Jiddu Krishnamurti



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14 - Paura della morte


Sulla terra rossa di fronte alla casa c’era una distesa di campanule dai cuori dorati: avevano grandi petali color malva e un profumo delicato. Sarebbero state spazzate via durante il giorno, ma nell’oscurità della notte ricoprivano la terra rossa. Il rampicante era robusto, con le foglie seghettate che brillavano nella mattinata di sole. Alcuni bambini camminarono noncuranti sui fiori, e un uomo che stava salendo precipitosamente in macchina nemmeno li notò; un passante ne raccolse uno, lo annusò, e se lo portò via, per buttarlo subito dopo; una donna, che doveva essere a servizio, uscì dalla casa, raccolse un fiore e se lo mise fra i capelli. Quant’erano belli quei fiori, e quanto velocemente stavano appassendo sotto il sole!
«Sono sempre stata ossessionata da un qualche tipo di paura. Da bambina ero molto timida, chiusa e sensibile, e ora ho paura della vecchiaia e della morte. So bene che tutti dobbiamo morire, ma nessun tipo di razionalizzazione sembra in grado di sedare questa mia paura. Mi sono avvicinata alla Società di ricerche sul paranormale, ho partecipato ad alcune sedute spiritiche, e ho letto ciò che i grandi maestri hanno detto sulla morte; ma la paura è ancora lì. Ho anche tentato la strada della psicanalisi, ma anche qui senza successo. Questa paura è diventata ormai un problema per me: mi sveglio nel cuore della notte in seguito a sogni spaventosi, e tutti sono in un modo o nell’altro connessi con la morte. Sono spaventata in maniera non comune dalla violenza e dalla morte; la guerra è stata un mio incubo ricorrente, e ora incomincio a sentirmi veramente molto turbata. Non si tratta ancora di una nevrosi, ma sento che potrebbe diventarlo. Ho fatto tutto ciò che ho potuto per tenere questa paura sotto controllo; ho cercato di sfuggirla, ma al termine della mia fuga non riesco mai a scuotermela di dosso. Ho partecipato ad alcune stupide conferenze sulla reincarnazione, e si può dire che ho studiacchiato la letteratura induista e buddhista sull’argomento, ma tutto questo non è stato abbastanza, non per me. Non ho paura della morte in maniera semplicemente superficiale, la mia è una paura molto profonda.»

Come affronti il futuro, il domani, la morte? Stai cercando di trovarne la verità, o stai cercando rassicurazione, un’asserzione gratificante di continuità o di annichilimento? Vuoi la verità o una risposta consolante?

«Se la metti in questo modo, non riesco veramente a capire di che cosa ho paura; ma la paura è sempre lì ed è pressante, opprimente.»

Qual è il tuo problema? Vuoi essere libera dalla paura, o stai cercando la verità riguardo alla morte?

«Cosa intendi con «verità riguardo alla morte»?»

La morte è un fatto inevitabile, fai pure ciò che vuoi, ma è irrevocabile, definitiva e vera. Vuoi conoscere la verità di ciò che c’è oltre la morte?

«Quello che ho studiato e le poche materializzazioni a cui ho assistito durante le sedute spiritiche sembrano indicare una certa continuità dopo la morte. Il pensiero in qualche modo continua, e questo l’hai affermato anche tu: come la trasmissione di canzoni, parole e immagini richiede dall’altra parte la presenza di un ricevitore, così anche il pensiero che continua dopo la morte ha bisogno di uno strumento attraverso il quale si possa esprimere. Lo strumento può essere un medium, oppure il pensiero si può materializzare in altri modi. Ciò per me è molto chiaro e può anche essere sperimentato e compreso; ma anche se ho studiato l’argomento molto a fondo, dentro di me vive ancora un’imperscrutabile paura che io penso sia decisamente connessa con la morte.»

La morte è inevitabile: la continuità può essere conclusa, o può essere nutrita e mantenuta, poiché ciò che ha continuità non può mai rinnovarsi, non può mai comprendere l’inconoscibile. La continuità è durata, e ciò che dura per sempre non è l’infinito, l’eterno: attraverso il tempo e la durata, l’eternità non è. Affinché il nuovo sia, è necessaria una conclusione; il nuovo non appartiene alla continuità del pensiero, perché il pensiero è movimento continuo nel tempo; e questo movimento non può includere dentro di sé uno stato d’essere che non appartenga al tempo. Il pensiero è basato sul passato, la sua vera essenza appartiene al tempo, non solo cronologico, ma pensato come un movimento del passato attraverso il presente verso il futuro; è il movimento della memoria, della parola; è l’immagine, il simbolo, la testimonianza, la ripetizione. Il pensiero e la memoria si perpetuano attraverso la parola e la ripetizione; la conclusione del pensiero è l’inizio del nuovo; la morte del pensiero è la vita eterna. Deve esistere una fine incessante affinché il nuovo sia. Ciò che è nuovo non è continuo e non potrà mai essere dentro i limiti del tempo; il nuovo è solo nella morte di momento in momento: ci deve essere morte ogni giorno affinché l’inconoscibile possa rivelarsi. La fine è l’inizio, ma la paura impedisce la fine.

«So di aver paura, e non so cosa ci sia al di là di essa.»

Cosa intendi per paura? Cos’è la paura? La paura non è un’astrazione, non esiste indipendentemente, da sola. Insorge solo in relazione con qualcos’altro. La paura si manifesta nei rapporti: non c’è alcuna paura se non nell’ambito dei rapporti. Ora, di che cosa hai paura? Tu dici di aver paura della morte. Cosa intendi per morte? Nonostante esistano teorie, speculazioni, e ci siano anche alcuni fatti riscontrabili, la morte resta ancora l’inconoscibile. Qualsiasi cosa noi si riesca a sapere su di essa, per sua stessa natura non potrà essere mai portata nel campo del conosciuto; possiamo anche allungare una mano per afferrarla, ma non vi riusciremo. Ciò a cui puoi relazionarti è il conosciuto, e l’inconoscibile non può essere reso familiare; l’abitudine non può appropriarsene, quindi sorge la paura.

Il conosciuto e la mente potranno mai comprendere o anche solo contenere l’inconoscibile? La mano che si allunga può ricevere solo ciò che già conosce o che si può conoscere, ma non può afferrare l’inconoscibile. Desiderare l’esperienza significa dare continuità al pensiero, dare forza al passato, promuovere il conosciuto. Tu vuoi sperimentare la morte, non è così? Anche se stai vivendo, tu vuoi sapere cos’è la morte. Ma sai cos’è vivere? Conosci la vita solo come conflitto, confusione, antagonismo, gioia e dolore che si alternano. Ma questa è la vita? La vita è dolore e lotta? In questo stato che noi chiamiamo vita vogliamo sperimentare qualcosa che non appartiene al nostro campo di coscienza, conoscenza e consapevolezza. Questa sofferenza, questa lotta, l’odio che si intreccia alla gioia sono ciò che chiamiamo vita; e vogliamo sperimentare qualcosa che ne è l’opposto: la continuazione di ciò che è, forse modificato. Ma la morte non è l’opposto: è l’inconoscibile; e il conosciuto desidera disperatamente sperimentare la morte, ciò che non conosce; ma qualsiasi cosa facessimo, non potremmo mai sperimentare la morte, perché è spaventosa. Si tratta di questo?

«L’hai spiegato molto chiaramente. Se io potessi conoscere o sperimentare cosa è la morte mentre vivo, allora sicuramente la paura cesserebbe.»

Poiché non puoi sperimentare la morte, allora ne hai paura. Il conscio può sperimentare quello stato che non può essere portato in essere attraverso il conscio? Ciò che può essere sperimentato è la proiezione del conscio, di quello che già conosciamo, poiché il conosciuto può solo sperimentare il conosciuto; l’esperienza è sempre all’interno del campo del conosciuto; il conosciuto non può sperimentare cosa ci sia oltre il suo campo. Lo sperimentare è altamente diverso dall’esperienza. Lo sperimentare non è dentro il campo dello sperimentatore; ma nel momento in cui lo sperimentare svanisce, lo sperimentatore e l’esperienza arrivano nell’essere, e allora lo sperimentare viene portato nel campo del conosciuto. Il conoscitore, lo sperimentatore, desidera ardentemente lo stato dello sperimentare, il non conosciuto; e dal momento che lo sperimentatore, il conoscitore, non può entrare nello stato dello sperimentare, allora ha paura. Egli è la paura, non è separato dalla paura. Lo sperimentatore della paura non ne è un osservatore; è lui stesso la paura, il vero strumento della paura.

«Cosa intendi per paura? Io so di aver paura della morte. Non sento di essere io la paura, ma sono spaventata da qualcosa. Ho paura e sono separata dalla paura. La paura è una sensazione distinta dall»‘io»che l’osserva, l’analizza. Io sono l’osservatore, e la paura è l’osservato. Come possono l’osservatore e l’osservato essere una cosa sola?»

Tu dici di essere l’osservatore, e la paura è l’osservato. Ma è proprio così? Tu sei veramente un’entità separata dalle tue qualità? Non sei invece identica, una cosa sola con le tue qualità? Non sei forse pensieri, emozioni e così via? Tu non sei separata dalle tue qualità, dai tuoi pensieri. Tu sei i tuoi pensieri. Il pensiero crea il «tu», l’entità apparentemente separata; senza pensiero, il pensatore non esiste. Vedendo l’impermanenza di se stesso, il pensiero crea il pensatore come permanente, duraturo; e allora il pensatore diventa lo sperimentatore, l’analizzatore, l’osservatore separato dal transitorio. Noi tutti desideriamo ardentemente una certa qual permanenza, e vedendo l’impermanenza intorno a noi il pensiero crea il pensatore che si suppone essere permanente. Il pensatore allora procede per costruire altri e più alti stati di permanenza: l’anima, l’atman, il nostro sé più alto e così via. Il pensiero è la base, il fondamento dell’intera struttura. Ma questa è un’altra questione. Noi siamo preoccupati dalla paura. Cos’è la paura? Vediamo cos’è.

Tu dici di aver paura della morte. Dal momento che non puoi sperimentarla, allora ne hai paura. La morte è il non conosciuto, e tu hai paura del non conosciuto. È di questo che si tratta? Ora, si può aver paura di qualcosa che non si conosce? Se qualcosa ti è sconosciuto, come puoi averne paura? Ciò di cui hai veramente paura non è il non conosciuto, la morte, ma la perdita del conosciuto, perché questo può causare dolore, sofferenza, o portare via il tuo piacere, la tua gratificazione. È il conosciuto che causa la paura, non il non conosciuto. Come può il non conosciuto causare la paura? Non è misurabile in termini di piacere e sofferenza: è non conosciuto.

La paura non può esistere di per se stessa, arriva in relazione con qualcosa. In questo momento tu hai paura del conosciuto nella sua relazione con la morte, non è così? Poiché ti aggrappi al conosciuto, a un’esperienza, sei terrorizzata da ciò che il futuro potrebbe essere. Ma «ciò che potrebbe essere», il futuro, è puramente una reazione, una speculazione, l’opposto di ciò che è. È così, non è vero?

«Sì, sembra essere giusto.»

E conosci ciò che è? Lo comprendi? Hai aperto l’armadio del conosciuto e ci hai guardato dentro? Non sei spaventata pure da ciò che potresti scoprire lì dentro? Ti sei mai interrogata a fondo sul conosciuto, su ciò che già possiedi?

«No, non l’ho fatto. Ho sempre dato per assodato, scontato il conosciuto. Ho accettato il passato così come si accetta il sole o la pioggia. Non l’ho mai considerato; non si è quasi consapevoli di ciò, così come non lo si è della propria ombra. Ora che ne parli, suppongo di avere anche paura di scoprire cosa ci potrebbe essere lì.»

Non è forse vero che la maggior parte di noi ha paura di guardarsi dentro? Potremmo scoprire cose spiacevoli, così preferiamo non guardare, preferiamo restare ignoranti su ciò che è. Non solo abbiamo paura di ciò che potrebbe esserci nel futuro, ma abbiamo anche paura di ciò che potrebbe esserci nel presente. Abbiamo paura di conoscerci per ciò che siamo, e questo evitare ciò che è ci fa aver paura di ciò che potrebbe essere. Avviciniamo e affrontiamo il cosiddetto conosciuto con paura, e così anche l’ignoto, la morte. Ignorare ed evitare ciò che è rappresenta il desiderio verso la gratificazione. Cerchiamo sicurezza, esigendo costantemente che non ci sia alcuna interferenza, disturbo; ed è proprio questo desiderio di non essere disturbati, di stare tranquilli, che ci fa evitare ciò che è e ci fa avere paura di ciò che potrebbe essere. La paura è l’ignoranza di ciò che è, e la nostra vita trascorre in un costante stato di paura.

«Ma allora come ci si può liberare da questa paura?»

Per liberarsi da qualcosa bisogna capire prima cos’è. È paura o solo il desiderio di non vedere? È il desiderio di non vedere che porta avanti la paura; e quando non vuoi capire il pieno significato di ciò che è, la paura agisce come un deterrente. Puoi condurre una vita gratificante evitando deliberatamente tutte le domande su ciò che è, e molti lo fanno; ma non sono felici, né lo sono coloro che si trastullano con uno studio superficiale di ciò che è. Solamente i più onesti nelle loro domande possono essere consapevoli della loro felicità; e solo per loro ci sarà la libertà dalla paura.

«Ma allora, come si fa a comprendere ciò che è?»

Ciò che è va visto nello specchio della relazione, della relazione con tutte le cose. Ciò che è non può essere compreso, ritirandosi, nell’isolamento; non può essere compreso se c’è un interprete, un traduttore che nega o accetta. Il ciò che è può essere compreso solo quando la mente è altamente passiva, quando non sta operando su ciò che è.

«Ma non è estremamente difficile essere passivamente consapevoli?»

Certo che lo è, fino a che ci sarà il pensiero.




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