Jiddu Krishnanaurti



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Una mente quieta – Saanen, Svizzera, 22 luglio 1979


Avete mai notato che ben di rado la nostra mente conosce una quiete profonda? Ben di rado è libera dai problemi, oppure, se ne abbiamo, non accade spesso che riusciamo a metterli da parte per un po’ di tempo. Avete mai avuto una mente sgombra, una mente che non esagera, che non cerca niente, una mente assolutamente silenziosa, che osserva non soltanto ciò che accade nel mondo esterno, ma anche nel mondo della propria vita interiore, le attitudini e i travagli, semplicemente osservare? Oppure siete di quelli che non fanno che cercare, chiedere, analizzare, desiderare, cercare soddisfazione, darsi da fare per seguire qualcuno, un ideale, o cercare di stabilire un buon rapporto con un altro? Perchéquesta lotta, questo sforzo e questa ricerca non finiscono mai? Andate in India pensando che lì vi accadrà qualcosa di straordinario di cui andate in cerca, seguendo qualcuno che vi dice come dovete ballare, come do­vete cantare, come dovete fare qualsiasi cosa. C’è chi tenta di costringervi a meditare in un certo modo, ad accettare l’autorità, a eseguire certi rituali, a gridare quando ne avete voglia e così via. Perché fate tutto questo? Qual è la vostra sete insaziabile? Che cosa state cercando?

È possibile chiedersi perché esiste questa sete insaziabile, rimanendo tranquillamente a casa o facendo una passeggiata solitaria? Abbiamo parlato della paura, del dolore e del piacere; abbiamo anche parlato dell’in­telligenza, dell’amore e della compassione. Abbiamo messo in luce che senza l’intelligenza non può esserci amore né compassione. L’una si accompagna all’altro. Non l’intelligenza dei libri, non gli espedienti astuti del pensiero, non l’intelligenza della mente acuta e sottile, ma l’intelligen­za che percepisce in maniera diretta ciò che è falso, ciò che è pericoloso; e dopo averlo percepito, lo lascia andare immediatamente. Questa è l’in­telligenza della mente.

Forse potremmo parlare insieme della natura della meditazione e vedere se nella vita – non soltanto nelle attività materiali e nei possessi materiali: denaro, sesso, sensazioni, ma al di là di tutto questo – esiste qualcosa di veramente sacro, non creato dal pensiero; scoprire in maniera reale, da soli, forse attraverso la meditazione, liberi dalle illusioni e dagli inganni e pensando molto onestamente, se esiste qualcosa di sacro.

In genere la gente ha fatto molte esperienze: non soltanto di ordine sensuale, ma anche eventi che hanno provocato stati d’animo diversi, emozioni, sensazioni, sentimenti romantici. Si tratta di esperienze piutto­sto grossolane; forse tutte le esperienze lo sono. Quando si incomincia ad analizzare che cos’è che stiamo tutti cercando, desiderando, bramando, non vien fatto di chiedersi se non si tratti forse di un’esperienza super­ficiale, che soddisfa esclusivamente i sensi, qualcosa di cui il desiderio va in cerca, e che per forza deve essere piuttosto superficiale? Riflettendo insieme su tutto ciò, riusciamo a passare dalla superficialità a un’indagine più profonda, più ampia? Vale a dire, riusciamo a scoprire se tutti i nostri desideri non siano per caso semplicemente superficiali e legati alle sensazioni, oppure se il desiderio, la ricerca, la sete di qualcosa vada molto al di là di tutto questo?

In che modo intendete portare avanti l’indagine? Attraverso l’analisi? L’analisi è sempre lo stesso movimento del pensiero, è ancora guardare indietro. Analiticamente, il pensiero esamina se stesso e le proprie esperienze; il suo esame è ancora limitato perché il pensiero stesso è limitato. Questo e chiaro. Ma è l’unico strumento che abbiamo, e noi continuiamo a usarlo, ben sapendo che è limitato, ben sapendo che non può risolvere il problema e neanche la capacità di andare a fondo nell’indagine. Non ci rendiamo mai conto, io credo, che questo strumento, per quanto perspicace, per quanto molto usato, non è in grado di risolvere il problema. Sembra che non siamo capaci di metterlo da una parte.

È il pensiero che ha creato il mondo della tecnologia. E il pensiero che ha creato tutte le divisioni presenti nel mondo; non soltanto le divisioni nazionali, ma anche quelle religiose, ideologiche, come pure ogni forma di divisione tra due persone, per quanto possano pensare di amarsi. Quel pensiero, essendo limitato, essendo il frutto del passato, con la sua atti­vità non può non produrre divisione, e quindi limitazione. Il pensiero non potrà mai vedere il tutto. Si tratta di un’attività superficiale? Oppu­re, pur con tutte le sue limitazioni, il pensiero è in grado di andare più a fondo nell’indagine?

Lo strumento del pensiero è l’osservazione? Osservare: richiede forse il movimento del pensiero? Voi potete osservare, e poi, attraverso quell’osservazione, concepire e creare. Poiché quella creazione nasce dall’osservazione, è movimento del pensiero. Supponiamo di vedere un colore; prima c’è la semplice osservazione; poi la reazione di piacere, dispiacere, pregiudizio e così via, il movimento del pensiero. È possibile osservare senza alcun movimento del pensiero? Per farlo è necessario un certo tipo di disciplina? Disciplina: la radice della parola è imparare. Imparare; non obbedire, non imitare, non rendere la mente ottusa nella routine. Ora, è possibile imparare a osservare senza che a partire da quell’osservazione il pensiero crei certe immagini e agisca secondo quelle immagini? È possi­bile osservare, semplicemente? Ciò significa osservare e apprendere da quanto si è osservato, o essere consapevoli del modo in cui il flusso del pensiero interferisce con l’osservazione. Significa imparare questo. Que­sta è disciplina vera, questo è imparare.

Quando ad esempio ci mettiamo a osservare il nostro desiderio o la nostra sete di qualcosa, è possibile farlo senza che alcuna motivazione, senza che il passato – che è desiderio – o senza che le deduzioni a cui giunge il pensiero interferiscano con l’osservazione reale? Generalmente lo scopo dell’apprendimento è accumulare conoscenza e, a partire da quella, agire, a seconda dei casi, con abilità oppure no. Alternativamente, voi agite e poi imparate, il che significa accumulare sapere dalle azioni. Le nostre azioni, quindi, sono sempre basate sul passato, o sul passato che si proietta nel futuro e opera secondo quella proiezione.

Ora, noi stiamo mettendo in luce qualcosa di completamente diverso dall’accumulo delle conoscenze e dall’azione che ne consegue; qualcosa di completamente diverso dall’azione come risultato del passato o della proiezione del futuro, azioni basate sul tempo: l’ieri che incontra il presente, che è l’oggi, che si modifica e procede. Poiché il nostro agire ènormalmente basato su questo, ovviamente le nostre azioni sono sempre incomplete. Queste azioni sono piene di rimpianti, di senso di frustrazio­ne, e non sono mai complete.

Ora, stiamo mettendo in luce qualcosa di completamente diverso: un’osservazione in cui passato e futuro non esistono. Semplicemente osservare – come fa un bravo scienziato al microscopio – semplicemente osservare ciò che accade nella realtà. Quando si osserva ciò che accade realmente, la cosa osservata subisce un cambiamento. È possibile osservare il desiderio, la ricerca, il bisogno? Possediamo l’intensità di energia necessaria alla semplice osservazione, senza l’interferenza del passato?

Osservate quel che vogliamo nella vita, quel che cerchiamo, quel che desideriamo – (la maggior parte di voi è in cerca di qualcosa, altrimenti non sareste qui). Si leggono libri di filosofia, di psicologia, o di cosiddet­ta religione. Nei libri di religione viene sempre sottolineato che c’è qualcosa al di là, qualcosa di più e di più profondo. Dopo averli letti non è improbabile che si arrivi a dire: «Forse esiste davvero, voglio seguirlo». Allora ci si lascia prendere nella rete dai preti, dai guru, dall’ultima moda e così via. Non è escluso che si pensi di aver trovato qualcosa di soddi­sfacente, e allora si dice: «Sono assolutamente felice, non devo cercare niente altro». Ma potrebbe anche essere un’illusione: alla maggior parte della gente piace vivere di illusioni. La vostra ricerca, i vostri desideri e la vostra fame non hanno prodotto una buona società: una società basata sulla pace, dove non esiste violenza.

Lo scopo della nostra indagine è quello di creare una società buona, dove gli esseri umani possano vivere felici, senza paura, senza conflitto, senza lotta, senza sforzo e senza brutalità. La società è il risultato del rapporto tra la gente. Se il nostro rapporto non è corretto, preciso, reale, allora creeremo una società malata; ed è quanto sta accadendo nel mondo.

Perché gli esseri umani sono divisi? Voi state cercando qualcosa, un altro sta cercando qualcosa di completamente diverso. Sempre questo movimento centrato su di sé. La società che abbiamo creato si fonda su un’ambizione egocentrica, sull’appagamento personale e su una disciplina centrata sul sé che dice: «Io devo», e che fa nascere la violenza. Noi stiamo indagando anche nella vostra mente. Quando usiamo la parola mente non è la vostra o la mia mente, ma la mente. La vostra mente è come la mente di migliaia, di milioni di persone: una mente che si sforza, che lotta, che desidera, che dipende, che accetta, che obbedisce, che idealizza, che appartiene a una religione, che soffre pena, dolore e ansia; la vostra mente è fatta così; la mente degli altri è fatta così. Può darsi che voi non lo vediate perché la vanità, il senso dell’importanza individuale ve lo impediscono; ma questa osservazione è reale. Gli esseri umani si assomigliano tutti, da un punto di vista psicologico; in tutto il mondo sono infelici. Possono pregare, ma la preghiera non dà risposta ai loro problemi; tutti rimangono infelici, tutti continuano a sforzarsi, a disperarsi. Questa è la mente comune. Perciò, quando indaghiamo, il nostro oggetto d’indagine è l’essere umano, non soltanto io e voi: noi siamo esseri umani.

È possibile osservare il mondo esterno con le sue divisioni, i suoi terrori e i suoi pericoli, i suoi crimini politici, senza trarre conclusioni? Se osserviamo quel che accade all’esterno, e osserviamo anche ciò che accade dentro di noi, allora le nostre azioni non sono le vostre e le mie azioni, perché noi abbiamo osservato la stessa cosa insieme.

Chiedetevi che cosa state cercando: il denaro, la sicurezza, essere liberi dalla paura in modo da godere di un piacere permanente? È questo che state cercando, di essere liberi dal fardello del dolore – non soltanto il vostro fardello personale, ma quello del dolore del mondo – oppure state cercando qualcosa che è senza tempo, qualcosa che il pensiero non ha mai sfiorato, qualcosa di sostanzialmente originario, qualcosa di assolutamente incorruttibile? Scoprite da soli, in quanto esseri umani, al pari di tutti gli altri esseri umani che vivono al mondo, che cosa state cercando, dietro a che cosa vi state affannando.

State cercando qualche nuovo tipo di esperienza perché avete fatto tante esperienze diverse e avete detto: «Ne ho abbastanza, ho fatto tutte queste esperienze, ma ora ne voglio fare altre, diverse»: qualcosa di più, qualche esperienza che vi dia grande gioia, grande comprensione, che vi illumini, che vi trasformi? Come lo scoprirete? Per scoprirlo dovete essere liberi da qualsiasi illusione. Ciò significa completa onestà, perché lamiente non inganni se stessa. Per non ingannare voi stessi dovete capire la natura globale del desiderio. Perché è il desiderio che crea l’illusione: noi vogliamo la soddisfazione attraverso il desiderio e speriamo in qualcosa di più. Se voi non comprendete la natura totale e la struttura totale del desiderio, la mente creerà inevitabilmente delle illusioni. Una volta compreso il modo di operare del desiderio, la vostra mente è capace di riconoscerne il valore relativo e perciò di essere libera di osservare? Ciò significa osservare senza alcun tipo di illusione. Siete consapevoli delle illusioni? Quando la mente è libera dalle illusioni è assolutamente scevra da ipocrisie, chiara e onesta; allora potete incominciare a indagare; inda­gate se esiste un’esperienza senza tempo, una verità senza tempo. Questo è il punto in cui nasce la meditazione.

Probabilmente voi vi siete trastullati con la meditazione – meditazione trascendentale, meditazione tibetana, meditazione induista, meditazione buddhista, meditazione zen – seriamente o con superficialità. Per quanto capisco, il concetto di fondo di queste meditazioni è che il pensiero deve essere controllato, che voi dovete avere una disciplina, che attraverso ilcontrollo, attraverso un costante stato di vigilanza, dovete sottomettere i vostri sentimenti a qualcosa di diverso dal ciò che è. Ora, se volete scoprire che cos’è la meditazione, senza accettare semplicemente quel che viene detto da altri, sono necessarie alcune cose ovvie. Non deve esistere autorità, perché in quel caso voi dipendete, lottate, imitate e obbedite. Allora, è necessario comprendere la natura del controllo e chi controlla. Fin dall’infanzia, noi veniamo addestrati, educati a controllarci o a reprimerci; oppure – per andare all’estremo opposto, cosa che accade ai nostri giorni – a fare quel che più ci piace, a pensare ai fatti nostri! Esiste un modo di vivere senza alcuna forma di controllo, che non signi­fica però fare quel che ci pare e piace, indulgere nella permissività e così via? Esiste un modo di vivere in cui non esiste ombra di controllo? Per scoprirlo dovete chiedervi: chi è che controlla?

Chi è che controlla e che dice: «Devo controllare i miei sentimenti», oppure «Devo permettere ai miei sentimenti di esprimersi»? C’è chi controlla e ciò che deve essere controllato, e quindi esiste una separazio­ne. Chi è questo controllore? Non è forse ancora una volta il flusso del pensiero? Il pensiero ha detto: «Ho fatto esperienza di questo, intendo fare questo», che è il passato. Perciò è il passato che controlla. Quel che sta accadendo in questo momento deve essere sotto il controllo di colui che controlla, che è il passato.

Non sto parlando per me stesso. Benché io abbia parlato per cinquant’anni, parlare non mi interessa. Quel che mi interessa è vedere se anche voi riuscite a scoprire la stessa cosa in modo che la vostra vita sia completamente diversa, trasformata, in modo che voi non abbiate più problemi, difficoltà, desideri; che non dobbiate più lottare. Questa è la ragione per cui parlo; non per gratificazione o per gusto personale, né per sentirmi realizzato.

Quindi, colui che controlla è il risultato del pensiero, il pensiero ba­sato sulla conoscenza, che è il passato. Il pensiero dice: «Devo controllare quel che sta accadendo ora, la realtà». La realtà, ad esempio, è l’invidia o la gelosia, che voi tutti conoscete. Il pensiero dice: «Devo controllarla, devo analizzarla; devo reprimerla, devo rendermene conto». Così, esiste una separazione creata dal pensiero. Qui è contenuto un inganno; l’idea che chi controlla sia diverso da ciò che deve essere con­trollato è un inganno. Entrambi sono creati dal pensiero. Quindi, chi controlla è la cosa controllata. Se lo capite veramente, se lo approfondite seriamente dentro di voi, vedrete che chi controlla non serve; serve soltanto l’osservazione. Quando voi osservate, chi controlla e chi è controllato non esistono; esiste soltanto l’osservazione. Osservate la vostra invi­dia, ad esempio; osservatela senza darle un nome, senza negarla o accet­tarla, guardate semplicemente la sensazione, la reazione che monta, a cui è stato dato il nome di invidia, e guardatela senza nominare la parola. Perché la parola rappresenta il passato. Se usate la parola invidia, rinfor­zate il passato.

È possibile vivere senza alcun senso del controllo. Ve lo sto dicendo non come una teoria, ma come una realtà. Vi dico cose che ho fatto, non cose che invento. Esiste un modo di vivere senza alcun senso del controllo, e quindi senza alcun senso del conflitto, senza alcun senso della separazione, che può emergere soltanto quando c’è pura osservazione. Fatelo e vedrete. Verificatelo. Quando non c’è conflitto che cosa accade nella mente? Il conflitto implica movimento; il movimento è tempo: il tempo che è il movimento da qui a lì, tanto fisicamente quanto psicolo­gicamente; il movimento da un centro a un altro centro; il movimento da una periferia a un’altra periferia. La nostra vita è dominata da questo continuo movimento. Ora, se voi osservate molto attentamente questo movimento, cosa accade nella mente?

Voi avete capito la natura del pensiero; avete capito quanto è limitata la conoscenza immagazzinata nel cervello come memoria, quella memoria che agisce come pensiero in azione. Avete capito che la vostra conoscen­za è sempre confinata nell’ambito dell’ignoranza. Allora, che cosa accade nella mente? La mente, come abbiamo visto, non è soltanto la capacità di pensare con chiarezza, con obiettività, in maniera impersonale, ma anche quella di vedere la propria attitudine ad agire non sulla base del pensiero ma della pura osservazione. Per osservare ciò che realmente accade nel momento presente è necessario guardare senza che la reazione del passato influisca sull’osservazione. Da questa osservazione pura sca­turisce l’azione. Questa è intelligenza. E questa è anche quella cosa straor­dinaria chiamata amore e compassione.

La mente dunque possiede questa caratteristica d’intelligenza, e naturalmente, a quell’intelligenza si accompagna la compassione, l’amore. L’amore è qualcosa di diverso dalla pura e semplice sensazione. È assolutamente svincolato dai nostri desideri, dai nostri appagamenti, e da tutte le altre cose di questo genere. Ora la mente possiede dunque questa qualità, questa stabilità. È come una roccia in mezzo alla corrente, in mezzo al vorticare del fiume, immobile. E ciò che è stabile è silenzioso. Fate chiarezza assoluta su questo punto. Questa chiarezza è stabilità, questa chiarezza può analizzare il problema. Senza questa chiarezza la mente è confusa, contraddittoria, spaccata; è instabile, nevrotica, sempre in cerca, in lotta, sempre sotto sforzo. Arriviamo così al punto in cui la mente è completamente chiara e quindi completamente immobile. Immo­bile, non nel senso di una montagna, ma dell’assenza totale di problemi; una mente che è quindi straordinariamente stabile e tuttavia flessibile.

Ora, una mente di questo genere è tranquilla. E voi avete bisogno diuna mente che sia assolutamente silenziosa; assolutamente, non relativamente. Nei boschi, di sera, regna il silenzio. Tutti gli uccelli si sono posati, e sono cessati il vento e il sussurro delle foglie; c’è una grande immobilità esteriore. La gente osserva e dice: «Devo possedere questa immobilità» e per realizzarla si crea una dipendenza dall’immobilità che nasce nelle situazioni di solitudine. Ma quella non è immobilità. E non è immobilità neanche quella creata dal pensiero che dice: «Devo rimanere immobile, devo rimanere tranquillo, non devo chiacchierare». Ma questo non è il punto; questo è il risultato del pensiero che interviene sul rumo­re. Noi stiamo parlando di un’immobilità che non dipende da niente. Solo questo tipo di immobilità, questo silenzio assoluto della mente, può vedere ciò che è eterno, senza tempo, senza nome; questa è meditazione.

Dal Bulletin 39, 1980

La fine del dolore è amore – Bombay, India, 10 febbraio 1985


Questa sera faremo un lungo cammino. Ieri sera abbiamo parlato del dolore e della fine del dolore. Con la fine del dolore nasce la passione. Pochi di noi capiscono veramente o approfondiscono la questione del dolore. E possibile mettere definitivamente fine al dolore? Si tratta di una domanda che tutti gli esseri umani si sono posti; forse non a livello cosciente, ma a livello profondo, tutti, come noi, hanno voluto scoprire se la sofferenza, il dolore e la pena dell’uomo avranno fine. Perché, se non c’è fine al dolore non c’è amore.

Il dolore è un grande shock inferto al sistema nervoso, come un colpo all’intero essere psicologico e fisiologico. In generale noi cerchiamo di fuggirlo assumendo droghe, bevendo e impegnandoci in varie forme di evasione religiosa; altre volte assumiamo un atteggiamento cinico, altre ancora diamo le cose per inevitabili.

È possibile approfondire questo interrogativo in maniera seria? È possibile non fuggire dal dolore? Se mio figlio muore, provo un immenso dolore, uno shock, e scopro di essere veramente una creatura sola. Non riesco ad affrontarlo, non riesco a sopportarlo, e quindi lo fuggo. I tipi di fuga sono molti: fuga nella religione, nei piaceri mondani, nella filoso­fia. È possibile riuscire a non escogitare fughe dal dolore, dal dolore della solitudine, della tristezza, del trauma, ma rimanere completamente con l’evento, con questa cosa chiamata sofferenza? Vi riesce di sopportare qualsiasi problema, sopportarlo, non cercare di risolverlo; guardarlo come se teneste in mano un gioiello prezioso, squisitamente lavorato? La bel­lezza di un gioiello ci affascina così tanto, ci piace così tanto, che conti­nuiamo a guardarlo. Allo stesso modo, se riuscissimo a sopportare il nostro dolore senza innescare alcun movimento del pensiero e senza fuggire, la liberazione totale da ciò che ha provocato il dolore verrebbe proprio da quell’azione di immobilità, da quel rimanere con l’evento.

Desidero anche parlare di che cos’è la bellezza; non la bellezza di una persona o quella dei dipinti e delle statue nei musei; e neanche quella dei più antichi tentativi dell’uomo di esprimere i propri sentimenti con la pietra, con la pittura o con la poesia; semplicemente chiederci che cos’è la bellezza. La bellezza può essere verità. La bellezza può essere amore. Ma senza comprendere la natura e la profondità di questa parola straor­dinaria, bellezza, potremmo non farcela mai a imbatterci in ciò che è sacro. Perciò dobbiamo approfondire l’argomento.

Che cosa accade realmente quando vediamo qualcosa di molto bello, come può esserlo una montagna piena di neve contro il cielo azzurro? Per un attimo la maestà di quella montagna, la sua immensità, il suo profilo che si staglia contro il cielo annullano qualsiasi interesse che io abbia per me stesso. In quell’attimo non ci sono io che guardo. È proprio la grandezza di quella montagna che ha distolto da me, per un attimo, ogni interesse per me stesso. Certamente dovete averlo notato. Avete osservato un bambino con un giocattolo? Ha fatto i capricci tutto il giorno – come è giusto – e voi gli avete dato un giocattolo. A quel punto, per tutta l’ora successiva, finché non lo avrà rotto, egli è assolutamente tranquillo. Il giocattolo ha assorbito la sua birichineria; lo ha preso. Allo stesso modo, quando noi vediamo qualcosa di straordinariamente bello, quella bellezza ci assorbe. Vale a dire, c’è bellezza quando non esiste travaglio del sé, quando non esiste un interesse centrato su di sé. Capite? Pensate che sia possibile capire la bellezza, capirla senza il sé, quando non siamo assorbiti o scossi da qualcosa di straordinariamente bello come una montagna, o come una valle dalle ombre profonde, quando non siamo presi dalla montagna? Perché dove c’è il sé non c’è bellezza; dove c’è interesse personale non c’è amore; e amore e bellezza si accompagnano l’uno all’altra, non sono separati.

Dobbiamo parlare anche di che cosa è la morte. C’è una certa cosa che noi tutti dobbiamo affrontare. Che siamo ricchi o poveri, colti o ignoranti, giovani o vecchi, la morte è certa per ogni essere umano. Moriremo tutti. E non siamo mai stati capaci di capire la natura della morte. Abbiamo sempre paura di morire, non è vero? Per comprendere la morte dobbiamo analizzare anche che cos’è la vita. Chiediamoci se stiamo sprecando la nostra vita, dissipando le nostre energie in vari modi, sprecandoci nella pratica di professioni specializzate. Voi potete esserericchi, potete avere ogni sorta di capacità, potete essere specialisti, grandi scienziati o uomini d’affari; potete avere il potere, una posizione; ma alla fine della vita tutto questo è stato forse uno spreco? Tutto questo trava­glio, l’ansia tremenda, l’insicurezza, le folli illusioni che l’uomo ha colle­zionato – i suoi dèi, tutti i santi e così via – tutto questo è stato forse uno spreco? Ve ne prego, è una domanda seria che ognuno di noi deve porsi. Nessuno può dare una risposta per noi.

Noi abbiamo separato il vivere dal morire. La morte sopraggiunge alla fine della vita; e noi la collochiamo quanto più lontano possibile, un lungo intervallo di tempo; ma alla fine di un lungo, lungo viaggio, dob­biamo morire. E che cos’è quella cosa che tutti chiamiamo vivere: fare soldi, andare in ufficio dalle nove del mattino alle cinque di sera? E intanto soffrite di conflitti, di paura, di ansia, di solitudine, di disperazio­ne, di depressione senza fine. Questo modo globale di esistere, che noi chiamiamo vita, il vivere – questo immenso travaglio dell’uomo, questo conflitto, questa illusione, questa corruzione senza fine – questo è vivere? Questo è quel che noi chiamiamo vivere; lo sappiamo; ci è familiare; è la nostra esistenza quotidiana. E la morte significa la fine di tutto questo, la fine di tutte le cose che abbiamo pensato, che abbiamo accumulato, di cui abbiamo goduto. E a tutto questo siamo attaccati. Siamo attaccati alla nostra famiglia, al denaro, al sapere, alle credenze con cui abbiamo vis­suto, agli ideali; siamo attaccati a tutto questo. E la morte dice: «Amico mio, adesso è finita».

Abbiamo paura di morire perché morire significa abbandonare tutte le cose che abbiamo conosciuto, tutte le cose di cui abbiamo fatto esperien­za, che abbiamo creato: gli splendidi mobili che possediamo, e quella meravigliosa collezione di quadri! La morte viene e dice: «Tutto questo non puoi averlo più». E noi ci aggrappiamo a quel che sappiamo, spa­ventati dell’ignoto. Possiamo inventare la reincarnazione. Ma non abbia­mo cercato di approfondire che cos’è che nascerà nella vita successiva.

Ora la domanda è: perché il cervello ha separato la vita e la morte? Perché ha avuto luogo questa scissione? Accade forse quando c’è attaccamento? È possibile vivere nel mondo moderno con la morte? Non intendo il suicidio, non stiamo parlando di questo; intendo il mettere fine, da vivi, a ogni attaccamento, che è morte. Io sono attaccato alla casa dove vivo. L’ho comperata, l’ho pagata molto cara, e sono attaccato anche a tutti i mobili, ai quadri, alla famiglia, ai ricordi che vi sono legati. E la morte viene e spazza via tutto. Potete dunque vivere ogni giorno della vostra vita con la morte, mettendo fine a tutto ogni giorno, metten­do fine a tutti i vostri attaccamenti? Perché questo è il significato del morire. Noi abbiamo separato il vivere dal morire e quindi siamo eternamente spaventati. Ma quando voi ricongiungete la vita e la morte, il vivere e il morire, allora scoprite che esiste uno stato del cervello dove ogni conoscenza in quanto memoria ha fine.

Per scrivere una lettera, per venire qui, per parlare inglese, per tenere i conti, per tornare a casa, e così via voi avete bisogno di conoscenze. Può il cervello usare il sapere quando è necessario e tuttavia esserne completamente libero? Il nostro cervello non fa altro che registrare, in continuazione; ciò che viene detto in questo momento voi lo state registrando; quella registrazione diventa un ricordo, e quel ricordo – quella registrazione – è necessario in una certa area, l’area dell’attività fisica. Allora, può il cervello utilizzare il sapere quando è necessario, e tuttavia essere libero della conoscenza passata? Può il cervello essere libero così da funzionare completamente in una dimensione diversa? Ciò significa che ogni giorno, quando andate a letto, spazzate via tutto quello che avete accumulato; significa morire alla fine del giorno.

Quando ascoltate un’affermazione di questo genere: «vivere è morire, non sono due cose separate», lo fate non soltanto con l’udito; se state attenti, ne ascoltate la verità, la realtà. E per il momento ne vedete la chiarezza. Allora, è possibile per ciascuno di noi, alla fine della giornata, morire a tutto quello che non è necessario, al ricordo delle ferite, alle nostre opinioni, alle nostre paure, alle nostre ansie, al nostro dolore; mettere fine a tutto questo, ogni giorno? Allora, dal momento che la morte è la fine, scoprirete che state vivendo con la morte tutto il tempo.

Noi siamo attaccati a così tante cose: al nostro guru, al sapere che abbiamo accumulato, al denaro, alle opinioni con cui abbiamo vissuto, agli ideali, al ricordo di nostro figlio, di nostra figlia. Quel ricordo siete voi; tutto il vostro cervello è pieno di ricordi e voi siete attaccati a questa coscienza totale. Questo è un fatto. Poi viene la morte e dice: «Ecco la fine del tuo attaccamento». E noi abbiamo paura, paura di liberarci com­pletamente di tutto questo, paura della morte che taglia via tutto quel che abbiamo posseduto. Potete inventarvi qualcosa e dire: «Proseguirò nella prossima vita». Ma che cos’è che continua? Capite la mia domanda? Che cosa significa quel desiderio di continuare? Esiste forse una continuità, che non sia quella delle cose che sono tutte create dal pensiero?

Il pensiero è limitato e quindi crea conflitto, questo lo abbiamo già visto. E il sé, l’io, la persona, è un groviglio di ricordi complicati, antichi e nuovi. Noi viviamo di ricordi. Viviamo di sapere, acquisito o ereditato, e quel sapere è ciò che noi siamo. Il sé è la conoscenza delle esperienze passate, dei pensieri e così via. Questo è il sé. Il sé può inventare che c’è qualcosa di divino in noi, ma ancora una volta si tratta dell’attività del pensiero. E il pensiero è sempre limitato. Potete vederlo da voi, non dovete studiare libri e filosofi; potete vederlo da voi, chiaramente, che siete un groviglio di ricordi. E la morte li tronca tutti. Per questo abbiamo paura. La domanda è questa: è possibile vivere, nel mondo moderno, con la morte?

E poi dobbiamo parlare insieme di che cos’è l’amore. L’amore è sensazione? L’amore è desiderio? L’amore e piacere? L’amore è creato dal pensiero? Amate vostra moglie, vostro marito, i vostri figli? L’amore è gelosia? Non dite di no. L’amore è paura, ansia, dolore e tutto il resto? Che cos’è l’amore? Senza la sua qualità, il suo profumo, la sua fiamma – per quanto ricchi, potenti, arrivati, importanti – senza amore siete semplicemente dei gusci vuoti. Dobbiamo dunque affrontare la questione dell’amore. Se amaste i vostri figli ci sarebbero guerre? Se amaste i vostri figli permettereste loro di uccidere? Può esistere amore dove c’è ambizio­ne? Ve ne prego, guardate in faccia tutto questo.

L’amore non ha assolutamente niente a che vedere con il piacere, con i sensi. L’amore non è creato dal pensiero; quindi non si trova all’interno della struttura del cervello. É qualcosa di completamente al di fuori del cervello, perché il cervello per sua natura, per sua struttura, è uno stru­mento di sensazioni, di reazioni nervose e così via. L’amore non può esistere dove c’è mera sensazione. Il ricordo non è amore.

E poi dobbiamo parlare insieme anche di che cos’è una vita religiosa e di che cos’è la religione. Anche qui la questione è molto complessa. Gli esseri umani hanno cercato qualcosa oltre la dimensione fisica, oltre l’esi­stenza quotidiana di dolore, di pena o di piacere. Hanno cercato qualco­sa di oltre, prima di tutto tra le nuvole; il tuono era la voce di dio. Poi hanno adorato gli alberi e le pietre. I contadini che vivono lontano dalle brutture e dagli abomini di questa città adorano ancora le pietre, gli alberi e le immagini. L’uomo vuole scoprire se esiste qualcosa di sacro. Allora arriva il prete che dice: «Te lo mostrerò io», esattamente come fa il guru. Il prete occidentale ha i suoi rituali, le sue ripetizioni, il suo abito fantasioso e il culto di una particolare immagine. E voi? Voi avete le vostre immagini. Oppure non credete in niente; dite di essere atei. Ma voi e io, insieme, vogliamo scoprire qualcosa che possa essere al di là del tempo, al di là del pensiero. Per questo siamo qui a indagare, a esercitare il cervello, la ragione, la logica, per scoprire che cos’è la religione, che cos’è una vita religiosa e se è possibile vivere una vita religiosa nel mondo moderno.

Cerchiamo dunque di scoprire in prima persona che cosa è realmente, veramente, una vita religiosa. Ed è possibile scoprirlo soltanto quando capiamo che cosa sono in realtà le religioni e quando poi le mettiamo da parte, quando non apparteniamo più a nessuna religione, a nessuna organizzazione, a nessun guru, a nessuna cosiddetta autorità spirituale. Non esiste autorità spirituale; questo è uno dei crimini che abbiamo commes­so; abbiamo inventato un mediatore tra noi e la verità.

Quando incominciate a indagare per cercare di scoprire che cos’è la religione, state vivendo una vita religiosa. Non siete alla fine. Quando guardate, cercate, discutete, dubitate,, mettete in discussione; quando non coltivate credenze non seguite una fede, state già conducendo una vita religiosa. Lo farete ora.

Di fronte al problema religioso sembra che voi perdiate ogni ragione, ogni logica e ogni buonsenso. Dobbiamo essere logici, razionali, dobbia­mo dubitare, mettere in discussione tutto quello che l’uomo ha creato: gli dèi, i sapienti, i guru e la loro autorità. Queste cose non sono religione, sono semplicemente assunzione di autorità da parte di pochi. Siete voi che gliela conferite. Abbandonate completamente tutto questo.

Avete mai notato che quando nei rapporti umani regna il disordine sociale o politico, arriva un dittatore, un capo? Là dove c’è disordine nella vostra vita voi creerete un’autorità. Siete voi i responsabili dell’au­torità, e ci sono persone fin troppo disposte ad accettarla. Dove c’è paura, l’uomo inevitabilmente cerca qualcosa che lo protegga, che lo tenga in uno stato di sicurezza. E per paura che ci inventiamo gli dei, per paura che ci inventiamo i rituali e tutto lo spettacolo da circo che si perpetua in nome della religione. I templi che esistono in questo paese, le chiese e le moschee, sono tutti creati dal pensiero. Mi direte che esiste la rivelazione diretta. Dubitate di quella rivelazione. Voi la accettate, ma se usate la logica, la ragione, il buonsenso, vedrete le superstizioni che avete accumulato. Tutto questo non è religione. Ovviamente. Riuscirete ad abbandonarlo per scoprire qual è la natura della religione, che cos’è la mente, il cervello, che possiede la qualità del vivere religioso? Riusci­rete voi, esseri umani così impauriti, a non inventarvi, a non crearvi illusioni, ma ad affrontare la paura? La paura psicologica può scomparire del tutto quando voi ci rimanete dentro, quando non la fuggite, ma le date la vostra attenzione totale. È come una luce gettata su di essa, una grande luce folgorante; allora quella paura scompare completamente. E quando non c’è paura non c’e dio; non c’è rituale; tutto diventa inutile, stupido. Le cose che il pensiero ha inventato diventano irreligiose perché il pensiero è semplicemente un processo materiale basato sull’esperienza, sulla conoscenza e sulla memoria. Il pensiero si inventa tutta la tiritera, tutto l’impianto delle religioni istituzionalizzate che non hanno più alcun senso. Riuscite voi ad abbandonare tutto questo, in maniera gratuita, senza cercare di ottenere una ricompensa alla fine? Lo farete? Allora, non sarà più necessario chiedere a nessuno che cos’è la religione.

Esiste qualcosa al di là del tempo e del pensiero? può darsi che voi vi poniate l’interrogativo, ma se il pensiero inventa qualcosa di oltre si tratta sempre di un processo materiale. Il pensiero è un processo materiale perché mantiene la conoscenza nelle cellule del cervello. Io non sono uno scienziato, ma voi potete osservarlo su di voi; potete osservare l’attività nel vostro cervello, che è l’attività del pensiero. Così, se riuscite ad ab­bandonare tutto questo in maniera disinteressata, senza sforzo, senza opporre resistenza, allora inevitabilmente vi chiederete: esiste qualcosa al di là del tempo e dello spazio? Esiste qualcosa che nessuno ha mai visto prima? Esiste qualcosa di immensamente sacro? Esiste qualcosa che il cervello non ha mai sfiorato? E allora lo scopriremo; vale a dire se avrete fatto il primo passo e fatto piazza pulita di tutta la spazzatura chiamata religione. Perché avete usato il vostro cervello, la vostra logica, perché dubitate, perché vi interrogate.

E poi, che cos’è la meditazione, che rientra nell’area della religione? Che cos’è la meditazione? Fuggire il frastuono del mondo, avere una mente silenziosa, una mente quieta, una mente pacifica? Per questo voi praticate seguendo un sistema, un metodo, un modo; per diventare con­sapevoli, per tenere sotto controllo i vostri pensieri. Sedete a gambe incrociate e ripetete qualche mantra. Ripetete, ripetete, ripetete, e intanto continuate a coltivare l’interesse per voi stessi, il vostro egoismo, e il mantra ha perso il suo significato.

Che cos’è dunque la meditazione? È uno sforzo cosciente? Voi meditate coscientemente, praticate per ottenere qualcosa: ottenere una mente, tranquilla, per sentirvi il cervello stimolato. Qual è la differenza tra una persona che medita in questo modo e una che dice: «Voglio avere i soldi, e quindi lavoro per guadagnarli»? Qual è la differenza fra queste due persone? Entrambe stanno cercando di ottenere un conseguimento: uno si chiama conseguimento spirituale, l’altro conseguimento terreno. En­trambe sono sulla linea del conseguimento. Per me questa non è medi­tazione; ogni desiderio cosciente, deliberato, attivo, dotato di una sua volontà, non è meditazione.

Dobbiamo quindi chiederci se esiste una meditazione non creata dal pensiero. Esiste una meditazione di cui non si è consapevoli? Capite? Un processo deliberato di meditazione non è meditazione. È molto ovvio. Potete sedere a gambe incrociate per il resto dei vostri giorni, respirare e fare tutto quel che è richiesto, ma non vi avvicinerete mai all’altra cosa, perché la vostra è un’azione deliberata per conseguire un risultato: la causa e l’effetto. Ma l’effetto diventa la causa; e così vi ritrovate prigio­nieri di un circolo vizioso. Esiste una meditazione che non è creata dal desiderio, dalla volontà, dallo sforzo? Io dico di sì. Ma non dovete cre­derci; al contrario, dovete dubitarne, dovete metterlo in discussione; anch’io l’ho messo in discussione, ne ho dubitato, l’ho vivisezionato. Esiste una meditazione che non sia costruita, organizzata? Per approfon­dire questo punto è necessario comprendere il cervello che è condizionato, è limitato, il cervello che tenta di comprendere l’infinito, l’incommen­surabile, l’eterno, il senza tempo, se mai esiste una cosa come il senza tempo. E per questo è importante comprendere il suono. Suono e silen­zio vanno sempre insieme.

Il suono è il mondo; il suono è il nostro cuore che batte; l’universo è pieno di suoni; tutti i cieli, i milioni di stelle, l’universo intero è riempito dal suono. Ma questo suono noi lo abbiamo reso intollerabile. Quando voi ascoltate il suono, quell’ascolto è silenzio. Silenzio e suono non sono separati. Perciò la meditazione non è qualcosa di costruito, di organizzato; la meditazione è. Inizia quando facciamo il primo passo, che è libe­rarsi di tutte le nostre ferite psicologiche, liberarsi di tutte le paure, le ansie, la solitudine, la disperazione, il dolore accumulato. Questo è il fondamento, questo è il primo passo, e il primo passo è anche l’ultimo. Se fate il primo passo siete arrivati. Ma noi non siamo disposti a fare il primo passo perché non vogliamo essere liberi. Vogliamo dipendere: dipendere dal potere, dagli altri, dall’ambiente, dalla nostra esperienza e dal nostro sapere. Non siamo mai del tutto liberi dalla dipendenza, dalla paura.

La fine del dolore è amore. Quando c’è amore c’è compassione, e quella compassione ha una propria intelligenza integrale. E quando quell’intelligenza agisce, l’azione è sempre vera. Dove c’è quell’intelligenza non c’è conflitto. Tutto questo lo avete già ascoltato: avete sentito parlare della fine della paura, della fine del dolore; avete sentito parlare della bellezza e dell’amore. Ma ascoltare è una cosa e agire è un’altra. Tutte queste cose che sono logiche, sensate, razionali voi le ascoltate, ma non volete comportarvi in conseguenza. Tornate a casa e ricominciate dacca­po con le vostre angosce, le vostre preoccupazioni, i vostri conflitti, le vostre infelicità. E allora vi chiedo: a che scopo tutto questo? Ascoltare e non fare è sprecare la vita; se voi ascoltate qualcosa che è vero e non agite in conseguenza state sprecando la vostra vita. E la vita è troppo preziosa: è l’unica cosa che abbiamo. Anche con la natura abbiamo perso il contatto, e ciò significa che abbiamo perso il contatto con noi stessi, perché anche noi facciamo parte della natura. Non amiamo gli alberi, gli uccelli, l’acqua e le montagne; stiamo distruggendo la terra; ci stiamo distruggendo gli uni con gli altri. Tutto questo è sprecare la vita.

Quando lo si comprende, non soltanto da un punto di vista intellet­tuale o verbale, allora la vita diventa una vita religiosa. Mettersi addosso un perizoma, andare chiedendo l’elemosina, chiudersi in un monastero: non è questa la vita religiosa. Una vita religiosa inizia là dove non c’è conflitto, quando c’è il senso dell’amore: non amore per una sola perso­na, e quindi limitato. Se dunque voi date il cuore, la mente e il cervello, nasce qualcosa che è al di là del tempo. E da questo nasce la felicità: non nei templi, non nelle chiese, non nelle moschee. Quella felicità si trova là dove siete voi.

Da Bulletin 54, 1989


Bellezza, dolore e amore – Ojai, California, 18 maggio 1985


Che cos’è che gli esseri umani in tutto il mondo hanno cercato, al di là della loro vita faticosa, noiosa e solitaria? Che cosa c’è al di là, non soltanto per l’individuo, ma per l’umanità intera? Che cosa c’è che non è sfiorato dal pensiero, che non ha nome, che può essere eterno, duraturo, stabile? Parleremo di tutto questo, della meditazione e dello yoga. Sembra che tutti siano interessati allo yoga: tutti vogliono mantenersi giovani e belli.

Lo yoga oggi è diventato un business, come qualsiasi altra cosa. Esistono insegnanti di yoga in tutto il mondo. E come al solito, fanno soldi a palate. Ma un tempo lo yoga – come mi è stato detto da chi ne sa molto – veniva insegnato soltanto a poche, pochissime persone. Lo yoga non significa semplicemente mantenere il corpo sano, normale, attivo e intelligente. Significa anche – la parola yoga in sanscrito significa unire – unire il superiore e l’inferiore; questa è la tradizione. Esistono varie forme di yoga di cui la più alta è chiamata raja yoga, il re degli yoga. Era uno stile di vita che riguardava non soltanto il benessere fisico, ma anche, e molto di più, quello psichico. Non c’era una disciplina, non c’era un sistema, niente da ripetere quotidianamente. Era avere un cervello in ordine, sempre attivo; non ciarliero, attivo. Era avere una vita morale, etica e disciplinata profondamente ordinata, non basata su voti religiosi. Quindi, per quanto il corpo venisse mantenuto in salute, non era questo ciò che contava di più. Quel che contava di più era avere un cervello – una mente – in stato di benessere; vale a dire chiaro, attivo; non attivo nel senso del movimento fisico, ma attivo in sé, vivo, pieno di vitalità. Oggi lo yoga è diventato invece una cosa piuttosto superficiale, medio­cre, una fonte di profitto.

La forma più alta di yoga non deve essere insegnata a casaccio; è qualcosa che voi fate, anche tutti i giorni, per avere una perfetta consapevolezza del vostro corpo. Voi osservate il vostro corpo, e nessun movimento, nessun gesto che venga compiuto sfugge a quell’osservazione. Il corpo non fa nessun movimento inutile, ma non è controllato. Forse voi pensate che lo yoga sia qualcosa da praticarsi tutti i giorni per sviluppare i muscoli, per avere un corpo robusto. Non è affatto così. È qualcosa che vivete tutto il giorno, osservando attentamente, con molta chiarezza.

L’altro giorno parlavamo del nostro rapporto con la natura, con tutta la bellezza del mondo, con le montagne, le valli, le colline e le ombre, con i laghi e i fiumi. Parlavamo dell’immagine creata dal pensiero che si frappone tra noi e la montagna, i campi e i fiori, come quando ci creiamo un’immagine di nostra moglie, di nostro marito e così via; quell’immagi­ne impedisce un rapporto completo. In questo momento tra voi e me esiste un rapporto che è molto importante capire. io non sto cercando di indurvi a condividere nessun punto di vista, e non sto neanche esercitan­do nessun tipo di pressione, cosicché voi ascoltate, accettate o rifiutate. Io non ho autorità. Non sono un guru. Detesto l’idea del comando, sia da un punto di vista psicologico sia spirituale. Ne ho orrore: è esattamen­te ciò che intendo. Non è qualcosa da prendersi alla leggera.

Le conversazioni che abbiamo fatto insieme, le abbiamo portate avanti insieme. Non sono conversazioni a senso unico. Il mondo è popolato di prepotenti; le religioni, i giornali, i politici, i guru, i preti, i prepotenti in famiglia. Tutta gente che ci fa sentire colpevoli; attaccano per primi e voi dovete difendervi. Questo è il gioco che si perpetua nei nostri rapporti e che crea i sensi di colpa. Abbiamo parlato della paura e del perché gli esseri umani, che si sono evoluti nel corso di molti millenni, vivano aggravati dal suo peso. La paura è una sensazione. La sensazione assume molte forme: quella delle droghe, dell’alcol e di altre sostanze analoghe; quella del sesso, quella del successo, quella della scalata, sia sul piano della scala terrena sia su quello della cosiddetta scala spirituale. Noi soffriamo di molte, molte paure, che non soltanto distruggono la capacità umana, ma distorcono il cervello, distorcono, riducono o limitano la nostra attività sia biologica sia psicologica. Lo abbiamo già visto. Abbia­mo detto che alla radice della paura stanno il tempo e il pensiero.

Voi potete ascoltare tutto ciò con indifferenza o seriamente, come fate quando parlate tra di voi. Ma le parole non sono la cosa. La paura non è la parola; ma la parola può creare la paura. La parola è l’imma­gine, l’idea. Ma la realtà della paura è completamente diversa. Così, dobbiamo vedere chiaramente se la parola induce o alimenta la paura. In questo caso, superare quella paura significa superare la parola ma non il fatto.

Vi ho detto di nuovo che affrontare il fatto è di assoluta importanza: non il fatto in sé, ma il modo in cui vi accostate al fatto, come vi accostate a esso. Se si arriva ad affrontare la paura con delle opinioni, con delle idee su come superarla, come reprimerla o come trascenderla, se si chiede aiuto a qualcuno per vincerla, quella paura continuerà in una forma o nell’altra. E per paura l’umanità ha fatto cose terribili. Per paura di non essere al sicuro abbiamo ucciso gli esseri umani a milioni. L’ulti­ma guerra e la guerra che l’ha preceduta lo hanno dimostrato. E dove c’è paura c’è Dio, e tutte le consolazioni che derivano dalle illusioni. Ma quando c’è sicurezza psicologica, e quindi sicurezza biologica, c’è libertà dalla paura. Non è una sicurezza prima fisica e poi psicologica. I regimi socialisti e totalitari hanno cercato di creare l’ordine dall’esterno, ma nonstanno avendo successo. Stanno soltanto reprimendo. Ma se si incomin­cia a comprendere la struttura psicologica globale dell’individuo, di ogni singolo essere umano, allora si incomincia a comprendere la natura della paura. E la paura può finire.

Visto che è una mattina così bella, potremmo parlare insieme della bellezza. Che cos’è la bellezza? Mi permettete di chiedervi quale risposta date alla domanda: che cos’è la bellezza? Sta nelle montagne e nelle ombre, nella luce screziata che passa tra le foglie di questi alberi? È uno specchio d’acqua immobile sotto la luna, o le stelle di una sera limpida? È un volto bello, ben proporzionato, che quella bellezza la possiede interiormente? Oppure la troviamo nei dipinti e nelle statue dei musei? C’è una statua meravigliosa al Louvre, la Nike di Samotracia: è quella la bellezza? Oppure una bella donna, ben truccata: è quella la bellezza?

Sarebbe opportuno porsi questa domanda perché della bellezza noi andiamo in cerca continuamente. Questo è il motivo per cui i musei sono diventati così importanti. Forse perché dentro di noi siamo così brutti, così spaccati e frammentati che non riusciamo a vedere niente nella sua interezza? Poiché non viviamo mai in modo olistico, pensiamo che la bellezza sia là fuori, in un quadro, in una bella poesia di Keats, o in uno splendido brano letterario.

Allora, che cos’è la bellezza? L’amore è bellezza? Il piacere è bellezza? La bellezza è qualcosa che vi dà uno slancio, una sensazione? Quando voi guardate queste colline qui dietro e il cielo blu, il profilo di quelle montagne contro il cielo, e le ombre, e l’erba bruciata dal sole e gli alberi frondosi; quando guardate le vette più alte con le loro nevi eterne, contro un cielo che non è mai stato inquinato; quando guardate tutte queste cose, quando le guardate senza dire niente lì per lì, che cosa accade? Non accade forse che la maestà di quella montagna, la sua immensa solidità, nel momento stesso in cui la guardate, vi distoglie dalla vostra grettezza, dalle vostre preoccupazioni, dai vostri problemi e da tutto il travaglio della vita? Per un attimo fate silenzio.

È come un bimbo piccolo che non ha fatto che correre tutto il giorno gridando e facendo il birichino. Che cosa ne è di quella birichineria quando gli date un giocattolo bello e complicato? Tutta la sua energia si concentra su quel giocattolo, e la birichineria scompare. Quel giocattolo lo assorbe; diventa l’unica cosa importante. Gli piace e lo tiene in mano: quanti orsacchiotti logori avete visto! Anche la montagna vi assorbe per un attimo e vi dimenticate di voi stessi. Quando guardate una splendida statua – non soltanto le statue greche, ma anche quelle dell’antico Egitto con il loro straordinario senso della terra, con la loro ricchezza, stabilità e dignità – per un attimo la sua dignità e la sua immensità fanno sparire la vostra grettezza. Anche noi adulti, come i bambini, siamo presi dai giocattoli, che sono forse il nostro lavoro, i nostri imbrogli in politica e così via. Queste cose ci assorbono e se ci vengono tolte ci deprimiamo; questo cerchiamo di evitarlo fuggendo da quel che siamo.

Allora, non è forse bellezza qualcosa che avviene quando voi non siete, voi con tutti i vostri problemi, la vostra insicurezza e la vostra ansia di essere o di non essere amati? Quando voi con tutte queste complicazioni psicologiche non siete, allora esiste la bellezza. Quando voi non siete, allora c’è una bellezza che non è piacere, e neanche sensazione.

Il piacere per noi è una cosa estremamente importante: il piacere di un tramonto, il piacere di vedere che qualcuno che amate sta bene. Dobbiamo quindi rivedere completamente il concetto di piacere, perché il piacere, se siamo onesti, è quel che noi vogliamo. E questa è la nostra difficoltà, perché non siamo mai seriamente onesti con noi stessi. Pensia­mo che l’onestà con noi stessi possa creare dei fastidi non soltanto a noi ma anche agli altri.

Che cos’è il piacere? Possedere una bella automobile, oppure dei bei mobili antichi da pulire, da guardare, da valutare? Allora ci identifi­chiamo con quei mobili; allora diventiamo quei mobili, perché con qual­siasi cosa noi ci identifichiamo, siamo quella cosa. Può essere un’im­magine, può essere un pezzo di antiquariato, può essere un’idea, un’opi­nione, un’ideologia, e l’identificazione è qualcosa che ci va bene, che ci soddisfa; non ci dà troppa angoscia e ci procura un grande piacere. Ma il piacere si accompagna alla paura. Non so se voi lo avete mai notato.

È l’altra faccia della medaglia, ma noi non la vogliamo guardare; e allora ci diciamo che il piacere è la cosa che conta di più, anche se ce lo procuriamo con le droghe che si stanno diffondendo sempre più in tutto il mondo. E poi c’è il piacere di possedere una donna o un uomo, il piacere del potere esercitato su qualcuno, sulla moglie o sul marito. Noi ammiriamo il potere; esaltiamo il potere, idolatriamo il potere, che si tratti del potere spirituale della gerarchia religiosa, del potere del politico o del potere del denaro. Per me il potere è malvagio. Esistono persone che vogliono il potere e che se lo procurano attraverso la cultura, attra­verso l’illuminazione. (L’illuminazione esiste, ma non è lo stupido nonsenso di cui essi parlano e che dà loro potere). L’educazione, la televisio­ne, l’ambiente ci stanno rendendo tutti mediocri. Leggiamo troppo di quello che dicono gli altri. E il successo poi! Il successo è la mediocrità suprema.

Poiché noi non abbiamo potere – non abbiamo una posizione, uno status – lo trasferiamo a qualcun altro che poi adoriamo, che diventa per noi un oggetto di culto. E in questo modo abbiamo vissuto per millenni, cercando il potere, la sicurezza, il denaro, e pensando che tutto questo ci avrebbe dato una libertà che libertà non è. Liberi secondo questo sche­ma, voi potete scegliere quel che più volete o quel che più vi piace; ma è quella la libertà? Avete approfondito l’interrogativo di che cosa signi­fichi la vera libertà? Non è in cielo? (Vi ricordate quella barzelletta? Ve la ripeto. Due uomini sono in cielo con ali e aureola. Uno dice all’altro: «Se sono morto, perché sto così male?»). La nostra vita dunque conosce tutte le forme di piacere, e diventa sempre più una vita di sensazioni, sempre più una vita facile, volgare e mediocre. E così andiamo avanti con i nostri piaceri e sulla loro scia arriva la paura.

La parola sensazione significa attività dei sensi. L’attività dei sensi è sempre parziale, limitata, a meno che tutti i sensi non siano pienamente desti. Voi volete sempre qualcosa in più, perché la sensazione passata non basta. Esiste un’attività olistica per tutti i sensi? Poiché le nostre sensazioni sono limitate voi assumete droghe e altre sostanze del genere per provarne di più intense. Ma poiché anche queste sono limitate voi ne cercate altre. Quando cercate altre sensazioni è perché le vostre sono parziali. Allora chiedo: c’è una consapevolezza olistica di tutti i sensi, tale che non si cerchino mai sensazioni più intense? E dove c’è questa con­sapevolezza totale di tutti i sensi, una consapevolezza dei sensi in se stessi, allora non esiste un centro dal quale nasce una consapevolezza di quella totalità. Quando voi guardate quelle colline se riuscite a guardarle non soltanto con gli occhi – i nervi ottici in azione – ma con tutti i sensi, con tutta la vostra energia, con tutta la vostra attenzione, allora non esiste il me. Quando non c’è il me non c’è il desiderio di qualcosa di più o il tentativo di raggiungere qualcosa di più grande.

Tutte le cose di cui abbiamo parlato sono collegate tra loro. Il senso di colpa, le ferite psicologiche da cui la maggior parte delle persone è segnata e le conseguenze di quelle ferite psicologiche. L’inutilità della propria intelligenza raffinata e dell’immagine che ci siamo costruiti di noi stessi: queste sono le cose che creano la ferita, niente altro. Rapporto, paura e piacere; sono tutti collegati tra loro; non sono qualcosa da pren­dersi pezzetto per pezzetto o separatamente dicendo: «Questo è il mio problema», oppure: «Se riesco a risolvere questo non mi importa del resto». Ma il resto rimane tutto lì. Allora, è possibile vedere questo movimento come un tutto, non soltanto come un movimento parziale alla volta?

Il dolore è un argomento immenso. Il dolore è stato nella mente degli uomini e delle donne fin dall’inizio dei tempi; un dolore che non ha mai avuto fine. Se viaggiate, soprattutto nel mondo asiatico o in Africa, ve­drete una povertà immensa, immensa! Potete versarci su le vostre lacri­me, promuovere riforme sociali, dare cibo e vestiario; ma il dolore rimane sempre. E poi c’è il dolore per una persona cara che avete perduto.

Tenete la sua fotografia sul camino o appesa a una parete; la guardate e rivivete tutti i ricordi legati a quell’immagine; e piangete. Attraverso quella fotografia, mantenete, alimentate, perpetuate la fedeltà. Quella fotografia non è la persona, così come non lo sono i ricordi. Ma noi ci aggrappiamo a quei ricordi che ci danno sempre più dolore. C’è anche il dolore di chi ha molto poco nella vita: niente denaro e soltanto quattro mobili sgan­gherati. Questa gente vive nell’ignoranza; non l’ignoranza di qualcosa di grande, ma la semplice ignoranza della vita quotidiana, del loro non avere niente dentro di sé. Non che i ricchi ce l’abbiano; in banca possie­dono molto, ma dentro di sé non possiedono niente. E poi c’è quell’im­menso dolore dell’umanità che è la guerra. Milioni di persone sono state uccise; in Europa avete visto migliaia di croci, tutte in fila. Quante donne, quanti uomini e quanti bambini hanno versato lacrime in ogni comu­nità, in ogni paese, in ogni stato. Nel corso della storia ci sono state guerre ogni anno: guerre tribali, guerre nazionali, guerre ideologiche, guerre religiose. Nel Medioevo si torturavano le persone giudicate ereti­che. Fin dall’inizio della storia dell’uomo il dolore si è perpetuato in forme diverse. il dolore della povertà, la povertà che non è in grado di soddisfare i vostri desideri, la povertà in termini di ciò che non si riesce a conseguire, perché c’è sempre qualcosa di più da conseguire; tutto questo ha portato un immenso dolore; non soltanto dolore personale, ma dolore dell’umanità. Leggiamo cosa sta succedendo negli stati totalitari, ma non versiamo mai una lacrima. Siamo indifferenti a tutto questo, perché siamo consumati dal nostro dolore personale, dalla nostra solitu­dine, dalla nostra inadeguatezza. E allora ci chiediamo: è possibile met­tere fine al dolore? È possibile mettere fine al nostro dolore personale con tutte le implicazioni che una tale fine comporta? Se ci coinvolgiamo tutti seriamente, se ci impegniamo in prima persona in questa ricerca, sarà possibile mettere fine al dolore? E se finisce, cosa ce ne viene, visto che vogliamo sempre una ricompensa e se mettiamo fine a una cosa dobbiamo averne un’altra? Noi non mettiamo mai fine a qualcosa di per sé.



Che rapporto c’è tra dolore e amore? Noi sappiamo cos’è il dolore: grande pena, tristezza, solitudine, senso di isolamento. Sentiamo che il nostro dolore è completamente diverso da quello di un altro e in quel sentimento ci siamo isolati completamente. Noi conosciamo il significato di quel dolore non soltanto a parole, ma profondamente, nel sentimento interno del nostro stesso essere. E qual è il rapporto tra dolore e amore? Che cos’è l’amore? Vi siete mai posti questa domanda in prima persona? Sono le sensazioni della sessualità, la lettura di una bella poesia, la contemplazione di questi meravigliosi e vecchi alberi? L’amore è piacere? Ve ne prego, dobbiamo essere molto onesti con noi stessi, altrimenti non c’è gusto. (Lo humour è necessario: essere capaci di ridere, essere capaci di ridere insieme per una battuta, non quando siete soli, ma insieme). Ci stiamo chiedendo che cos’è l’amore. L’amore è desiderio? L’amore è pensiero? L’amore è qualcosa che avete, che possedete. L’amore è ciò che provate quando adorate la statua, l’immagine, il simbolo? È quello l’amore? Il simbolo, la statua o il dipinto sono frutto del pensiero. Le vostre preghiere sono creazione del pensiero. È quello l’amore? Naturalmente, la paura non è amore. Avete mai considerato l’odio? Se odiate, la paura scompare. Se odiate veramente qualcuno la paura non c’è più. Quando neghiamo completamente dentro di noi ciò che non è amore, quando mettiamo completamente da parte tutto ciò che non è amore, ecco il profumo dell’amore. Una volta che avrete eliminato completamen­te tutte le cose che non sono amore, quel profumo non potrà andarsene mai più. L’amore, che si accompagna alla compassione, ha un’intelligenza tutta sua, che non è l’intelligenza del cervello scientifico. Quando si possiede questo tipo di amore, questa compassione, non c’è dolore, non c’è tristezza, non c’è disperazione. Questo amore si rende presente quan­do voi rinnegate tutto quanto non è amore. Se c’è amore, non ucciderete mai un altro essere, mai! Non ucciderete mai un animale per mangiarlo. (Naturalmente, continuate pure a mangiare la carne, non vi sto dicendo di non farlo). Arrivare fin qui è una cosa immensa. Nessuno può darla a nessun altro. Nessuno può darla a voi. Ma se voi, nel vostro essere, abbandonate tutto ciò che non è amore, tutto ciò che il pensiero ha creato, allora siete veramente rinnovati, e tutti i vostri problemi si svuo­teranno completamente, allora nasce l’altra cosa. È la cosa più positiva, la cosa più pratica. La cosa meno pratica nella vita è costruire armamen­ti, uccidere la gente, non è vero? È a questo scopo che vengono spesi i denari che pagate in tasse. Io non sono un politico, perciò non ascoltatemi quando vi dico questo. Ma guardate quello che stiamo facendo a livello personale, e quello che stiamo facendo nella società che abbiamo creato. La società non è diversa da noi. Noi l’abbiamo concepita in questo modo. L’amore non ha niente a che fare con le istituzioni o con una persona in particolare. Come una fresca brezza che viene dall’oceano, voi potete o chiuderla fuori o viverci insieme. Quando ci vivete insieme è qualcosa di completamente diverso. Non c’è via che conduca a esso; non c’è via che conduca alla verità. Non esistono vie. Dobbiamo vivere con l’amore. Possiamo incontrarlo soltanto quando abbiamo capito glo­balmente la nostra natura e la nostra struttura psicologica.

Domani parleremo della morte. Non è un argomento macabro. Non è una cosa da evitare. Se voi avete vissuto la cosa di cui abbiamo parlato, ci arriverete delicatamente, gentilmente, quietamente, e non per curiosità. Ci arriverete con esitazione, con grande dignità, con rispetto interiore.

Come la nascita, la morte è una cosa straordinaria. Anche la morte implica creazione, non invenzione. Gli scienziati inventano; le loro invenzio­ni nascono dal sapere. La creazione è continua. Non ha inizio né fine. Non nasce dal sapere. E può essere la morte il significato della creazione: non si tratta di avere una vita successiva con occasioni migliori, una casa più bella, un frigorifero più grande. Può essere un senso di creazione straordinaria, infinita, senza inizio e senza fine.

Dal Bulletin 51, 1986


Nota


Il materiale di questo libro è tratto dal Bulletin della Krishnamurti Foundation. La maggior parte del testo è apparsa inizialmente nei Bulletin della Krishnamurti Foundation inglese: qualche brano, già pubblicato sul Bulletin indiano e su quello americano, è stato poi ristampato in quello inglese. I numeri cui viene fatto riferimento sono quelli del Bulletin inglese.

Il libro è stato diviso in tre parti. La prima consta di diciassette brevi brani dettati da Krishnamurti. All’infuori di tre, sono tutti sen­za data; sono stati pertanto disposti nell’ordine in cui apparvero nei Bulletin. Questa parte include anche tre brani più lunghi, datati, scritti di propria mano da Krishnamurti.

La seconda parte contiene le risposte di Krishnamurti alle doman­de rivoltegli alla fine dei suoi discorsi o di piccole conversazioni. Essendo datate, a eccezione di due, sono riprodotte in ordine crono­logico, prescindendo dalle date dei Bulletin su cui sono apparse.

La terza parte contiene discorsi tenuti da Krishnamurti in Svizze­ra, India, Inghilterra e California. Anche questi discorsi, essendo tutti datati, sono riprodotti in ordine cronologico.



1 - La cittadina svizzera vicino a Saanen, dove Krishnamurti viveva.

2 - Vicino a Benares.


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