luglio 1974 49

Brockwood Park, 30 maggio 1976 – Dialogo con gli studenti e gli insegnanti 52

Saanen, 20 luglio 1976 58

Saanen; 31 luglio 1977 65

Ojai, 21 aprile 1979 66

Brockwood Park, 2 settembre 1979 67

Bombay, 25 gennaio 1981 68

Bombay, 24 gennaio 1982 – “Conformismo e libertà” – da “Commentaries on living, Second Series” 73

Fonti 77



Il problema non è il mondo, ma voi in rapporto a un altro. Questo crea un problema e questo problema, estendendosi, diventa il problema del mondo.

Colombo, 25 dicembre 1949


Prefazione


Jiddu Krishnamurti è nato in India nel 1895 e, all’età di tredici anni, venne accolto nella Theosophical Society, che lo considerò il veicolo di quel “maestro del mondo” del quale essa stava annuncian­do l’avvento. Ben presto Krishnamurti doveva dimostrarsi un mae­stro efficace, senza compromessi e difficilmente classificabile; i suoi discorsi e i suoi scritti non erano collegati a nessuna religione in par­ticolare e non appartenevano né all’Oriente né all’Occidente, ma erano rivolti al mondo intero. Rifiutandosi fermamente di apparire come un messia, nel 1929 Krishnamurti sciolse con una decisione sofferta la grande e ricca organizzazione che gli avevano costruito attorno e dichiarò che la verità è “una terra senza sentieri” che non può essere affrontata da nessuna religione, filosofia o setta costituita.

Per il resto della vita rifiutò insistentemente lo status di guru che gli altri cercavano di attribuirgli. Continuò ad attrarre ampie cerchie di persone in tutto il mondo, ma non reclamò alcuna autorità, non volle discepoli e parlò sempre da individuo a individuo. Al cuore del suo insegnamento sta l’aver compreso che i camhiamentí fondamen­tali nella società possono derivare soltanto dalla trasformazione della coscienza individuale. Ciò che è messo costantemente in rilievo è la necessità di conoscere se stessi e la comprensione degli influssi li­mitanti e settari dei condizionamenti religiosi e nazionalistici. Krish­namurti indicò sempre l’urgente bisogno di rimanere aperti a quel “vasto spazio del cervello in cui c’è un’energia inimmaginabile”. Questa sembra essere stata la fonte della sua creatività e la chiave di volta del suo impatto catalizzante su un gran numero di persone tanto diverse tra loro.

Krishnamurti continuò a parlare in tutto il mondo fino alla mor­te, avvenuta nel 1986 all’età di novant’anni. I suoi discorsi e dialo­ghi, i diari e le lettere, sono stati raccolti in più di sessanta volumi. Questa nuova collana di libri dedicati ciascuno a un singolo tema è stata tratta da questo vasto corpo di insegnamenti. Ogni libro della collana punta su un argomento che ha particolare rilevanza e urgen­za nella nostra vita quotidiana.

Ojai, 16 giugno 1940


Per la maggior parte di noi, il rapporto con un altro è basato sulla dipendenza, economica o psicologica. Questa dipendenza crea paura, genera in noi possessività e produce come conseguenza attri­to, sospetto e frustrazione. La dipendenza economica da un altro si può forse eliminare con le leggi e un’apposita struttura, ma io mi ri­ferisco soprattutto alla dipendenza psicologica dall’altro, che è il ri­sultato della bramosia di soddisfazione, felicità personale, e così via. In questo rapporto possessivo ci sentiamo arricchiti, creativi e attivi; sentiamo la nostra piccola fiammella vitale accresciuta dall’altro. Per non perdere questa fonte di completezza, abbiamo paura di perdere l’altro: e così nascono le paure possessive, con tutti i pro­blemi che ne derivano. In questo rapporto di dipendenza psicologica c’è sempre paura, conscia o inconscia, c’è sospetto, spesso nascosto dietro parole dal tono dolce. La reazione a questa paura porta sempre a cercare sicurezza e arricchimento attraverso canali diversi, oppure a isolarsi nelle idee e negli ideali, o a cercare soddisfazioni sostitutive.

Anche se siamo dipendenti dall’altro, c’è comunque il desiderio di essere integri, di essere interi. il complesso problema dei rapporti è come amare senza dipendenza, senza attrito e conflitto; come su­perare il desiderio di isolarci, di ritirarci dalla causa del conflitto. Se per la nostra felicità dipendiamo da un altro, dalla società o dall’am­biente, essi ci diventano indispensabili; ci aggrappiamo a essi, e ci opponiamo violentemente a qualunque loro cambiamento perché dipendiamo da essi per quanto riguarda la nostra sicurezza e il no­stro benessere psicologico. Anche se intellettualmente capiamo che la vita è un processo in continuo fluire, un cambiamento che richie­de mutazioni continue, emotivamente o sentimentalmente ci aggrap­piamo alla sicurezza dei valori istituiti: di qui la continua battaglia tra il cambiamento e il desiderio di permanenza. È possibile mettere fine a questo conflitto?

La vita non può esistere senza rapporti, ma fondandoli sull’amore privato e possessivo li abbiamo resi angosciosi e odiosi. Si può amare senza possedere? Troverete la vera risposta non nella fuga, negli ideali e nei credi, ma attraverso la comprensione delle cause della dipendenza e della possessività. Se riusciremo a comprendere in profondità il problema del rapporto tra noi stessi e l’altro, forse comprenderemo e risolveremo i problemi del nostro rapporto con la società, perché la società non è che un’estensione di noi stessi. L’am­biente che chiamiamo società è stato creato dalle passate generazio­ni, e lo accettiamo perché ci serve per conservare la nostra avidità, possessività e illusione. In questa illusione non vi possono essere unità e pace. L’unione economica imposta con la costrizione e le leg­gi non può mettere fine alle guerre. Finché non avremo compreso i rapporti individuali, non potremo avere una società in pace. Poiché i nostri rapporti sono fondati sull’amore possessivo, dobbiamo di­ventare consapevoli, dentro di noi, della sua origine, delle sue cause e dei suoi funzionamenti. Diventando profondamente consapevoli del processo della possessività, con la sua violenza, paure e reazioni, lo comprenderemo in modo globale, completo. Solo questa com­prensione libera il pensiero dalla dipendenza e dalla possessività. È in noi stessi che possiamo trovare l’armonia nei rapporti, non in un altro e neppure nell’ambiente.

Nei rapporti, la prima causa dell’attrito siamo noi stessi, l’io che costituisce il centro dell’avidità consolidata. Se solo riuscissimo a capire che la cosa di primaria importanza non è come agisce l’altro, ma come agisce e reagisce ciascuno di noi, e se l’azione e la reazione fossero profondamente, completamente comprese, allora i rapporti subirebbero un cambiamento profondo e radicale. Nel rapporto con un altro non c’è solo il problema fisico, ma anche quello del pensie­ro e del sentimento a tutti i livelli, e possiamo essere armonici con l’altro solo se siamo completamente armonici in noi stessi. Nel rapporto, la cosa importante da tenere a mente non è l’altro, ma noi stessi; il che non significa isolarsi, ma comprendere profondamente dentro di sé la causa del conflitto e del dolore. Finché dipenderemo intellettualmente o emotivamente da un altro per il nostro benessere psicologico, questa dipendenza creerà inevitabilmente paura, dalla quale nasce il dolore.

Per comprendere la complessità dei rapporti occorrono una profonda pazienza e serietà. Il rapporto è un processo di svelamento di sé in cui si scoprono le cause nascoste del dolore. Questo autosvelamento può avvenire soltanto nel rapporto.

Metto l’accento sui rapporti perché, se ne vediamo a fondo la complessità, creiamo una comprensione, una comprensione che trascende la ragione e l’emozione. Se fondiamo la nostra comprensione soltanto sulla ragione creiamo isolamento e orgoglio, e non vi met­tiamo amore; se fondiamo la nostra comprensione soltanto sull’emo­zione, ci mancherà la profondità, sarà solo sentimentalismo che presto svaporerà, e non amore. Solo da questa comprensione può sca­turire la totalità dell’azione. È una comprensione impersonale, che niente può distruggere. Non è più sotto il dominio del tempo. Se non sappiamo sviluppare la comprensione a partire dai nostri pro­blemi quotidiani di avidità e di rapporto, cercare la comprensione e l’amore in altri livelli di coscienza significa vivere nell’ignoranza e nell’illusione.

Coltivare semplicemente la gentilezza e la generosità senza comprendere a fondo il processo dell’avidità, vuol dire perpetuare l’i­gnoranza e la crudeltà. Coltivare semplicemente la compassione e il perdono senza comprendere a fondo i rapporti, vuol dire isolarsi e indulgere in forme sottili di orgoglio. La compassione e il perdono stanno nella comprensione totale dell’avidità. Le virtù coltivate non sono virtù. Questa comprensione richiede una consapevolezza attenta e continua, un’energia molto flessibile. Il semplice controllo, e il suo esercizio, presenta dei pericoli perché è unilaterale, parziale e quindi superficiale. L’interesse ha invece una sua naturale, sponta­nea concentrazione nella quale fiorisce la comprensione. Tale inte­resse viene risvegliato osservando e indagando le azioni e le reazioni della vita di tutti i giorni.

Per comprendere il complesso problema della vita, con i suoi conflitti e le sue sofferenze, occorre applicare una comprensione totale. E possiamo farlo solo comprendendo in profondità il processo del desiderio che è la forza centrale della nostra vita.



Domanda: Quando parla di autosvelamento, intende lo svelamento di sé a se stessi o agli altri?

Krishnamurti: Spesso ci mostriamo agli altri, ma che cos’è più importante: vederci come siamo, o farci vedere dagli altri? Ho cercato di spiegare che, se siamo disposti, qualunque rapporto diventa uno specchio in cui vedere con chiarezza quello che è diritto e quello che è storto. Fornisce la messa a fuoco necessaria per vedere con preci­sione; ma, come ho già spiegato, se siamo accecati dai pregiudizi, dalle opinioni e dalle credenze, non riusciremo a vedere chiaramen­te, senza distorsioni, per quanto intenso possa essere il rapporto. Al­lora il rapporto non è più un processo di autosvelamento.

La nostra prima riflessione deve essere questa: che cosa ci impe­disce di vedere chiaramente? Non riusciamo a vedere perché le opi­nioni su noi stessi, le nostre paure, ideali, credenze, speranze e tradi­zioni fungono tutti da veli. Senza comprendere le cause di quelle di­storsioni, ci teniamo stretti a ciò che vediamo o cerchiamo di alterarlo, creando ulteriori resistenze e ulteriore dolore. Il nostro interesse principale non deve essere aderire a ciò che vediamo e neppure alte­rarlo, ma diventare consapevoli delle svariate cause che producono questa distorsione. Alcuni potrebbero dire di non aver tempo per diventare consapevoli, di avere troppi impegni, e così via, ma non è una questione di tempo, è una questione di interesse. In ognuno dei nostri impegni può esserci l’inizio della consapevolezza. Pretendere risultati immediati significa annullare la possibilità della compren­sione totale.





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