Jiddu Krishnanaurti



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Non si può insegnare l’amore – Bombay, India, gennaio 1968


Perché andiamo alle conferenze? Per farci venire qualche nuova idea, per imparare qualcosa? Solo per curiosità? Oppure per scoprire in prima persona, attraverso le parole di chi parla, quel che realmente siamo? Mi sorprende sempre il fatto che dovunque io vada sembra che l’uditorio stia semplicemente ad ascoltare un mucchio di parole, di teorie e di possibilità. E io temo che lo stesso accada qui: mentre siete seduti e io sono qui sul palco, mi interrogo su questo strano fenomeno. Ed è veramente strano, perché se noi sapessimo guardare, guardare il mondo con tutte le sue multiformi attività, e se sapessimo anche guardare noi stessi, allora penso che non andremmo mai a nessuna conferenza, non ascolte­remmo mai un altro per imparare, perché tutta la storia dell’uomo è scritta in noi stessi; se sappiamo guardare, ascoltare, possiamo leggere con estrema chiarezza tutta la storia, l’infelicità e il conflitto dell’uomo. Noi pensiamo che qualcun altro ci insegnerà a guardare; qualcun altro ci insegnerà la via e ci salverà dal conflitto e dall’infelicità senza fine in cui viviamo. Se osservate, tanto fuori quanto dentro di voi, vi renderete conto che nessuno può darci la chiave, la comprensione della nostra vita disperatamente confusa, complessa e infelice. Ma noi rifiutiamo di guardare, rifiutiamo di ascoltare le sollecitazioni e le intimazioni di quella cosa che ci racconta la storia sia nei particolari sia nella sua globalità in maniera esauriente, che ci racconta che cosa in realtà sta accadendo.

E quindi, se così posso dire, io non ho niente da insegnarvi, ed è esattamente quello che intendo: nessuna filosofia, nessun sistema nuovo, nessuna nuova via verso la realtà. Non esiste alcuna via che conduca alla realtà. Le molte vie che l’uomo ha inventato nascono dalla paura; inrealtà non esiste alcuna via. Una via sottintende qualcosa di permanente, di statico, qualcosa che sta lì, inamovibile; che tutto quel che dovete fare è percorrere la via e ci arriverete. Ma penso che le cose non stiano affatto in questo modo. È tutto molto più complesso, molto più sottile e straordinariamente bello, se capiamo che non esiste una via, che non esiste un salvatore, che nessuno può liberarci dalla nostra confusione, dalla nostra competitività e dal nostro cercare senza fine. Infatti, come ho detto, se voi sapete esplorare e guardare, è tutto qui; è tutto in noi stessi, perché noi siamo il risultato del tempo, il risultato dell’esperienza infinita, della lunga tradizione.

Vogliamo che ci venga detto come guardare, come ascoltare, che cosa fare. Non fate queste domande, mai, a nessuno: cosa fare, come ascoltare, come essere consapevoli. Tutto quel che dovete fare è guardare. Non si tratta di come guardare; dovete semplicemente guardare, con tutto il vostro cuore, con la vostra mente, in modo da poter vedere le cose come sono in realtà. Noi rifiutiamo di guardare perché il nostro cuore è pieno dei contenuti della mente, la mente così gremita di immagini che noi non riusciamo a guardare né con chiarezza né con affetto. E l’affetto non può essere insegnato; non esistono scuole, non esistono né maestri né libri che possano insegnare questa qualità dell’amore. E senza l’amore, qual­siasi cosa facciate, sia che andiate in tutti i templi, in tutte le moschee, in tutte le chiese del mondo, sia che vi sacrifichiate, che vi impegniate in un’attività particolare, che vi iscriviate a un partito politico, senza l’amore, la vostra infelicità, la confusione, la solitudine dolorosa e la dispera­zione non se ne andranno mai.

La libertà non può esservi data da qualcuno; la libertà è qualcosa che nasce quando non la cercate; nasce quando sapete di essere prigionieri, quando prendete atto completamente, e da soli, del vostro stato di condizionamento; quando sapete in quale misura e in che modo siete prigionieri della società, della cultura, della tradizione, prigionieri di quanto vi è stato detto. La libertà è ordine – mai disordine – ed è necessario possederla completamente, sia fuori che dentro di sé; senza la libertà non esiste chiarezza, senza libertà non potete amare; senza libertà non potete trovare la verità; senza libertà non potete andare oltre i limiti posti dalla mente. Dovete possedere la libertà e dovete chiederla con tutto il vostro essere. Quando la chiedete in questo modo scoprirete da soli che cos’è l’ordine; e l’ordine non è seguire un modello, un progetto, non è un risultato dell’abitudine.

Ve ne prego, ascoltate tutto questo, ascoltate semplicemente, senza accettare e senza rifiutare.

Senza libertà c’è soltanto disordine. Il disordine, all’interno della società, non è mai moralità; questa società, così come è, prospera nel disordine. Guardatela! Ognuno vive in competizione con il suo simile; ognuno è invidioso dell’altro; ognuno cerca la propria sicurezza personale; ognuno cerca il potere, la posizione e il prestigio per sé e per la propria famiglia. E da questa lotta e da questo conflitto l’uomo ha sviluppato una certa moralità, la moralità dell’adattamento al disordine, una moralità che è considerata virtù, che è giudicata rispettabile. Ma questa moralità, la moralità della società, non è affatto moralità; è immoralità, che ha creato questo modello di società, la sua cultura, le sue religioni, la sua educazio­ne, il suo governo. Se fate attenzione, vedrete che tutti hanno paura, tutti cercano la propria sicurezza personale, tutti vogliono realizzarsi (pur sen­za mai cercare di scoprire se questa cosa chiamata realizzazione esista), tutti vogliono raggiungere la vetta che è considerata il successo.

Noi dobbiamo avere la libertà di creare l’ordine, perché nella società, così come è, regna il disordine più completo e anche dentro di noi siamo disordinati. Dobbiamo creare l’ordine, non l’ordine del governo, non l’ordine della legge, di una società che si disintegra, ma l’ordine che nasce quando si è consapevoli e si capisce questo disordine tanto ester­namente quanto internamente; senza ordine non esiste virtù; esiste soltanto quella cosa terribile chiamata rispettabilità.

Per trovare quest’ordine assoluto (ma non pensate che ci si possa mettere a cercarlo) – così come esiste l’ordine in matematica, ordine assoluto – è necessario imbattervisi, e ciò è possibile soltanto quando si comprende il disordine interiore. Noi siamo disordinati. Diciamo una cosa, ne pensiamo un’altra e ne facciamo un’altra ancora. Siamo disonesti verso noi stessi. Questo disordine è la ricerca di una sicurezza psicologica. Ovviamente, una sicurezza esterna è necessaria; dobbiamo avere una casa, abiti e cibo: questa sicurezza è essenziale. Ma la sicurezza esterna è distrutta dalla richiesta di sicurezza interna, psicologica, la sicurezza in un credo, la sicurezza nelle ideologie e nei rapporti. Da un punto di vista psicologico non esiste sicurezza; dentro di noi non esiste alcun tipo di permanenza. Gli dei, le credenze, le ideologie – sono state inventate – sono un prodotto di questa ricerca di sicurezza interna; e gli dei vengono adorati in maniera completamente inutile e non hanno alcun senso, sono tutti invenzione delle nostre piccole menti meschine.

È possibile individuare in che modo tutto questo disordine è stato posto in essere: quando l’uomo è ambizioso, competitivo, quando lotta per ottenere il successo, non può non essere crudele. Un uomo ambizio­so alimenta il disordine e non saprà mai che cos’è l’amore. Quando voi, per paura, credete una cosa, e quando un altro, anche lui per paura, ne crede un’altra – lui il suo dio e voi il vostro, lui il suo paese e voi il vostro, lui pakistano e voi indiani – questo è disordine. Le vostre creden­ze, le vostre religioni e le vostre ideologie, le vostre comunità, le vostre amiglie, hanno dunque creato questo disordine. Guardatelo. in questo disordine noi cerchiamo di creare l’ordine. Noi diciamo “dobbiamo” e “non dobbiamo”, “questo è giusto” e “questo è sbagliato”, tutto all’interno del modello del disordine. E l’ordine, che è virtù, è nitido e assoluto come l’ordine in matematica. Voi dovete possedere l’ordine, altrimenti non c’è pace, altrimenti non saprete mai che cos’è la meditazione. Quest’ordine non è un’abitudine, la ripetizione continua di qualcosa. Nasce quando voi avete compreso totalmente il disordine e quando lo avete negato totalmen­te in voi stessi. Nasce quando non siete più avidi e invidiosi, quando non siete più spaventati, quando avete abbandonato completamente la vostra piccola e personale ideologia, i vostri dèi e il vostro paese; da questo rifiuto totale del disordine nasce l’ordine: dalla negazione nasce il positivo. Per operare quella negazione dovete avere una mente estremamente disciplina­ta, una disciplina che non è repressione, non è controllo, non è imitazione. Capire il disordine, tanto esterno quanto interno, osservare, prestare orec­chio alla discordia, alla confusione, è disciplina, non è così? Ascoltare me è disciplina; significa che state dando la vostra attenzione, significa che state dando completamente il cuore e la mente: così spero. Dare il cuore e la mente è di per sé disciplina, e in questa disciplina c’è bellezza. Voi dovete diventare discepoli – non di qualcuno – discepoli che imparano, imparano a vedere il disordine. Nel vedere il disordine c’è ordine; non dovete fare niente, anche se dovete faticare terribilmente per guardare.

Quando date la vostra attenzione – l’attenzione col cuore e con la mente – quell’attenzione è disciplina ed è virtù. Non esiste virtù se siete disattenti; è la disattenzione che crea il disordine.

Questo è dunque il fondamento della meditazione, una delle cose più meravigliose.

Non prestate particolare attenzione alla parola meditazione. Vedo che avete familiarità con la parola, ma la parola non è la cosa. All’improvviso vedo sul vostro volto farsi strada una certa serietà, e alla menzione di questa parola improvvisamente vi sedete più dritti. Quanto sono schiavi di quella parola gli esseri umani! E non sapete neanche che cosa signi­fica. Tutto quel che sapete è che indica una vostra fantasia. Voi sapete che esistono scuole, swami e yogi che vanno in giro per il mondo inse­gnando varie forme di meditazione. Non ridete, tutti lo state facendo a modo vostro. Voi pensate che ripetendo certe parole raggiungerete lo stato più straordinario, che ripetendo un mantra realizzerete qualche esperienza miracolosa. Questa non è affatto meditazione, è nonsenso, e autoinganno e autoipnosi. La meditazione è qualcosa di molto più vasto, di molto più profondo. Ma voi non potete pervenirvi semplicemente giocando con le parole e le energie; e tuttavia dovete pervenirvi, perché senza di essa non saprete mai che cos’è l’amore, non sarete mai capaci di versare lacrime di pura gioia, non saprete mai che cos’è la bellezza. Potrete fare piccole esperienze interiori indotte dalle droghe, dalla ripe­tizione di certe parole, dal culto di un’immagine, e quelle esperienze cui gli esseri umani anelano, servono loro da autoprotezione, ciò di cui fanno esperienza deriva da ciò che già sanno. Ve ne prego, approfondite la questione e ve ne renderete conto. Non potete sperimentare qualcosa se non riconoscete di che cosa si tratta. Se lo riconoscete, quel qualcosa è già vecchio. Perciò, quando voi anelate a fare una grande esperienza e siete in grado di riconoscerla, quell’esperienza proviene già dalla memoria, è ancora una volta la proiezione di qualcosa che è stato, di un ricordo, e non è meditazione.

La meditazione è lo stato della mente che è libera; non libera da qualsiasi cosa, ma libera senza alcun motivo; una libertà che non è un risultato. Può nascere soltanto quando c’è ordine assoluto, non un ordine secondo un modello, e neanche un ordine instaurato attraverso l’abitudi­ne o la tradizione. Quando c’è ordine c’è virtù, una virtù che non è quella della società, che non ha niente a che fare con la rispettabilità, con la tradizione o con la moralità che si sviluppa nel disordine.

La virtù è una cosa viva, è come un fiore, è piena di bellezza, piena di profumo, e tuttavia non può essere coltivata. La virtù è un flusso, e come per tutte le cose vive, non potete catturarla, tenerla fra le mani e dire che siete virtuosi. E senza libertà, ordine, disciplina, virtù – che in realtà sono la stessa cosa – la meditazione è soltanto una parola, è sem­plicemente una fuga, una fuga dalla realtà, una fuga dalla vita quotidiana. Ma l’ordine, la libertà e la disciplina fanno parte della vita quotidiana; la vita quotidiana è quindi meditazione. Mi capite? Spero di sì. La medita­zione fa parte della vita quotidiana: nel modo in cui sorridete, nel modo in cui guardate un altro; è nella sollecitudine, nella tenerezza, nella gene­rosità; è consapevole della rabbia, della brutalità, della violenza, dell’ag­gressività: qui sta la mente meditativa.

Quando voi possedete questo ordine totale – non un ordine frammentario; non ordine in una parte della mente e disordine nel resto; l’ordine non è frammentario, l’ordine è assoluto così come due più due fa quattro e non cinque – c’è salute mentale. Il disordine esiste perché noi siamo resi folli dalle nostre credenze, dai nostri dogmi, dai nostri possessi e attaccamenti; siamo folli perché alla radice di tutto questo c’è la paura. Quando dunque voi avrete gettato le fondamenta della meditazione nella vita quotidiana – le parole che usate, i gesti, i sentimenti, la passione nella vita quotidiana – allora avrete gettato le fondamenta dell’ordine e potremo procedere.

Vi renderete conto che la meditazione non è concentrazione. La concentrazione – che è un processo limitato, esclusivo e tende a creare separazione – non ha assolutamente niente a che fare con la meditazione. Vedete, per scoprire la verità voi dovete rifiutare qualunque cosa sia stata detta da chiunque; rifiutare il vostro guru, la vostra religione, i vostri libri. Rifiutare di definirsi indiani, musulmani, cristiani, inglesi o tedeschi, rifiutarlo completamente; allora in quel rifiuto (e tutto dipende da come rifiutate, perché se rifiutate per reazione allora creerete un altro disordine), vedrete la verità come verità nel disordine (perché c’è verità nel vedere in che modo si crea il disordine) così come vedrete il falso nella verità.

Allora, poiché la libertà – che è ordine, virtù e disciplina – non è frammentaria, non esiste più frammentazione nella struttura e nella natu­ra della mente. La mente quindi non vive più in uno stato di contesa e di conflitto; allora, una mente così non ha fine, è vasta, incredibilmente profonda e non può essere misurata. Una mente così – che in se stessa è diventata l’incommensurabile – vive nell’affetto, con amore e con bel­lezza. E quando c’è bellezza e amore, c’è verità, e non ci sono dei inventati dalla mente dell’uomo.

La mente che ha compreso la vita quotidiana e in quella vita quotidia­na ha portato ordine, e quindi bellezza e amore, è una mente religiosa. Una mente così non prova dolore, una mente così è una felicità, e la felicità è immensa e incommensurabile.

Questa costante è l’amore, ma la parola non è la cosa. L’amore segue un corso proprio, una propria bellezza che il pensiero – per quanto sensibile e sottile – non potrà mai cogliere. Il pensiero deve essere com­pletamente immobile e allora forse la costante riuscirà a sfiorarlo. La meditazione è percepire questi due aspetti come non dualità.

La meditazione è vedere la costante che tocca il flusso della vita in continua trasformazione. L’uomo che da peccatore è diventato un santo, è passato da un’illusione a un’altra. Tutto questo movimento è un’illusio­ne. Quando la mente ne prende atto non crea più illusioni, non misura più. E il pensiero cessa di occuparsi del problema del diventare migliori. Da ciò nasce uno stato di liberazione che è sacro. Soltanto questo, forse, contiene ciò che non cessa mai.

Dal Bulletin 22, 1974



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