Jiddu Krishnanaurti



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01.06.2018
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Morire a ogni ieri


La morte esiste solo per chi possiede qualcosa, e per chi dispone di un luogo dove andare a riposare. La vita è un flusso nel rapporto e nell’attaccamento; la negazione di questo movimento è morte. Non cercate un luogo esterno o interno; anche se possedete una stanza, una casa o una famiglia, non lasciate che diventino un nascondiglio, una fuga da voi stessi.

Il porto sicuro che la vostra mente ha costruito coltivando la virtù, citando la superstizione di una fede, rifugiandosi nell’astuzia o nell’atti­vità porterà inevitabilmente alla morte. Se voi appartenete a questo mon­do, alla società di cui fate parte, non potrete sfuggire alla morte. L’uomo che è morto nell’appartamento accanto o mille miglia lontano da casa vostra, siete voi. Come voi, si è preparato per anni, con grande cura, a morire. Come voi parlava della vita in termini di lotta, di infelicità, di uno spettacolo «niente male». Ma la morte è sempre là che guarda e aspetta. Chi muore ogni giorno, invece, è oltre la morte.

Morire è amare. La bellezza dell’amore non sta nei ricordi del passato o nelle immagini del domani. L’amore non ha passato e non ha futuro; passato e futuro appartengono alla memoria, e la memoria non è amore. L’amore con le sue passioni è semplicemente oltre la portata della società che siete voi. Morite, e ci sarà amore.

La meditazione è un movimento nell’ignoto e dell’ignoto. Non ci siete voi, c’è soltanto il movimento. Voi siete troppo piccoli o troppo grandi per questo movimento. Esso non ha niente dietro di sé, niente davanti a sé. È questa l’energia che il pensiero-materia non può toccare. Il pensiero è perversione perché è il prodotto di ieri; è prigioniero della fatica dei secoli e per questo è tanto confuso, tanto poco chiaro. Qualunque cosa facciate, il noto non può conoscere l’ignoto. Meditare è morire al già noto.

Nel silenzio, guardate e ascoltate. Il silenzio non è la fine del rumore; il clamore incessante della mente e del cuore non interrompe il silenzio; il silenzio non è un prodotto, un risultato del desiderio, e neanche è creato dalla volontà. Tutto quanto è coscienza è un movimento incessan­te e rumoroso entro i confini del suo farsi. All’interno di questi confini il silenzio o l’immobilità non sono altro che la fine temporanea del chiac­chiericcio; è il silenzio toccato dal tempo. Il tempo è memoria, per la quale il silenzio è corto o lungo; la memoria misura. Datele spazio e continuità, e diventerà un altro giocattolo. Ma questo non è silenzio. Ogni cosa creata dal pensiero vive nell’area del rumore, e il pensiero non riesce in alcun modo a rimanere immobile. Può creare un’immagine di silenzio e conformarvisi, adorarla, come fa con tante altre immagini che si è costruito, ma la sua formula di silenzio è l’assoluta negazione di esso; i suoi simboli sono la sostanziale negazione della realtà. Perché vi sia silenzio il pensiero deve immobilizzarsi. Il silenzio è sempre ora, mentre il pensiero non lo è. Poiché il pensiero è sempre vecchio, non ha alcuna possibilità di entrare in quel silenzio che è sempre nuovo. Il nuovo diventa vecchio non appena è toccato dal pensiero. Da questa posizione di silenzio, guardate e parlate. Il vero anonimato viene da questo silenzio e non esiste altra umiltà possibile. I vanagloriosi saranno sempre vanagloriosi, per quanto indossino l’abito dell’umiltà, che li rende duri e incostanti. Ma da questo silenzio la parola amore assume un significato completamente diverso. Questo silenzio non è lì fuori, ma si trova là dove non c’è rumore perché siamo diventati osservatori totali.

Soltanto l’innocenza può essere appassionata. Gli innocenti non provano dolore, non soffrono, per quanto abbiano fatto migliaia di esperienze. Non sono le esperienze che corrompono la mente, ma quello che lasciano dietro, il residuo, le cicatrici, i ricordi che si accumulano, si ammonticchiano l’uno sull’altro; allora inizia il dolore. Questo dolore è il tempo. Dove c’è il tempo non esiste innocenza. La passione non nasce dal dolore. Il dolore è l’esperienza, l’esperienza della vita quotidiana, la vita dell’angoscia e dei piaceri passeggeri, delle paure e delle incertezze. Non potete sfuggire alle esperienze, ma non c’è bisogno che queste mettano radici nel terreno della mente. Queste radici fanno nascere i problemi, i conflitti e la lotta incessante. Non c’è modo di uscirne, a meno di non morire ogni giorno a ogni ieri. Soltanto la mente chiara può essere appassionata. Senza passione non potrete mai vedere la brezza tra le foglie o il riflesso del sole sull’acqua. Senza passione non esiste amore.

Vedere è fare. L’intervallo tra vedere e fare è spreco di energia.

L’amore può esistere solo quando il pensiero è immobile. Questa immobilità non può essere creata in alcun modo dal pensiero. Il pensiero può soltanto costruire immagini, formule, idee, ma questa immobilità non può mai essere neanche sfiorata dal pensiero. Il pensiero è sempre vecchio, l’amore no.

L’organismo fisico ha una sua propria intelligenza, resa ottusa dall’abitudine al piacere. Le abitudini distruggono la sensibilità dell’organismo, e la mancanza di sensibilità rende ottusa la mente. Una mente di questo genere può essere vigile in una direzione ristretta e limitata, e tuttavia essere insensibile. La profondità di questa mente è misurabile; si lascia irretire dalle immagini e dalle illusioni. La sua superficialità sostanziale è la sua sola intelligenza. La meditazione richiede un organismo leggero e intelligente. L’interrelazione fra la mente meditativa e il suo organismo è un adattamento costante di sensibilità; la meditazione infatti ha bisogno di libertà. La libertà è la sua disciplina. Solo nella libertà può esservi attenzione. Essere consapevoli della disattenzione significa essere attenti. L’attenzione completa è amore. Solo l’amore può vedere, e vedere è fare.

Il desiderio e il piacere sfociano nel dolore; l’amore non conosce il dolore. È il pensiero che conosce il dolore, il pensiero che dà continuità al piacere. Il pensiero nutre il piacere, rafforzandolo. Il pensiero cerca senza posa il piacere, e così facendo apre la strada al dolore. La virtù coltivata dal pensiero è la via del piacere, dove c’è sforzo e conquista. La bontà non fiorisce sul terreno del pensiero, ma nella libertà dal dolore. La fine del dolore è amore.

Dal Bulletin 4, 1969




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