Jiddu Krishnanaurti



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Un’intervista alla televisione


Il 7 dicembre 1970 la BBC trasmise alla televisione un’intervista con Krishnamurti, le cui riprese erano state fatte alla Krishnamurti School, a Brockwood Park Hampshire qualche mese prima, quello stesso anno. Gli argomenti discussi furono molti, e, fra questi, l’autorità, la paura, il piacere, la funzione del pensiero, il rapporto, l’amore e la meditazione. Qui di seguito vengono riportati degli estratti di quell’intervista.
Sull’auto rità

Intervistatore: Lei dice che tutti i nostri problemi nascono da un unico problema: noi viviamo come ci è stato detto di dover fare, siamo gente di seconda mano, e per secoli ci siamo piegati a ogni sorta di autorità. Adesso i giovani di oggi si ribellano all’autorità. Che cosa ha lei personalmente contro l’autorità?

Krishnamurti: Io non penso di avere niente personalmente contro l’autorità, ma l’autorità, da quando esiste il mondo, ha paralizzato la mente – non soltanto da un punto di vista religioso ma anche da un punto di vista interiore – perché l’autorità di una fede imposta dalla religione sicuramente distrugge la possibilità di scoprire la realtà. Ci si affida all’autorità perché si ha paura di rimanere soli.

Intervistatore: Questo mi lascia un po’ perplesso, perché non credo che la saggezza accumulata dalla razza umana debba essere gettata via in toto.

Krishnamurti: No, ma che cos’è la saggezza? È forse la semplice accumulazione di conoscenze, oppure è quella che nasce quando ha termine la sofferenza? In sostanza, la saggezza non sta nei libri e neanche nelle conoscenze accumulate attraverso l’esperienza altrui. Certamente la saggezza fiorisce nella comprensione di sé, nella scoperta personale dell’intera struttura del proprio essere. Nella comprensione di se stessi sta la fine del dolore e l’inizio della saggezza. Come può essere saggia una mente che è prigioniera della paura e del dolore? Solo quando il dolore – che è paura – ha fine, è possibile essere saggi.
Sull ‘amore

Intervistatore: Perché noi tutti vogliamo così disperatamente essere amati?

Krishnamurti: Perché siamo disperatamente vuoti e soli.

Intervistatore: Ma lei dice che amare è più importante che essere amati.

Krishnamurti: Certo, è naturale. Significa che è necessario comprendere questo vuoto, questa solitudine personale. Una mente occupata e preoc­cupata delle proprie ambizioni, delle proprie brame, paure, sensi di colpa, sofferenza, non è capace di amare. Una mente divisa in se stessa, che vive per frammenti, ovviamente non può amare. La scissione implica dolore; è la radice che sta alla base del dolore: la divisione fra te e me, noie loro, nero, bianco, marrone e così via. Quindi, ovunque esista scissione e frammentazione non può esserci amore, perché la bontà è uno stato di non divisione. Il mondo in sé è indivisibile.

Intervistatore: Lei dice infatti che l’amore può nascere soltanto quando c’è un totale abbandono di sé. Ma come è possibile realizzare questo abbandono?

Krishnamurti: L’abbandono totale può avvenire soltanto con la comprensione di sé. La conoscenza di sé è l’inizio della saggezza, e pertanto saggezza e amore vanno di pari passo. Ciò significa che c’è amore soltan­to quando io ho veramente compreso me stesso e quindi so che in me non esiste la minima frammentazione, non esiste alcun senso di rabbia, di ambizione, di brama, nessun atto che crea frammentazione.

Intervistatore: Ma, vede, noi dobbiamo pur sempre vivere nella socie­tà, e una società piuttosto malata in questo senso, e questo ci ostacola: noi non siamo veramente liberi di essere noi stessi in parte proprio a causa della società.

Krishnamurti: Ma, vede, noi siamo la società. Siamo noi che abbiamo costruito la società, la società siamo noi, il mondo siamo noi. Non è che il mondo sia qualcosa di diverso da me. Io sono il risultato del mondo, della società, della cultura, della religione, dell’ambiente in cui ho vissuto.

Intervistatore: Ma lei ha detto che quello che ci distrugge è lo sforzo, che la vita è una serie di battaglie e che l’uomo felice è soltanto colui che non diventa schiavo di questo sforzo. Ma è possibile svolgere qualsiasi attività nel mondo senza doversi impegnare in un duro sforzo?

Krishnamurti: Sì; perché no? Ma che cos’è lo sforzo? È una contraddizione di energie, non è vero? Un’energia che si contrappone a un’altra energia.

Intervistatore: Non potrebbe essere una pulsione costante in un’unica direzione?

Krishnamurti: Se esiste una pulsione unica, un unico scopo da perseguire, dove è la contraddizione? In questo caso non c’è spreco di energie, non c’è conflitto. Se io vado a fare una passeggiata, vado a fare una passeggiata. Ma se voglio andare a fare una passeggiata, e invece devo fare qualche altra cosa, allora sorge la contraddizione, quindi il conflitto, e quindi lo sforzo. È per questo che per comprendere lo sforzo dobbia­mo scoprire quanto siamo contraddittori.
Sulla meditazione

Intervistatore: Che cosa intende lei per meditazione? Spesso questa parola ricorre nei suoi libri. Prima di venire a questo incontro con lei ho guardato sul dizionario, e il dizionario dice che meditazione significa abbandonarsi al pensiero. Eppure lei non vuole che noi facciamo questo.

Krishnamurti: Bisogna approfondire questo punto per sapere che cosa significa veramente: per me è una delle cose più importanti.

Intervistatore: La spiegazione migliore non sarebbe che lei mi dicesse che cosa non è la meditazione?

Krishnamurti: Stavo proprio per proporlo. Vede, esistono varie scuole di meditazione che offrono vari sistemi e metodi, e dicono che pratican­do questi metodi tutti i giorni conseguirete una certa forma di illumina­zione, farete una certa esperienza straordinaria. Prima di tutto, l’idea stessa del sistema e del metodo implica una ripetizione meccanica, e questo non è meditazione. Ora, è possibile non rendere ottusa la mente con la ripetitività, ma essere consapevoli del fluire del pensiero, senza reprimere nulla, senza cercare di controllare i pensieri, ma semplicemen­te rimanendo consapevoli di tutta la grande forza del pensiero, di questo chiacchiericcio che non finisce mai?

Intervistatore: Ma noi non facciamo che tradurre continuamente i nostri pensieri in parole, non è vero?

Krishnamurti: Proprio così. Il pensiero esiste soltanto nelle parole o nelle immagini. La meditazione esige la disciplina più straordinaria; non la disciplina della repressione e dell’obbedienza, ma quella che nasce quando osservate il vostro pensiero, quando c’è osservazione del pensie­ro. Ed è proprio questa osservazione che porta con sé la straordinaria e sottile disciplina che le è propria. Questa è assolutamente necessaria.

Intervistatore: Per fare questo bisogna riservarsi un momento particolare?

Krishnamurti: Lo si può fare in qualsiasi momento, anche seduti in autobus: in qualsiasi momento è possibile guardare, osservare. Presti attenzione a quel che accade intorno a lei e a quel che accade in lei, consapevole di tutto il fluire delle cose. Vede, la meditazione è veramente una forma di vuoto della mente in cui la mente elimina tutto ciò che sa. Senza questo vuoto lei non può conoscere l’ignoto. Per vedere qualcosa di nuovo, di completamente nuovo, la mente deve svuotarsi di tutto il passato. La verità – Dio, o in qualsiasi modo le piaccia chiamarla – deve essere nuova, non qualcosa che è il risultato di una propaganda, il risul­tato di un condizionamento. Il cristiano è condizionato da duemila anni di propaganda, l’induista, il buddhista, sono altrettanto condizionati. Per loro, quindi, Dio – o la Verità – è il risultato della propaganda. Ma questa non è Verità. La Verità è qualcosa che vive tutti i giorni. Per guardare alla verità, dunque, occorre svuotare la mente.

Intervistatore: Dobbiamo fare tabula rasa per così dire?

Krishnamurti: Questa è meditazione.

Intervistatore: E dopo si ottiene questa percezione totale e rilassata del ciò che è.

Krishnamurti: Del ciò che è: giusto. E ciò che è non è una cosa statica, è una cosa straordinariamente viva. E quindi la mente che medita veramente, la mente meditativa, è una mente molto silenziosa, e il silenzio non è il risultato della soppressione del rumore. Non è il contrario del rumore. Nasce quando la mente ha compreso completamente se stessa, e quindi quando non ha luogo alcun movimento, il che significa che anche le cellule del cervello diventano silenziose. E allora in quel silenzio accade tutto. Se la si è osservata, è una cosa straordinaria. Questa è vera meditazione, non tutta la falsa accettazione dell’autorità e tutta la ripeti­zione di parole, e tutto l’indaffaramento. Questo è nonsenso.

Intervistatore: Posso provare a riassumere e lei mi dice se ho capito? Mi sembra che la meditazione sia il processo di decondizionamento per antonomasia.

Krishnamurti: Giusto.

Intervistatore: E se io elimino il peso morto dell’autorità, se mi scrollo di dosso tutto quel che mi è stato detto, in quel momento sarò comple­tamente solo, ma quella solitudine rende possibile che io comprenda quel che veramente sono.

Krishnamurti: E quel che è la Verità, o Dio, o qualsiasi altro nome lei voglia dargli.

Dal Bulletin 9, 1970-1971




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