Jiddu Krishnanaurti



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La quercia


La quercia, quella mattina, era molto silenziosa. Era un albero imponente, in mezzo al bosco; aveva un tronco immenso e i suoi rami erano alti e si allargavano in tutte le direzioni: silenzioso, saldo e immobile. Faceva parte della terra come tutti gli alberi che la circondavano. Gli altri urlavano sotto la furia del vento, ci giocavano; ogni foglia apparte­neva al vento. Anche le piccole foglie della quercia giocavano con il vento, ma in loro c’era una grande dignità e una profondità di vita ben percepibile all’osservatore. L’edera si avvinghiava a molti alberi, fin su in cima ai rami più alti, ma la quercia ne era libera. L’edera si avvinghiava anche sui pini e, se lasciata libera, li avrebbe distrutti. C’erano anche sette o otto sequoie alte e massicce, probabilmente piantate secoli addie­tro, circondate di rododendri. A primavera il boschetto era un rifugio sicuro non solo per gli uccelli, le lepri, i fagiani e altri piccoli animali, ma anche per gli esseri umani che amavano recarvisi. Era possibile sedersi a tutte le ore, tranquillamente, in compagnia delle giunchiglie e delle azalee, e contemplare il cielo azzurro tra le foglie. Era un luogo incantevole e tutti quegli alberi imponenti erano amici, se si desiderava avere degli amici.

Era un luogo di rara bellezza, quieto, isolato, che la gente non aveva rovinato. È strano come gli esseri umani dissacrino la natura con il loro modo di uccidere, con il loro chiasso e la loro volgarità. Ma qui, con le sequoie, la quercia e tutti i fiori di primavera, era veramente un rifugio per la mente silenziosa, per una mente salda e stabile come quegli alberi, non attaccata a convinzioni, a dogmi o a scopi particolari; la mente libera non ha bisogno di queste cose. Guardavo quegli alberi così straordinariamente immobili nel meriggio: non si sentiva neanche il rumore di un’au­tomobile; la strada era lontana e la casa, lì dappresso, tranquilla; il silen­zio era assoluto. Anche la brezza era calata, e non si muoveva neanche una foglia. L’erba di primavera appena spuntata era di un verde delicato; si osava appena toccarla. La terra, gli alberi e il fagiano che mi guardava erano invisibili. Tutto faceva parte di quello straordinario flusso del vivere di cui il pensiero non poteva sondare la profondità. L’intelletto può tessere intorno a tutto ciò un mucchio di teorie, costruire un’impalcatura filosofica, ma la descrizione non è la cosa descritta. Sedendo quietamen­te, lontano da tutto il passato, anche voi lo avreste potuto sentire; non come esseri umani separati che avvertono una sensazione, ma piuttosto perché la mente è così immobile che si crea un’immensa consapevolezza senza scissione tra l’osservatore e la cosa osservata.

Allontanandosi un poco, c’era una fattoria con dei grossi maiali, montagne di carne rosea e grufolante, pronta per il mercato. Dicevano che era un’ottima attività commerciale. Spesso si vedeva un camion risalire la strada tutta curve e sconnessa che portava alla fattoria, e il giorno dopo i maiali erano diminuiti di numero. «Anche noi dobbiamo vivere», dicevano quelli del posto. E ci si dimentica della bellezza della terra.

Dal Bulletin 8, 1970


La libertà è ordine


Se abitate in città, forse non avete mai fatto l’esperienza di quanto sia stranamente minaccioso un bosco solitario. Era il rifugio dei cervi, molto vicino alle brutture della città con il suo rumore, lo sporco, lo squallore, e le strade e le case sovrappopolate. A frequentare questo bosco erano in pochi. Molto di rado si incontrava qualcuno, eccetto qualche contadino, e si trattava sempre di persone tranquille, ignare della propria importan­za. Esausti dal lavoro, riservati, erano magri e allampanati, e nei loro occhi c’era dolore.

Questa riserva boscosa era circondata da alti pali su cui correva il filo spinato, e i cervi che vivevano lì dentro erano timidi, come pure i serpen­ti. Quando vedevano arrivare qualcuno sparivano garbatamente fra i cespugli. Alcuni erano maculati, dotati di un fascino gentile e pieni di infinita curiosità; ma la paura che avevano dell’uomo era più forte della curiosità. Alcuni erano molto grandi. Altri erano neri, avevano le corna che terminavano con un ricciolo ed erano ancora più timidi. Oltre la siepe, poi, ce n’erano altri del tutto addomesticati che si lasciavano avvi­cinare. Naturalmente non si lasciavano toccare, ma non erano veramente impauriti. Si fermavano qualche minuto a guardarvi, con le orecchie dritte e agitando il corto codino. Quelli che vivevano all’interno del recinto, la sera si riunivano in un piccolo prato. Era possibile vederne anche un centinaio. In questo bosco niente veniva ucciso dall’uomo, né gli uccelli né i serpenti, e naturalmente, neanche i cervi.

Raramente si vedevano i serpenti, ma ce n’erano moltissimi, dalle varietà più pericolose alle più innocue. Un giorno, mentre stavo camminan­do su una collinetta costruita dalle formiche, ne vidi uno. Mi avvicinai a mezzo metro da lui. Era un serpente grande e lungo, brillava alla luce della sera, e tirava velocemente dentro e fuori la lingua nera. Alcuni operai, passando, dissero che era un cobra e che mi dovevo allontanare.

La prima sera che mi trovai in quel luogo solitario la strana minacciosità del bosco si fece sentire molto forte. Il sole era tramontato e si era fatto buio. Sentivo il pericolo tutt’intorno a me, e mi accompagnava lungo il sentiero. Ma il secondo e il terzo giorno ero perfettamente a mio agio.


La persona sana non ha bisogno di disciplina; solo lo squilibrato ha bisogno di restrizioni, di rifiuti, ed è vulnerabile di fronte alla tentazione. Le persone sane sono consapevoli dei propri desideri, delle proprie brame e la tentazione non sanno neanche che cos’è. Le persone sane sono forti senza saperlo. Soltanto la persona debole conosce la propria debolezza; da ciò nasce l’attrattiva e la lotta contro la tentazione. Se voi tenete gli occhi aperti – non soltanto gli occhi della mente ma anche quelli del corpo – la tentazione non esiste. Chi è disattento si ritrova invischiato nei problemi alimentati dalla sua stessa disattenzione. Ciò non significa che le persone sane non abbiano desideri. Ma per loro non è un problema. Il problema nasce solo quando il desiderio viene trasformato in piacere dal pensiero.

È contro questa ricerca del piacere che l’uomo oppone resistenza o perché sa che implica dolore, o perché l’ambiente e la cultura gli hanno inculcato la paura di un piacere ininterrotto.

La resistenza sotto qualsiasi forma è violenza, e tutta la nostra vita è basata su questa resistenza. La resistenza diventa allora disciplina. La parola disciplina, al pari di molte altre parole, è pesantemente caricata evariamente interpretata da famiglia a famiglia, da comunità a comunità e da cultura a cultura. Disciplina significa apprendimento. Apprendimento non significa esercizio, imitazione, dipendenza. Imparare a comportarsi, a interagire nel rapporto, è la libertà di guardare a se stessi, alla propria condotta.

Ma questo guardarci così come siamo non è possibile se la libertà viene negata. La libertà è quindi necessaria per acquistare nozioni su qualsiasi cosa: su quel cervo, su quel serpente e su noi stessi.

L’addestramento del militare e l’adesione all’insegnamento del prete sono la stessa cosa, e l’obbedienza è resistenza alla libertà. È strano come noi non siamo andati al di sopra e al di là dell’angusto ambito della repressione, del controllo, dell’obbedienza e dell’autorità del libro. In tutti questi ambiti infatti la mente non potrà mai fiorire. Come può mai fiorire qualcosa nelle tenebre della paura?

E tuttavia è necessario darsi un ordine; ma l’ordine della disciplina, dell’esercizio è la morte dell’amore. È necessario essere puntuali, solleciti. Ma se questa sollecitudine è imposta, diventa superficiale, una cortesia formale. L’ordine non va cercato nell’obbedienza. Quando viene compreso il caos dell’obbedienza nasce un ordine assoluto, come in matematica. Non che prima esista l’ordine e poi venga la libertà: la libertà è ordine.

Essere privi di desideri significa essere disordinati; ma comprendere il desiderio con i suoi piaceri significa essere ordinati.

Certamente, in tutto questo, l’unica cosa che produce un ordine perfetto – senza la volontà che organizza, aderisce, afferma – è l’amore. E senza l’amore l’ordine istituzionalizzato è anarchia.

Voi non potete coltivare l’amore, così come non potete coltivare l’ordine. Non si può addestrare un essere umano all’amore. Da questo addestramento emerge l’aggressività; e la paura.

Allora che cosa bisogna fare? Voi tutti vedete quel che accade; vedete il male infinito che l’uomo infligge all’uomo. Ma non vedete quanto straordinariamente positivo sia il ripudio; il ripudio del falso è verità. Non che il ripudio debba essere sostituito dalla verità: l’atto stesso del ripudio è verità. Vedere è fare, e non dovete fare niente altro.

Dal Bulletin 10, 1974

Intelligenza e azione istantanea


Era mattina presto e nella valle regnava il silenzio. Il sole non era ancora spuntato da dietro le colline e i picchi innevati erano ancora scuri.

Per molti giorni il sole era stato luminoso, forte e piuttosto caldo. Non sarebbe durato, eppure, quella mattina il cielo era ancora di un azzurro intenso; il sole incominciò a posarsi sulle vette innevate; a ovest si vedevano nubi scure. L’aria era tersa. A quell’altezza le montagne sembravano molto vicine. Si stagliavano in lontananza, sole, e si avvertiva uno strano senso di vicinanza e al tempo stesso di distanza immensa. Guardandole, si era consapevoli dell’età della terra e della propria impermanenza. Noi passavamo e loro rimanevano, le montagne, le colline, i campi verdi e il fiume. Loro sarebbero stati sempre lì, mentre noi, con le nostre preoccupazioni, le nostre insufficienze e il nostro dolore, saremmo finiti.

È stata sempre questa impermanenza a far sì che l’uomo cercasse qualcosa al di là delle colline, investendo questo qualcosa della perma­nenza, della divinità e della bellezza che lui non possiede. Ma ciò non dà risposta alle sue angosce, non lenisce il suo dolore, non mitiga la sua cattiveria. Al contrario, dà nuova vita alla sua violenza e alle sue crudeltà. I suoi dèi, le sue utopie, il culto dello stato non mettono fine alla sua sofferenza.

La gazza sull’abete aveva visto il topolino che attraversava di corsa la strada: in un attimo la bestiola era stata ghermita e portata via. Si sentiva soltanto il suono lontano dei campanacci delle mucche e quello di un torrente che gorgogliava giù per la valle, ma a poco a poco la tranquillità della mattina andò perduta col rumore degli autocarri e il battere di martello dall’altra parte della strada, dove si stava costruendo una casa.

Esiste l’individualità? O esiste soltanto una massa collettiva di varie forme di condizionamento? Dopo tutto, il cosiddetto individuo è il mondo, la cultura, l’ambiente sociale ed economico. Lui è il mondo e il mondo è lui; e tutta la cattiveria e l’infelicità iniziano quando separa se stesso dal mondo e insegue il proprio particolare talento, la propria ambizione, la propria inclinazione e il proprio piacere. Non sembra che ci rendiamo conto a livello profondo del fatto che noi siamo il mondo, non solo sul piano dell’ovvio, ma anche alla radice del nostro essere. Sembra che quando sfruttiamo un particolare talento pensiamo di esprimere noi stes­si come individui e, opponendoci a ogni forma di violazione, insistiamo per sfruttarlo. Non è il talento, il piacere o la volontà che ci rendono individui. La volontà, per quanto scarso sia il talento di cui disponiamo, e la spinta del piacere fanno parte della struttura complessiva del mondo.

Non solo siamo schiavi della cultura in cui siamo cresciuti; siamo schiavi anche dell’immensa nube di infelicità e di dolore di cui soffre tutta l’umanità, della vastità della sua confusione, della sua violenza, della sua brutalità. Sembra che non facciamo mai attenzione al dolore di cui l’uomo si è caricato. Né che siamo consapevoli della terribile violenza che si è andata accumulando una generazione dopo l’altra. Ci preoccupiamo giustamente di realizzare un cambiamento esterno o una riforma della struttura sociale con la sua ingiustizia, le sue guerre, la sua povertà, ma quel cambiamento cerchiamo di realizzarlo o ricorrendo alla violenza o al lento sistema delle leggi. Nel frattempo permangono povertà, guerre, fame e tutta la cattiveria che esiste tra gli uomini. Sembra che ci dimen­tichiamo completamente di prestare attenzione alle immense nubi che si sono addensate e che l’uomo è andato accumulando per secoli: dolore, violenza, odio e le differenze artificiose di religione e di razza. Queste cose esistono così come esiste la struttura esterna della società, altrettanto reali, altrettanto vitali, altrettanto attive. Noi dimentichiamo questi accu­muli occulti e ci concentriamo sulle riforme esterne. Questa spaccatura è forse la principale causa del nostro declino.

Quel che conta è considerare la vita non come un dentro e un fuori, ma come un tutto unico, come un movimento totale e indiviso. Allora l’azione acquista un significato completamente diverso, perché non è più parziale. E l’azione frammentata o parziale che fa crescere la nube dell’infelicità. Il bene non è l’opposto del male. Non ha niente a che fare con il male, e non lo si può perseguire. Fiorisce soltanto quando non c’è sofferenza.

Allora, come può l’uomo liberarsi della confusione, della violenza e del dolore? Certamente non facendo ricorso alla volontà con tutti i fattori di determinazione, opposizione e lotta che la caratterizzano. Perce­pire o capire questo è intelligenza. È questa intelligenza che elimina tutte le possibilità di dolore, di violenza e di lotta. È come quando si vede un pericolo: in quel caso l’azione è immediata; non l’azione della volontà, che è il frutto del pensiero. Il pensiero non è intelligenza. L’intelligenza può utilizzare il pensiero, ma quando il pensiero trova il modo di impa­dronirsi di questa intelligenza per i propri scopi, diventa astuto, malefico, distruttivo.

Così, l’intelligenza non è né vostra né mia. Non appartiene né al politico, né all’insegnante, né al saggio. Questa intelligenza non è misurabile. E veramente uno stato di nulla.

Dal Bulletin 11, 1971


Il fiume – Amsterdam, Olanda, maggio 1968


Il fiume era particolarmente largo in quel punto, profondo e pulito. Più in alto c’era la città antica, forse una delle più antiche del mondo, ma distava più di un chilometro. Sembrava che il fiume avesse ripulito tutta la sua sporcizia, e qui l’acqua era pulita, specialmente lontano da riva. Su questa sponda c’erano molte costruzioni, non particolarmente belle, ma dall’altra parte era stata fatta da poco la semina del grano invernale, perché durante la stagione delle piogge il fiume si alza di qualche metro e quindi il terreno su entrambe le rive è fertile; più lontano c’erano villaggi, alberi e campi dove cresceva il grano e un altro tipo di cereali nutrienti.

Era un bel paesaggio, aperto e pianeggiante, che si stendeva fino all’orizzonte. Specialmente gli alberi – tamarindo e mango – erano molto vecchi e la sera, subito dopo il tramonto, su quei luoghi si stendeva un senso di pace straordinaria, una felicità che non troverete mai in nessuna chiesa e in nessun tempio.

Su questo lato del fiume c’erano quattro monaci – sannyasi – ciascuno dei quali vendeva la propria mercanzia, i propri dèi. Gridavano, e intor­no a ognuno di loro si radunò una folla. Ma quello che gridava di più, che ripeteva parole in sanscrito ed era coperto di rosari e di altre insegne della sua professione, attrasse la maggior parte della gente e dopo poco si videro gli altri monaci sgattaiolare via, lasciandolo solo con i suoi dèi, i suoi canti e i suoi rosari.

L’immaginazione e il romanticismo negano l’amore, perché l’amore è eterno in se stesso. Nei diversi dèi, nelle ideologie e nelle speranze l’uo­mo ha cercato qualcosa che non sia legato al tempo. La nascita di un bambino non è indizio di qualcosa di eterno. La vita viene e va. C’è la morte, c’è la sofferenza e tutta la cattiveria di cui l’uomo è capace, e anche la corrente del cambiamento, della decomposizione e della nascita scorre all’interno del ciclo del tempo.

Il tempo è pensiero; e il pensiero è l’esito del passato. Ciò che ha continuità – la causa che produce l’effetto e l’effetto che diventa a sua volta la causa – fa parte di questo scorrere del tempo. L’uomo è stato preso nella trappola del tempo e usa ogni mezzo romantico e fantasioso per contraffare ciò che chiama eternità. E da questo nasce il desiderio dell’immortalità, con il suo piacere, uno stato di assenza di morte di cui egli spera di fare esperienza attraverso le immagini della mente.

Le religioni hanno proposto una contraffazione del reale. Le più serie sono consapevoli di tutto questo e del danno provocato dalla falsità. C’è uno stato che non è immaginazione o fantasia romantica, che non appar­tiene al tempo e che non è neanche il prodotto del pensiero e dell’espe­rienza. Ma per incontrarlo tutte le monete contraffatte che sono state accumulate devono essere gettate via, seppellite in una buca tanto profonda che nessun altro possa trovarle. Il motivo per cui quel che voi gettate via non deve mai essere trovato da altri è che gli altri penserebbero di doversene servire. Da ciò infatti nasce l’imitazione, e vengono coniate false monete. Rinnegarle non richiede sforzo, non richiede una forte volontà, e neanche l’attrattiva di qualcosa di più grande; le mettete via molto semplicemente perché ne intravedete la futilità, il pericolo, il valore nocivo intrinseco, e la volgarità.

La mente non può costruire quella cosa chiamata eternità, così come non può coltivare l’amore. Né l’eternità può essere scoperta da una mente che la cerca. E la mente che non la cerca è una mente sprecata. La mente è un corso d’acqua molto profondo al centro e molto basso alla periferia, come il fiume le cui acque sono turbolente al centro e tranquille a riva.

Ma la corrente profonda ha dietro di sé il volume della memoria, e questa memoria è la continuità che attraversa la città, che si insudicia e che poi diventa di nuovo pulita. Il volume della memoria fornisce la forza, la pulsione, l’aggressività e l’affinamento. È questa memoria profonda che sa di essere cenere del passato, ed è questa memoria che deve finire.

Non esiste un metodo per farla finire, non esiste una moneta con cui comprare una nuova condizione. Vedere tutto ciò è mettervi fine. Solo quando questa cosa ingombrante ha fine c’è un nuovo inizio. La parola non è il reale; la misura della parola è la negazione del reale.

Dal Bulletin 12, 1972


Che cos’è il rapporto?


L’altoparlante annunciò che il volo non aveva ancora lasciato Milano a causa della nebbia e che avremmo dovuto attendere pazientemente un’ora o forse più; e noi aspettammo. Andavamo tutti a Roma e la sala d’attesa era molto affollata: alcune persone molto belle, altre con i capelli lunghi, altre ancora con i capelli corti; un ragazzo teneva il braccio intorno a una ragazza, completamente dimentico di tutti gli altri; un altro, con una chitarra, aveva incominciato a strimpellare. Alcuni fuma­vano, molti bevevano. Nella sala faceva caldo e si sentiva un forte odore di profumo scadente.

Che cos’è un rapporto? Che rapporto hanno quel ragazzo e quella ragazza, o quella bella donna con il marito, quella donna più anziana con il figlio che aveva l’aria annoiata e che veniva portato all’estero per vedere le antiche città d’Italia? Come può esistere un rapporto fra un uomo e una donna, o fra chiunque, se uno è ambizioso, assorbito completamente in quell’ambizione, completamente centrato su se stesso? Potete vedere da soli la durezza sul volto di coloro le cui uniche attività ruotano intorno all’io e al tu. Forse c’è contatto fisico, e probabilmente tutti i rapporti, sia quelli superficiali sia quelli cosiddetti profondi, si fermano qui. Come potete mettervi in rapporto con un altro se siete sospettosi, se pensate di avere sempre ragione e non ammettete mai di sentirvi in torto? Quell’uomo con il suo antico orgoglio di razza, o l’altro che si crede così importante: che rapporto possono avere se non puramente fisico o superficiale? Come possono due persone nevrotiche che vivono sotto lo stesso tetto e che si definiscono marito e moglie, avere un qual­siasi genere di rapporto? Ci sono coppie che sembrano felici insieme, e che le difficoltà, il dolore e la pena, i molti rimpianti e i molti fallimenti hanno avvicinato: li avreste detti felici nel loro rapporto, sia fisico che di altro genere, ma come è mai possibile avere un qualsiasi tipo di rapporto con l’altro se l’io assume un’importanza totalizzante, se uno è geloso e arrogante e l’altro arrendevole? Ovviamente, un buon rapporto non può esistere in presenza di una qualsiasi di queste situazioni.

Ci sono persone che vivono completamente assorbite l’una nell’altra, che fanno le cose insieme e coltivano pochissimi interessi al di fuori della coppia, soddisfatti di vivere nella stessa stanza, senza mai uscire la sera. Questo rapporto è forse molto insolito, ma la vita non è soltanto un buon rapporto. È molto di più, e va molto al di là della soddisfazione personale che viene da un rapporto felice. Essere veramente uniti a un altro in un rapporto è possibile soltanto quando l’ambizione, il sospetto, la competizione, il senso di possesso con tutte le amarezze, la rabbia e le frustrazioni che comportano, sono completamente assenti.

Questo tipo di rapporto è raro, ma senza questa rarità la vita è immersa nella volgarità. La vita include la morte, l’amore, la comprensione del piacere, e qualcosa che va molto al di là di tutto questo. La verità dell’analista o il mito in cui sguazza la gente religiosa non hanno ovviamente niente a che fare con la realtà. Se il rapporto non si imbatte in questa realtà, per quanto buono possa essere, non può che rimanere superficiale, casuale, oppure sottomesso o ribelle. Senza quel senso della bellezza del reale, il rapporto diventa inevitabilmente un processo limitante.

Ma la gente nella sala d’attesa, annoiata, seccata del ritardo, non voleva nessun tipo di rapporto diverso da quello che aveva.

Un noto scrittore mi rivolse la parola e, dopo una conversazione un po’ di circostanza, incominciammo a parlare di cose serie, della sofferen­za dell’uomo, dell’incredibile mitologia della chiesa e del secolare sfrut­tamento dell’uomo da parte di un’idea che egli chiama Verità o Dio, e delle varie divisioni politiche che lo scrittore, che era comunista, sostene­va essere l’unica soluzione. È mai possibile, chiesi io, che la sofferenza, ilconflitto della gelosia in amore, la possessività e il desiderio di ottenere potere e posizione sociale vengano risolti da uno slogan politico? «Oh, – disse lui, – io non soffro. Loro stanno soffrendo; è l’amore: il conflitto, la gelosia, l’antagonismo e la paura; senza tutto questo non ci sarebbe amore.».

In quel momento la voce dell’altoparlante disse che dovevamo imbarcarci. Ben presto fummo a novemila metri di altezza, e sotto di noi il Monte Bianco, e dopo poco, Genova, Firenze e le insenature sinuose dell’azzurro Mediterraneo. Era una giornata splendida, chiara, scintillante e piena di luce.

Dal Bulletin 13, 1972


La mente mediocre – Malibu, California, dicembre 197i


Aveva piovuto per molti giorni, una pioggia fitta e continua, e da nord-est soffiava un forte vento. Ma quella mattina l’aria era limpidissima: il sole caldo, il cielo blu, e così anche il mare.

Seduto in macchina, in un centro commerciale, osservavo tutti quei negozi pieni di tante cose e la gente che entrava e usciva di corsa, comperando di tutto. Per il mondo occidentale era un giorno di grande festa e il rumore, la confusione, il chiacchierio ininterrotto della gente riempivano l’aria e nei negozi tutti sembravano avidi e affamati di ac­quisti.

Guardando lo splendido cielo blu, il mare immobile e tutta quella gente con le sue brame e le sue angosce, mi chiedevo dove avrebbe portato tutto questo. E mi chiedevo anche perché il mondo sia diventato così, così completamente borghese, se mi si consente questo termine. Io non so come voi traduciate questa parola e che cosa significhi per voi. O riuscite a darle un senso molto superficiale e la dimenticate, oppure ne esaminate le implicazioni. Perché questa mente ristretta, limitata, gretta calpesta e sembra sottomettere tutte le altre menti e gli altri sentimenti e le altre attività del mondo? Che cos’è un borghese? Si esita a usare questa parola perché ha innumerevoli implicazioni politiche e da molti viene usata in senso dispregiativo. E questo disprezzo dà la sensazione che anch’essi facciano parte del sistema. Perciò sarebbe piuttosto interes­sante scoprire che cosa significa essere un borghese. Ovviamente, il bor­ghese è una persona dominata dalla proprietà, dal denaro e dall’interesse personale, anche se non ha proprietà, non ha denaro o non è attaccato a nessuna delle due cose. Nel mondo, di persone così ce ne sono molte.

Anche in ambito religioso e fra gli artisti e gli intellettuali persiste l’inte­resse personale. L’espressione interesse personale è anch’essa piuttosto difficile da definire. Ha tanti significati sottili, esistono tanti modi di interpretarla. Ma se lo si considera, lo si approfondisce un poco, l’inte­resse personale, per quanto ampio possa essere, per quanto applicabile a molti campi, ha una qualità limitante, un’attività limitante, un’azione li­mitante e restrittiva. Il religioso – il monaco, il sannyasi – può avere rinunciato alle cose del mondo: proprietà, denaro, posizione sociale e forse anche prestigio, ma l’interesse personale è stato semplicemente tra­sferito a un livello più elevato. Egli si identifica con il suo salvatore, con il suo guru, con il suo credo. Ed è proprio questa identificazione, questo tentativo di investire tutti i pensieri e i sentimenti su una figura, un’im­magine, una speranza mitica, che costituisce l’interesse personale. Sono quindi portato a credere che dove c’è interesse personale là si trovi la radice stessa di questo terribile nazionalismo, di questa divisione tra popoli, razze, paesi. L’interesse personale produce il restringersi della mente, che perde l’elasticità e anche la rapidità dell’azione percettiva. Lo specialista dimostra rapidità di adattamento nell’ambito della sua specializzazione: può passare da una tecnica all’altra, da un affare all’altro, addirittura da un credo all’altro, o da una nazionalità all’altra, ma questa capacità di adattamento e questa elasticità della mente sono limitate e non danno la libertà. Come può un uomo che ha investito tutto su una certa credenza o su una certa ideologia avere una mente e un cuore infinitamente duttili, come il filo d’erba che si piega e tuttavia non si spezza? Quindi, il borghese è una persona attaccata alla proprietà, al denaro e all’interesse personale. Chiedete a vostra moglie, o a un amico, se nel vostro rapporto c’è interesse personale. Se volete che lei o lui si conformino all’immagine che avete di loro, quello è interesse personale. Ma non coltivare immagini e tuttavia mettere in evidenza alcuni fatti d’ordine fisico e psicologico, questo non è interesse personale.

Considerando tutto questo – l’ampia distesa del cielo blu, e il punto dove il mare e il cielo si incontrano lungo la linea diritta e meravigliosa dell’orizzonte, tutta la frenesia degli acquisti in vista di un giorno di festa in cui si sarebbero uccisi alberi, uccelli e altri animali, e tutta quella gente che fumava, beveva, amoreggiava, scorrazzava in automobili piccole o costose – chiedetevi se per caso non siate dei borghesi. Potete essere artisti, politici, uomini d’affari o gente qualsiasi che porta avanti il suo modesto lavoro; potete essere casalinghe o impiegate; ma chiunque voi siate, se esiste un qualsiasi tipo di interesse personale nel vostro rapporto con un altro, nella posizione che occupate, nella fede o nell’ideologia che coltivate, allora inevitabilmente avete una mente limitata, piccola e gretta. Potete anche essere capaci nel lavoro, generosi nell’aiutare gli altri oppu­re, come si dice, felicemente sposati; potete parlare d’amore, potete amare vostra moglie, i vostri figli e i vostri amici; ma se in voi esiste anche minimamente questo interesse personale distruttivo, è presente il marchio della mediocrità che attribuisce così grande importanza alla proprietà, alla posizione, al denaro e al potere. Questa piccola mente meschina non può oltrepassare il muro, le barriere che l’uomo ha costruito intorno a sé.

E così, seduto in macchina, aspettando una persona, con il sole caldo che mi scalda il viso e batte anche su quello dei passanti, guardo tutta quella gente e mi chiedo che cosa è successo all’umanità. I giovani diven­tano schiavi delle abitudini come gli anziani. Le mode cambiano e così pure le abitudini. Ma rimanere legati a una qualsiasi tradizione, a una qualsiasi situazione, non dà alla mente la strana caratteristica dell’elasticità. Anche qui, è necessario spiegare la parola. La mente, o la coscienza, può dilatarsi incamerando grandi conoscenze, esperienza, sofferenza o grande gioia. Il piacere non favorisce l’elasticità della mente, la gioia sì. Ma inseguire la gioia, inseguire il godimento, che diventa piacere, impedisce qualsiasi tipo di libertà, di velocità, di elasticità. Come ho detto, la mente può passare da una tecnica all’altra, da un lavoro all’altro, da un’azione all’altra, da una fede a una nuova ideologia, ma questa non è vera elasticità. Fintanto che la mente rimane legata o vincolata a un punto qualsiasi, a un’esperienza qualsiasi, a una conoscenza qualsiasi, non può andare molto lontano. E poiché il contenuto della coscienza crea la coscienza, è pro­prio quel contenuto che impedisce la libertà, la velocità, la meravigliosa sensazione del movimento. Il contenuto della coscienza diventa interesse personale. Il contenuto può essere l’importanza che attribuite a un mo­bile, a una tecnica, a una convinzione o a un’esperienza: quell’esperienza, quella conoscenza, quell’evento diventano il centro dell’interesse perso­nale. Svuotare la coscienza di tutti questi contenuti significa avere movi­mento totale nella percezione e nell’azione.

Dal Bulletin 14, 1972

Essere soli


Meditare è compiere l’atto di rimanere soli. Un atto completamente diverso dai comportamenti di isolamento. La natura propria del me, del sé, dell’io, consiste nell’isolarsi ricorrendo alla concentrazione, a varie forme o metodi di meditazione e ai comportamenti quotidiani di separa­zione. Ma essere soli non significa ritirarsi dal mondo. Il mondo dell’uo­mo è un mondo gregario; è l’interrelazione dell’influenza, dell’opinione, e del peso della tradizione. È il mantenere attivi il pensiero e l’assorbimento in se stessi. Ciò porta inevitabilmente alla solitudine e all’infelicità dell’autoisolamento.

Essere soli è possibile soltanto quando la mente sfugge all’influenza della società; quando internamente siamo liberi dal disordine sociale. Questa libertà è virtù, e la virtù è sempre sola; la moralità che la società fa valere è il prolungamento del disordine. Meditare è trascendere questo disordine e non inseguire il piacere privato di visioni o di esperienze dilaganti. Queste esperienze producono sempre isolamento.

L’amore non separa e così come è impossibile coltivare l’amore, altrettanto la solitudine non è una cosa che riguardi il pensiero. Si realizza naturalmente come l’alba, quando c’è libertà dalle attività del pensiero.

Il sole della sera si posava sull’erba appena nata e ogni stelo ne era illuminato. Sopra di me, le foglie di primavera, così delicate che quando le si toccava non si sentivano nemmeno, così vulnerabili che un bambino avrebbe potuto strapparle. E sopra gli alberi, il cielo azzurro; i merli cantavano. L’acqua del canale era così immobile che era letteralmente impossibile distinguere il riflesso dalla realtà. C’era il nido di un’oca con una mezza dozzina di uova o forse più, che la madre aveva coperto accuratamente di foglie secche. Tornando indietro, la vidi seduta a covarle, facendo finta di non esserci. Un po’ più in là, lungo il canale, in mezzo agli alti faggi con le loro meravigliose foglie nuove, c’era un’altra anatra circondata da una dozzina di pulcini probabilmente nati proprio quella mattina. Durante la notte i topi ne avrebbero mangiato qualcu­no, e il giorno dopo sarebbero stati di meno. L’anatra sul nido era ancora là. Era una sera bellissima, piena di quella strana luminosità che è il cuore della primavera. Stavo lì senza pensieri, sentendo ogni albero e ogni filo d’erba, e udendo il rumore di un autobus che passava, pieno di gente.

Sta diventando sempre più difficile rimanere soli fisicamente. Per lo più la gente non vuole, ha paura di stare sola; tutti sono e vogliono essere occupati, da quando si svegliano la mattina a quando vanno a letto la sera, e anche allora sono perseguitati dai sogni. E quelli che vivono soli nelle grotte o, come i monaci, nelle celle, non sono mai soli, perché vivono in compagnia delle loro immagini, dei loro pensieri e delle pratiche che promettono loro la realizzazione futura, Non sono mai soli; sono pieni di sapere e pieni del buio della grotta o della cella.

Bisogna veramente chiamarsi fuori, non appartenere a niente e a nessuno. Ma non lo si può fare lottando, perché questo denuncia ancora una nostra appartenenza. La stessa azione del lottare per uscire è quella che ci procura il biasimo della società. E così non c’è né un dentro né un fuori. Non appena vi rendete conto di essere fuori, siete dentro. Dovete quindi morire alla società, in modo che la vita nuova germogli avostra insaputa. Il nuovo non è un’esperienza; conoscere il nuovo signi­fica essere il vecchio. E così camminate in solitudine, anche se vivete nella società.

Dal Bulletin 21, 1974

È impossibile riempire la brocca


Meditare è come attingere a un pozzo dall’acqua inesauribile, con una brocca che rimane sempre vuota. È impossibile riempire quella brocca. Ciò che conta è bere l’acqua, non quanta acqua c’è nella brocca. Per bere l’acqua occorre rompere la brocca. La brocca è il centro che cerca sempre, e che per questo non trova mai.

Cercare è negare la verità che sta proprio di fronte a noi. I vostri occhi devono vedere quel che è più vicino; e vedere quel che è più vicino è un movimento senza fine. Chi cerca proietta quel che cerca e quindi vive nell’illusione, sempre in lotta entro i confini della propria ombra. Non cercare è trovare; e trovare non è nel futuro: è qui, dove voi non guardate. Guardare è sempre il presente; il presente da cui scaturisce ogni vita e ogni azione. La meditazione è la felicità di questa azione.

Cercare è un istinto personale che proviene dal centro: raggiungere, appartenere, trattenere. Nell’indagare c’è libertà fin dal principio; guardare è la libertà dal peso dell’ieri.

Dal Bulletin 22, 1974


La natura dell’umiltà


L’essenza dell’austerità è l’umiltà. Conoscere l’umiltà è negarla. Si può conoscere soltanto la vanità. Voi potete essere consapevoli della vanità, ma non potete essere consapevoli dell’umiltà. L’austerità, l’austerità del monaco o del santo, è il movimento inflessibile del diventare, che è illusione. Questa durezza è fatta di violenza, di imitazione, di obbedien­za; è una durezza dove non esiste anonimato. Il monaco e il santo pos­sono prendere un nome diverso, ma quel nome è il mantello che copre le ferite del conflitto. Ed è la stessa cosa per ciascuno di noi, perché tutti noi siamo idealisti. Conosciamo la vanità, ma non possiamo conoscere l’umiltà. L’umiltà è l’opposto della vanità, e tutti gli opposti si contengono a vicenda. Il diventare, per quanto segreto, per quanto anonimo, non può mai avere la natura dell’umiltà. L’umiltà non ha opposti e solo coloro che hanno degli opposti possono conoscersi l’un l’altro.

Negare l’orgoglio non significa conoscere l’umiltà. Morire al già noto è l’aspetto positivo dell’ignoto. Voi potete morire al noto consapevoli di farlo, deliberatamente, con la piena consapevolezza delle sue implicazio­ni, ma non esiste conoscenza di quel che è l’ignoto. Voi non potete conoscere l’ignoto, così come non potete conoscere l’umiltà. Nel campo del divenire, il movimento va dal noto al noto; quando moriamo a que­sto, nasce un’altra cosa che non può essere compresa da una mente che si trova ancora entro i confini del noto, della memoria, dell’esperienza, della conoscenza. L’essere non è il fine del divenire. Quando l’essere viene riconosciuto come tale è ancora parte del divenire dove ci sono sforzo, lotta, confusione e disperazione.

La meditazione non è un trucco della mente che si misura con un problema insolubile, e quindi si costringe a rimanere tranquilla. Una mente ottusa, ovviamente, è diventata insensibile, non reattiva, e quindi incapace di vedere qualcosa di nuovo. E il nuovo non è l’opposto del vecchio.

Meditare è scoprire il processo del divenire e dell’essere nella sua totalità: negare il divenire al fine di essere. Tutto questo, una mente meditativa può vederlo a colpo d’occhio, e questo colpo d’occhio non richiede tempo. Vedere la verità non è una questione di tempo; o vedete o non vedete. L’incapacità di vedere non può diventare capacità di ve­dere.

Negare quindi è il movimento della meditazione, e non esiste modo, non esiste via, non esiste sistema che possa condurre una mente chiacchierona e vuota alle vette dell’illuminazione. Vedere questo in un attimo è la verità che libera la mente vuota da se stessa.

E all’inizio c’è sempre l’umiltà. Ma non esiste inizio né fine. E questa è la felicità incommensurabile.

Dal Bulletin 24, 1974-5

Meditazione e amore


Il punto centrale della meditazione non è seguire la via tracciata dal pensiero che conduce verso ciò che esso considera la verità, l’illuminazio­ne o la realtà. Non esiste alcuna via che porti alla verità. Qualsiasi via si segua, porta a ciò che il pensiero ha già formulato e che, per piacevole e soddisfacente che sia, non è la verità. È un errore pensare che un sistema di meditazione, la pratica costante di quel sistema nella vita quotidiana, possa portare chiarezza o comprensione. La meditazione sta al di là di tutto questo e, come l’amore, non può essere coltivata dal pensiero. Fino a quando il pensatore vivrà per meditare, la meditazione sarà semplicemente parte di quell’autoisolamento che è il comportamen­to abituale della sua vita quotidiana.

L’amore è meditazione. L’amore non è un ricordo, non è un’immagine che il pensiero conserva come piacere, né l’immagine romantica costruita dalla sensualità; è qualcosa che sta al di là di tutti i sensi e al di là delle pressioni economiche e sociali della vita. La realizzazione immediata di questo amore, che non ha radici nell’ieri, è meditazione; perché l’amore è verità, e la meditazione è la scoperta della bellezza di questa verità. Il pensiero non potrà mai scoprirlo; non potrà mai dire: «Ho scoperto», oppure «Ho capito l’amore celeste».

Dal Bullettin 29, 1976

Meditazione ed esperienza


Nella meditazione si fa un’esperienza nuova? Ciò che mantiene arida la sorgente è il desiderio di fare esperienza, la suprema esperienza che è al di là e al di sopra del quotidiano o dei luoghi comuni. Il desiderio di fare esperienze nuove, di avere visioni, di sviluppare una percezione più profonda, di realizzare una cosa o l’altra, fa sì che la mente volga lo sguardo all’esterno, e questo non è niente di diverso dalla sua dipenden­za dall’ambiente e dalle persone. L’aspetto singolare della meditazione è che un evento non si trasforma in esperienza. L’evento è là, come una stella nuova in cielo, senza memoria che lo produca e lo sostenga, senza l’abituale processo di riconoscimento in termini di piacere e dispiacere. La nostra ricerca è sempre volta all’esterno; la mente che cerca una qualsiasi esperienza è rivolta all’esterno. Rivolgersi all’interno non è ricerca; è percezione. La reazione è sempre ripetitiva, perché proviene sempre dallo stesso deposito di memorie.

Dal Bulletin 31, 1977


A un giovane


Era un giovane sposato da poco; mi disse di non avere un buon lavoro, anche se dava a lui e alla moglie abbastanza da vivere. Aveva studiato all’università, in un certo senso aveva una mente acuta e apparteneva a una di quelle antiche comunità per le quali una vita religiosa era molto più importante della vita del mondo.

«L’educazione che ho ricevuto, – continuò, – mi ha reso la mente piuttosto ottusa. Mi ha coltivato la memoria, e probabilmente niente altro. Ho conseguito molti titoli, ma tutto questo mi ha lasciato in qualche modo vuoto e arido. Mi sembra di andare perdendo ogni sentimento, ogni interesse, e di cadere nella routine. E vedo che anche la mia attività sessuale incomincia a far parte dello stesso schema. Non so cosa fare. Dopo aver sentito lei, l’altro giorno, ho pensato che forse parlandone insieme mi sarei potuto liberare del peso morto del mio lavoro e delle mie abitudini quotidiane. Sono abbastanza giovane e quindi potrei cambiare lavoro, ma so che per quanto interessante esso possa essere, dopo poco diventerebbe un’altra routine. Ne ho parlato con mia moglie. Lei non è potuta venire stamattina, e quindi sto parlando anche per lei.».

Aveva un bel sorriso, e la società non lo aveva ancora completamente distrutto.

La routine e l’abitudine sono la nostra vita quotidiana. Alcuni hanno coscienza delle proprie abitudini, altri no. Se si diventa consapevoli delle abitudini – il movimento ripetitivo della mano o della mente – è possibile mettervi fine con relativa facilità. Ma quel che conta in tutto questo è capire, non in maniera cerebrale, il meccanismo attraverso cui si formano le abitudini, che a poco a poco distrugge o rende sordo ogni sentimento. Questo meccanismo è l’immenso letargo che fa parte del nostro retaggio, come lo è la tradizione. Noi non vogliamo essere disturbati: questo è il letargo che alimenta la routine. Dopo aver imparato qualcosa, ci comportiamo secondo quanto già sappiamo, aggiungendo nozioni o modificando quanto già sappiamo.

La paura del cambiamento rafforza l’abitudine, non soltanto a livello fisico, ma nelle stesse cellule del cervello.

Quindi, poiché una volta ci siamo assestati in una routine, andiamo avanti come tanti tranvai, lungo le rotaie. Nei nostri rapporti diamo tutto per scontato, e questo è uno dei principali fattori di insensibilità. Così l’abitudine diventa una cosa naturale. Allora diciamo: «Perché mai biso­gna prestare attenzione alle cose che si fanno tutti i giorni?». E così la disattenzione alimenta l’abitudine. E diventiamo prigionieri. Allora inizia il problema di come liberarsi dell’abitudine. A questo punto nasce il conflitto. E il conflitto diventa il modo di vivere che accettiamo come una cosa naturale!

Quando, dunque, vediamo tutto questo – tutti i modi di essere dell’abitudine, che significa funzionare secondo una memoria consolidata, agire a partire da quella memoria – quando nasce la consapevolezza di questo, allora si imbocca la strada del piacere. Perché in definitiva, quel che voglia­mo profondamente è il piacere e tutti i valori che coltiviamo si basano su questo. Il piacere è il fattore costante per il quale siamo pronti a sacrificarci, che difendiamo, per il quale siamo pronti a diventare violenti, e così via. Ma se osserviamo il piacere, ben presto vedremo che anch’esso diventa un’abitudine e che quando l’abitudine del piacere viene negata nasce lo sconforto, la pena, il dolore. Per evitare che ciò avvenga cadiamo in una trappola del piacere. Ci si può abituare alla bellezza come alla bruttezza: alla bellezza di un albero come allo squallore di una strada di città. Appendiamo un quadro alla parete di una stanza e lo guardiamo, e poco dopo quel quadro è diventato un’abitudine. Oppure, come alcuni fanno, cambiamo quadro sperando con ciò di mantenere viva l’attenzione. Si tratta semplicemente di un altro trucco per sconfiggere l’insensibilità.

Questo è il modo di vivere che abbiamo accettato. È quanto ci sta accadendo dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina. La coscienza è dunque un fatto completamente meccanico, nel senso che è un movi­mento, un’attività costante, entro i confini del piacere e del dolore. Per andare oltre questi confini l’uomo ha cercato molti modi diversi. Ma ben presto tutto si riduce alla monotonia dell’abitudine e del piacere; se poi avete abbastanza energia, diventate molto attivi, volgendo questa attività verso l’esterno. Ora, il punto fondamentale in tutto ciò sta nel vedere – realmente, non a parole – che cosa sta accadendo veramente. Vedere non a parole significa vedere senza l’osservatore, perché l’osservatore è l’es­senza dell’abitudine e della contraddizione, che è la memoria. Vedere, quindi, non è mai un fatto di abitudine, perché il vedere non è un’attività cumulativa. Quando guardate a partire dall’accumulazione voi vedete attraverso le abitudini. Perciò, vedere è azione senza abitudine.

In ultima analisi, l’amore non è abitudine, mentre il piacere lo è. Quindi l’atto del vedere è l’unica cosa naturale; vedere l’eredità naturale dell’animale che è in noi, che è violento, aggressivo e competitivo. Se comprenderete quest’unica cosa, che è in verità di primaria importanza – l’atto del vedere – allora non esisterà accumulazione del tipo me e mio, allora non accadrà che si formino le abitudini, con tutta la routine e la noia che ciò comporta. Vedere le cose come sono è amore.

Dal Bulletin 36, 1979


L’amore non è pensiero – Gstaad, Svizzera, 3 agosto 1981


La valle si stende da est a ovest; l’estremità a est si incunea in una gola stretta, con una montagna di quasi duemila metri che la sovrasta, su cui la mattina spunta il sole gettando ombre lunghe e profonde e dove regna un silenzio senza fine. C’è una vecchia quercia – ha qualche centinaio di anni – che saluta il sole del mattino, dorata e immobile. La foglia più alta non respira nemmeno, nella sua immobilità. La tortora inizia a tubare col suo lungo, dolce, caratteristico verso, e il compagno le risponde. Il gior­no ha avuto inizio. L’aquila dai grandi artigli aveva cessato il suo grido non appena l’alba di quella giornata di primavera aveva incominciato a illuminare i contorni della montagna rocciosa e i profili allungati delle colline boscose. Prima che il sole si alzasse in cielo sembrava che la terra fosse coperta da un profondo silenzio. E come era bella la terra, senza tempo nella sua vastità. È la nostra terra, nostra e di nessun altro: non di un gruppo, di una comunità, di una nazione. È nostra; appartiene a ognuno di noi.

La strada è ben costruita, levigata, ampia, senza troppe curve impervie, nel tratto in salita, e attraversa chilometri e chilometri di aranceti ben tenuti e di boschetti di avocado a perdita d’occhio lungo i burroni scoscesi e i fianchi della collina, tutti bisognosi di acqua e di cure. La valle è piena del profumo degli aranci e degli avocado in boccio. La strada passa per il punto più alto, forse a 1500 metri, e poi scende lentamente verso il deserto. Nel punto più alto l’automobile si fermò. A sud, le alte e grandi colline erano coperte di alberi e di cespugli, di fiori vermigli e gialli; a nord non c’era neanche un albero; il paesaggio era nudo, roccio­so, libero fino all’orizzonte, assolutamente intatto, ogni sasso come deve essere stato per migliaia di anni. Spazio immenso e silenzio infinito.

La solitudine è una cosa, essere soli è un’altra. La solitudine può essere isolamento, fuga, una cosa non voluta; ma essere soli senza il fardello della vita, con quella libertà suprema dove il tempo-pensiero non è mai esistito significa essere con l’universo. Nella solitudine c’è malinconia disperata, la sensazione di essere abbandonati, perduti, desi­derosi di un qualche tipo di rapporto, come una barca dispersa in mare. Tutta la nostra attività quotidiana porta a questo isolamento, dove i conflitti e l’infelicità sono senza fine, e rare sono le gioie. Questo isolamento è corruzione, che si manifesta in politica, negli affari, e, naturalmente, nelle religioni istituzionalizzate. La corruzione abita in alto loco e sulla porta delle nostre case. Essere legati a qualcosa è corruzione; qual­siasi forma di attaccamento porta alla corruzione, che si tratti dell’attac­camento a un’opinione, a una fede, a un ideale, a un’esperienza o a una qualsiasi deduzione. La corruzione psicologica è l’elemento che accomu­na tutti gli esseri umani. Il denaro, la posizione sociale, il potere sono le reazioni superficiali della corruzione interna del crescente piacere del desiderio, l’immagine che il pensiero costruisce intorno al movimento del desiderio. La corruzione è frammentazione.

In quel vasto spazio tra il cielo azzurro e terso e la bellezza della terra, la coscienza aveva cessato di esistere. Tutti i sensi erano completamente desti e sensibili all’aria non inquinata, al profumo del deserto e dei fiori in lontananza, al movimento della lucertola sul sasso caldo e al silenzio assoluto. Non era soltanto il silenzio dell’altitudine, quello strano silenzio di quando il sole è appena tramontato, o quello che sembra scendere sulla terra alle prime luci dell’alba, lontano dal frastuono delle città e dei paesi chiassosi, ma anche quel profondo silenzio mai sfiorato dal rumore del pensiero. È il silenzio che non ha misura, così puro e terso che va ben al di là del fluire della coscienza. Il tempo si era letteralmente fer­mato.

Quel silenzio mi accompagnava mentre l’automobile percorreva la strada in discesa fra orti e siepi. Poi iniziò la civiltà, la volgarità incredibile, la fretta brutale e la sfrontatezza degli esseri umani, dove ognuno affermava la propria presenza, e il ricco faceva mostra del proprio potere e della propria volontà. Anche quell’ottimo motore d’un tratto sembrava diven­tato silenzioso, il che naturalmente è una sciocchezza. I giornali del mattino, nei loro editoriali, parlavano di quello che sarebbe stato l’effetto se e quando una bomba atomica fosse esplosa su una grande città: milio­ni di persone dissolte nel nulla, la società scomparsa, ovunque un caos primordiale. E così via, orrori su orrori. E l’umanità ripone la propria fiducia nei politici e nei governi.

Qualsiasi specialista – il chirurgo, l’arcivescovo, lo chef o l’idraulico – usa soltanto una parte del cervello, riducendo in questo modo la propria attività totale. Il politico e il guru usano solo una piccola parte della capacità e dell’energia straordinarie del cervello. Questa attività limitata, parziale, sta creando il disastro nel mondo. Questa piccola area del cer­vello è attiva in tutte le religioni quando esse ripetono i loro rituali, le loro parole senza senso, i loro gesti che contano due o tremila anni di tradizione, a seconda di come sono stati programmati. Alcune lo fanno con eleganza, con bei paramenti, altre con crudeltà. Lo stesso accade nei circoli governativi, la corruzione del potere. Quella piccola area del cer­vello può accumulare grandi conoscenze, ma proprio quelle conoscenze non fanno che rafforzare ancor più soltanto una parte del cervello. L’ascesa dell’uomo non potrà mai avvenire attraverso il sapere, perché il sapere non è mai completo; è sempre all’ombra dell’ignoranza. La macchina superintelligente – il computer in rapida evoluzione, programmato dagli esperti – supererà e sconvolgerà il pensiero dell’uomo e le sue lente capacità; imparerà più rapidamente, correggerà i propri stessi errori, ri­solverà i propri stessi problemi. L’essere umano non ha risolto nessuno dei suoi problemi psicologici, le questioni che sono diventate così com­plesse. Sembra che fin dai tempi più antichi della sua storia egli ne abbia portato il peso. Noi ce li stiamo ancora portando dietro: problemi di governo, di religione, di rapporto, di violenza, di guerre; e poi il proble­ma dell’inquinamento della terra. Ma rimarranno tutti insolubili fintanto che ci funzionerà solo una parte del cervello, fintanto che saremo pro­grammati per essere americani, inglesi, francesi e così via, fintanto che saremo cattolici, induisti, musulmani. Sembra che siamo completamente ignari di quanto sia condizionata e programmata questa piccola area del cervello. Ciò conferisce a questa programmazione un senso di sicurezza illusorio, una struttura verbale contro i barbari. Ma l’unico barbaro è l’uomo; lui solo è la causa di tutta la corruzione e di tutti gli orrori del mondo. È lui il solo e unico responsabile di quanto gli sta accadendo intorno.

Questa piccola area del cervello è la nostra coscienza; è la sede del tempo, della misura, dello spazio e del pensiero. Il tempo è evoluzione sia biologica che psicologica; è il sole che sorge e tramonta; è il senso del divenire. La misura è quel che è e quel che dovrebbe essere, l’ideale da raggiungere, il violento che diventa pacifico, realizzando il costante, il continuo divenire; è il confronto, l’imitazione, la dipendenza; il meglio e il di più. Lo spazio è la vasta distesa della terra, i cieli, l’area angusta di cui disponiamo nelle grandi città, e quella – se ve ne è – nella coscienza. Il pensiero è il padrone. Il pensiero è il fattore predominante nella vita umana. Non esiste pensiero orientale o pensiero occidentale; esiste solo il pensiero che può esprimersi in molti modi diversi, ma che è sempre il flusso del pensiero. Il pensiero è comune a tutta l’umanità, dall’essere più primitivo al più colto. È il pensiero che ha mandato gli uomini sulla luna; il pensiero che ha costruito la bomba atomica; il pensiero che ha edifi­cato i templi, le grandi cattedrali che racchiudono tutto quanto è definito sacro, i rituali elaborati, i dogmi, le credenze, la fede e così via. È il pensiero che ha costruito il computer e il programma che lo fa funzio­nare. È il pensiero che ha aiutato l’umanità in infiniti modi diversi, ma che ha anche alimentato le guerre e tutti gli strumenti di morte. È il pensiero che ha progettato gli ideali, la violenza immane, le torture, che ha diviso l’umanità in nazioni, in classi, in religioni innumerevoli, che ha diviso l’uomo mettendolo contro se stesso e contro il suo simile. L’amore non è il pensiero con i suoi ricordi e le sue immagini.

Il pensiero sostiene e nutre la coscienza. Il contenuto della coscienza è il movimento infinito del pensiero, i desideri, i conflitti, le paure, la rincorsa ai piaceri, il dolore, la solitudine, la tristezza. L’amore, la com­passione con la sua intelligenza incorruttibile, è oltre questa coscienza limitata. L’amore non può essere distinto in superiore o inferiore, perché l’alto e il basso sono ancora coscienza, che è sempre rumorosa, sempre chiacchierona. La coscienza è tutto il tempo, tutta la misura, tutto lospazio, perché nasce dal pensiero. Il pensiero non può mai e per nessuna ragione essere intero; può speculare su ciò che è intero e indulgere a parlarne e a farne esperienza, ma il pensiero non potrà mai percepirne la bellezza e l’immensità.

Il pensiero infatti è il figlio sterile dell’esperienza e del sapere, e non potrà mai essere completo, intero. Per questo sarà sempre limitato, frammentato. Il pensiero cerca invano di risolvere i problemi che ha creato all’uomo, e così facendo li perpetua a non finire. Soltanto quando il pensiero si renderà conto della propria totale incapacità psicologica a risolvere i problemi e i conflitti da lui stesso creati, la percezione e l’intuizione profonda potranno mettervi fine.

Dal Bulletin 56, 1989


Che cosa significa rapporto? – Saanen, Svizzera, agosto 1981


L’amore per gli alberi è, o dovrebbe essere, parte della nostra natura, come respirare. Gli alberi fanno parte della terra come noi, pieni di bellezza, con quel loro strano distacco. Così immobili, pieni di foglie, ricchi e luminosi, proiettano le loro lunghe ombre e la loro gioia selvag­gia quando soffia la bufera. Tutte le foglie, anche quelle sul ramo più alto, danzano al minimo soffio di brezza, e l’ombra è accogliente, quando il sole batte forte. Seduti con la schiena contro il tronco, se rimanete in silenzio, stabilite un rapporto durevole con la natura. I più hanno perso questo rapporto; quando passano in automobile o risalgono queste colline chiacchierando, vedono tutte queste montagne, queste valli, i corsi d’acqua e le migliaia di alberi, ma sono troppo assorbiti nei loro proble­mi per guardarsi intorno e rimanere in silenzio. Un pennacchio di fumo si alza lungo la valle, e sotto passa un autocarro, carico di tronchi appena recisi, non ancora scortecciati. Un gruppo di ragazzi e di ragazze passa chiacchierando, facendo fremere l’immobilità del bosco.

La morte di un albero, nel momento finale, a differenza di quella dell’uomo, è bella. Un albero morto nel deserto, senza più corteccia, ripulito dal sole e dal vento, con tutti i rami nudi spalancati al cielo, è una visione meravigliosa. Una grande sequoia, vecchia di molte centinaia di anni, viene abbattuta in pochi minuti per fare recinzioni e sedili, per costruire case o per arricchire la terra in un giardino. Quel meraviglioso gigante è morto. L’uomo avanza nel cuore delle foreste, distruggendole per creare pascoli e costruire case. Le regioni vergini stanno scomparendo. C’è una valle, circondata da colline che forse sono le più antiche della terra, dove i ghepardi, gli orsi e il daino, che un tempo era possibile vedere, ora sono completamente scomparsi, perché l’uomo è arrivato dappertutto. La bellezza della terra viene lentamente distrutta e inquina­ta. Macchine e costruzioni a più piani stanno facendo la loro comparsa nei luoghi più inaspettati. Quando perdete il rapporto con la natura e con i cieli immensi, perdete ogni rapporto con l’uomo.


Arrivò insieme alla moglie e parlò quasi sempre lui. Lei era piuttosto timida, e aveva l’aria intelligente. Lui era piuttosto arrogante, e aveva l’aria aggressiva. Disse di essere stato presente a qualcuno dei miei discorsi dopo aver letto uno o due libri e aver assistito a qualche dialogo.

«In realtà, siamo venuti a parlare con lei personalmente del nostro problema più grosso, e spero di non averla disturbata. Abbiamo due figli, un maschio e una femmina che vanno a scuola, fortunatamente per loro. Non vogliamo infliggergli le tensioni che ci sono tra noi, anche se prima o poi le avvertiranno. Mia moglie e io siamo molto innamorati; non userei la parola amore, perché ho capito che cosa lei intende con questo termine. Ci siamo sposati abbastanza giovani; abbiamo una bella casa e un piccolo giardino. Il denaro non rappresenta per noi un proble­ma. Lei sta bene di suo, e io lavoro, anche se mio padre mi ha lasciato qualcosa. Non siamo venuti da lei come da un consulente matrimoniale, ma vogliamo discutere con lei, se ce lo consente, il nostro rapporto. Mia moglie è piuttosto riservata, ma io sono sicuro che fra poco parteciperà anche lei alla discussione. Eravamo d’accordo che avrei incominciato io. Abbiamo grossi problemi di rapporto. Ne abbiamo parlato spesso, ma non ne è venuto fuori niente. Dopo questa premessa, la domanda che vorrei farle è la seguente: che cosa c’è di sbagliato nel nostro rapporto, e che cos’è il rapporto giusto?»

Che rapporto avete con queste nuvole, piene della luce della sera, o con questi alberi silenziosi? Non è una domanda a sproposito. Vedete quei ragazzi che giocano là, in quel campo, quella vecchia auto? Quando vedete tutto questo, vi chiedo, qual è la vostra reazione?

«Non lo so con esattezza. Mi piace vedere i bambini che giocano. E anche a mia moglie piace. Per quelle nuvole o quell’albero non ho sen­timenti speciali. Non ci ho pensato; probabilmente non li ho neanche mai guardati».

La moglie disse: «Io sì. Per me hanno un significato, ma non riesco a dirlo a parole. I bambini là fuori potrebbero essere i miei figli. Dopo tutto, sono una madre».

Signore, guardi quelle nuvole e quell’albero, come se li vedesse per la prima volta. Li guardi senza che il pensiero interferisca o divaghi. Liguardi senza definirli nuvole o albero. Li guardi semplicemente con il cuore e con gli occhi. Appartengono alla terra come noi, come quei bambini, e come quella vecchia auto. Dar loro un nome fa parte del pensiero.

«Guardarli senza ricorrere alle parole sembra quasi impossibile. La forma è la parola».

Quindi le parole svolgono un ruolo molto importante nella nostra vita. Sembra che la nostra vita sia un intreccio di parole complicate, legate tra loro. Le parole esercitano una grossa influenza su di noi: parole come dio, democrazia, libertà, totalitarismo. Evocano tutte immagini familiari. Le parole moglie e marito fanno parte delle nostre espressioni quotidiane. Ma la parola moglie non è in realtà la persona in carne e ossa, con le sue complessità e i suoi problemi. Quindi la parola non è mai la realtà. Quando la parola assume un’importanza totalizzante, la vita, la realtà, viene trascurata.

«Ma non posso sfuggire alla parola e all’immagine che essa evoca».

Non possiamo separare la parola e l’immagine. La parola è l’immagi­ne. Osservare senza parola-immagine, questo è il problema.

«Ma è impossibile!».

Se permette, lei non ha cercato di farlo seriamente. La parola impossibile blocca in lei la possibilità di farlo. Non dica, la prego, che è possibile o impossibile, ma lo faccia semplicemente. Torniamo un attimo alla sua Domanda: che cos’è il rapporto giusto? Quando noi avremo capito che cos’è il rapporto, sono sicuro che lei scoprirà da solo che cosa è giusto. Che cosa significa per lei il rapporto?

«Mi faccia pensare. Significa tantissime cose, a seconda delle circostanze. Un giorno è una certa reazione, il giorno dopo ha una portata completamente diversa. È responsabilità, noia, irritazione, reazioni sen­suali e il bisogno di fuggire da tutto questo».

Questo è quello che lei chiama rapporto. Si tratta di livelli diversi di reazioni sensoriali, di sentimenti – di romanticismo, se si è portati a quello – di tenerezza, attaccamento, solitudine, paura e così via (appren­sione, più che paura reale). Questo è quanto viene definito rapporto con una persona o con l’altra. Lei è in rapporto anche con i suoi ideali, le sue speranze, le sue esperienze, le sue decisioni. Tutto questo è lei e il suo rapporto con un altro; e l’altro è simile a lei, anche se da un punto di vista biologico, culturale e fisico può essere diverso. Ciò non indica forse che lei si muove sempre all’interno dell’egocentrismo e che l’altra perso­na agisce in maniera simile? Due vite parallele che non si incontrano mai?

«Incomincio a capire che cosa lei intende, ma la prego, continui».

Diventa chiaro che non esiste un rapporto reale. Fondamentalmente ci preoccupiamo di noi stessi, del nostro piacere, cedendo all’altro per ottenere a nostra volta soddisfazione, e così via all’infinito. Diciamola in un altro modo. Perché gli esseri umani sono così centrati su se stessi, o egoisti nei più riposti recessi del loro essere? Perché? Gli animali selva­tici non sembrano tanto egocentrici quanto lo sono gli esseri umani. Se noi dobbiamo scoprire in prima persona qual è il rapporto giusto, dob­biamo approfondire questo interrogativo. È necessario sperimentare la percezione senza movente. La maggior parte di noi trova difficile osser­vare senza un qualche tipo di movente. Riusciamo a esaminare insieme, con obbiettività, quel che realmente accade in un rapporto fra due per­sone, si tratti di un rapporto intimo o no? Quasi tutte le reazioni, spe­cialmente quelle dolorose o piacevoli, vengono registrate nel cervello, nella coscienza o a un livello più profondo. Questa registrazione, che inizia nel momento in cui nasciamo e continua fino alla morte, costruisce lentamente un’immagine o un quadro che ognuno ha di sé. Quando ci sposiamo o viviamo con un altro per un mese o per anni, ciascuno dei due si forma un’immagine dell’altro. Le ferite, le irritazioni, le parole dure, quelle dolci, e così via, le reazioni sensuali, le osservazioni intellet­tuali, il cameratismo e la tenerezza, la fantasia di realizzazione e le asso­ciazioni culturali: tutto questo forma le diverse immagini che si riattivano nelle diverse circostanze. A parte i rapporti fisici reali, queste immagini distorcono o ostacolano un rapporto d’amore profondo, la compassione con la capacità di comprensione profonda che essa implica.

«E allora in che modo è possibile impedire la formazione di queste immagini?».

Non le pare di porre una domanda sbagliata? Chi è che impedisce? Non le sembra che a porre la domanda siano ancora una volta un’imma­gine o un’idea? Non sta forse ancora lavorando di fantasia, passando da un’immagine all’altra? Questo tipo di indagine non porta da nessuna parte. Quando una persona è colpita o ferita psicologicamente – il che accade fin dall’infanzia – le conseguenze di quella ferita sono ovvie: la paura di subire altre ferite, un ritrarsi costruendosi tutt’intorno una barriera, un ulteriore schermo isolante e così via, un processo che alimenta la nevrosi. Se e quando si ha consapevolezza di queste ferite, di questi conflitti, e li si osserva, allora istintivamente vien fatto di chiedersi in che modo sia possibile evitare di venire feriti. L’immagine ultima è l’io, il sé con la lettera maiuscola e minuscola. Quando si arriva a cogliere il pieno significato del perché il cervello, il pensiero, formi queste immagini, la verità del perché queste immagini esistano, questa percezione stessa dis­solve ogni processo di formazione delle immagini. Questa è la libertà ultima.

«Per quale ragione il cervello – o il pensiero, come dice lei – forma delle immagini?».

Forse per sentirsi protetto? Per essere al sicuro contro il pericolo? Per avere certezze, per evitare la confusione? Anche la più piccola parte del cervello per funzionare bene, in maniera efficiente, deve avere delle certezze, deve sentirsi al sicuro. Se poi quelle certezze e quella sicurezza sono un’illusione o un’invenzione del pensiero, come lo sono la fede o una credenza, in realtà non ha alcuna importanza, purché quell’area limitata del cervello si senta al sicuro, tranquilla, senza incertezze. Noi viviamo in questa illusione. Accompagnato dalle immagini, come ad esem­pio il nazionalismo, e le immagini che si trovano in tutti i templi del mondo, l’uomo vive e porta avanti il conflitto, il piacere, il dolore. Que­ste immagini vengono fabbricate a non finire. Ma solo quando noi per­cepiamo che esse ostacolano e gettano un’ombra sul rapporto reale e profondo tra noi e gli altri, tra noi e quella nuvola, tra quell’albero e quei bambini, allora soltanto può esserci amore.

Dal Bulletin 56, 1989

La bellezza è pericolosa – Saanen, Svizzera, 11 agosto 1981


La bellezza è pericolosa. In piedi su una collina, vedevo l’Himalaya stendersi per un raggio di più di 200 chilometri, una linea di orizzonte circolare, con valli profonde e scure, picchi che si susseguivano gli uni agli altri, coperti di nevi eterne, senza una casa, senza un villaggio, senza una capanna, a perdita d’occhio. Il sole si posava sulle vette più alte, e tutt’a un tratto quel panorama fu come avvolto dalle fiamme. Era come se tutto bruciasse da dentro, un bagliore di intensità incredibile. Le valli divennero più scure e il silenzio si fece più assoluto. La terra rimase immobile, senza respirare, nel suo splendore. Mentre il sole spuntava dall’estremo oriente, quelle montagne maestose nella loro immensità e nella loro suprema purezza sembravano così vicine che avrei potuto toc­carle; e invece distavano centinaia di chilometri.

E il giorno ebbe inizio. Non c’è da stupirsi che l’uomo abbia adorato le montagne; esse sono sacre, vanno adorate da lontano. Tutti gli antichi ne hanno fatto delle divinità, perché è lì che i celesti hanno fissato la propria dimora. Ora le montagne vengono trasformate in piste da sci, con alberghi, piscine e tanto rumore. Ma non tra queste nevi inesorabili e incorruttibili. La bellezza è immortale e infinitamente pericolosa.

Lasciai quell’impenetrabile silenzio, e man mano che scendevo lungo il sentiero roccioso, seguendo un corso d’acqua e incontrando pini di qualità diverse e grandi cedri, il sentiero si allargava e si copriva d’erba. Era una mattina bellissima, dolce del profumo di una foresta lussureg­giante. Il sentiero scendeva tutto a curve, e incominciava a fare caldo. Lì vicino tra gli alberi c’era un gruppo di scimmie; la faccia gli brillava sotto il sole del mattino; avevano code lunghe e grigie e corpi pelosi. I piccoli erano aggrappati alle madri, e tutto il gruppo guardava in silenzio, senza paura, la figura solitaria. Guardavano immobili. In quel momento appar­ve un gruppo di monaci che si dirigevano, salmodiando, verso un villag­gio un po’ più distante. Il loro sanscrito era preciso e chiaro, e ciò significava che venivano dal sud. Cantavano un inno al sole del mattino che dà la vita a tutte le cose e la cui benedizione si era posata e si posa su tutti gli esseri viventi. Erano circa otto, tre o quattro molto giovani, tutti con i capelli rasati, vestiti di arancione, controllati; andavano con gli occhi bassi, senza vedere i grandi alberi, le migliaia di fiori e le verdi e dolci colline; la bellezza, infatti, è pericolosa: può indurre il desiderio.

Al villaggio si stava allestendo il pasto del mattino e nell’aria c’era odore di fuoco di legna. I bambini, appena lavati, si stavano preparando per la scuola con grida e risate. In mezzo al rumore consueto del villag­gio c’era un senso di triste stanchezza. Il villaggio aveva il suo prete, il credente e il non credente.

È strano come i preti, da tempo immemorabile, abbiano condizionato il cervello umano ad avere fede, a credere, a obbedire. Essi erano i dotti, i maestri, la legge. Con la loro condotta, nobile e responsabile, erano i custodi della società, i fautori della tradizione. Attraverso la paura, con­trollavano i sovrani e il popolo. E al tempo stesso erano fuori della società, non ne facevano parte, così da poterla guidare, sul piano della morale, dell’estetica, della religione. A poco a poco divennero gli interpreti fra Dio e l’uomo. Avevano potere, status, e l’immensa ricchezza dei templi, delle chiese, delle moschee. in Oriente si coprirono il corpo di un tessuto semplice, di un colore particolare. In Occidente i loro abiti diven­nero sempre più simbolici, sempre più costosi. E poi ci furono i semplici monaci che vivevano nei monasteri, e quelli che vivevano nei palazzi. I capi religiosi, con la loro burocrazia, mantenevano il popolo nella fede, nel dogma, nei rituali, nelle parole senza senso. Superstizione, astuzia, ipocrisia, divennero la moneta di tutte le religioni organizzate sia in Oriente che in Occidente. E quanto c’era di più sacro rimase fuori della finestra, per quanto bella fosse la finestra.

L’uomo deve quindi incominciare a riscoprire quello che è eternamen­te sacro, che non deve mai essere appannaggio dell’interprete, del prete, del guru, dei venditori ambulanti della meditazione. Voi dovete essere luce a voi stessi. Quella luce non può mai esservi data da nessuno, né dai filosofi, né dagli psicologi, per quanto vengano rispettati dalla tradizione.

La libertà è essere soli, senza attaccamento e senza paura, liberi nella comprensione del desiderio che alimenta l’illusione. C’è una grande forza nell’essere soli. Chi non è mai solo è il cervello condizionato, program­mato, perché è infarcito di conoscenze. Ciò che è programmato, sia da un punto di vista religioso che tecnologico, è sempre limitato. Questa limitazione è la principale causa del conflitto.

La bellezza è pericolosa per l’uomo che vive schiavo del desiderio.

Dal Bulletin 57, 1989




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