Jiddu Krishnamurti


- II controllo del pensiero



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55 - II controllo del pensiero


A qualsiasi velocità si andasse, si sollevava comunque una polvere sottile e penetrante, che entrava nell’auto. Anche se era molto presto e il sole non sarebbe ancora sorto per un’ora o due, si sentiva già una sorta di calura secca e frizzante, che non era neanche spiacevole. Persino a quell’ora lungo la strada passavano carri trainati dai buoi: i conducenti erano addormentati, ma i buoi, seguendo la strada, stavano comunque rientrando lentamente verso i villaggi. Qualche volta erano due o tre carri, altre dieci, e una addirittura venticinque, una lunga fila di carri con i conducenti tutti addormentati e un’unica lampada a cherosene accesa sul carro di testa. L’auto doveva uscire dalla carreggiata per superarli, investendo montagne di polvere, e i buoi, con i campanacci che suonavano ritmicamente, non scartavano mai dalla strada.

Dopo un’ora di guida sostenuta era ancora abbastanza buio; gli alberi erano neri, misteriosi e ritirati su loro stessi. Ora la strada era asfaltata ma stretta, e ogni carro significava ancora più polvere, ancora più risuonare di campanacci, e altri carri più avanti. Stavamo andando verso est, e presto si sarebbe incominciata a intravvedere la luce dell’alba, opaca, leggera e senza ombre: non era un’alba chiara, luccicante di rugiada, ma una di quelle mattine in cui già si respira la pesantezza dell’aria di una giornata afosa. Ma che bello era tutt’intorno! Lontano c’erano le montagne; ancora non si riusciva a vederle bene, ma si poteva sentire che erano lì, immense, fredde e senza tempo.

La strada passava attraverso ogni tipologia di villaggio, alcuni lindi, ordinati e ben tenuti, altri sudici e nella putrefazione della povertà, del degrado, disperati. Gli uomini stavano andando nei campi, le donne ai pozzi, e i bambini gridavano e ridevano per le strade; si vedevano chilometri di fattorie dello Stato, con trattori, laghetti da pesca e scuole sperimentali di agricoltura. Un’automobile nuova e potente ci superò, piena di persone ricche e ben nutrite. Le montagne erano ancora molto lontane, e la terra era feconda. In diversi tratti la strada attraversava il letto asciutto del fiume dove non c’era più un percorso segnato, ma gli autobus e i carri avevano come scavato un passaggio. I pappagalli, verdi e rossi, si richiamavano l’un l’altro nel loro pazzo volo; cerano anche uccelli più piccoli, verdi e oro, e i candidi padda.

Ora la strada stava lasciando le pianure e incominciava a salire. La fitta vegetazione ai piedi delle colline era stata decimata dai bulldozer, ed erano stati piantati chilometri di alberi da frutto. L’auto continuava a inerpicarsi, mentre le colline diventavano montagne ricoperte da noccioli e pini; i pini snelli e diritti, e i noccioli carichi di frutti. La vista si stava aprendo ora, valli a perdita d’occhio che si stendevano fino all’orizzonte, e più in alto le cime innevate.

Infine, alla sommità della salita, dopo una curva ci apparvero le montagne chiare e abbaglianti; erano a circa novanta chilometri, e una vasta vallata blu ci separava da esse; distendendosi per oltre trecento chilometri, riempivano l’orizzonte da un punto all’altro, e girando la testa potevamo vederle tutt’intorno: era una vista meravigliosa. La distanza sembrò scomparire, e rimasero solo la forza e la solitudine. Quelle cime, alcune superiori agli ottomila metri, avevano nomi di divinità, poiché gli dei vivevano lì, e gli uomini vi giungevano in pellegrinaggio da grandi distanze, per devozione, o per morire.
Era stato educato all’estero, disse, e aveva ricoperto una carica importante all’interno del governo; ma più di vent’anni or sono aveva deciso di lasciare lavoro e pratiche terrene per trascorrere in meditazione i giorni che gli restavano.

«Ho praticato molti metodi diversi di meditazione,» disse «fino a raggiungere il controllo completo dei miei pensieri, e questa conquista ha portato con sé determinati poteri e forme di dominio su me stesso. Ciò nonostante, un mio amico mi ha portato ad assistere ad alcune delle tue conversazioni in cui tu rispondevi a una domanda sulla meditazione, dicendo che generalmente, per come è praticata, essa è solo una forma di autoipnosi, una semplice coltivazione di desideri proiettati da noi stessi, anche se sofisticata. Mi ha colpito al punto da ricercare questa conversazione con te; e considerando che ho dedicato la mia vita alla meditazione, spero che potremo approfondire l’argomento.

Vorrei innanzitutto spiegare il mio percorso di crescita. Mi resi conto da tutto ciò che avevo letto che la priorità era diventare completamente padroni dei propri pensieri. E questo era molto difficile per me: la concentrazione nel mio lavoro era qualcosa di totalmente differente dallo stabilizzare la mente e imbrigliare l’intero processo del pensiero. Secondo alcuni testi, bisognava tenere saldamente in mano le redini del pensiero, poiché esso non sarebbe stato sufficientemente affinato per penetrare nelle molte illusioni fino a che non fosse stato controllato e diretto; perciò questo fu il mio primo impegno e obiettivo.»

Posso chiederti, senza interrompere la tua narrazione, se il controllo del pensiero è davvero il primo impegno?

«Ho sentito quello che hai detto nelle tue conversazioni sulla concentrazione, ma se posso preferirei descrivere il più possibile la mia intera esperienza e dopo cercare di analizzare alcune questioni di vitale importanza connesse con la mia esperienza.»

Come vuoi.

«Sin dall’inizio non ero soddisfatto della mia occupazione, ed è stato dunque abbastanza facile abbandonare una promettente carriera. Avevo letto tantissimi libri sulla meditazione e la contemplazione, inclusi gli scritti di molti mistici, sia orientali sia occidentali, e mi sembrava ovvio che il controllo del pensiero fosse il traguardo più importante. Richiedeva però uno sforzo considerevole, convinto e risoluto. Mentre progredivo nella meditazione ebbi molte esperienze: visioni di Krishna, di Cristo, e di alcune delle divinità indù. Diventai chiaroveggente e incominciai a leggere nei pensieri della gente, e acquisii certi altri siddhis o poteri yogici. Passai di esperienza in esperienza, da una visione, con il suo significato simbolico, a un’altra, dalla disperazione all’esperienza del più alto splendore. Conobbi l’orgoglio del conquistatore, di colui che è padrone di se stesso. (‘‘ascetismo, la padronanza di sé donano un senso di potere e alimentano vanità, forza e fiducia in se stessi: io ero nella ricca pienezza di tutto ciò. Anche se avevo sentito parlare di te da molti anni, l’orgoglio dei miei traguardi raggiunti mi aveva sempre impedito di venire ad ascoltarti; ma il mio amico, un altro sannyasi, insistette che dovevo assolutamente farlo, e quello che ho sentito mi ha turbato. E pensare che credevo di essere ormai oltre qualsiasi turbamento! In breve, questa è la storia del mio percorso nella meditazione.

Tu hai detto nelle tue conversazioni che la mente deve andare oltre tutta l’esperienza, altrimenti resta imprigionata nelle sue stesse proiezioni, nei suoi desideri e nelle sue ricerche, e fui profondamente sorpreso quando riconobbi che la mia mente era intrappolata in queste stesse cose. Essendone consapevole, come può la mente abbattere le mura di una prigionia che essa stessa si è costruita? Ho sprecato questi miei ultimi vent’anni? Ho semplicemente vagato nell’illusione?»

Parleremo più tardi di quale sia l’azione che dovrà essere fatta; ma consideriamo ora, se vuoi, il controllo del pensiero. Il controllo è necessario? È benefico o dannoso? Molti maestri religiosi hanno indicato come passaggio primario il controllo del pensiero, ma hanno ragione? Chi è colui che controlla? Non è una parte dello stesso pensiero che cerca di controllare? Può riferirsi a se stesso come a un’entità separata, diversa, altra dal pensiero, ma non è invece il risultato del pensiero? Sicuramente, il controllo implica l’azione coercitiva della volontà per soggiogare, sopprimere, dominare, costruire una resistenza contro quello che non è desiderato.

In questo intero processo c’è un grandissimo, penoso conflitto, non sei d’accordo? E qualcosa di buono può forse scaturire e provenire dal conflitto?

La concentrazione nella meditazione è una forma di miglioramento egocentrico: enfatizza l’azione all’interno dei confini del sé, dell’io, del «me». La concentrazione è un processo di riduzione del pensiero: sei come un bambino tutto preso dal suo giocattolo. Il giocattolo, l’immagine, il simbolo, la parola arrestano i vagabondaggi senza posa della mente, e un tale assorbimento è chiamato concentrazione. La mente viene controllata dall’immagine, dall’oggetto, esteriori o interiori. L’immagine o l’oggetto assumono allora un’importanza fondamentale, e non più la comprensione della mente. La concentrazione su qualcosa è relativamente facile: il giocattolo assorbe la mente, ma non la libera, dandole la possibilità di esplorare, di scoprire cosa ci sia, ammesso che ci sia qualcosa, oltre le sue stesse frontiere.

«Ciò che stai dicendo è così diverso da quello che uno legge o che gli è stato insegnato, ma comunque mi sembra vero e sto iniziando a comprendere le implicazioni del controllo. Ma come può la mente raggiungere la libertà senza disciplina?»

La soppressione e la conformità non sono passaggi che conducono alla libertà: il primo passo da fare verso la libertà è la comprensione dei legami, del condizionamento. La disciplina imbriglia il comportamento e plasma il pensiero entro un desiderato modello, ma senza la comprensione del desiderio, il semplice controllo e la disciplina travisano il pensiero; laddove, quando esiste una consapevolezza delle modalità del desiderio, questa porta invece ordine e chiarezza. Prima di tutto, la concentrazione è la via del desiderio. Un uomo d’affari è concentrato perché vuole ammassare ricchezza e potere, e quando un altro è concentrato nella meditazione, anch’egli sta ricercando una realizzazione, una ricompensa: entrambi stanno perseguendo il successo, che regala fiducia e stima in se stessi e la sensazione di sentirsi al sicuro. E così, non pensi?

«Ti sto seguendo.»

La pura e semplice comprensione verbale, che altro non è se non cogliere a livello intellettuale ciò che è stato detto, ha ben poco valore, non sei d’accordo? Il fattore liberatorio non è mai una pura e semplice comprensione verbale, ma la percezione della verità o della falsità della questione. Se noi riuscissimo a comprendere le implicazioni della concentrazione e a vedere il falso come falso, allora ci sarebbe la libertà dal desiderio di realizzare, sperimentare, diventare. Da questo proviene l’attenzione, che è completamente diversa dalla concentrazione. La concentrazione implica un duplice processo, una scelta, uno sforzo, giusto? C’è l’autore dello sforzo e il fine verso cui lo sforzo è diretto; perciò la concentrazione rafforza l’ io», il sé, l’ego in quanto autore dello sforzo: il conquistatore, il virtuoso. Ma nell’attenzione questa attività dualistica non è presente; c’è un’assenza dello sperimentatore, di colui che accumula, immagazzina e reitera. In questo stato di attenzione il conflitto della realizzazione, dell’ottenimento e la paura del fallimento sono cessati.

«Ma sfortunatamente non tutti noi siamo benedetti da questo potere dell’attenzione.»

Non è un dono, non è una ricompensa, una cosa che debba essere acquistata attraverso la disciplina, la pratica e altro: arriva in essere con la comprensione del desiderio, che è la conoscenza di sé. Questo stato di attenzione è il bene, l’assenza del sé.

«Ma allora tutti i miei sforzi e la disciplina di questi anni non sono stati altro che una completa perdita di tempo e non hanno alcun valore? E pur facendo questa domanda, sto incominciando a rendermi conto della verità della questione. Vedo ora che per oltre vent’anni ho perseguito una via che ha inevitabilmente condotto a una prigione che mi sono creato da solo e in cui ho vissuto, sperimentato e sofferto. Piangere sul passato significa indulgere nell’autocommiserazione, e invece bisogna ricominciare con spirito rinnovato. Ma cosa mi dici di tutte le visioni e le esperienze che ho vissuto? Anch’esse erano false, senza alcun valore?»

La mente non è una sorta di enorme magazzino di tutte le esperienze, le visioni e i pensieri dell’uomo? La mente è il risultato di molte migliaia di anni di tradizione ed esperienza; è capace di invenzioni fantastiche, dalla più elementare alla più complessa e sofisticata; è capace di straordinarie delusioni o di incredibili percezioni e intuizioni. Le esperienze e le speranze, le angosce, le gioie e la conoscenza, collettive o individuali, accumulate nel corso del tempo, sono tutte li, immagazzinate negli strati più profondi della coscienza, e ognuno di noi può rivivere le esperienze e le visioni ereditate o acquisite. Dicono che certe droghe possano portare chiarezza, una visione delle profondità e delle altezze, che possano liberare la mente dai suoi turbamenti, donando una grande energia e una lucida introspezione. Ma la mente può viaggiare attraverso tutti questi passaggi oscuri e nascosti per arrivare alla luce? E quando attraverso uno qualsiasi di questi mezzi arriva veramente alla luce, si tratta della luce dell’eterno? O è la luce del conosciuto, del riconoscimento, un’esperienza nata dalla ricerca, dalla lotta, dalla speranza? Bisogna per forza passare attraverso questo processo estenuante per trovare ciò che non è misurabile, l’incommensurabile? Non potremmo invece evitare tutto questo e arrivare direttamente a quello che si chiama amore? Dal momento che hai avuto visioni, poteri, esperienze, che cosa mi dici?

«Mentre li vivevo, naturalmente pensavo che fossero importanti e significativi; mi donavano un senso soddisfacente di potere, e una certa felicità per le realizzazioni gratificanti. Quando i poteri arrivano, danno una grande fiducia e sicurezza, una sensazione di padronanza su di sé in cui è presente un intenso orgoglio. Dopo che abbiamo parlato di tutto questo, non sono sicuro che le visioni e le esperienze che ho vissuto abbiano più questo grande significato, anche se prima mi sembrava lo avessero. Sembrano come scemare e allontanarsi nella luce della mia nuova comprensione.»

Si deve passare attraverso tutte queste esperienze? Sono necessarie per spalancare le porte dell’eterno? Non possono essere evitate? Prima di tutto, ciò che è essenziale è la conoscenza di sé, che porta a una mente immobile e silente. Una mente immobile e silente non è il prodotto della volontà, della disciplina, delle varie pratiche per soggiogare il desiderio; pratiche e discipline non fanno altro che rafforzare il sé, e la virtù diventa allora un’altra roccia su cui il sé può costruire una casa di importanza e rispettabilità. La mente deve invece essere vuota dal conosciuto affinché l’inconoscibile possa essere e rivelarsi. Senza la comprensione delle vie del sé, la virtù incomincia a rivestirsi di importanza; perciò, è necessario che il movimento del sé, con la sua volontà e il suo desiderio, la sua ricerca e la sua accumulazione, debba interamente cessare. Solo allora l’eterno, il senza tempo, potrà palesarsi e disvelarsi: non può essere evocato. La mente che cerca di evocare il reale attraverso varie pratiche, discipline, preghiere e atteggiamenti e comportamenti, può solo ricevere le proprie proiezioni gratificanti, ma non saranno il reale.

«Ora percepisco, dopo tutti questi anni di ascetismo, disciplina e automortificazione, che la mia mente è tenuta prigioniera dalle sue stesse creazioni, e che le mura di questa prigione vanno abbattute. Come si può fare?»

La semplice consapevolezza che vadano abbattute è già abbastanza. Una qualsiasi azione per abbatterle non farà altro che mettere in moto il desiderio di realizzare, di ottenere, e quindi innescherà il conflitto degli opposti, lo sperimentatore e l’esperienza, il ricercatore e la ricerca. Vedere il falso in quanto falso, in se stesso è già abbastanza, poiché la vera percezione libera la mente dal falso.

56 - Esiste il pensiero profondo?


Lontano, oltre le palme, si udiva il mare, agitato e crudele; mai calmo, sempre spumeggiante di onde e forti correnti. Nel silenzio della notte il suo rombo echeggiava per qualche distanza verso l’interno, e in quella voce profonda pareva di sentire come un monito, una minaccia. Ma qui, fra le palme, le ombre erano profonde e regnava la tranquillità. C’era la luna piena e sembrava giorno, senza la sua calura e il suo bagliore accecante; e la luce su quelle palme ondeggianti era morbida e splendida. La bellezza non apparteneva solo alla luce, ma anche alle ombre, ai tronchi arrotondati, alle acque scintillanti e alla terra feconda. La terra, il cielo, l’uomo che camminava, le rane gracidanti e il fischio lontano di un treno: tutto era un’unica cosa vivente non misurabile dalla mente.

La mente è uno strumento stupefacente; non esiste alcun macchinario creato dall’uomo tanto complesso, sottile, con così infinite possibilità. Noi siamo consapevoli solo dei livelli superficiali della mente, e forse neppure di questi, e ci accontentiamo di vivere e di mantenere il nostro essere sullo strato più esterno e superficiale della mente. Accettiamo e diamo per assodato che pensare sia l’attività peculiare della mente: il pensiero dei generali che progettano lo sterminio di massa, dei politicanti astuti, dei professori eruditi, dei carpentieri. Ma esiste il pensiero profondo? Tutto il pensare non è altro che un’attività superficiale della mente? Nel pensiero, la mente è profonda? La mente, che è l’insieme del tempo, della memoria, dell’esperienza, può essere consapevole di qualcosa che non fa parte di essa? La mente brancola continuamente, alla ricerca di qualcosa che sia oltre le proprie attività di chiusura, ma il centro da cui parte la ricerca resta sempre il medesimo.

La mente non è solo attività superficiale, ma anche secolari movimenti sotterranei: essi modificano e controllano l’attività esteriore, così la mente sviluppa il proprio conflitto dualistico. Non esiste una mente intera, totale: è spezzettata in tante piccole parti, l’una in opposizione all’altra. La mente che cerca di integrarsi e di coordinare se stessa, non riuscirà a portare la pace fra tutte le sue parti spezzate. La mente resa intera dal pensiero, dalla conoscenza, dall’esperienza, è ancora il risultato del tempo e della sofferenza; essendo stata messa o rimessa insieme, resta ancora dipendente dalle circostanze.

Stiamo però affrontando in maniera sbagliata il problema dell’integrazione: la parte non può mai diventare il tutto; e attraverso la parte non può essere realizzato l’intero; ma noi non lo vediamo. Ciò che vediamo è invece il particolare che si espande per contenere le parti molteplici; ma cercare di mettere insieme le parti molteplici non crea l’integrazione, né è di grande significato l’armonia fra le varie parti. Non sono l’armonia o l’integrazione a essere importanti, poiché possono essere realizzate con la cura e l’attenzione, e con la giusta educazione; ciò che è fondamentale è lasciare che l’inconoscibile arrivi in essere. Il conosciuto non potrà mai ricevere ciò che non conosce. La mente senza tregua cerca di vivere felicemente nella pozza dell’integrazione che si è creata da sola, ma questo non la porterà a realizzare la creatività dell’inconoscibile.

Essenzialmente, il proprio tentativo di miglioramento non è altro che mediocrità: cercare di migliorarsi attraverso la virtù, l’identificazione con la capacità, con qualsiasi forma di sicurezza positiva o negativa, è un processo di chiusura, per ampio che possa essere. L’ambizione alimenta la mediocrità, poiché l’ambizione è la realizzazione del sé attraverso l’azione, il gruppo, l’idea. Il sé è il centro di tutto ciò che si conosce ed è conosciuto, è il passato che si muove nel presente per arrivare al futuro, e tutte le attività nell’ambito del conosciuto creano e determinano la piccolezza superficiale della mente. La mente non potrà mai essere grande, poiché la grandezza è incommensurabile. Il conosciuto è paragonabile, misurabile, e tutte le attività del conosciuto possono solo arrecare sofferenza.

57 - Immensità


La grande vallata si distendeva laggiù in lontananza e ferveva della vita tipica di ogni valle. Il sole stava appena tramontando dietro le montagne lontane, e le ombre erano lunghe e nere; era una serata tranquilla, con una brezza leggera che arrivava dal mare. Gli aranci, fila dopo fila, sembravano quasi annerire, e sulla lunga strada diritta che correva attraverso la valle brillavano improvvisi luccichii quando le macchine di passaggio catturavano il riflesso degli ultimi raggi del sole. Era una sera magica e piena di pace.

La mente sembrava ricoprire lo spazio immenso e la distanza infinita; o piuttosto, la mente sembrava espandersi senza fine, e dietro e oltre la mente c’era qualcosa che racchiudeva in sé tutte le cose. La mente vagamente lottava per riconoscere e ricordare ciò che non le apparteneva, e così interrompeva il suo usuale lavorio; ma non riusciva ad afferrare ciò che non era della sua stessa natura, e al momento tutte le cose, compresa la mente stessa, erano avvolte in quella immensità. La sera diventava sempre più buia, e anche il lontano abbaiare dei cani non riusciva a disturbare ciò che è oltre l’intera coscienza, che non può essere pensato, quindi non può essere sperimentato dalla mente.

Ma cos’è allora che ha percepito ed è consapevole di qualcosa di totalmente diverso dalle proiezioni della mente? Chi sta facendo questa esperienza? Certo non è la mente dei ricordi, delle risposte e delle ansie di tutti i giorni. Esiste allora un’altra mente, o una parte della mente che è come dormiente, che si fa risvegliare solo da quello che sta sopra e oltre tutta la mente? Se è così, allora dentro la mente è sempre presente ciò che è oltre il pensiero e il tempo. E ancora però questo non può essere, poiché è solo un pensiero speculativo e perciò solo l’ennesima delle tante invenzioni della mente.

Dal momento che questa immensità non è nata da un processo della mente, allora cos’è che ne è consapevole? La mente come sperimentatore ne è consapevole, o è questa immensità che è consapevole di se stessa perché non c’è alcuno sperimentatore? Non c’era nessuno sperimentatore quando questo accadde scendendo giù dalle montagne, e ancora la consapevolezza della mente era totalmente differente, in genere e grado, da ciò che non è misurabile. La mente non stava lavorando; era vigile e passiva, e sebbene conscia della brezza che giocava con il fogliame, non c’era alcun movimento, di nessun tipo, dentro di essa. Non c’era nessun osservatore a valutare l’osservato. C’era solo quello, e quello era consapevole di se stesso senza valutazione. Era senza inizio né verbo.



La mente è consapevole di non poter catturare con l’esperienza e la parola ciò che non potrà mai restare con essa e appartenerle: l’eterno, l’incommensurabile.


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