Jiddu Krishnanaurti



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Il giardino


Era un giardino molto grande – molti ettari – proprio fuori di una città caotica, in periferia. Anche gli alberi erano molto grandi, e le ombre profonde: alberi di tamarindo, di mango, palme e alberi da fiore. Colori dappertutto, e un laghetto pieno di gigli, e semenzai appena piantati che sarebbero diventati alberi grandi e maestosi. Il filo spinato che circondava il giardino era rotto, perciò era necessario scacciare le capre che vi si aggiravano dentro, e di tanto in tanto, qualche mucca.

La casa era grande, non troppo comoda, e la mia stanza dava su un prato che doveva essere annaffiato due volte al giorno, perché il sole era troppo forte per l’erba tenera. Ed era pieno di uccelli – pappagalli, minah, cince, corvi; e poi un grande uccello maculato con una lunga coda che veniva sempre a beccare le bacche, e un altro di color giallo acceso che sfrecciava avanti e indietro tra il fogliame.

Nel giardino regnava il silenzio, ma tutte le mattine intorno alle quat­tro e mezzo si sentiva cantare: un chiasso assordante di radio dall’altra parte del fiume e brandelli di canti in sanscrito, perché era un mese festivo. Questi canti erano molto belli, ma l’altra musica era snervante. Un pomeriggio, pochi chilometri più in là, nel quartiere povero, fecero suonare un grammofono con musica da cinema a tutto volume. Andò avanti così fino a sera; il culmine fu raggiunto verso le nove.

C’era un raduno politico, le luci al neon splendevano e un oratore faceva un lungo sproloquio. Sembrava promettere le cose più stravaganti. Era volubile come l’uditorio, che avrebbe votato secondo le proprie fan­tasie. Era un vero e proprio intrattenimento che durò molte ore.

La mattina presto ricominciava di nuovo la musica religiosa; sopra i palmizi si vedeva la Croce del Sud; e intorno era silenzio. il politico stava cercando di ottenere potere al partito attraverso se stesso. Il desiderio di dominare, di costringere e di essere obbediti sem­bra tipico dell’uomo. Lo potete vedere in tutta la sua astuzia, crudeltà e bruttura, sia in un bambino piccolo sia in un cosiddetto uomo maturo. Sembra che dittatori, preti e capofamiglia, siano essi donne o uomini, esigano questa obbedienza. Si arrogano l’autorità che hanno usurpato o che è stata loro conferita dalla tradizione, o che detengono perché si dà il caso che siano più anziani. Questo schema si ripete ovunque.

Possedere o essere posseduti significa sottomettersi a questa struttura del potere. Il desiderio di conquistare il potere, il prestigio, una posizio­ne, viene incoraggiato fin dall’infanzia attraverso il confronto e la valuta­zione. Da ciò nasce il conflitto, la lotta per arrivare, per ottenere il successo e per realizzarsi. E chi vuol apparire così degno di rispetto, si dimostra poi privo di rispetto nei confronti degli altri. Il dirigente con la sua grossa auto è rispettato, e a sua volta ha grande rispetto per le auto più grandi, le case più grandi, le entrate più consistenti.

Lo stesso accade nella struttura della gerarchia ecclesiastica, e anche nella gerarchia degli dei. Le rivoluzioni cercano di abbattere questo siste­ma, ma poco dopo che i dittatori hanno assunto il potere, si ripete lo stesso modello. Dar prova di umiltà, in questo stile di vita, diventa una cosa disdicevole.

L’obbedienza è violenza, e l’umiltà non ha niente a che fare con la violenza. Perché mai un essere umano deve avere questa paura, questo rispetto e questa mancanza di rispetto? Ha paura della vita con tutte le sue incertezze e con tutte le sue ansie, e ha paura degli dèi costruiti dalla sua mente. È la paura che porta al potere e all’aggressività.

L’intelletto è consapevole di questa paura, ma non fa niente per risolverla, e così costruisce una società e una chiesa, dove la paura viene alimentata e mantenuta dalle molte possibilità di fuga che esse offrono. La paura non può essere superata con il pensiero, perché è il pensiero che l’ha alimentata. Soltanto quando il pensiero è silenzioso c’è la possi­bilità che la paura abbia fine. Ovviamente, l’uomo che detiene il potere ed è competitivo non ha amore, per quanto possa avere una famiglia e dei figli che afferma di amare.

È veramente un mondo di grande dolore, e per amare occorre uscire dai canoni consacrati. Uscire dai canoni consacrati significa essere soli, liberi.

Dal Bulletin 5, 1970

Il problema del vivere – Malibu, California, 3 marzo 1970


Sulle montagne regnava la solitudine. Aveva piovuto molto e per parecchi giorni le montagne furono verdi sotto la luce. Erano diventate quasi blu, e nella loro pienezza facevano i cieli sontuosi e belli. Regnava un grande silenzio che era quasi come il suono dell’infrangersi delle onde quando si cammina lungo la spiaggia sulla sabbia bagnata. Vicino all’ocea­no non esisteva un silenzio simile, eccetto che nel cuore, ma tra le mon­tagne, sul sentiero che si inerpicava, il silenzio dominava ovunque. Im­possibile sentire il rumore della città, lo strepito del traffico e il fragore delle onde.

Quando si deve agire si rimane sempre perplessi, e il turbamento non fa che aumentare quando si constata la complessità della vita. Le cose che andrebbero fatte sono tante e alcune richiedono un’azione immedia­ta. Il mondo intorno a noi cambia rapidamente: i valori, la morale, le guerre e la pace. Ci si sente completamente persi quando l’azione richie­de prontezza. E tuttavia siamo sempre a chiederci che cosa dobbiamo fare di fronte all’enorme problema della vita. Abbiamo perso la fede in molte cose – nei leader, nei maestri, nelle dottrine – e spesso vorremmo che esistessero pochi principi chiari a far luce lungo il sentiero, o un’au­torità che ci dicesse cosa fare. Ma in cuor nostro sappiamo che una cosa così non avrebbe futuro. Invariabilmente torniamo a chiederci perché e cosa dobbiamo fare.

Come possiamo osservare, noi abbiamo sempre agito a partire da un centro, un centro che si contrae e si dilata. A volte è un cerchio molto piccolo, altre volte è ampio, totalizzante ed estremamente appagante. Ma si tratta sempre di un centro di pena e di dolore, di gioie passeggere e di infelicità, di un passato magico o doloroso. La maggior parte di noi lo conosce, a livello consapevole o inconscio, e a partire da questo centro noi agiamo e mettiamo radici. È sempre il centro che pone il quesito di che cosa fare, ora o domani, e la risposta deve essere sempre riconoscibile dal centro. Una volta che ci siamo dati – o che altri ci hanno dato – la risposta, procediamo all’azione attenendoci ai limiti entro i quali si muove il centro. È come un animale legato, il cui raggio d’azione dipen­de dalla lunghezza della catena. Questa azione non è mai libera e quindi c’è sempre dolore, cattiveria e confusione.

Rendendosi conto di questo, il centro si dice: come posso fare per essere libero, libero di vivere felicemente, completamente, apertamente e di agire senza dolore e rimorso? Ma è sempre il centro che pone la domanda. Il centro è il passato. Il centro è il me con le sue attività egoistiche, il me che conosce l’azione soltanto in termini di ricompensa o di punizione, di conquista o di fallimento, con le sue motivazioni, le sue cause e i suoi effetti. È legato a questa catena e la catena è il centro e la prigione.

Esiste un altro genere di azione che ha luogo quando c’è uno spazio senza un centro, una dimensione dove non esistono causa ed effetto. La vita che muove da questo spazio è azione. Qui, non esistendo centro, ogni atto è libero, gioioso, senza dolore e senza piacere. Questo spazio e questa libertà non sono un risultato dello sforzo e della conquista: quan­do il centro non c’è più, esiste l’altro.

Noi ci chiederemo in che modo può finire il centro, che cosa dobbia­mo fare per farlo finire, quali discipline, quali sacrifici, quali grandi sforzi dovremo fare. Nessuno. Soltanto vedere, senza scegliere, le attività del centro, non come osservatori, non come chi da fuori guardi verso l’inter­no; semplicemente osservare, eliminando il censore. A questo punto magari mi direte: «Non posso continuare a fare così, non faccio altro che guardare con gli occhi del passato». Siate consapevoli, allora, di guardare con gli occhi del passato, e rimanete con questa consapevolezza. Non cercate di porvi rimedio; siate semplici e sappiate che qualsiasi cosa cercherete di intraprendere non farà altro che rafforzare il centro e sarà soltanto una reazione del vostro personale desiderio di fuga.

Dunque, non esiste possibilità di fuga, non esiste sforzo, non esiste disperazione. Allora potrete vedere il significato pieno del centro e l’im­menso pericolo che esso rappresenta. E sarà sufficiente.

Dal Bulletin 6, 1970




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