Jim dine la vita d’artista



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08.12.2017
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JIM DINE
La vita d’artista

testo in catalogo di Claude Lorent


Dalla scelta di esporre unicamente opere del 2008, si potrebbe dedurre che la mostra prenda in considerazione solo le preoccupazioni più recenti dell'artista. Benché i dipinti e le sculture raccontino effettivamente un momento preciso nella creazione dell'artista americano, essi sono tuttavia inscindibili dal suo percorso a partire dagli anni Settanta, anzi addirittura dagli inizi della sua pratica pittorica nei primi anni Sessanta, quando si distinse partecipando ai primi happening con Claes Oldenburg, Allan Kaprow e il musicista John Cage, nonché alle primissime performance. Gli anni Sessanta sono quelli che lo definiscono artista pop, dal momento che Jim Dine partecipò a quel rinnovamento dell'arte americana attraverso la figurazione ritrovata di fronte al prevalere dell'astrazione e in particolar modo dell'Espressionismo astratto, secondo le parole del critico del New Yorker Robert Coats. Fu dunque tra coloro che destabilizzarono i valori condivisi e ben radicati, introducendo l'azione diretta nella pratica artistica e imponendo nuovi motivi pittorici tratti dal quotidiano. La pittura, che egli abbandonò per circa tre anni per dedicarsi ad altre forme espressive, costituisce ciò nondimeno la base della sua opera; da quando ricomincia a praticarla, in volontaria rottura con le avanzate avanguardiste del momento alle quali non si riavvicinò mai, egli riprende in mano il pennello rinnovando gli stessi motivi, che continuerà a proporre e che restano più che mai attuali. Da allora Jim Dine si è tracciato un cammino solitario, lontano dalle mode passeggere e dalle influenze del momento.
Jim Dine, per sua scelta, non rimarrà a lungo protagonista della pop art, la quale rivoluzionò letteralmente la scena americana prima di travolgere l'Europa che la accolse, come si dimostrerà in seguito, come una liberatoria ventata di rinnovamento. La storia dell'arte del XX secolo lo classifica in questo modo e tuttavia sarebbe un grave errore non considerare che si trattò solo di un momento, certo decisivo e determinante, che lasciò un segno come vedremo, ma un momento circoscritto nel tempo. Infatti, pur appartenendo a questa corrente ed esponendo insieme agli altri protagonisti del gruppo, divenuti rapidamente punti di riferimento internazionali, egli seguiva già una via personale che gli si era imposta sin dalla più giovane età, quando curiosava nell'atelier di suo nonno e i suoi giocattoli preferiti erano gli attrezzi e i vari utensili di cui questi si serviva. Quello che dipingeva all'epoca non era distinto dal suo ambiente quotidiano, né da ciò che egli amava sopra ogni cosa. Si può dire che non ha modificato nulla da allora, tanto che le opere attuali, i Cuori e le Vestaglie in particolare, costituiscono sempre i suoi soggetti privilegiati. Sono i segni più certi di una fedeltà a un progetto artistico che non cessa di ridefinirsi per trarne tutte le potenzialità.

Relativamente poco apprezzata ai giorni nostri, in cui il bisogno della novità è imposto a coloro che desiderano restare in primo piano nella scena e nello spettacolo dell'arte, questa qualità si rivela in effetti un'esigenza poco comune, una volontà di evitare la ripetizione e la copia, una forma di clonazione ante litteram. Questa è la creazione permanente.


“Ho bisogno di un soggetto per lavorare con la pittura. Non posso lavorare a partire dal nulla”, confida evocando l'astrazione pittorica e spiegando che il vero soggetto costante della sua opera è la pittura stessa, non il motivo che in qualche modo è il supporto necessario.
Le variazioni

Benché si sia discostato dal movimento pop, Jim Dine ne ha conservato una delle caratteristiche, facendone addirittura un fondamento del proprio lavoro e spingendone la logica all’estremo: le variazioni di uno stesso motivo, che si tratti del cuore, della vestaglia e più tardi delle Veneri e di Pinocchio. Warhol giungeva all’esasperazione nel moltiplicare i ritratti partendo dallo stesso stereotipo. Dine rifiuta la semplice manipolazione di un'impronta unica e statica, ogni opera per lui è una creazione fondamentalmente originale e questa necessità di rinnovamento che egli s'impone è una scommessa che sostiene con un’energia straordinaria da quasi quarant'anni! L'esposizione attuale mostra fino a che punto la sua fonte non si sia prosciugata ma, al contrario, come da essa continui a sgorgare una pittura vitale e piena di freschezza.


“Sono le immagini che conosco meglio, sono da sempre nel mio animo e dal momento che racchiudono possibilità illimitate non vi è alcuna ragione che io le abbandoni per volgermi a soggetti che conosco meno bene. Questi sono lungi dall'essere esauriti. Inoltre, non solo li conosco ma vi sono affezionato. Queste immagini stimolano la mia capacità d'invenzione pittorica permettendomi di proseguire la mia evoluzione, perché quello che mi tormenta è la pittura stessa e il suo potere espressivo. In questo modo, in quarant'anni, i cambiamenti nella mia tecnica pittorica sono stati considerevoli!”
Nel suo caso, quindi, il continuo cambiamento di soggetti avrebbe la conseguenza di sfociare in una sorta di distrazione dall'essenziale, mentre egli desidera portare tutta la sua concentrazione sulla pittura e solo su di essa. Il motivo è padroneggiato, conosciuto, è alla pittura che viene lasciata la parola, è essa che si rinnova.

Per questo metodo, l'artista appartiene anche a una corrente di artisti che scommettono sulla durata e compongono con il tempo piuttosto che fare affidamento sul passeggero e l'effimero. In questa scelta s'inscrive, indubbiamente, una fede nell'arte e in particolare nelle pratiche come la pittura, che così spesso sono state messe al bando nel periodo in cui Jim Dine perseguiva ostinatamente la sua opera. Questa permanenza dei soggetti, ricercata senza esitazione, senza mai cedere al dubbio o alla pressione, è divenuta, per circostanze esterne al suo lavoro poiché derivanti da profeti poco ispirati, una forma di affermazione che va controcorrente rispetto ai ripetuti proclami della morte della pittura, e dunque una forma di sana resistenza attiva. Oggi che i venti sono decisamente cambiati e che la pittura ha di nuovo diritto di cittadinanza qualunque sia la forma che essa assume, Jim Dine accetta con solida serenità la propria scelta, e l'insieme della sua opera appare come un elemento strutturale di primo rango nell'edificazione della pittoricità contemporanea. Questa opera ha attraversato il tempo, si è compiuta insieme ad esso, ragion per cui si è imposta per la sua qualità e la sua singolarità.


L'autoritratto

Tra i motivi dei dipinti degli anni Sessanta, si ricorderà in particolar modo quello della Vestaglia. Indumento banale, ordinario, di utilizzo più che comune e per nulla appartenente all'ambito culturale o artistico. Non vi è nulla di sofisticato, nulla che denoti un'appartenenza sociale specifica. È l'indumento neutro per eccellenza, apportatore di un livellamento di status al di là di ogni preoccupazione relativa alla qualità o al valore dell'oggetto. Del resto l'artista spiega la sua presenza in modo molto semplice, fu infatti guardando una pubblicità in un giornale che decise di impadronirsi di questo tema. Anche qui, un simile atteggiamento non è svincolato dalle immagini diffuse dalla pop art. La pubblicità ha fatto parte del vocabolario comune poiché essa partecipava della vita di tutti i giorni e costituiva un riflesso della realtà. Si ricorderà, del resto, che nel 1962 Jim Dine partecipò a una mostra presso la galleria Sidney Janis che fu determinante per la fondazione e il riconoscimento della pop art. S'intitolava "New Realism", un titolo dei più significativi che corrisponde all'incorporazione nell'arte degli oggetti ordinari. Ciò nondimeno, appropriandosi di un simile motivo, Dine non sarà mai a buon diritto considerato un realista, termine che adotteranno piuttosto, con varie sfumature, certi artisti europei.

Al contrario, in quanto indumento, la vestaglia si riferisce direttamente all'essere umano e la prima constatazione che si può fare riguarda una stranezza. Essa è posta in piedi, diritta, solida, esattamente come se fosse indossata da una persona. Ma è vuota! Oltre a se stessa, non rivela altro che l'assenza. Il contenuto non esiste, solo il contenente induce, per la sua forma, la presenza invisibile di una persona. Questa decisione, probabilmente, deriva da due cose una delle quali è affermata dall'artista. I ritratti, e sono numerosi, arriveranno solo più tardi. Essi non appartengono quindi ancora al campo artistico come si va delineando. L'epoca, che è in piena esplosione economica e in crescita dei consumi come mai prima di allora, s'interessa prima di tutto al comfort e a tutto ciò che può rendere la vita più piacevole e più semplice, agli oggetti che sono i segni di una partecipazione a questa nuova società che si annuncia nell'abbondanza, nel benessere e nella comodità. Sono questi ad essere portati in primo piano, e non l'essere umano che ne è l'utilizzatore. Allo stesso tempo, Jim Dine afferma perentoriamente che si tratta di un autoritratto. Il che non è contraddittorio nella misura in cui la sua opera è effettivamente il riflesso di se stesso, delle sue scelte, delle sue predilezioni estetiche, del suo modo di considerare e trattare le cose come la pittura stessa.

"Guardando quell'immagine nel giornale, mi ci vedevo, ne facevo parte, non avevo quindi bisogno di rappresentarmi. Gli autoritratti disegnati, del resto, sono arrivati solo dieci anni più tardi e indipendentemente dalle Vestaglie".

Il fatto di perseguire instancabilmente questo stesso motivo, fino alle ultime opere del 2008, porta un elemento di continuità in questo modo di presentarsi attraverso il vuoto, mettendo in primo piano non più tanto l'oggetto, come fu il caso inizialmente, ma il modo di trattarlo in quanto artista, il modo di dipingerlo, la maniera di dipingere. Jim Dine consegna qui il suo autoritratto di pittore, di artista, non quello di un riflesso corporeo e fisico. Non stupisce allora che egli ripeta volentieri come sia nato artista, quanto questo fosse il suo destino, ciò che conferma dicendo: "Anche quello che non rappresenta il mio viso, sono io", e aggiunge "non è necessario rappresentare una persona fisica, dipingo l'astrazione del corpo". Questo non gli impedirà di essere l'autore di numerosissimi ritratti e autoritratti.
I cuori

Ancora studente, alla fine degli anni Cinquanta, Jim Dine notò in una mostra un piccolo cuore nascosto al centro di un'opera. L'impatto di questa immagine s'impresse nella sua memoria come la rivelazione dell'espressione della bellezza associata alla ricca simbologia attinente a questa specie di feticcio, senza dubbio il più diffuso al mondo e il più conosciuto in quanto segno di vita e di felicità, ricettacolo inoltre di una gamma di sentimenti da cui non sono esclusi né la tragedia, né l'esplosione di felicità, né l’aspetto sessuale. Icona universale che, ancora una volta, raggiunge tutti gli strati sociali e tutti i livelli culturali secondo l'utilizzo e le interpretazioni, dal piccolo portafortuna popolare da quattro soldi fino ai segni di affetto più di classe attraverso le diverse celebrazioni e gli oggetti di lusso. Se n'è dunque impadronito a partire dalla metà degli anni Sessanta senza più abbandonarlo, attribuendo a questo motivo pittorico tutte le intuizioni e gli slanci creativi che hanno segnato il suo percorso. Una ricorrenza ancora esemplare che nel 2008 porta l'artista a proporre nuove versioni pittoriche che non sono variazioni ma, di nuovo, interpretazioni inedite attraverso il solo ricorso agli elementi di base più tradizionali, il colore e la materia, uniti a una forma quasi invariabile, carica di significati e portatrice di emozioni.


La parte poetica

Vi è una dimensione che fino ad ora non è stata presa in considerazione e che tuttavia è la costante che unisce l'opera nel suo insieme, che le conferisce coesione e unità: la parte poetica, da cui sgorga l'originalità di ogni quadro e di ogni scultura. È il motore stesso della creazione e la scintilla creatrice che porta alla diversità, all'identità distintiva di ogni opera. È attraverso di essa che emerge la parte sensibile, quella che non si riduce mai a una spiegazione pura e semplice perché la sua azione sfugge a ogni meccanismo razionale. È la parte sensibile che Jim Dine trasmette attraverso una sorta di trattamento alchemico dei colori, della densità delle materie, dell'intensità della luce. È dell'ordine di un irradiamento avvertibile ma invisibile, un'energia diffusa e attiva, particolarmente potente nelle opere più recenti tanto l'impatto cromatico si manifesta come una forza poco comune. Questa presenza poetica nel mondo visivo non è certamente estranea all'interesse dell'artista, a partire dagli anni Cinquanta, per la poesia scritta, per i poeti che legge abbondantemente. Quest'affinità, è infatti lui stesso autore di versi, riemerge nella sua pittura, è percepibile, e non è senza rapporto con la sua abitudine di dipingere le sculture, siano esse in legno o in bronzo. La parte pittorica, ben più dell'immagine in due o tre dimensioni, detiene e trasmette questo potere che attraversa tutta la sua opera. Essa s'impone quindi alla scultura che altrimenti rischierebbe di essere soltanto un oggetto.


Da qui, si capisce anche tutta la reticenza che Jim Dine manifesta nei confronti della pop art, generalmente lontana da questa partecipazione poetica tanto è focalizzata sugli oggetti per se stessi e sulla superficie, sull'apparenza delle cose, senza preoccuparsi di sondare le profondità neppure attraverso la metafora o la metonimia. Nella sua opera invece, emanando dalla materia pittorica, essa non è soltanto una componente estetica, plastica, ma è il valore aggiunto che filtra nel motivo per andare oltre se stesso, poiché proviene proprio da una ricchezza interiore che l'artista trasferisce nel proprio lavoro. Essa partecipa senza alcun dubbio di questa capacità sempre rinnovata di esplorare il tema trattato, e spiega anche questo accanimento nel focalizzarsi su alcune immagini che costituiscono il suo serbatoio personale e delle quali si è interamente appropriato. Essa gli permette di collocarsi nell'intimità stessa di queste immagini, non per svuotarle o esaurirle, ma al contrario per caricarle di una componente sensibile a sua volta trasmessa allo spettatore.
"Oggi, dopo tanti anni di lavoro, capisco cosa sono e non cerco più di trattenermi. Mi sento libero, per nulla sottomesso né interessato allo spirito del tempo. Sono al tempo stesso un romantico e un espressionista. Gli artisti moderni che m'interessano maggiormente sono quelli che hanno proseguito instancabilmente il loro cammino senza preoccuparsi del resto, che hanno scelto di tracciare il loro percorso e di vivere intimamente con se stessi. Artisti come Giacometti o Morandi. Voglio esplorare la pittura come si fa nelle miniere d'oro, scavando la vena che va più in profondità."
La scultura

Il motivo del cuore non è riservato unicamente alla pittura. Esso permette di accostarsi a un'altra parte importante del lavoro di Jim Dine, la scultura, presente in mostra attraverso tre motivi: i Cuori, le Veneri e Pinocchio, che costituiscono altrettanti universi specifici partecipando al tempo stesso all'insieme dell'opera.

Qui, ancora più che in pittura, potremo misurare il grado di autonomia dell'artista che non teme né di moltiplicare i suoi supporti, né di variare le tecniche e ancor meno di non conformarsi agli usi e costumi in vigore benché sia, malgrado tutto, vicino alla scultura classica. Tuttavia, a modo suo, egli è un iconoclasta e di certo non è mai stato così audace come oggi! Questo atteggiamento è indubbiamente il risultato di una sicurezza accresciutasi nel corso degli anni, di pari passo con la marcia ininterrotta del progetto artistico che prosegue e si conferma a partire dagli anni Settanta. Ricorrendo a una delle tecniche considerate tra le più nobili della scultura, Jim Dine non si accontenta dei procedimenti tradizionali, delle patine e delle altre invenzioni che valorizzano il materiale nel suo aspetto specifico. Egli agisce come se volesse innanzitutto perseguire un procedimento creativo pittorico e offrire, in fin dei conti, la preminenza alla pittura con cui ricopre il bronzo. Un modo per uscire dall'illusione della superficie piana della tela per lavorare direttamente il volume nella sua realtà fisica e attraverso questo gesto, che resta in sé molto raro anche se non unico, apportare nuove percezioni.

In riferimento ai Cuori, due esempi traducono l'ampiezza di un simile procedimento e l'indipendenza nella quale si compie il lavoro di cui è opportuno sottolineare anche l'impegno fisico necessario. "La pittura è anche un'azione corporea, fisica, che impegna tutto il corpo tanto quanto lo spirito", ama ripetere l'artista che aggiunge come si tratti di "una lotta costante con la materia”.

Un Cuore monumentale dipinto di blu, mostra innanzitutto, in modo più esplicito rispetto alla maggior parte dei quadri, il rapporto esistente tra il simbolo formale dei sentimenti e le connotazioni sessuali, e questo per l'accentuazione delle rotondità e dell’incavatura mediana. Ciò che più sorprende in questa scultura recente è il riapparire degli utensili, il primo dei motivi ai quali Jim Dine fece ricorso all'inizio degli anni Sessanta. Combinandoli all'uno o all'altro piccolo cuore, ad alcuni oggetti d'abbigliamento, a rare allusioni corporee, ad alcune Veneri, egli sembra voler ricordare che questi oggetti continuano a far parte del suo mondo, non fosse altro che in termini di ricordi. La scultura diventa così una concentrazione di soggetti attraverso i quali l'artista ha potuto esprimersi e delimitare i propri interessi.

Osservando quest'opera, così come la vasta produzione di più di quarant'anni di lavoro, possiamo distinguere tre fonti di interesse dell'artista: l'ambiente e i suoi componenti, compresi quelli naturali, l'essere umano indissociabile dalle sue emozioni e dai suoi sentimenti, e infine l'arte di tutte le epoche storiche. Per gli elementi riuniti in questa scultura, quest'ultima può essere considerata la proposizione di una sintesi affettiva, una manifestazione dell'universo plastico ed estetico nel quale evolve l'artista.

Vi è una seconda interessante scultura, più conosciuta nella sua tematica e indicativa delle scelte e dell'orientamento del metodo complessivo, ma che resterà nondimeno un enigma quanto al significato da attribuirle. Sprofondato in un magma materico dall’apparenza tellurica, un Cuore dorato, brillante, riflettente la luce e irradiante, adornato di quella risorsa esteriore di ricchezza che si vuol credere interiore ma che rimanda anch'essa a una connotazione sessuale, è sormontato da un pappagallo di mille colori. Questa incursione del mondo animale, a sentire Jim Dine, non indica un'intenzione particolare ma è il risultato di una felice associazione di due elementi a partire dai quali si potrà a proprio modo variare le interpretazioni. "È semplicemente una libera associazione visiva che si è prodotta lavorando in fonderia". Tuttavia, è senza dubbio una delle immagini più efficaci dell’aspetto poetico del suo lavoro, della libertà con la quale le opere sono concepite e dell'intuizione che attinge, a volte in modo fortuito nel contesto del quotidiano, il soggetto non più riducibile a una realtà di apparenza né a una spiegazione razionale, ma interamente sublimato nella sfera artistica la cui caratteristica è, ad ogni modo in parte, di sfuggire costantemente all'influenza del reale.
Venere e Pinocchio

Integrando nel suo universo personaggi mitici come la Venere di Milo e Pinocchio, Jim Dine associa ancora una volta mondi, se non opposti, comunque molto diversi. L'uno, il primo, non soltanto è inerente alla storia dell'arte e al mondo della cultura cosiddetta erudita, ma è anche per eccellenza il simbolo della bellezza, di una certa perfezione non solamente fisica. Da secoli Venere personifica anche l'amore in tutte le sue connotazioni. Quanto a Pinocchio, è piuttosto l'eroe popolare, nato dalle mani di un modesto artigiano e personaggio articolato al quale viene data vita. In un caso come nell'altro, i rapporti con la creazione artistica sono molteplici e le metafore ampiamente sfruttabili, tanto più che Jim Dine non rinuncia a dare la propria visione.

A questo proposito si rimarrà certamente impressionati dalle tre grandi Veneri allestite nella natura. Il loro corpo imponente, di aspetto assai grezzo, ruvido, come se fosse addirittura scolpito con l'accetta, ma che nulla perde della propria eleganza e trasmette una sensazione di sicurezza, ha perso la sua statica iniziale come per mettersi in movimento. Le divisioni formali che reggono i rapporti cromatici rinnovano profondamente il soggetto e gli conferiscono un dinamismo supplementare insufflandogli letteralmente la vita. Il paradosso, dal momento che la scultura è materia inerte, è tanto più sorprendente quanto queste Veneri senza braccia si mostrano anche senza testa! Il che deriva in qualche modo da un'intenzione che risale agli anni Settanta e al tempo stesso rimanda a un aneddoto. Fu in effetti in occasione di una visita al Louvre, dove Jim Dine acquistò una riproduzione della Venere, che egli le amputò volontariamente la testa. Questa bellezza che appartiene all'arte dell'antichità doveva anche "diventare una rovina, assimilabile a una vanità" poiché egli desiderava lavorare come un'artista classico e al tempo stesso includerla in nature morte scultoree contemporanee. In questo modo si stabiliscono una serie di relazioni estetiche che attraversano la storia dell'arte e tramite le quali l'artista partecipa alla sua continuità proponendone al contempo la propria concezione. Fra le sue opere più recenti, due sculture esplorano in modo particolare questa direzione sotto l'influenza delle nature morte di Chardin. Sono tavoli dipinti sui quali troneggiano oggetti attinenti a una storia dell'arte che prende in conto le arti primitive della cultura occidentale così come l'arte antica e moderna europea. Del resto, è in questa doppia tradizione che s'inscrive molto nettamente la ricerca di Jim Dine che include, oltre alla pittura e alla scultura, anche il disegno con i ritratti, gli autoritratti, le evocazioni del mondo vegetale, e l'insieme di un'abbondante opera grafica e fotografica.

Il caso di Pinocchio, tematica più recente, risale tuttavia molto indietro nella vita dell'artista. Scoprendo il film di Walt Disney all'età di circa sei anni, Jim Dine rimase in un certo modo affascinato dai personaggi di Geppetto e di Pinocchio, ma soprattutto spaventato da quest'ultimo! "Avevo sei anni, come la maggior parte dei bambini mi capitava naturalmente di mentire, e dal momento che anche Pinocchio mentiva mi sono immedesimato in lui. Fu un'immagine molto impressionante. Diversi anni dopo, nel 1964, in un mercato delle pulci trovai un piccolo Pinocchio che risaliva all'epoca del film, vestito, ed esattamente corrispondente all'immagine che avevo serbato nella memoria. La testa in cartapesta era dipinta. L'ho conservato fino al 1994, anno in cui un collezionista che lavorava a Hollywood mi commissionò un quadro che riprendesse il soggetto. Alla fine il collezionista rimase lui stesso spaventato dalla forza di quel dipinto, che era anche alquanto scuro e denso. Tanto che ripresi il quadro dicendomi che un simile soggetto, così impressionante per un bambino quanto per un adulto, alla fine era un ottimo soggetto. Da quel momento non ho mai smesso di utilizzarlo, soprattutto in scultura."



La storia di Pinocchio è anche una metafora molto potente per un'artista, dal momento che Geppetto, l'autore della marionetta, è un creatore, e non uno qualunque se il suo piccolo personaggio alla fine prende vita. "Oggi, confida Jim Dine, non sono più Pinocchio, sono Geppetto, in quanto artista"! Egli dà vita all'arte, e il Pinocchio monumentale esposto nel parco che solleva le braccia al cielo, associazione di due tecniche a livello della sua realizzazione, è definito "estatico" dal suo creatore.
"In cosa sono romantico? Nulla a che vedere con lo spleen o la nostalgia. No, al contrario, ogni giorno sono riconoscente di possedere questo dono d'artista. È un privilegio immenso passare la propria vita a dipingere, a scolpire, a creare. Grazie a questa capacità, la mia vita d'artista, che non ha nulla di 'bohémien', è una vera e propria romanza con la pittura".




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