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Jiddu Krishnamurti

Verità e realtà


Titolo originale dell’opera: TRUTH AND ACTUALITY

(Victor Gollancz, London)

Traduzione di Anna Guaita

© 1977, Krishnamurti Foundation Trust Ltd., London

© 1978, Casa Editrice Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma

Ubaldini Editore - Roma



Indice

Verità e realtà 1

Parte I 1

Discussione tra J. Krishnamurti e il professor David Bohm 1

Capitolo I – Realtà, effettività, verità 1

Capitolo II – Intuizione e verità. L’abisso tra la realtà e la verità 7

Capitolo III – Il seme della verità 15

Parte II 18

Discorsi e dialoghi 18

Capitolo IV – La giusta azione 18

Capitolo V – Il problema della paura 26

Capitolo VI – Dialogo primo 33

Capitolo VII – Dialogo secondo 43

Capitolo VIII – Sofferenza; significato della morte 54

Capitolo IX – Il sacro, la religione, la meditazione 60



Parte III 67

Domande e risposte 67

Capitolo X – Il giusto modo di vivere 67

Capitolo XI – Volontà 67

Capitolo XII – Emozioni e pensiero 68

Capitolo XIII – La bellezza 69

Capitolo XIV – Il flusso dell’egoismo 69

Capitolo XV – Il fattore unificante 71





Parte I

Discussione tra J. Krishnamurti e il professor David Bohm

Capitolo I – Realtà, effettività, verità


Krishnamurti: Pensavo al problema di cosa siano la verità e la realtà e se vi sia tra loro qualche connessione, o non siano piuttosto indipendenti. Sono eternamente separate, o sono solamente proie­zioni del pensiero? E se non ci fosse l’intervento del pensiero, esiste­rebbe la realtà? Ho pensato che realtà viene da res, cosa, e che tutto quello su cui il pensiero interviene o riflette, o che inventa, è realtà. E quando il pensiero pensa in modo distorto o condizionato è illu­sione, autoinganno, deformazione. Qui mi sono fermato perché volevo che la riflessione venisse da sé piuttosto che ricercarla.

Dott. David Bohm: Il problema del pensiero, della realtà e della verità ha tenuto occupati i filosofi per secoli. È un problema difficile. Mi sembra che quel che dite sia fondamentalmente vero, ma i punti da appianare sono molti. Uno dei problemi in questione è questo: se la realtà è pensiero, ciò a cui il pensiero pensa, ciò che è presente nella coscienza, essa arriva anche oltre la coscienza?

K.: I contenuti della coscienza sono realtà?

D.B.: Ecco il problema; e possiamo usare il pensiero come equivalente della coscienza nella sua forma basilare?

K.: Sì.

D.B.: Mi chiedo, giusto per una questione di completezza, se non dobbiamo includere nel pensiero anche sentimento, desiderio, volontà e reazione. Sento che andrebbe fatto, nell’esplorare la connessione tra coscienza, realtà e verità.

K.: Sì.

D.B.: Ecco uno dei particolari su cui vorrei soffermare l’attenzione: c’è il pensiero, c’è la nostra coscienza, e c’è la cosa di cui siamo coscienti. E come avete detto spesso, il pensiero non è la cosa.

K.: Sì.

D.B.: Bisogna che questo sia ben chiaro, perché in un certo senso la, cosa può avere una sua forma di realtà indipendente dal pensiero; non ci si può spingere tanto oltre da negarlo. Oppure vogliamo arrivare fin dove sono arrivati certi filosofi, Berkeley per esempio, che sosteneva che tutto è pensiero? Vorrei ora suggerire una distinzione, forse utile, tra quella realtà creata in gran parte dal nostro stesso pensiero o dal pensiero dell’umanità, e quella che esiste indipen­dentemente da questo pensiero. Secondo voi, per esempio, la Natura è reale?

K.: Sì, lo è.

D.B.: E non è solo pensiero.

K.: No, è ovvio.

D.B.: L’albero, la terra, le stelle.

K.: Il cosmo, certamente. Il dolore è reale.

D.B.: Sì. Tempo fa riflettevo che l’illusione è reale, in quanto cioè si verifica realmente in una persona che sia in uno stato di illusione.

K.: Per quella persona è reale.

D.B.: Ma lo è anche per noi, perché il suo cervello è indubbiamente in uno stato di attività elettrica e chimica, e in seguito alla sua illu­sione egli agisce in modo reale.

K.: In modo reale, distorto.

D.B.: Distorto ma reale. A questo punto mi è venuto in mente che si potrebbe dire persino che il falso è reale ma non vero. Potrebbe essere importante.

K.: Capisco. Per esempio: Cristo è reale?

D.B.: Lo è certamente nel senso in cui si è detto, nella mente di chi crede in lui.

K.: Vogliamo scoprire la differenza tra verità e realtà. Abbiamo detto che qualunque cosa il pensiero pensi in modo ragionevole oppure no, è una realtà. Può essere distorta o ragionata con chiarezza, ma è sempre una realtà. Tale realtà, direi, non ha nulla a che vedere con la verità.

D.B.: Sì, ma bisogna anche aggiungere che in un certo modo la realtà comporta qualcosa di più che non il solo pensiero. C’è anche il pro­blema dell’effettività. La cosa è effettiva? L’esistenza è un fatto effettivo? Secondo il dizionario il fatto è qualcosa che si compie effettivamente, che avviene effettivamente, che si percepisce effetti­vamente.

K.: Sì, bisogna capire cosa si intende con il termine “fatto”.

D.B.: Il fatto è l’azione che avviene effettivamente. Immaginate, ad esempio, di camminare per una strada buia e di credere di vedere qualcosa. Può essere reale, può non esserlo. Ora sentite che è reale, ora sentite che non lo è. Poi d’un tratto la toccate e incontrate resistenza. Perciò è subito chiaro che c’è una cosa reale con cui siete entrato in contatto. Ma se tale contatto non avvenisse direste che la cosa non era reale, che forse si trattava di una illusione, o per lo meno di qualcosa erroneamente giudicata reale.

K.: Ma, naturalmente, quella cosa è pur sempre una realtà a cui il pensiero pensa. E la realtà non ha nulla a che fare con la verità.

D.B.: Ma ora proseguiamo col discorso della “cosa”. Vedete, l’origine della parola inglese thing è la stessa di quella tedesca bedingen, determinare, porre le condizioni o fissare. E infatti bisogna convenire che una cosa è necessariamente condizionata.

K.: È condizionata. Accettiamolo.

D.B.: È il punto chiave. Ogni forma di realtà è condizionata. Così pure l’illusione è una forma di realtà condizionata. Per esempio la composizione del sangue di un uomo può alterarsi perché egli non è in una condizione di equilibrio. Egli travisa, forse è sovreccitato, e questo può accadere perché è prigioniero di una illusione. Ogni cosa, dunque, è determinata da condizioni e a sua volta condiziona ogni altra cosa.

K.: Sì, proprio così.

D.B.: Tutte le cose sono in relazione in un sistema di reciproco condizionamento che chiamiamo influenza. Ciò è evidente nella fisica, i pianeti si influenzano tra di loro, così gli atomi, e vorrei suggerire che forse possiamo considerare il pensiero e la coscienza come parte di questa catena di influenze.

K.: Giustissimo.

D.B.: Così ogni cosa può influenzare la coscienza e questa a sua volta può agire in senso inverso e influenzare la forma delle cose, nel mo­mento in cui creiamo gli oggetti. E allora potreste dire che tutto è realtà e, quindi, anche il pensiero è reale.

K.: Il pensiero è reale.

D.B.: E una parte della realtà influenza un’altra parte della realtà.

K.: Ma anche una parte di illusione influenza un’altra parte di illusione.

D.B.: Sì, ma ora dobbiamo stare attenti perché possiamo dire che c’è quella realtà non creata dall’uomo, dall’umanità. Ma anch’essa è limitata. Ad esempio, il cosmo come è visto da noi è influenzato dalla nostra esperienza e quindi limitato.

K.: D’accordo.

D.B.: Tutti quanti lo vediamo mediato dalla nostra esperienza, dal nostro retroterra. Quindi la realtà non può assolutamente essere del tutto indipendente dall’uomo.

K.: No.

D.B.: Può esserlo solo relativamente. L’albero è una realtà relativamente indipendente, ed è la nostra coscienza che ne fa un’astrazione.

K.: Volete dire che la realtà dell’uomo è il prodotto di influenze e condizionamenti?

D.B.: Sì, di reciproche interazioni e reazioni.

K.: E tutte le sue illusioni sono anch’esse un suo prodotto.

D.B.: Sì, è tutta una mescolanza.

K.: E un uomo equilibrato, razionale, sano, integro, in che rapporti è con la realtà e la verità?

D.B.: Sì, bisogna prendere in considerazione anche questo, ma prima se possibile vorrei vedere un po’ il problema della verità. Penso che la derivazione delle parole sia spesso molto utile. La parola true in latino verus, significa “ciò che è”. Lo stesso dell’inglese was e were, e del tedesco wabr. Ora in inglese il significato radicale della parola true è “leale”, “fedele”; vedete, spesso possiamo dire che una linea è true (esatta) o che una macchina è true (precisa).

Una volta lessi la storia di un filo che correva “true” (diritto); veniva usata l’immagine di un filatoio e del filo che correva diritto.



K.: Giusto.

D.B.: E allora possiamo dire che il nostro pensiero – o la nostra coscienza – è vero riguardo a ciò che è, se va diritto, se l’uomo è equilibrato e sano. E nel caso contrario non lo è, è falso. E quindi la falsità della coscienza non è solo informazione sbagliata, in effetti essa opera slealmente in qualità di realtà.

K.: Cioè volete dire che finché un uomo è equilibrato, sano, integro e razionale, il suo filo corre sempre diritto.

D.B.: Sì, la sua coscienza è su un filo diritto. E la sua realtà quindi ...

K.: … è diversa dalla realtà di un uomo irrazionale, nevrotico, il cui filo è distorto.

D.B.: Molto diversa. Forse la seconda è anche insensata. Potrete notarne la diversità osservando i pazzi. Talvolta essi non riescono nem­meno a vedere la stessa realtà.

K.: E l’uomo equilibrato, sano, integro e santo; qual è il suo rapporto con la verità?

D.B.: Se si accetta il significato della parola, se dite che verità è ciò che è, ed anche essere fedele a ciò che è, allora si deve dire che egli è tutto questo.

K.: Direste dunque che l’uomo equilibrato, integro è la verità?

D.B.: la verità, si.

K.: Quest’uomo è la verità. Può anche pensare certe cose che sarebbero realtà, ma egli è verità. Non può pensare in modo irrazionale.

D.B.: Be, non direi proprio così, direi che può commettere un errore.

K.: Naturalmente.

D.B.: Ma non insiste nel suo errore. In altre parole, esiste l’uomo che ha commesso un errore e se ne accorge, e cambia.

K.: Sì, giustissimo.

D.B.: Ed esiste l’uomo che ha commesso un errore, però la sua mente non è diritta ed egli insiste in esso. Ma bisogna tornare alla domanda: la verità arriva oltre il singolo uomo? comprende altri uo­mini e anche la natura?

K.: Comprende tutto ciò che è.

D.B.: Si, quindi la verità è una. Ma ci sono molte cose diverse nel campo della realtà. Ogni cosa è condizionata, l’intero campo della realtà è condizionato. È chiaro però che la verità non può essere condizionata, né dipendere dalle cose.

K.: In quale rapporto con la realtà è dunque l’uomo che è verità?

D.B.: Vede tutte le cose, e nel farlo comprende la realtà. “Comprendere” significa abbracciare tutto.

K.: Non separa la realtà. Dice, “La comprendo tutta, la tengo, la
vedo”.

D.B.: Si, è tutto un unico campo di realtà; l’uomo stesso è ogni altra cosa. Ma vi sono in esso cose condizionate ed egli comprende anche le condizioni.

K.: E siccome comprende il condizionamento, ne è libero.

D.B.: Appare chiaro dunque che tutto il nostro sapere, basandosi sul pensiero, è in effetti parte di questo unico campo condizionato dalla realtà.

K.: Un’altra domanda. Supponiamo che io sia uno studioso pieno di questo sapere condizionato e condizionante. Come posso compren­dere la verità nel senso di abbracciarla tutta?

D.B.: Non penso che si possa comprendere la verità.

K.: Diciamo che ho studiato tutta la vita, ho dedicato tutta la mia vita al sapere, che è realtà.

D.B.: Si, e riguarda una realtà anche più grande.

K.: E supponiamo che voi mi veniate a dire: “La verità è altrove, non è quella”. Accetto quel che dite, perché me lo dimostrate, e perciò vi dico “per favore aiutatemi ad andare verso di essa”.

D.B.: Sì.

K.: Perché una volta che la raggiungo, la comprendo. Se resto fermo, la mia comprensione sarà sempre frammentaria.

D.B.: Sì.

K.: Il sapere dunque mi dice: “Questa è realtà ma non verità”. E immaginiamo che voi veniate a dirmi “No, non lo è”. E io vi chiedo: “Ditemi come posso andare verso di essa”.

D.B.: Beh, abbiamo appena detto che non ci si può muovere ...

K.: Porrò la domanda brevemente. Cosa devo fare?

D.B.: Penso che si debba capire che l’intera struttura di questo sapere è inevitabilmente falsa, perché la realtà è contorta.

K.: Intendete dire che il contenuto della mia coscienza è il sapere?

D.B.: Sì.

K.: Come posso vuotare la coscienza e tuttavia trattenere il sapere che non è distorto? Altrimenti non potrei funzionare – e raggiungere uno stato o checchessia, che comprende la realtà. Non so se riesco ad essere chiaro.

D.B.: Sì.

K.: Sto chiedendo: la mia coscienza umana è il suo contenuto, cioè il sapere; è un confuso miscuglio in parte irrazionale e in parte giusto. Può questa coscienza comprendere, avere in sé la verità?

D.B.: No, non può.

K.: E allora, può andarle incontro? Neppure questo. E allora?

D.B.: In questa coscienza può esserci una percezione della falsità. Questa coscienza è falsa nel senso che non corre diritta”. Non va diritta in conseguenza del suo contenuto confuso.

K.: È contraddittoria.

D.B.: Confonde ogni cosa.

K.: Non “confonde ogni cosa”: è confusione.

D.B.: Sì, nel suo modo di agire è confusione. E allora, uno dei problemi locali della confusione è che quando la coscienza riflette su se stessa, la riflessione ha questo carattere: è come se ci fosse uno spec­chio e la coscienza guardasse se stessa per mezzo di uno specchio, e questo la riflettesse come se fosse una realtà indipendente e non coscienza.

K.: Sì.

D.B.: E dunque, l’azione intrapresa dalla coscienza è erronea, poiché la coscienza cerca di dare impulso a questa realtà che appare indipen­dente, mentre al contrario far ciò è solo confusione.

Vorrei metterla così: la coscienza nella sua totalità è in qualche modo uno strumento collegato ad una energia più profonda. E finché la coscienza avrà questo collegamento continuerà ad agire erroneamente.



K.: Sì.

D.B.: Perciò, visto che questa coscienza riflette erroneamente se stessa come indipendente dal pensiero, quel che serve è, in un certo senso, di disinserire l’energia della coscienza. La coscienza nella sua totalità va disinserita, in modo che giaccia, per così dire, senza energia.

K.: Intendete dire di non nutrirla. La mia coscienza è confusione. È disorientata, contraddittoria e via dicendo. È proprio il suo essere contraddittoria, confusa, che le fornisce energia.

D.B.: Beh, io non direi che l’energia proviene proprio dalla coscienza,

ma che fin quando arriva energia la coscienza mantiene la sua confusione.



K.: E da dove proviene?

D.B.: Bisognerebbe dire che viene da qualcosa di più profondo.

K.: Ma se viene da qualcosa di più profondo allora entriamo nel campo degli dèi, dell’agente esteriore, e così via.

D.B.: No, non direi che l’energia proviene da un agente esteriore. Preferisco dire che proviene da me stesso, in un certo senso.

K.: Allora questa coscienza è il “me”.

D.B.: Sì.

K.: Dunque il contenuto stesso crea la propria energia. È questo che volete dire?

D.B.: In un certo senso. Ma il rompicapo è che sembra inconcepibile che questo contenuto crei la propria energia. È come dire che il contenuto ha la facoltà di creare la propria energia.

K.: In effetti, il contenuto crea la propria energia. Guardate, sono in contraddizione e proprio tale contraddizione mi dà vitalità. Ho desideri contrastanti. Quando ho desideri contrastanti, ho energia, lotto.. È il desiderio dunque che crea energia – non Dio, né qualcosa di molto profondo – è sempre quel desiderio. Tanti si servono di questo trucco. Dicono che c’è un agente esteriore, una componente profonda – ma allora si torna indietro. Io mi rendo conto dell’energia della contraddizione, dell’energia del desiderio, della vitalità, della ricerca, del piacere; tutto quanto è contenuto nella mia coscienza, che è la mia coscienza, crea energia. Questa è la realtà; la realtà crea la propria energia. Posso anche dire, “Traggo energia dal profondo”, ma è pur sempre realtà.

D.B.: Sì, supponiamo di accettare la teoria, ma il problema è che vedere la verità...

K.: … a questo vorrei arrivare. Questa energia è diversa dalla energia della verità?

D.B.: Sì.

K.: È diversa.

D.B.: Ma vediamo di dire così: la realtà può avere molti livelli di energia.

K.: Sì.

D.B.: Ma una parte di energia non segue più la linea diretta. Diciamo che il cervello fornisce energia a tutti i processi del pensiero. Ora, se il cervello non fornisse energia al processo del pensiero, che è confuso, la cosa potrebbe appianarsi.

K.: È così. Se questa energia scorre sul filo diritto è una realtà senza contraddizione. È una energia senza fine perché non incontra attriti. Bene, tale energia è diversa da quella della verità?

D.B.: Sì. Sono diverse, ma come abbiamo già dibattuto deve esserci una profonda origine comune.

K.: Non ne sono sicuro. Volete dire che entrambe nascono da una stessa radice.

D.B.: È quel che dico. Ma per il momento c’è l’energia della verità che può comprendere la realtà e ...

K.: … nell’altra maniera invece non può.

D.B.: No; ma sembra ci sia qualche connessione nel senso che quando la verità comprende la realtà, la realtà procede diritta. E quindi sembra che almeno in un senso vi sia una connessione.

K.: È giusto, una connessione in un solo senso – la verità ama questa cosa, questa cosa non ama la verità.

D.B.: Ma una volta realizzata la connessione la realtà corre diritta e non spreca energia né crea confusione.

K.: Vedete, qua interviene la meditazione. Generalmente la meditazione si muove da un punto verso un altro, con la pratica e tutto il resto. È muoversi da questo a quello.

D.B.: Muoversi da una realtà a un’altra.

K.: Giusto. Meditazione è in effetti vedere ciò che è. Ma in genere è considerata come un movimento da una realtà a un’altra.

Capitolo II – Intuizione e verità. L’abisso tra la realtà e la verità


Krishnamurti: Mi interessa cercare di scoprire se esiste una azione che non sia un processo del pensiero, una azione che sia della verità – se così posso dire – una intuizione che agisca all’istante. Vorrei esaminare questo problema.

Dott. David Bohm: Forse vedere il falso è un’azione che avviene istantaneamente.

K.: Sì. È difficile fare esempi. Intuisco il fatto che la gente crede in Dio: ecco un esempio.

D.B.: E allora di che natura è la vostra intuizione?

K.: È l’intuizione del fatto che Dio è una loro proiezione.

D.B.: Sì, e quindi è falso.

K.: Ho una intuizione. Se avessi fede in Dio essa cesserebbe all’istante. Quindi non si tratta di un processo del pensiero, è una in­tuizione della verità.

D.B.: O della falsità.

K.: O della falsità, e quella azione è completa, è definitivamente compiuta. Non so se mi riesce di spiegarmi: quella azione è completa in sé, non vi è rincrescimento, né beneficio, né emozione. E una azione generata dal pensiero: l’indagine per scoprire se vi sia o no Dio è sempre incompleta.

D.B.: Sì, lo capisco. Vi è allora un’altra azione, in cui vi servite delle parole, in cui cercate di capire l’intuizione. Diciamo che parlate alla gente. Quella è un’azione completa o incompleta? Diciamo che avete scoperto qualcosa su Dio. Gli altri lo considerano ancora un fatto, e quindi ...

K.: Ma l’uomo parla in base a una intuizione.

D.B.: Parla in base a una intuizione ma nello stesso tempo dà il via a un processo temporale.

K.: Sì, per comunicare qualcosa.

D.B.: Per cambiare le cose. Vediamo di chiarire. Si parte da una intuizione ma si comunica la verità.

K.: Sì, ma si parte sempre da una intuizione.

D.B.: E nel farlo bisogna forse organizzare ...

K.: …un pensare ragionato eccetera, è naturale. L’azione del pensiero ragionato è diversa da quella dell’intuizione.

D.B.: Ebbene, che differenza c’è quando si comunica l’intuizione mediante il pensiero ragionato? Torniamo di nuovo all’intuizione che avete avuto su Dio: la dovete comunicare agli altri, dovete quindi esporla in una forma ragionata.

K.: Sì.

D.B.: Allorché la comunicate, conserva ancora qualcuna delle caratteristiche dell’intuizione? Dovete trovare una forma ragionevole per comunicarla. E nel farlo, quindi, un po’ della verità dell’intuizione viene pur sempre comunicata in questa forma. È pensiero, in un certo senso.

K.: No, quando si comunicherà l’intuizione a un altro con le parole, la propria azione sarà incompleta, a meno che anche quell’altro non abbia l’intuizione.

D.B.: È giusto. Perciò bisogna comunicare quel che può dare all’al­tro una intuizione.

K.: Si può dare una intuizione?

D.B.: Non precisamente, ma tutto quel che voi comunicate deve in un certo senso fare qualcosa che non può essere descritta ulteriormente.

K.: Sì. Ciò può accadere solamente quando voi stesso abbiate cessato di credere in Dio.

D.B.: Ma non è garantito che ciò accada.

K.: No, naturalmente.

D.B.: Dipende dall’altra persona, se è pronta ad ascoltare.

K.: Dunque siamo giunti a questo punto: esiste un pensiero non verbale? Potrebbe essere questo a comunicare l’intuizione?

D.B.: Io direi che c’è un tipo di pensiero che comunica l’intuizione. Questa intuizione non è verbale, ma il pensiero stesso non è verbale. C’è un tipo di pensiero dominato dalla parola e ce n’è un altro il cui ordine è determinato dall’intuizione e non dalle parole.

K.: L’intuizione è un prodotto del pensiero?

D.B.: No, ma essa opera tramite il pensiero. L’intuizione non è mai prodotta dal pensiero.

K.: No, è ovvio.

D.B.: Ma grazie al pensiero può funzionare. Volevo dire che il pensiero tramite il quale l’intuizione opera ha un ordine diverso rispetto all’altro tipo di pensiero. Voglio fare una distinzione fra i due tipi. Una volta avete citato l’esempio di un tamburo che risuonava perché era vuoto all’interno. Ho inteso che volevate dire che l’azione della pelle era simile a quella del pensiero. È giusto?

K.: Si, è giusto. Ebbene, come può avvenire l’intuizione? Perché se non è il prodotto del pensiero, né il processo del pensiero orga­nizzato e tutto il resto, come può verificarsi l’intuizione?

D.B.: Non è chiaro cosa intendete con questa domanda.

K.: Come faccio ad avere l’intuizione che Dio è una proiezione dei nostri desideri, delle nostre immagini, eccetera? Ne afferro la falsità o la verità; come avviene questo?

D.B.: Non capisco come possiate credere di poterlo descrivere.

K.: Ho dentro la sensazione che il pensiero non possa assolutamente entrare in un’area in cui c’è intuizione, verità, sebbene possa operare in qualsiasi altro campo. Ma la verità, quell’area cioè, può operare tramite il pensiero.

D.B.: Sì.

K.: Ma il pensiero non può entrare in quell’area.

D.B.: Mi sembra chiaro. Diciamo che il pensiero è la reazione della memoria. Mi sembra evidente che esso non può essere né incondi­zionato, né libero.

K.: Vorrei approfondire la questione, se possibile: come avviene l’intuizione? Se non è il processo del pensiero, allora qual è la qualità della mente, o dell’osservazione, in cui il pensiero non entra? È perché non vi entra che si ha l’intuizione. Abbiamo detto che l’intuizione è completa. Non è frammentaria come il pensiero. Il pensiero dunque non può determinare una intuizione.

D.B.: Il pensiero può comunicare l’intuizione. O altrimenti può comunicare alcuni dei dati che ci hanno portato a una intuizione. Per esempio, la gente vi ha parlato di religione, eccetera, ma in definitiva l’intuizione dipende da qualcosa che non è il pensiero.

K.: E allora come avviene l’intuizione? l’arrestarsi del pensiero?

D.B.: Può essere considerata tale.

K.: Lo stesso pensiero comprende di non potere entrare in certe zone. Cioè, chi pensa è il pensiero, è l’osservatore, chi fa l’esperienza, eccetera; e il pensiero stesso comprende, diventa consapevole, di poter operare solo entro una certa area.

D.B.: Ma questo fatto non richiede una intuizione? Prima che il pensiero possa comprenderlo, bisogna che ci sia l’intuizione.

K.: Sì, proprio così. Capisce il pensiero che deve esserci l’intui­zione?

D.B.: Non so, ma io dico che prima che il pensiero capisca qualsiasi cosa dovrebbe esserci una intuizione della natura del pensiero. Perché mi sembra che da sé il pensiero non possa capire nulla del genere.

K.: Sì.

D.B.: Però abbiamo detto che in qualche modo la verità può operare nel pensiero, nella realtà.

K.: La verità può operare nel campo della realtà. Ebbene, come fa la mente a vedere la verità? È un processo?

D.B.: Volete sapere se esiste un processo del vedere. Non c’è alcun processo, sarebbe anch’esso tempo.

K.: È giusto.

D.B.: Prendiamo in considerazione questo punto: esiste una intui­zione della natura del pensiero, l’osservatore è l’osservato, ecc.

K.: È chiaro.

D.B.: Bene, in un certo senso il pensiero deve accettare l’intuizione, sostenerla, reagire ad essa.

K.: Oppure l’intuizione è tanto vitale, energica, piena di vitalità da forzare il pensiero ad agire.

D.B.: D’accordo, e allora si verifica la necessità di operare.

K.: Sì, la necessità.

D.B.: Ma vedete, generalmente esso non ha questa vitalità. In qualche modo indiretto, dunque, il pensiero ha rifiutato l’intuizione, o almeno così sembra.

K.: A molti capita di avere un’intuizione, ma l’abitudine è così radicata che finiscono per rifiutarla.

D.B.: Cerchiamo di giungere al fondo della questione, di vedere se è possibile superare quel rifiuto.

K.: Superare il rifiuto, l’abitudine, il condizionamento che ostacola l’intuizione. Sebbene si possa avere una intuizione, il condizionamento è tanto forte che si finisce per rifiutarla. Ecco cosa accade.

D.B.: Ho cercato la parola “abitudine”: il dizionario dice “disposizione stabile della mente”, e mi sembra giusto. La mente ha raggiunto una sistemazione che si oppone ai cambiamenti. Bene, ecco che siamo di nuovo allo stesso problema: come possiamo superare quella “dispo­sizione stabile”?

K.: Non credo che si possa superarla, non credo che il pensiero possa farcela.

D.B.: Noi cerchiamo quella intuizione intensa che per forza di cose lo dissolve.

K.: Dunque, riassumiamo: si ha una intuizione della verità e della realtà. La mente raggiunge una sistemazione, crea delle abitudini nel mondo della realtà – e qui vive.

D.B.: È molto rigida.

K.: Supponiamo che voi ne facciate notare la rigidità. Riesco ad afferrare di sfuggita quel che dite – che è non-pensiero e a vederlo.

D.B.: Solo di sfuggita.

K.: Di sfuggita. Ma il condizionamento è così forte da spingermi a rifiutarlo.

D.B.: Ma non intenzionalmente; semplicemente ciò accade.

K.: Ciò accade perché contribuiamo a far sì che accada. Quello sguardo di sfuggita può essere abbastanza forte da impedirlo? Se non lo è, ciò accade. Possiamo dissolvere questo condizionamento? Vedete, bisogna avere l’intuizione del condizionamento, altrimenti non è pos­sibile dissolverlo.

D.B.: Forse possiamo guardare le cose in questo modo: il condizionamento è una realtà, una realtà ben solida, fondamentalmente è ciò a cui pensiamo.

K.: Sì.

D.B.: Come s’è detto nel dialogo precedente, è effettiva. La comune realtà non è solamente ciò a cui penso, in una certa misura combacia con l’effettività – col dato effettivo. È questa la prova della sua realtà. Ebbene, a prima vista si direbbe che questo condizionamento sia solido quanto la realtà, se non di più.

K.: Molto di più. Si può dissolvere il condizionamento col pensiero, farlo finire?

D.B.: No, perché il pensiero è ciò che è.

K.: Dunque il pensiero non può dissolverlo. Allora, cosa potrà farlo?

D.B.: Eccoci di nuovo al punto di prima. Può farlo solo la verità, l’intuizione.

K.: Penso che qualcosa accada. Capisco d’essere condizionato e separo me stesso dal condizionamento, sono diverso dal condizionamento. Ma voi venite a dire, “No, non è così, l’osservatore è l’osser­vato”. Se posso vedere, intuire che l’osservatore è l’osservato, il condizionamento comincia a dissolversi.

D.B.: Perché non è saldo.

K.: La percezione di ciò è la fine del condizionamento. La realtà esiste quando ci si rende conto che l’osservatore è l’osservato. E allora, in questa comprensione, che è verità, il condizionamento scom­pare. Come scompare? Cosa è necessario perché questa struttura si sgretoli?

D.B.: Intuirne la falsità.

K.: Però è possibile intuire la falsità di qualcosa, e nonostante ciò continuare ad accettarla e vivere nel falso.

D.B.: Si.

K.: Ora non so se mi riuscirà di spiegarmi. Vorrei che questo nella mia vita venisse tradotto in azione. Ho accettato la realtà come verità, vivo in essa – con i miei dei, le mie abitudini, e ogni cosa – vivo in essa. Venite voi e dite, “Vedi, la verità è diversa dalla realtà”, e non me lo spiegate. Come posso allontanare quel peso tremendo, o supe­rare quel tremendo condizionamento? Ho bisogno di energia per su­perare quel condizionamento. Si crea energia quando comprendiamo che “l’osservatore è la cosa osservata”? Come abbiamo detto, al livello razionale capisco che è importante abbattere il condizionamento, ne comprendo la necessità: vedo come opera, vedo la divisione, il conflitto e tutto ciò che esso implica. Bene, quando capisco che l’os­servatore è l’osservato, viene alla luce un tipo di energia totalmente diversa. Ecco tutto.

D.B.: Sì, allora non è l’energia della realtà. Lo capisco meglio se dico: “Il pensatore è il pensiero”. È la stessa cosa, in effetti.

K.: Sì, il pensatore è il pensiero. Ebbene quella energia è diversa dall’energia del condizionamento e dall’attività del condizionamento e dalla realtà? Quell’energia è la percezione della verità? – per que­sto è una diversa qualità di energia.

D.B.: Mi sembra che la sua qualità sia di essere libera, di non essere legata al condizionamento.

K.: Sì. Ora vorrei renderlo attuabile. Riesco a vedere tutto quel che mi avete descritto. Ho una mente discretamente valida, so ragio­nare, spiegare, eccetera, eppure questa qualità di energia non viene. E voi volete, per la vostra compassione e comprensione, per la vostra percezione della verità, che io l’abbia. Voi dite, “Per favore, vedetela”. Ed io non ci riesco, perché vivo sempre nel regno della realtà. Voi vivete nel regno della verità, ed io non posso. Non vi è relazione fra voi e me. Accetto la vostra parola, ne vedo la ragione, la logica, l’effettività, ma non posso tradurla in atto.

Come potete aiutarmi – uso questa parola con una certa esita­zione – come potete aiutarmi a infrangere questa situazione? È vostro compito, perché voi vedete la verità ed io no. Voi dite, “Per l’amor di Dio, vedete”. In che modo mi aiuterete? Con le parole? Allora entriamo in un regno che mi è ben familiare. È quel che accade effettivamente, capite? Allora, cosa bisogna fare? Come vi compor­terete con me, che rifiuto di vedere qualcosa che è semplicemente là? Voi fate notare che fin quando si vivrà nel mondo della realtà ci saranno delitti, morte – tutte cose che accadono. In quel regno non vi sono risposte ai nostri problemi. Come farete a comunicarmelo? Io voglio sapere, sono ansioso, voglio venirne fuori.



D.B.: È possibile solo comunicare la forza. Abbiamo già parlato degli altri fattori che vengono comunicati.

K.: Vedete, quel che dite non ha sistema né metodo, perché fa tutto parte del condizionamento. Dire qualcosa di totalmente nuovo, inatteso, a cui io non ho dedicato neppure un singolo momento del pensiero. E voi venite con una quantità di cose ed io non so come accogliervi. Questo è stato un vero problema, per i profeti, per chiunque ...

D.B.: Mi sembra che nessuno ce l’abbia veramente fatta.

K.: Nessuno. È colpa dell’educazione che ci mantiene costantemente nel regno della realtà.

D.B.: Ognuno si aspetta un sentiero tracciato nel campo della realtà.

K.: Parlate di un tipo di energia completamente diverso dall’e­nergia della realtà. E dite che l’energia spazzerà via tutto questo, ma si servirà di questa realtà.

D.B.: Sì, se ne servirà.

K.: Per me son tutte parole, perché la società, l’educazione, l’economia, i genitori, tutto è qui, nella realtà. Tutti gli scienziati lavorano qui, tutti i professori, gli economisti, sono tutti qui. E voi dite: “Guarda”, ed io rifiuto di guardare.

D.B.: Non è neppure che si rifiuti, forse è qualcosa di più inconscio.

K.: Così, nel dibattere questo, il nostro pensiero è nel regno della realtà?

D.B.: Bisognerebbe chiedersi se esiste un tale pensiero – una rea­zione del tamburo al vuoto che ha dentro.

K.: È una buona similitudine. Poiché è vuoto, vibra.

D.B.: La parte materiale vibra perché c’è il vuoto.

K.: La cosa materiale vibra. Un momento – la verità è il nulla?

D.B.: La realtà è qualche cosa, forse ogni cosa. La verità non è una cosa. Questo è il significato profondo della parola inglese nothing. Dunque la verità è “nessuna cosa”, nulla.

K.: Sì, la verità e nulla.

D.B.: Perché se non è realtà deve essere nulla – nessuna cosa.

K.: E dunque è vuota. Essendo vuota ...: come avete detto poco fa?

D.B.: La parola inglese è leisure – nel suo significato originario vuol dire “vuoto”. La radice della parola inglese empty vuoi dire at leisure, cioè “non occupato”.

K.: In pratica mi state dicendo, “La vostra mente deve essere libera”. Non deve essere occupata dalla realtà.

D.B.: Sì, è chiaro:

K.: Dunque deve essere vuota, in essa non deve esserci nulla che sia stato creato dalla realtà, dal pensiero – nessuna cosa. Ecco cosa significa nulla.

D.B.: È chiaro che le cose sono ciò che pensiamo, quindi dobbiamo dire che la mente non deve pensare a niente.

K.: Giusto. Sapete, la tradizione indù sostiene che è possibile ar­rivarci.

D.B.: Sì, ma per arrivarci dovete percorrere un sentiero tracciato nel campo della realtà.

K.: Sì. Bene, lo intuisco, lo vedo. Vedo che la mia mente deve essere libera, non deve essere occupata, deve essere una casa vuota. Qual è l’azione di quel vuoto nella mia vita? – perché devo vivere qui; non so perché, ma devo vivere qui. Voglio scoprire se quella azione è diversa dalle altre. Deve esserlo, e quindi ...

D.B.: Deve esserlo.

K.: Come posso vuotare la mia mente del contenuto che costitui­sce la coscienza? Come posso vuotare il contenuto? Il contenuto è realtà, la mia coscienza è realtà.

D.B.: Sì, la coscienza è realtà. Non è assolutamente coscienza della realtà.

K.: No, la coscienza è realtà. Come va vuotato quel contenuto perché non sia più realtà? – Mettiamola così.

D.B.: Sì, così esso non sarebbe nulla.

K.: Come si deve fare?

D.B.: Ci siamo imbattuti spesso nel problema del “come”: c’è qualcosa di sbagliato nella domanda.

K.: Naturalmente, c’è qualcosa di sbagliato, perché proprio la pa­rola “come” significa realtà, pensiero e tutto il resto. Fate un miracolo!

D.B.: È ciò di cui abbiamo bisogno.

K.: Come si può fare un miracolo in un uomo che vive in questa coscienza col suo contenuto? Sto cercando di scoprire se esiste qualche azione che possa dissolverne l’intero contenuto. La coscienza non è della realtà, è realtà. Questa, credo, è la differenza.

D.B.: Cerchiamo di chiarire meglio. In genere si pensa che la coscienza rifletta la realtà, ma è realtà. Bisogna render chiaro in qualche modo che la coscienza si riflette su ciò che è effettivo. Per esempio, abbiamo nelle nostre menti la realtà del tavolo e ne vediamo l’effettivo risultato. Cosicché, per quanto vedo io, la coscienza è una particolare combinazione :di realtà ed effettività.

K.: Si, lo accetto.

D.B.: Potrei metterla in questo modo, che invece abbiamo bisogno di verità ed effettività. Potrei dire che il vuoto opera come effettività dalla verità e che l’atto del vuoto è anch’esso effettività.

K.: Sì, ma non siamo nella condizione in cui il vuoto opera nell’effettività. La mente è sempre occupata coi desideri, i problemi, il sesso, il denaro, Dio, quel che dicono le persone, non è mai vuota.

D.B.: Quando si parte dal punto in cui siamo, non serve stare a discutere di come agirà la mente vuota perché, come avete detto, la nostra mente ora è occupata.

K.: Vedete, dopotutto si ricerca la completa sicurezza, che è quel che vogliamo, e la si ricerca nella realtà. E quindi si rifiuta ogni altra sicurezza.

D.B.: Sì, esiste la convinzione che la realtà è tutto ciò che è, e che l’unico posto dove si può trovare la sicurezza è questo.

K.: Sì. E supponiamo che voi diciate, “Guardate, la completa si­curezza si trova nel nulla”.

D.B.: Sì, parliamone, perché a prima vista sembra poco plausibile.

K.: Naturalmente.

D.B.: Ci si potrebbe chiedere come il tutto possa scaturire dal nulla.

K.: Un attimo. Io vi dico, “Nel nulla c’è completa sicurezza e sta­bilità”. Voi ascoltate e riuscite a vedere perché siete attento e tra noi si sta svolgendo una conversazione. E dite, “È così”. Ma la vostra mente, che è occupata, dice, “Che diavolo significa? È un non senso”.

D.B.: Forse questa sarebbe la prima reazione. Ma dopo poco la reazione sarebbe questa: da un canto ciò mi sembra ragionevole, ma d’altro canto bisogna pur avere cura dei propri bisogni materiali, reali.

K.: E chiaro.

D.B.: Qui sorge un conflitto perché quel che proponete sembra ragionevole, ma sembra non prendere in considerazione i nostri bisogni materiali. Se non ci si cura dei bisogni materiali non si è sicuri.

K.: Per questo il mondo della realtà è detto “maya”. [1].

D.B.: Perché? Che rapporto stabilite?

K.: Perché dicono che vivere nel vuoto è necessario e se ci si vive si considera che il mondo è maya.

D.B.: Potreste dire che tutto questo è illusione, ma allora scoprire­ste di essere in reale pericolo ...

K.: Naturalmente.

D.B.: Così sembra che vogliate la certezza che il nulla si prenderà cura di voi, sia fisicamente che in ogni altro modo. In altre parole, dite, dal nulla viene sicurezza.

K.: No, nel nulla c’è sicurezza.

D.B.: Ed è una sicurezza anche fisica.

K.: No. Io parlo di sicurezza psicologica. .

D.B.: Sì, ma immediatamente sorge la domanda ...

K.: Come essere sicuri nel mondo della realtà?

D.B.: Sì, perché si potrebbe dire: accetto di rimuovere i miei problemi psicologici, però mi resta ancora da essere altrettanto sicuro fisicamente nel mondo della realtà.

K.: Non esiste sicurezza psicologica nella realtà, solamente nel nulla c’è sicurezza. Se per me fosse così, la mia attività nel mondo della realtà sarebbe del tutto diversa.

D.B.: Capisco, ma sorge sempre la domanda: è sufficientemente diversa da ...

K.: Oh, sì. Sarebbe del tutto diversa, perché non sarei nazionalista, non sarei “inglese”, non sarei nulla. Quindi tutto il mondo sarebbe diverso. Non dividerei ...

D.B.: Riprendiamo il vostro esempio di colui che capisce e l’esempio di colui che vuol comunicare all’altro. In un certo senso ciò che non può comunicare è l’assicurazione che se ne prenderà cura.

K.: Non se ne prenderà cura. Io devo lavorare qui.

D.B.: Bene, secondo quanto avete detto, in un certo senso è implicito che nel nulla saremo sicuri completamente, in ogni modo.

K.: È così, assolutamente.

D.B.: Si, ma dobbiamo chiederci: e la sicurezza fisica?

K.: Sicurezza fisica nella realtà? Attualmente non c’è sicurezza. Lotto tutta la vita in campo economico, sociale, religioso. Se sono perfettamente sicuro dentro di me al livello psicologico, la mia atti­vità nel mondo della realtà nasce dalla intelligenza completa. Però ora questo non esiste, perché quella intelligenza è la percezione del tutto e così via. Finché sarò “inglese” o “qualcosa”, non potrò avere sicurezza. Devo lavorare per liberarmi di ciò.

D.B.: Capisco che diventereste più intelligente, più sicuro – è na­turale. Ma se dite “sicurezza completa” resta pur sempre la domanda: “È completa?”.

K.: Oh, è completa, psicologicamente.

D.B.: Ma non è detto che lo sia anche fisicamente.

K.: Quella sensazione interiore di completa sicurezza mi fa....

D.B.: Vi fa fare la cosa giusta.

K.: La cosa giusta nel mondo della realtà.

D.B.: Sì, certo. Potete essere sicuro quanto vi è possibile esserlo se siete completamente intelligente, ma non siete in grado di garantire che non vi accadrà niente.

K.: No, è naturale. La mia mente mette radici o si stabilisce nel nulla, ed opera con intelligenza nel campo della realtà. Quella intelli­genza dice: “Lì non puoi essere sicuro se non fai queste cose”.

D.B.: Devo fare tutto bene.

K.: Tutto bene secondo quella intelligenza, che è della verità, del nulla.

D.B.: E se proprio vi accade qualcosa, siete nonostante tutto ancora sicuro.

K.: Naturalmente; per esempio se la mia casa viene distrutta dal fuoco. Ma vedete che stiamo cercando la sicurezza qua, nel mondo della realtà.

D.B.: Sì, capisco.

K.: E quindi non c’è sicurezza.

D.B.: Fin quando penseremo che il mondo della realtà è tutto ciò che è, bisognerà cercarla lì.

K.: Sì.

D.B.: È facile vedere che nel mondo della realtà in effetti non c’è alcuna sicurezza. Tutte le cose dipendono da altre che sono sconosciute, e così via. Ecco perché c’è questa intensa paura.

K.: Avete nominato la paura. Nel nulla c’è completa sicurezza, e quindi nessuna paura. Ma quando non si ha alcuna paura la propria attività nel mondo della realtà è completamente diversa. Non ho paura – lavoro_ Non sarò né ricco né povero – lavoro. Lavoro non come inglese, tedesco, arabo – o altre di queste cose prive di senso – lavoro lì in modo intelligente. Quindi creo sicurezza nel mondo della realtà. Mi seguite?

D.B.: Sì, lo rendete sicuro quanto è possibile che lo sia. Più voi siete chiaro e intelligente più il mondo della realtà è sicuro.

K.: Dentro di me sono sicuro e creo sicurezza anche all’esterno.

D.B.: D’altro canto, se sento di dipendere dentro di me dal mondo della realtà, dentro si crea confusione.

K.: Naturalmente.

D.B.: Ognuno sente di dipendere interiormente dal mondo della realtà.

K.: Perciò la questione successiva è: voi mi dite cosa e io non vedo. Non vedo la straordinaria bellezza, la sensibilità, la profondità di quanto dite sulla completa sicurezza interiore. E quindi dico, “Bene, come farete a darmi quella bellezza?”.

Capitolo III – Il seme della verità


K.: Se si pianta un seme di verità, esso deve operare, crescere, funzionare, avere una sua vita.

D.B.: Molti milioni di persone probabilmente hanno letto o sentito quel che dite. Eppure sembra che gran parte di loro non abbia capito. Pensate che alla fine riusciranno tutti a vederlo?

K.: No, ma la cosa va avanti, essi se ne preoccupano, e si chiedono, “Cosa intende dire con ciò?”. Il seme funziona, cresce, non è morto. Potete dire il falso e anche quello opera.

D.B.: Ma ora abbiamo una lotta fra i due e non possiamo preve­derne l’esito; non possiamo essere sicuri del risultato.

K.: Avete piantato in me il seme: “La Verità è un terreno senza sentieri”. E ancora un altro seme è piantato nella mia coscienza: “Ecco la strada che porta alla verità, seguimi”. Uno è falso, uno è vero. Entrambi sono conficcati nella mia coscienza. Così avviene una lotta. Il vero e il falso operano entrambi, e se sono sufficientemente sensibile ciò crea più confusione, più miseria e molta sofferenza. Che accade se non fuggo da quella sofferenza?

D.B.: È chiaro quel che accadrà se non fuggite. Avrete l’energia per vedere ciò che è vero.

K.: Giusto.

D.B.: Ma ora prendiamo in considerazione quelli che fuggono. Sem­bra che siano molti.

K.: Sono fuori, verissimo, sono fuori. E tuttavia la lotta continua.

D.B.: Sì, ma crea confusione.

K.: È quel che fanno tutti loro.

D.B.: Si, ma non sappiamo che conseguenza può avere.

K.: Oh sì, lo sappiamo; dittature, deterioramento.

D.B.: Vero, un peggioramento. Vediamo di chiarire. In quelle poche persone che fronteggiano la sofferenza si crea l’energia per percepire la verità. Nei molti che fuggono si crea un peggioramento.

K.: E dominano il mondo.

D.B.: Bene, qual è la via d’uscita?

K.: Pare che non ci sia risposta, scapparne.

D.B.: Non faranno neanche quello.

K. Sembra un problema insolubile – andarsene fra i monti o in un monastero, farsi monaco – ma ciò non risolverà niente. Tutto quel che si può fare è continuare a gridare.



D.B.: Sì, però bisogna anche dire che non sappiamo che risultato abbia continuare a gridare.

K.: Non è giusto gridare per ottenere un risultato.

D.B.: Sì, questa è la situazione.

K.: Parlate, indicate. Se nessuno vuole prestare attenzione sono fatti loro, voi continuate ad andare avanti.

Ora vorrei proseguire. Vedete, c’è un mistero; il pensiero non può toccarlo. Qual è il punto essenziale?



D.B.: Del mistero? Credo si possa vederlo in questo modo: se si esamina il terreno del pensiero e della ragione ecc., alla fine si scopre che le sue basi non sono chiare. Di conseguenza si capisce che “ciò che è” deve esserne al di là. “Ciò che è” è il mistero.

K.: Sì.

D.B.: Intendo dire che non si può vivere in questo terreno di realtà e pensiero, per tutto quel che si è detto.

K.: No, naturalmente no. Ma non mi preoccupo, non ho paure.

D.B.: Non vi preoccupate perché avete la sicurezza psicologica. Anche se qualcosa vi accade non vi colpisce profondamente.

K.: Vivo nel terreno della realtà, che è la mia vita. Lì sono con­sapevole e conscio di esserlo, e lotto e continuo a procedere in quel terreno. E non posso mai toccare l’altro. Non posso dire, “Posso tóc­carlo”: non c’è un “io” che lo tocchi quando veramente lo si tocca.

Mi dite, “C’è un mistero che supera ogni possibilità di compren­sione”. Siccome sono prigioniero di questo, vorrei raggiungere quello. Dite che c’è un mistero, perché per voi è un dato effettivo, non una invenzione, una superstizione, un autoinganno. Per voi è la verità. E quel che dite, per la vostra integrità, mi impressiona grandemente. Mi avete indicato la verità ed io vorrei arrivarci. In qualche modo devo arrivarci. Qual è la vostra responsabilità nei miei confronti?

Capite la situazione? Dite che le parole non possono toccarla, né il pensiero, né l’azione, solo l’azione della verità; forse questa può darvene un’idea. Ed io, che sono un misero essere umano, vorrei arrivarci. Ma voi dite “La verità è un terreno senza sentieri, non seguite nessuno” – e così vengo abbandonato,

Io capisco, sono consapevole dei limiti del pensiero, della confu­sione, della miseria, e di tutto il resto. In un certo senso non ne posso venir fuori. Mi aiuterà la vostra compassione? Voi siete compassionevole, perché la compassione fa parte di quello straordinario mistero. Mi aiuterà la vostra compassione? No, è ovvio.

Cosa devo fare allora? Ne ho un desiderio struggente, e voi dite “Non desideratela, non potete averla, non è di vostra proprietà”. Tutto quel che mi dite è: fate ordine nel terreno della realtà.

D.B.: Sì. E non cercate di sfuggire la sofferenza.

K.: Se veramente si metterà ordine nel campo della realtà accadrà qualcosa. E mi dite anche che ciò va fatto subito.

Quel mistero è conosciuto da tutti? – conosciuto nel senso che tutti sanno della sua esistenza? Non mi riferisco al desiderio che crea misteri, ma a qualcosa di misterioso nella vita a parte la sofferenza, la morte, la gelosia, l’ansia. A parte tutto ciò, si ha la sensazione che nella vita ci sia un grande mistero. Non è così? – che c’è un mistero di cui tutti sappiamo?



D.B.: Direi che in un certo senso lo sanno tutti. È probabile che l’uomo nasca con quella sensazione, e che poi il condizionamento gra­dualmente lo affievolisca.

K.: E l’uomo ha la vitalità, o l’intensità per liberarsi di tutto ciò? Vedete, ciò significa “Dio è dentro di voi” – in questo sta il pericolo.

D.B.: Non esattamente, però un qualche indizio c’è. Penso che forse è più forte nei bambini.

K.: Pensate che ci sia anche nei bambini di oggi?

D.B.: Non ne so molto, ma probabilmente in loro è meno forte. Sapete, vivere in una città moderna deve fare un brutto effetto.

K.: È naturale.

D.B.: Molte sono le cause. Una è la perdita del contatto con la na­tura; credo che ogni contatto con la natura dia quel senso di mistero.

K.: Sì.

D.B.: Per esempio se si guarda il cielo di notte.

K.: Ma gli scienziati spiegano tutto delle stelle.

D.B.: Sì, capisco.

K.: Cousteau spiega l’oceano; ora tutto viene spiegato.

D.B.: Si, e si è creata la sensazione che in teoria possiamo conoscere tutto.

K.: E il sapere è diventato una maledizione. Ecco, la percezione non ha niente a che fare con il sapere. Verità e sapere non vanno insieme; il sapere non può contenere l’immensità del mistero.

D.B.: Si, io credo che se cominciassimo con un bambino, egli collocherebbe il mistero in qualche posto che gli è sconosciuto. Lo potrebbe porre nel fondo dell’oceano, o in qualche altro posto, lontano da lui, per poi scoprire che l’uomo è stato ovunque. Tutta la cosa finisce per apparire inesistente.

K.: Sì. Tutto diventa così superficiale.

D.B.: Ecco il pericolo dell’età moderna, dà l’impressione che più o meno conosciamo tutto. O almeno che conosciamo l’idea generale, se non i dettagli.

K.: L’altra sera ascoltavo Bronowski, “L’ascesa dell’uomo”. Spiega tutto.

D.B.: L’impulso originale era di penetrare questo mistero, ed era l’impulso della scienza. In un certo senso essa è uscita di strada. Dà l’impressione di spiegare.

K.: Posso chiedervi se da uomo di scienza istruito avvertite quel mistero?

D.B.: Credo di sì, sì. Sapete, qualcosa l’ho provato sempre.

K. Ma parlandone ora, ne sentite maggiormente l’intensità? Non perché vi sentiate intenso, questo è diverso, avrebbe l’effetto di in­fluenzarci. Ma perché quando si parla di qualcosa si apre una porta.



D.B.: Sì. Credo che il mio particolare condizionamento abbia moltissimo in sé per resistere a questa nozione di mistero, per quanto io possa pensare che oggi la scienza procede in direzione sbagliata.

K.: Ma persino gli scienziati ammettono l’esistenza di un mistero.

D.B.: Sì, fino a un certo punto. È opinione generale che alla fine esso potrà essere chiarito.

K.: Chiarito nel senso di spiegato.

D.B.: La mia personale sensazione è che ogni spiegazione scientifica farà parte del campo della realtà, e quindi non chiarirà il mistero.

K.: No, ma può chiarirlo perché se io vi ascolto spiegare tutto, poi dico “Non c’è nulla”.

D.B.: Questo è il principale punto di distinzione tra verità e realtà, perché si potrebbe dire che nel campo della realtà possiamo dare spiegazioni sempre più ampie, senza limite.

K.: È quel che fanno oggi i comunisti.

D.B.: Non solo loro.

K.: Naturalmente no, li prendevo a esempio.

D.B.: Penso si possa dire che nel campo della realtà tutto può essere spiegato, può essere penetrato sempre più a fondo, c’è un progresso senza limite. Ma l’essenza non viene spiegata.

K.: No, io facevo una domanda diversa, vi chiedevo, nel conver­sare così, se avete mai avuto un indizio di quel mistero. Essendo uno scienziato, una persona seria, forse lo avete avuto molto tempo fa. Parlandone ora, lo sentite ancora come un indizio o come una verità?

D.B.: Sì, è una verità.

K.: E dunque non è più un indizio.

D.B.: Credo che per un certo tempo, ora, sia stato una verità. Perché è implicita in quel che abbiamo fatto qui a Brockwood.

K.: Sì. Vedete, c’è qualcosa di interessante: la verità di quel mistero rende la mente completamente vuota, non è così? È in completo silenzio. O perché è in silenzio, la verità di quel mistero è. Non so se riesco a comunicarvi qualcosa. Quando la mente è in completo silenzio, non è usata, non medita, e siccome ha messo ordine nella realtà è priva di confusione, c’è un certo silenzio, la mente si allon­tana dalla confusione. Comprendere che non è in silenzio, senza al­lontanarsi da tale comprensione, ma restandovi vuol dire negare quel che l’ordine ha prodotto.

D.B.: Dite che prima si fa ordine. Perché è necessario fare prima ordine e poi negarlo?

K.: Negare è silenzio.

D.B.: Ecco perché è necessaria questa successione.

K.: Perché quando rimuovo il disordine si crea un certo ordine matematico, e come risultato di tale ordine la mente è quieta.

D.B.: Ma dite che non è un silenzio vero.

K.: No. Capendo che non è un vero silenzio respingo il silenzio falso, per il momento. Così negando quel silenzio non ne desidero altri. Non c’è un movimento verso un silenzio più grande. Allora que­sto totale silenzio apre la porta. Cioè, quando la mente, con tutta la confusione è niente – non una cosa – allora forse c’è l’altro.



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