Jiddu Krishnamurti



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03.12.2017
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7 - Disciplina


Avevamo appena svoltato, dopo aver guidato nel traffico intenso, abbandonando la strada principale per addentrarci in un viottolo più riparato e tranquillo. Lasciata la macchina, seguimmo un sentiero che si snodava tra boschetti di palme e costeggiava risaie verdi e lussureggianti, le spighe di riso mature. Che meraviglia quello spettacolo a perdita d’occhio di sinuose terrazze a riso circondate dalle palme svettanti! Era una serata fresca, e una brezza si insinuava tra gli alberi muovendo le foglie grandi e pesanti. Inaspettatamente, dietro una curva, trovammo un lago: era di forma allungata, stretto e profondo, e su entrambe le rive le palme erano così fitte da apparire impenetrabili. La brezza giocava con l’acqua, e si udiva una specie di mormorio lungo le sponde. Alcuni ragazzi stavano facendo il bagno, nudi, liberi e senza vergogna; i loro corpi erano come scolpiti, belli e luccicanti d’acqua, slanciati e agili. Avrebbero nuotato fino al centro del lago, poi indietro a riva e poi di nuovo verso il centro. Il sentiero conduceva sino alla fine di un villaggio, e sulla via del ritorno la luna piena proiettava ombre profonde; i ragazzi se n’erano andati, il riflesso della luna risplendeva sulla superficie del lago, e le palme sembravano bianche colonne nell’oscurità piena di ombre.

Era venuto da lontano, ed era ansioso di scoprire come sottomettere la mente. Raccontò di essersi deliberatamente ritirato dal mondo: viveva con alcuni parenti, conducendo una vita molto spartana e dedicando il suo tempo al tentativo di dominare la mente. Sebbene si fosse impegnato in alcune discipline per un certo numero di anni, la sua mente non era ancora sotto il suo controllo: era sempre desiderosa di andarsene a zonzo, come un animale tenuto al guinzaglio. Aveva praticato il digiuno, ma non era servito; con il digiuno aveva pur sperimentato qualcosa, e questo un po’ lo aveva aiutato, ma non trovava mai pace. La sua mente elaborava senza posa, ricordava immagini, evocava scenari passati, sensazioni e avvenimenti; oppure pensava a come sarebbe stata quieta il giorno seguente: ma il domani non arrivava mai, e l’intero processo si trasformò ben presto in una sorta di incubo a occhi aperti. La sua mente era tranquilla solo in rare occasioni; e presto anche la calma divenne un ricordo, uno stato appartenente al passato.


Ciò che si domina deve essere conquistato e ancora riconquistato: la repressione è una forma di dominio, così come la sostituzione e la sublimazione. Desiderare di conquistare significa far nascere ulteriore conflitto, quindi perché per calmare la mente vuoi conquistare?

«Mi sono sempre interessato alle materie religiose; ho studiato varie religioni, e tutte sostengono che per conoscere Dio è necessario che la mente sia silente, in pace, immobile. Sin da quando io mi possa ricordare ho sempre voluto trovare Dio, lo splendore che pervade il mondo intero, la bellezza delle terrazze di riso e del misero villaggio. Avevo una carriera molto promettente, sono stato all’estero e ho fatto tutto quanto sembrava servisse alla mia vita; ma una mattina semplicemente mi sono svegliato e ho incominciato a vagare alla ricerca di questa immobilità silente. Ho sentito quello che hai detto su questo argomento l’altro giorno, e perciò sono venuto.»

Per trovare Dio, tu cerchi di sottomettere la mente. Ma la calma della mente è una via verso Dio? La calma è forse la moneta di scambio che farà aprire i cancelli del cielo? Tu vuoi comprare la tua strada verso Dio, verso la verità, o come la vuoi chiamare: ma si può comprare l’eterno con la virtù, la rinuncia, la mortificazione? Noi pensiamo che se facciamo certe cose, pratichiamo la virtù, perseguiamo la castità, ci ritiriamo dal mondo, saremo poi in grado di misurare l’incommensurabile; così tutto si riduce solo a una specie di baratto, di scambio, di patto, non credi? La tua «virtù» è un mezzo per ottenere un fine.

«Ma la disciplina è necessaria per tenere a freno la mente, altrimenti non c’è pace. Non sono riuscito a disciplinarla a sufficienza: la colpa è mia, non della disciplina.»

La disciplina è un mezzo per ottenere un fine: ma il fine è l’inconoscibile. La verità è l’inconoscibile, non può essere conosciuta; se è conosciuta, non è la verità. Se puoi misurare l’incommensurabile, allora l’incommensurabile non sarà più: la nostra misurazione è la parola, e la parola non è il reale. La disciplina è il mezzo; ma il mezzo e il fine non sono due cose diverse, sei d’accordo? Sicuramente, il fine e il mezzo sono uno: il mezzo è il fine, l’unico fine; poiché non esiste alcuno scopo separato dal mezzo. La violenza come mezzo per arrivare alla pace è solamente la perpetuazione della violenza. Tutto ciò che conta, non è il fine, ma il mezzo: e il fine è determinato dal mezzo, non è separato, non è altro dal mezzo.

«Sto ascoltando e cercando di capire cosa stai dicendo. Quando non capirò, te lo dirò.»

Tu usi la disciplina, il controllo sulla tua mente, come un mezzo per ottenere la tranquillità, non è così? La disciplina implica la conformità a un modello, l’esplicarsi del tuo controllo in modo da arrivare a essere questo o quello. Ma la disciplina, nella sua vera natura, non è una forma di violenza? Potrà anche darti piacere importi una disciplina, ma questo piacere non è forse un tipo di resistenza che genererà ulteriore conflitto? La pratica della disciplina non è forse la coltivazione della difesa? E ciò che è difeso è sempre attaccato. La disciplina non implica la repressione di ciò che è per cercare di ottenere un fine desiderato? La repressione, la sostituzione e la sublimazione semplicemente aumentano lo sforzo e arrecano ancora conflitto: puoi pensare di riuscire a sconfiggere una malattia, ma continuerà a ripresentarsi in forme diverse se non sarà stata definitivamente debellata alla radice. La disciplina è repressione, è il sopraffare ciò che è; è una forma di violenza: usando un mezzo «sbagliato» speriamo di ottenere il fine «giusto». Come possono esistere il libero, il vero se la nostra modalità è la resistenza? La libertà è all’inizio, non alla fine; l’obiettivo è il primo passo, il mezzo è alla fine: e il primo passo deve essere libero, non l’ultimo. La disciplina implica comunque una sorta di costrizione, sottile o violenta, esterna o autoimposta; e dove c’è costrizione, c’è paura. La paura, la costrizione, sono usate come mezzi per ottenere un fine, e questo fine è l’amore: ma come può esserci amore attraverso la paura? l’amore è quando non c’è alcuna paura a nessun livello.

«Ma la mente, senza costrizione, senza una sorta di adattamento, come può funzionare?»

L’attività della mente è una barriera alla sua stessa comprensione. Non hai mai notato che c’è comprensione solo quando la mente, come pensiero, non sta funzionando? La comprensione arriva con la conclusione del processo-pensiero, nell’intervallo fra due pensieri. Tu dici che desideri che la mente sia immobile, e allo stesso tempo vuoi che funzioni. Se invece riuscissimo a essere semplici e disarmati nell’attenzione, allora comprenderemmo; ma il nostro approccio è così complesso che ci impedisce di comprendere. Ora non ci interessano la disciplina, il controllo, la repressione, la resistenza, ma il processo e la conclusione del pensiero in sé. Cosa intendiamo dire quando affermiamo che la mente vaga? Semplicemente che il pensiero è trascinato incessantemente da un’attrazione all’altra, da un’associazione a un’altra, trovandosi quindi in uno stato di agitazione costante. È possibile per il pensiero arrivare a una conclusione?

«Questo è esattamente il mio problema: voglio fermare il pensiero. Adesso riesco a vedere la futilità della disciplina; davvero ne vedo la falsità, la stupidità, e non perseguirò mai più questa linea. Ma come posso fermare il pensiero?»

Proseguiamo. Ascolta senza pregiudizio, senza interporre conclusioni, tue o di altri; ascolta per comprendere e non solamente per rifiutare o accettare. Mi chiedi come porre fine al pensiero. Ora, tu, il pensatore, sei forse un’entità separata dai tuoi pensieri? Sei completamente dissimile dai tuoi pensieri? Non sei tu stesso i tuoi pensieri? Il pensiero può posizionare il pensatore a un livello molto alto e dargli un nome, separarlo dal pensiero stesso; però il pensatore resta comunque all’interno del processo del pensiero, non è così? Esiste solo il pensiero, e il pensiero crea il pensatore; il pensiero dà forma al pensatore come entità separata, permanente. Il pensiero guarda a se stesso come impermanente, in flusso costante, nutrendo il pensatore come entità permanente e separata e altro da sé. Allora il pensatore opera sul pensiero; il pensatore dice: «Devo porre fine al pensiero». Ma esiste solo il processo del pensare: non c’è alcun pensatore separato dal pensiero. La sperimentazione di questa verità è vitale, non deve essere una pura e semplice ripetizione di frasi: esistono solo i pensieri, e non un pensatore che pensa i pensieri.

«Ma come sorge originariamente il pensiero?»

Attraverso la percezione, il contatto, la sensazione, il desiderio e l’identificazione: «Voglio», «Non voglio»e così via. È abbastanza semplice, vero? Ma il nostro problema è: come può finire il pensiero? Qualsiasi forma di costrizione, conscia o inconscia, è completamente inutile, poiché implica un controllore, qualcuno che disciplini; e, come abbiamo visto, una tale entità è non esistente. La disciplina è un processo di condanna, di confronto, o di giustificazione; e quando si è visto chiaramente che non esiste alcuna entità separata in qualità di pensatore, di colui che disciplina, allora non restano che i pensieri, il processo del pensare. Il pensare è la risposta, la reazione della memoria, dell’esperienza, del passato. Ancora una volta, non dobbiamo percepire questo passaggio a un mero livello verbale: dovremmo cercare di sperimentarlo, poiché solo allora potremo raggiungere uno stato di osservazione e attenzione passiva in cui il pensatore semplicemente non è, e arrivare quindi a una consapevolezza nella quale il pensiero sia assente. La mente, la totalità dell’esperienza, l’autocoscienza che è sempre nel passato, diventa quiete solo quando non si sta proiettando; e questa proiezione è il desiderio di divenire.

La mente è sgombra e libera solo quando il pensiero non è: il pensiero non può arrivare a una fine se non attraverso l’osservazione passiva di ogni pensiero. In questa consapevolezza non c’è nessun osservatore e nessun censore; e senza censore, rimane solamente l’esperienza, lo sperimentare: non esistono più né lo sperimentatore né ciò che è stato sperimentato, cioè il pensiero, che fa nascere il pensatore. Solo quando la mente starà sperimentando avremo il silenzio, la calma, l’immobilità, che non sono una creazione o un prodotto di qualcosa o di qualcuno; e solamente in questa tranquillità il reale potrà trasformarsi in essere. La realtà non appartiene al tempo e non è misurabile.





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