Jiddu Krishnanaurti



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Lo stato di non conoscenza – Estratto da un dibattito con gli studenti a Huizen, Olanda, giugno 1967


Domanda: È vero che in uno stato di intensa consapevolezza, da svegli, si può fare l’esperienza del guardare la rabbia andare e venire dentro di sé senza che essa tocchi la nostra coscienza?

Krishnamurti: Cerchiamo di stare un po’ attenti su questo punto. Lei pensa forse che il sé cosciente sia diverso dalla rabbia? Facciamo un esempio: «Io sono geloso». L’io è forse diverso dalla gelosia? Quella gelosia è forse diversa dalla persona che sta osservando la gelosia? Io sono colui che fa l’esperienza e la cosa di cui faccio esperienza è la gelosia. Chi fa l’esperienza è forse diverso dall’esperienza stessa?

È molto interessante discuterne dal punto di vista di quello che è l’apprendimento. Io sono geloso di te, io sono invidioso di te, e di questa gelosia e di questa invidia voglio imparare tutto, perché quando ne im­paro l’intero contenuto, è finita; questi sentimenti non hanno più presa. Allora, in che modo imparo? Che cos’è l’apprendimento? A parte l’im­parare una lingua, l’imparare a guidare la macchina e così via, che cos’è l’apprendimento? Quand’è che imparate? Voi imparate quando non sa­pete niente. Io imparo una lingua perché non la conosco. Giusto? Se quella lingua la so già, non posso impararla! Vediamo concretamente. Ora – cioè nel presente attivo – stiamo imparando oppure stiamo sem­plicemente accumulando quello che è stato detto, lo stiamo immagazzi­nando per ripensarci più tardi? Vedete la differenza?



Abbiamo parlato dei sogni. Voglio conoscermi, voglio conoscere il me che sogna. Ora, in che modo lo faccio: a partire dalla conoscenza che ho acquisito leggendo Jung, Freud, o i teologi?

Domanda: Dalla lettura di Freud si impara a conoscere Freud.

Krishnamurti: Proprio così. Imparo a conoscere Freud: non imparo certo a conoscere me stesso. Pertanto, quando conosco me stesso attra­verso Freud non sto osservando me stesso; sto osservando l’immagine che Freud ha creato di me. Perciò devo liberarmi di Freud. Ora, però, andiamoci piano: quando osservo me stesso, imparo a conoscermi. Ma se io accumulo la conoscenza che acquisisco di me stesso e poi osservo a partire da quella conoscenza, attuo lo stesso processo dell’osservarmi attraverso Freud. Mi seguite? Allora, posso imparare a conoscermi sen­za immagazzinare niente? Questo è l’unico modo di imparare, perché il me stesso è sempre in movimento, sempre terribilmente attivo, e di questa attività io non posso imparare niente servendomi di qualcosa di statico, sia che si tratti della conoscenza che ho accumulato di me, o di quella che ho acquisito attraverso Freud. Devo quindi essere libero, non soltanto da Freud ma anche dalla conoscenza che ho accumulato su di me ieri. È una cosa molto complicata, non è soltanto un gioco di parole.

Domanda: Sembra che lei accantoni la conoscenza e apprenda dai fatti.

Krishnamurti: Proprio così. Quando voi osservate il fatto senza la conoscenza, allora potete imparare. Altrimenti voi sapete, o credete di sapere. Soltanto così l’apprendimento è creativo; è qualcosa di nuovo. Voi imparate continuamente. Per questo io devo disfarmi non soltanto di Freud e di Jung, ma anche della conoscenza di me che ho acquisito ieri. Chiediamoci prima di tutto: è possibile fare questo?

Domanda: Lei parla di ieri. Ma ci sono tutte le migliaia di ieri che a livello cosciente abbiamo dimenticato e che tuttavia vivono nell’incon­scio. Anche di quelli ci dobbiamo liberare, non è vero?

Krishnamurti: Sì. Riuscite a farlo?

Domanda: Penso che ci si può liberare di...

Krishnamurti: Lei pensa di potere e quindi non sa. Tutto quel che lei può dire è di non sapere. Ora andiamo per gradi; ascolti in silenzio. Approfondisca lo stato della mente che dice: «Non so».

Domanda: È uno stato di quiete.

Domanda: È uno stato aperto.

Krishnamurti: No, no! Non fate affermazioni. Guardate semplicemen­te. Ci sono due milioni di anni di retaggio, migliaia e migliaia di esperien­ze, di impressioni, di situazioni, di conoscenza. Tutto questo è il mio retroterra e io voglio imparare a conoscerlo, spalancarlo e liberarmene, perché tutte quelle cose stanno determinando il mio presente e dando forma al futuro, e così io continuo a vivere in una gabbia. Perciò dico a me stesso: «E una cosa terribile. Devo liberarmene». Non so cosa fare. Non so. Allora mi chiedo: qual è lo stato della mia mente quando dico che non so veramente? Voi e io siamo il risultato di due milioni di anni di condizionamento. Giusto? In questi due milioni di anni sono contenu­ti non soltanto l’eredità animale, ma il tentativo umano di crescere, di diventare; sono contenute centinaia di cose. Noi siamo questo. E tutto questo sta operando nel presente e nel futuro. Questa è la corsa cieca in cui sono vissuto. Io osservo questa corsa cieca e dico: «Devo uscirne». Allora chiedo a voi se sapete come fare, e voi non lo sapete; lo chiedo al Papa, ad altre decine e decine di persone, e neanche loro lo sanno. Loro sanno soltanto in base alla propria terminologia; vale a dire, se credete in Gesù Cristo, se credete in Dio, pensate di sapere in base a quello. Perciò io ora mi metto nella condizione di scoprire qual è lo stato della mia mente quando dico: «Io non so veramente». Vi capita mai di dirlo?

Domanda: In effetti è un’esperienza molto bella.

Domanda: È un’esperienza di umiltà.

Krishnamurti: No, no! Non è affatto un’esperienza. Io non la chiamo esperienza. Non è un’esperienza triste o grande. È un fatto. Non posso dire che è buona o cattiva. È un fatto, come questo microfono. Ho guardato a nord, a sud, a est, a ovest, ho guardato in alto, ho guardato in basso, e veramente non so. Allora che cosa succede?

Domanda: Continua a cercare una via.

Krishnamurti: Allora lei non dice più: io non so.

Domanda: «Io non so» in che modo.

Krishnamurti: Allora lei sta cercando il come. Io sono prigioniero di due milioni di anni di storia. Non posso avere fede in nessuno – nei salvatori, nei maestri, negli insegnanti, nei preti – perché sono loro che mi hanno chiuso in questa gabbia e io stesso sono parte della gabbia. Non so come uscire. Quando dico «Non so» intendo dire proprio que­sto, oppure sto cercando una via d’uscita?

Domanda: intendo dire che non esiste risposta nel repertorio.

Krishnamurti: Ecco. Il vostro repertorio non contiene una risposta, e quindi voi volete trovare un altro repertorio che contenga una ri­sposta.

Domanda: Lei sta continuando a cercare una via.

Krishnamurti: E allora lei è di nuovo nella gabbia. Signori, abbiamo detto «Non so». La nostra mente è confusa ed è a causa di questa confusione che cerchiamo i preti, gli psicologi, i politici. La confusione genera confusione. Perché non dico: «Va bene, sono confuso. Non faccio niente»? Naturalmente andrò in ufficio, continuerò le mie atti­vità quotidiane, ma per la mia confusione psicologica non faccio nien­te perché mi rendo conto che qualsiasi cosa io faccia creo più confu­sione. Quindi, da un punto di vista psicologico, rimarrò immobile. Qualsiasi movimento mi riporta in gabbia. Allora, per quanto riguar­da la gabbia, riuscite a non fare niente da un punto di vista psicolo­gico?

Ascoltate bene. Se voi non fate niente per uscire dalla gabbia, ne siete liberi. È soltanto l’attività incessante, il fare continuamente qualcosa per uscire dalla gabbia che vi fa rimanere in gabbia. Quando vi rendete conto che le cose stanno così vi fermate, non è vero? Vi astenete da qualsiasi attività. Che cosa significa? Significa che da un punto di vista psicologico siete disposti a morire. Perciò quando voi non sapete, e intendete pro­prio questo, siete fuori dalla gabbia perché il passato è finito. E quando voi dite continuamente «Sto cercando, sto chiedendo, devo sapere» che il passato continua a ripetersi.



Domanda: Ma quando si rimane in silenzio...

Krishnamurti: Ah! Non è rimanere in silenzio. È l’azione più intensa.

Domanda: Ma quando non sappiamo niente...

Krishnamurti: Allora possedete voi stessi.

Domanda: Ma è così poco.

Krishnamurti: Non è poco. È quel che è stato per due milioni di anni. È la cosa più terribilmente complessa, e voi dovete imparare a conoscerla. O riuscite a farlo in un istante, oppure potrete andare avanti per altri due milioni di anni. Ma consideriamo soltanto cinquant’anni. In questi cinquant’anni noi abbiamo accumulato moltissimo: ci sono state due ter­ribili guerre, i massacri, la brutalità, i dissensi, le separazioni, gli insulti. È tutto qui. Questa è la gabbia. Noi siamo la gabbia; che ne dite, è possibile uscirne in un istante?

Domanda: In un istante?

Krishnamurti: Naturalmente, deve accadere in un istante. .E se dite di non poterlo fare è finita. Non avete problemi. Se dite: «È possibile», neanche questo significa niente. Ma se dite: «Io veramente non so cosa fare», senza disperazione, senza amarezza, senza rabbia, allora in quello stato privo di qualsiasi movimento, le porte si spalancano.

Dal Bulletin 18, 1973




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