Karl Marx (1818 – 1883) Biografia e opere



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Karl Marx (1818 – 1883)

Biografia e opere


Marx ha influenzato profondamente la storia del pensiero e le vicende politiche del XX secolo.

M. nasce a Treviri in Germania nel 1818. Nel 1835 si iscrive a giurisprudenza a Bonn e partecipa attivamente alle attività studentesche. Conduce un’esistenza disordinata, accumula debiti e arriva persino ad essere incarcerato per “chiasso notturno e ubriachezza molesta”. Dopo un anno, per volontà del padre, si trasferisce a Berlino, dove l’ambiente è più austero e gli studi più severi. Qui il giovane Marx si fidanza con Jenny von Westphalen, di nobili origini. Nel 1837 comunica al padre per lettera l’intenzione di abbandonare gli studi giuridici per dedicarsi alla filosofia. Entra così in contatto con i giovani hegeliani di sinistra (Club dei dottori). Nel 1841 si laurea in filosofia a Jena, con una tesi intitolata Differenze tra la filosofia della natura di Democrito e quella di Epicuro. Nel 1842 diventa redattore della “Gazzetta renana”, un giornale di ispirazione liberale, critico nei confronti del reazionario governo prussiano, che ne ordina la chiusura, dopodiché Marx si trasferisce a Parigi.



A parigi Marx soggiorna dal 1843 al 1845 e fonda gli “Annali franco-tedeschi”, per continuare l’opposizione politica al riparo dalla censura prussiana. Inoltre La rivista viene soppressa dalle autorità francesi e Marx, espulso dalla Francia, nel 1845 raggiunge Bruxelles. Durante gli anni di Parigi e Bruxelles, oltre all’intenso impegno politico, Marx compone numerosi scritti di economia e di filosofia. Di particolare importanza sono i Manoscritti filosofici ed economici del 1844 (detti anche Manoscritti di Parigi). Essi sono una serie di note scritte tra l'aprile e l'agosto 1844 da Karl Marx, mai stampati durante la vita di questi e pubblicati per la prima volta nel 1932 da ricercatori sovietici. Queste annotazioni sono una prima espressione dell'analisi marxiana dell'economia e delle critiche a Hegel. Esse coprono un ampio spettro di argomenti: il salario, il profitto del capitale, la rendita fondiaria, il lavoro estraniato, il rapporto della proprietà privata, proprietà privata e lavoro, proprietà privata e comunismo, bisogno, produzione e divisione del lavoro, il denaro, la critica della dialettica in generale e della filosofia di Hegel. Tra il 1845 e il 1846 scrive, in collaborazione con Engels, la sua prima opera importante, L’ideologia tedesca, in cui getta le basi della concezione materialistica della storia. Tra il 1841 e il 1846 consuma la propria rottura verso Hegel e l’idealismo. Di Hegel apprezza l’idea che la storia sia frutto di un processo dialettico, ma rifiuta la riduzione del reale all’ideale e la visione astratta del suo sistema. Con le Tesi su Feuerbach del 1845, Marx prende le distanze anche da questo filosofo, riconoscendogli tuttavia il merito di aver riportato la filosofia su un terreno concreto e di aver spostato l’attenzione sull’uomo e ai suoi aspetti naturali. In questo periodo matura anche il confronto con le posizioni dei socialisti francesi, in particolare Proudhon1, che Marx critica aspramente in La miseria della filosofia del 1847, definendo come “utopistica” la loro posizione, a cui invece contrappone il “socialismo scientifico” che progetta una rivoluzione sociale, diffidando della collaborazione con i potenti e della possibilità di trasformare gradualmente e dall’interno il sistema capitalistico. Nel 1847 si tiene a Londra il primo congresso della “Lega dei comunisti” a cui partecipa Engels in rappresentanza di Marx, alla fine dell’anno i due filosofi sono incaricati di redigere il programma della Lega: nasce così il Manifesto del partito comunista (pubblicato a Londra, in tedesco). In tale scritto, il cui motto è “Proletari di tutti i paesi unitevi!”, diviene esplicito l’obiettivo comunista di abbattere il dominio della borghesia per fondare una nuova società senza classi. Nel 1848 al dilagare dei moti rivoluzionari Marx e Engels si recano a Colonia per fondare la “Nuova gazzetta renana”, ma nel maggio 1849, quando ormai la controrivoluzione è vittoriosa, Marx viene espulso dalla Germania e costretto a emigrare di nuovo in Francia. Dopo pochi mesi si sposta a Londra, dove rimarrà sostanzialmente fino alla morte. A Londra vive in condizioni di estrema indigenza, anche perché ha una famiglia numerosa, e sopravvive grazie all’aiuto dell’amico Engels. Si dedica allo studio dell’economia politica, trascorrendo le sue giornate nella sala lettura del British Museum, dove legge e approfondisce i testi dei maggiori economisti inglesi, da Adam Smith a David Ricardo. L’esito più significativo di questi studi è la stesura della sua opera principale, Il Capitale, il cui primo volume è pubblicato nel 1867. Marx muore all’età di 65 anni, nel 1883. Il secondo e terzo volume del Capitale appaiono postumi nel 1885 e nel 1894, grazie a lavoro di Engels che ne decifrerà i manoscritti.

Alla morte di Marx, l’amico Engels pronuncerà questa orazione funebre:

“Il 14 marzo, alle due e quarantacinque pomeridiane, ha cessato di pensare la più grande mente dell'epoca nostra. L'avevamo lasciato solo da appena due minuti e al nostro ritorno l'abbiamo trovato tranquillamente addormentato nella sua poltrona, ma addormentato per sempre. Non è possibile misurare la gravità della perdita che questa morte rappresenta per il proletariato militante d'Europa e d'America, nonché per la scienza storica. Non si tarderà a sentire il vuoto lasciato dalla scomparsa di questo titano. Così come Darwin ha scoperto la legge dello sviluppo della natura organica, Marx ha scoperto la legge dello sviluppo della storia umana cioè il fatto elementare, sinora nascosto sotto l'orpello ideologico, che gli uomini devono innanzi tutto mangiare, bere, avere un tetto e vestirsi, prima di occuparsi di politica, di scienza, d'arte, di religione, ecc.; e che, per conseguenza, la produzione dei mezzi materiali immediati di esistenza e, con essa, il grado di sviluppo economico di un popolo e di un'epoca in ogni momento determinato costituiscono la base dalla quale si sviluppano le istituzioni statali, le concezioni giuridiche, l'arte e anche le idee religiose degli uomini, e partendo dalla quale esse devono venir spiegate, e non inversamente, come si era fatto finora.”

Una frase celebre che riassume la concezione filosofica di Marx è la seguente: “I filosofi hanno finora soltanto interpretato il mondo in modi diversi ora si tratta di trasformarlo” (11° nota a feuerbach)


L’alienazione operaia e la dialettica materiale della storia

La riflessione sulla religione: con e oltre Feuerbach


L’interesse di Marx è rivolto alla situazione dell’uomo nella società capitalistica. Egli lo affronta già nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, in cui si spazia dalla filosofia, all’economia, dal diritto alla sociologia, per fornire un’interpretazione complessiva della società borghese e capitalistica, quale si era venuta a formare intorno alla metà dell’Ottocento, che aveva creato grande sviluppo economico, ma anche aveva creato una grande massa di diseredati e sfruttati: la classe operaia. Quella europea dell’Ottocento era una società in trasformazione. La rivoluzione industriale stravolse le condizioni di vita di interi paesi: da un sistema agricolo e artigianale si passò a un sistema moderno, con l’impiego di macchine, soprattutto nei settori dell’industria tessile e pesante. L’uso del carbon fossile fornì un grande stimolo al potenziamento dell’industria del ferro e delle metallurgie in generale. Si cominciarono a costruire grandi strutture in metallo, ponti ecc., la più famosa delle quali è la torre Eiffel. L’impresa simbolo della rivoluzione industriale è rappresentata dalla costruzione delle prime reti ferroviarie. Ciò comportò una rivoluzione nei trasporti, moltiplicando la velocità degli spostamenti. Le grandi città crebbero ancor di più e si formarono sobborghi in cui si accalcava il sottoproletariato, ai limiti della vivibilità, preda di malattie e criminalità. Scrittori come Zolà e Dickens diedero voce a questa umanità misera e disperata, costretta a condizioni di lavoro inumane e a ritmi estenuanti, a cui dovevano sottoporsi persino i bambini. Da questo contesto in trasformazione prendono le mosse le prime reazioni della classe operaia e le prime ideologie riformiste e rivoluzionarie.

Un punto di riferimento iniziale del pensiero di Marx è rappresentato dall’opera di Feuerbach, di cui apprezza la critica dell’alienazione religiosa e lo smascheramento dell’origine umana della religione e dell’idea di Dio. Inoltre Feuerbach aveva ricondotto la filosofia dalla speculazione astratta all’indagine sull’uomo concreto, inteso come ente naturale inserito nella società.



Nei Manoscritti, Marx afferma che Feuerbach “è il solo che si trovi in un rapporto serio, in un rapporto critico, con la dialettica hegeliana… Il vero superatore della vecchia filosofia”. I meriti di Feuerbach sono: 1) la rivendicazione della naturalità e della concretezza degli individui umani viventi e il rifiuto dell’idealismo teologizzante di Hegel, che aveva ridotto l’uomo a autocoscienza e a manifestazione di un soggetto spirituale infinito; 2) aver teorizzato il “rovesciamento materialistico” di soggetto-predicato, concreto-astratto, che ha permesso la “demistificazione” della dialettica hegeliana (“il rovesciamento dei rapporti di predicazione”). I limiti di Feuerbach: 1) Pur avendo sottolineato la naturalità dell’uomo, Feuerbach ha tuttavia perso di vista la sua storicità; l’uomo non è semplicemente natura (come affermava Feuerbach), ma anche società e quindi storia. Rompendo con Feuerbach e con l’antropologia filosofica tradizionale, che parlava dell’uomo come di un’essenza atemporale fornita di certe proprietà immutabili, Marx sostiene che l’individuo è reso tale dalla società storica in cui vive: non esiste l’uomo in astratto, ma l’uomo figlio e prodotto di una determinata società e di uno specifico mondo storico. Quindi Marx corregge Hegel con Feuerbach e Feuerbach con Hegel, perché contro l’uno difende la naturalità vivente dell’uomo e contro l’altro la sua costitutiva socialità e storicità; e ciò rappresenta il passaggio dalla problematicità antropologica all’indagine storica e socio-economica. 2) Un secondo punto che unisce e divide Marx da Feuerbach è l’interpretazione della religione. Pur avendo “scoperto” il meccanismo generale dell’alienazione religiosa – non è Dio a creare l’uomo, ma l’uomo a “proiettare” Dio sulla base dei propri bisogni – Feuerbach, in virtù della sua concezione prevalentemente “naturalistica” dell’uomo, non è stato in grado di cogliere le cause reali del fenomeno religioso, né di offrire i mezzi validi per il suo superamento. Fin dagli “Annali franco-tedeschi”, Marx ha elaborato la teoria della religione come Oppium des Volks (oppio dei popoli), secondo la quale la religione è il “sospiro della creatura oppressa”, il prodotto di un’umanità alienata e sofferente a causa delle ingiustizie sociali, di una società che cerca illusoriamente nell’aldilà ciò che, di fatto, le è negato nell’aldiquà: “la religione è la realizzazione fantastica dell’essere umano, poiché l’essere umano non possiede una verità… La miseria religiosa è, da un lato, l’espressione della miseria effettiva e, dall’altro, la protesta contro questa miseria effettiva. La religione è il gemito della creatura oppressa, l’animo di un mondo senza cuore, così com’è lo spirito d’una condizione di vita priva di spiritualià” (Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, “introduzione”). Se la religione è il sintomo di una condizione umana e sociale alienata, l’unico modo per eliminarla non è la critica filosofica (come pensava Feuerbach), bensì la trasformazione rivoluzionaria della società. Se la religione è il frutto malato di una società malata, l’unico modo per sradicarla è quello di distruggere le strutture sociali che la producono. La disalienazione religiosa ha come presupposto la disalienazione economica, ossia l’abbattimento della società di classe.

[Tuttavia la spiegazione psicologica dell’origine dell’alienazione religiosa fornita da Feuerbach è insufficiente per Marx, secondo il quale gli uomini sono portati a trasferire il proprio essere in Dio perché stanno male nella realtà in cui sono costretti a vivere e sentono il bisogno di consolazione per sopportare le sofferenze della vita sociale. Gli uomini sono frustrati, perché impossibilitati a realizzarsi, pertanto creano una dimensione immaginaria in cui riversano le proprie aspirazioni di felicità. La religione è pertanto “l’oppio per il popolo”, quasi come una droga, una condizione artificiale per poter meglio sopportare la propria situazione materiale. Se per abbattere l’oppressione materiale secondo Feuerbach occorreva abolire la religione, per Marx, invece, è necessario trasformare la realtà, superare concretamente l’ingiustizia e la disuguaglianza affinché l’uomo non abbia più bisogno di trovare espedienti per far fronte alla sua insoddisfazione. ]


La critica all’economia borghese e il fenomeno dell’alienazione


Nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, Marx espone la sua critica nei confronti dell’economia borghese, accusata di “eternizzare” il sistema capitalistico, considerandolo non come un sistema economico tra i tanti della storia, ma come il modo naturale, immutabile e razionale di produrre e di distribuire la ricchezza e considerando la proprietà privata come un fatto. Secondo Marx l’economia borghese (incapace di pensare in modo dialettico) non scorge la conflittualità che caratterizza il sistema capitalistico, conflittualità che si incarna nell’opposizione tra capitale e lavoro salariato, tra borghesia e proletariato.

Questa critica all’economia borghese si incentra sul concetto di alienazione. Tale termine è già presente nella filosofia tedesca precedente. Per Hegel l’alienazione è il movimento dello spirito, che si fa “altro da sé”, si aliena nella natura, nell’oggetto, per potersi poi ri-appropiare di sé in modo arricchito: l’alienazione dunque in Hegel riveste sia un significato negativo che positivo. In Feuerbach l’alienazione è invece puramente negativa, poiché si identifica con la situazione dell’uomo religioso, che, “scindendosi”, si sottomette a una potenza estranea (Dio) che egli stesso ha posto, “estraniandosi” in tal modo dalla propria realtà. Marx riprende soprattutto da Feuerbach il concetto di alienazione, ma a differenza di quest’ultimo, per il quale essa era un fatto prevalentemente coscienziale, per Marx è un fatto di natura socio-economica, in quanto si identifica con la condizione storica del salariato nell’ambito della società capitalistica. L’alienazione è dunque quella dell’operaio, e presenta quattro fondamentali aspetti:



  1. Il lavoratore è alienato rispetto al prodotto2 della sua attività, in quanto, in virtù della propria forza-lavoro produce un oggetto (i prodotti e soprattutto il capitale) che non gli appartiene e che si costituisce come una potenza dominatrice nei suoi confronti;

  2. Il lavoratore è alienato rispetto alla sua stessa attività, la quale prende la forma di un “lavoro forzato” o “costrittivo”, in cui l’uomo è strumento di fini estranei (il profitto del capitalista) e di conseguenza si sente “bestia” quando dovrebbe sentirsi uomo (cioè nel lavoro) e si sente uomo quando si comporta come “bestia” (cioè quando si stordisce nel mangiare, nel bere e nel procreare);

  3. Il lavoratore è alienato rispetto al proprio Wesen, cioè alla propria “essenza”. La prerogativa dell’uomo nei confronti dell’animale è infatti il lavoro libero e creativo (attraverso il quale l’uomo si realizza, si appropria della natura creando un universo dotato di senso, trasforma la realtà, la modella, la adatta alle proprie necessità; il lavoro dovrebbe migliorare l’uomo, umanizzando al tempo stesso la natura), mentre nella società capitalistica è costretto ad un lavoro forzato, ripetitivo e unilaterale;

  4. Il lavoratore è alienato rispetto al prossimo, perché l’altro per lui è soprattutto il capitalista (non riesce ad avere rapporti liberi, creativi e autentici nemmeno con gli altri lavoratori, a causa della mancanza di libertà dei lavoratori), ossia un individuo che lo tratta come un mezzo e lo espropria del frutto della sua fatica, sì che il suo rapporto con lui è necessariamente conflittuale.

Le cause del meccanismo globale dell’alienazione sono da rinvenire nella proprietà privata dei mezzi di produzione (fabbrica, macchinari e operai), in virtù della quale il possessore della fabbrica (il capitalista) può utilizzare il lavoro di una certa categoria di individui (i salariati) per accrescere la propria ricchezza, secondo una dinamica di sfruttamento e una logica di profitto. La dis-alienazione è possibile solo col superamento del regime della proprietà privata e con l’avvento del comunismo, modificando cioè la base materiale della società, rovesciando dialetticamente quei rapporti su cui è fondato lo sfruttamento. La storia è il luogo della perdita e riconquista da parte dell’uomo della propria essenza (cfr Fenomenologia dello Spirito).

Questa riflessione sull’alienazione dell’operaio porta Marx ad essere critico nei confronti dello stesso moderno liberalismo, il quale pur proclamando l’uguaglianza dei diritti, in realtà giustifica l’individualismo e l’egoismo. Infatti i cittadini sono uguali di diritto (cioè dal punto di vista formale), ma disuguali di fatto (dal punto di vista delle condizioni materiali di vita). Per affrancare l’uomo dallo sfruttamento, occorre promuovere una rivoluzione sociale che abbia come protagonista il proletariato, distruggere lo Stato borghese per realizzare la nuova società comunista, in cui la proprietà privata dei mezzi di produzione è abolita e soppressa la divisione in classi.


La concezione materialistica della storia


Secondo Marx, Feuerbach ha riportato l’attenzione sull’individuo concreto, ma ha sbagliato nel considerare l’essenza dell’uomo come qualcosa di compiuto, di passivo, dato una volta per tutte, senza tener conto della sua storicità. Hegel invece ha riconosciuto l’essenza dialettica della realtà, ma ha ricondotto il processo storico a uno sviluppo ideale, considerando lo spirito come suo unico soggetto. In L’ideologia tedesca Marx riflette sulla questione del “sapere reale” della storia. Marx riprende la visione dialettica di Hegel, riportandola però nella concretezza del mondo e “correggendola” con la teoria di Feuerbach. L’uomo è un individuo “concreto” e insieme “storico”, un essere che diviene ciò che è in base alle condizioni materiali in cui si trova a vivere, in base al tipo di società in cui è inserito e al modo di produzione che la caratterizza. Alla base della realtà storica vi sono fatti e non idee, vi sono bisogni, non teorie o pensieri; questi ultimi sono piuttosto il riflesso, l’espressione di un particolare sistema produttivo e dei rapporti sociali che in esso si instaurano: “Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere; ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza”. Tali considerazioni rientrano nel cosiddetto materialismo storico: le forze motrici della storia non sono di carattere spirituale, come pensavano gli idealisti, bensì di carattere materiale; la storia è vista come un processo dialettico, che evolve e si trasforma sotto la spinta di dinamiche concrete di natura socio-economica. Essa coincide con il processo di trasformazione delle forme di produzione, cioè con il variare di epoca in epoca delle modalità con cui gli uomini soddisfano i propri bisogni (modi di produzione). La cultura è uno strumento ideologico di potere, in quanto è espressione della classe dominante (la sola che ha tempo per la produzione spirituale e che ha la possibilità di diffondere le proprie idee); essa crea un’immagina deformata della realtà nell’intento, più o meno consapevole, di difendere i propri interessi.

I rapporti fra struttura e sovrastruttura


In che cosa consiste quella base materiale che muove la storia? Essa coincide con i “modi di produzione” che caratterizzano le varie epoche storiche, i quali a loro volta presentano due elementi: le forze produttive e i rapporti di produzione.

Le forze produttive sono tutte quelle componenti che consentono la produzione: la forza-lavoro (gli uomini che producono, cioè gli operai), i mezzi di produzione (i mezzi utilizzati per produrre, cioè le macchine, gli utensili, le materie prime, ecc.), le conoscenze tecniche e scientifiche di cui ci si serve per organizzare e migliorare la produzione.

I rapporti di produzione sono i rapporti che si instaurano tra gli uomini nel corso della produzione e che regolano il possesso e l’impiego dei mezzi di lavoro, nonché la ripartizione di ciò che tramite essi si produce. I rapporti di produzione trovano la loro espressione giuridica nei rapporti di proprietà. Nell’industria capitalistica la proprietà delle forze produttive (compreso l’operaio) è del capitalista.

Forze produttive e rapporti di produzione costituiscono nella loro globalità il modo di produzione di un certo periodo. Il modo di produzione e la relativa dialettica tra forze produttive e rapporti di produzione costituisce la struttura, ovvero lo scheletro economico della società. Questa struttura determina poi la sovrastruttura, ovvero l’insieme delle varie produzioni culturali: le dottrine etiche, scientifiche, artistiche, filosofiche, le istituzioni giuridiche e religiose, le idee politiche, ecc. Tali prodotti spirituali non sono realtà indipendenti, ma vanno intesi come espressioni più o meno dirette dei rapporti che definiscono la struttura di una certa società storica.

Mutando le condizioni storiche di vita, cambiano anche i modi di valutare le cose e i comportamenti privati e sociali. In ogni epoca storica a determinate forze produttive corrispondono precisi rapporti di produzione. Ad esempio, a forze produttive di tipo agricolo corrispondevano nel Medioevo rapporti di produzione di tipo feudale. Può succedere che le forze produttive progrediscano con eccessiva rapidità rispetto agli stessi rapporti di produzione e si crei pertanto una contraddizione tra i due livelli. Le forze produttive, in connessione con il progresso tecnico, si sviluppano più rapidamente dei rapporti di produzione, i quali esprimono realzioni di proprietà dunque tendono a essere statici. Le nuove forze produttive sono sempre incarnate da classi sociali in ascesa, mentre i vecchi rapporti di proprietà sono sempre incarnati da una classe dominante al tramonto. Di conseguenza lo scontro è inevitabile. Alla fine trionfa la classe che risulta espressione delle nuove forze produttive, la quale riesce a imporre la propria maniera di produrre e di distribuire la ricchezza, nonché la propria specifica visione del mondo. È come se le forze produttive si trovassero ingabbiate in rapporti che impediscono loro di realizzarsi al meglio. Le forze di produzione sono sempre espressione di una classe in ascesa, mentre i rapporti di produzione sono espressione degli interessi della classe dominante. Il conflitto che si crea è un conflitto di classe. Per es. in Francia, quando la borghesia, che si sentiva ingabbiata da rapporti sociali e ideologici che ne frenavano l’espansione, si è ribellata, è entrata in scontro con l’aristocrazia (espressione dei vecchi rapporti di proprietà agrario-feudali). Vinse alla fine la borghesia. Tutta la storia è storia di lotte di classe. Nella società capitalistica il conflitto tra proletariato e borghesia capitalistica è destinato ad accrescersi sempre più sotto il peso delle insanabili contraddizioni insite nel sistema produttivo stesso. Il sistema capitalistico è destinato a crollare, perché in esso agiscono forze oggettive e autodistruttive che lo porteranno inevitabilmente alla dissoluzione, sfociando nella rivoluzione. La fabbrica moderna pur essendo proprietà del capitalista, produce soltanto grazie al lavoro collettivo degli operai. Se sociale è la produzione della ricchezza, sociale dovrebbe essere anche la distribuzione di essa. Il capitalismo porta in sé, come esigenza dialettica, il socialismo.

Marx distingue quattro grandi epoche, ciascuna caratterizzata da una particolare formazione economica della società: quella asiatica (fondata su forme comunitarie di proprietà), quella antica di tipo schiavistico, quella feudale e quella borghese. A quest’ultima seguirà la futura società socialista. La storia ha un carattere progressivo: dal comunismo primitivo al comunismo futuro. Il comunismo è lo sbocco della dialettica storica.

Le vere forze motrici della storia non sono di natura spirituale, ma socio-economica

Bisogna precisare che il rapporto fra struttura e sovrastruttura non va inteso in senso meccanico. Marx infatti sostiene che le stesse produzioni culturali possano a loro volta agire sulla struttura da cui derivano, come per un effetto di retroazione, trasformandosi esse stesse in prassi (ad esempio possono rivestire un ruolo importante nel favorire la formazione di una coscienza di classe da parte dei lavoratori, promuovendo il processo di trasformazione rivoluzionario della realtà).


L’analisi del sistema produttivo capitalistico e il progetto del suo superamento

La critica agli economisti classici


Nel Capitale Marx analizza i meccanismi economici che determinano la società moderna. Già dal sottotitolo dell’opera, Critica dell’economia politica, è evidente la rottura con gli economisti classici, come Smith e Ricardo, la cui posizione è definita “ideologica” e “borghese”. Essi hanno avuto il merito di elaborare alcune categorie economiche fondamentali, come quelle di “valore”, “di accumulazione capitalistica” e di “profitto”, ma presentano anche un forte limite nell’aver descritto il sistema di produzione capitalistico come se fosse l’unico possibile, anziché uno tra i tanti. Essi, inoltre, non hanno afferrato quelle contraddizioni che minano dall’interno il capitalismo e che ne fanno un sistema destinato alla dissoluzione.

L’analisi della merce


La merce ha un duplice valore: valore d’uso e valore di scambio. 1) Il valore d’uso indica il fatto che ogni prodotto ha una qualità specifica, grazie alla quale appaga un bisogno umano (il vestito serve a coprirci e proteggerci dal freddo, la bicicletta a spostarci, ecc.): noi facciamo uso di queste merci in risposta a nostri bisogni, cioè compriamo un prodotto perché ci serve. 2) Tuttavia, le merci, per quanto abbiano valori d’uso differenti, possono essere scambiate tra loro direttamente o tramite la mediazione del denaro. Ciò è possibile perché le merci, oltre al valore d’uso, possiedono un valore di scambio, che le rende confrontabili ed equiparabili. Tale valore di scambio è definito dal fatto che merci differenti presentano un valore comune: la quantità di lavoro socialmente necessaria per produrle (o in altri termini il “tempo socialmente necessario”, vale a dire il tempo medio di produzione in un determinato periodo). Marx non identifica però totalmente il valore con il prezzo delle merci, perché anche altri fattori, come l’abbondanza o la scarsità, possono influire su questo. Per es. in tempi di carestia, un pezzo di pane può avere un prezzo molto più alto del suo valore reale. Tuttavia, in linea di massima e in tempi normali, i prezzi delle merci tendono a coincidere con il valore reale.

Il concetto di plusvalore


Tra le merci ve ne è una del tutto particolare e unica, la merce-uomo, ovvero l’operaio, che viene acquistato dal capitalista affinché produca altre merci, in virtù della sua forza-lavoro. In cambio il capitalista paga all’operaio un salario, calcolato sulla base dei beni necessari per la sopravvivenza sua e della sua famiglia (proletario). Il salario dell’operaio è l’equivalente del suo valore, che consiste nel costo dei mezzi necessari al suo (e della sua famiglia) sostentamento.

Supponiamo che l’operaio lavori dodici ore al giorno, ma che in otto ore riesca a produrre una quantità di merce capace di coprire le spese del suo mantenimento; il suo salario corrisponderà a quello di otto ore lavorative. Le rimanenti quattro costituiscono un tempo di lavoro supplementare, in cui l’operaio produce merce non pagata dal capitalista. Questo lavoro non pagato, crea valore non pagato, che Marx definisce plusvalore e che riassume nella formula D – M – D’, dove D è il denaro speso per l’acquisto della merce; M rappresenta la merce, ossia la forza-lavoro e i mezzi di produzione; D’ è il denaro guadagnato. D’ rappresenta quell’incremento di denaro che è la caratteristica essenziale del modo di produzione capitalistico, finalizzato alla produzione di una quantità di denaro maggiore rispetto a quella investita. Il denaro genera più denaro di quello speso. Tale “accumulazione” non ricorre invece nel modo di produzione pre-capitalistico, illustrato dalla formula: M – D – M, dove M è la merce, D il denaro e M ancora una merce; per es. il contadino vende parte del prodotto del suo terreno, ne ricava una certa quantità di denaro, che adopera per comprare il latte per i suoi bambini. In questo caso non c’è accumulazione di ricchezza, ma uno scambio merce-denaro-merce. Qui il denaro è un semplice intermediario per l’acquisto di beni da usare nella vita quotidiana.

Attenzione però: il profitto non si identifica con l’intero plusvalore. Bisogna infatti distinguere tra un capitale costante (il capitale investito nei macchinari della fabbrica e nelle materie prime) e il capitale variabile (il capitale investito nei salari pagati agli operai). Per calcolare il profitto del capitalista dobbiamo sottrare dal plusvalore gli investimenti necessari per l’acquisto, il rinnovo e la manutenzione delle macchine. Ovvero, oltre al costo dei lavoratori (capitale variabile), bisogna considerare anche il costo delle fabbriche, dei macchinari, ecc. (capitale costante)3.

I punti deboli del sistema capitalistico di produzione


Lo scopo primario del capitalismo è quello di incrementare al massimo la produttività (aumentare il plusvalore) e lo fa introducendo macchine e strumenti per rendere più efficiente il processo produttivo. L’aumento della produttività genera plusvalore e ricchezza e questa viene in parte reinvestita per migliorare la tecnologia e modernizzare le strutture, guadagnando in competitività. La meccanizzazione della produzione però peggiora la situazione dei lavoratori, aggravando il fenomeno dell’alienazione, perché l’organizzazione del lavoro lo rende sempre più ripetitivo ed esecutivo. Il lavoratore diventa un ingranaggio.

Inoltre, il progresso raggiunto con la grande industria finisce per ritorcersi contro il capitalista steso, perché nel sistema produttivo emergono forze autodistruttive. 1) La prima è quella che Marx definisce “la caduta tendenziale del saggio di profitto”. Il profitto a un certo punto, anziché aumentare, tende a ridursi. Infatti, il capitale costante tende ad aumentare continuamente (per essere sempre più competitivi), mentre il capitale variabile seppur tende a diminuire non può scendere al di sotto di una certa soglia (quella di sussistenza del lavoratore). Quindi, poiché il saggio di profitto è definito come plusvalore / (capitale costante + capitale variabile), da quanto detto prima risulta che tale saggio tende sempre più a ridursi. 2) Un altro problema è rappresentato dalla disoccupazione che tende a crescere, come inevitabile conseguenza della meccanizzazione e della ricerca di profitto. La disoccupazione vuol dire però maggior povertà dei consumatori, ovvero minor disponibilità monetaria delle persone. Dalla situazione prima descritta risulta evidente che per compensare il sempre minor profitto è necessario vendere una sempre maggiore quantità di merci. Ma la quantità complessiva di merci immesse sul mercato risulterà a un certo punto superiore alla domanda, con la conseguente crisi di sovrapproduzione (tanta merce in circolazione, ma pochi disposti a comprare, perché i salari bassi si traducono in un basso potere di acquisto).


La critica dello Stato borghese


Le contraddizioni interne al capitalismo daranno il via ad una rivoluzione, che avrà come protagonista la classe operaia. In questa concezione emerge il debito di Marx nei confronti di Hegel, in quanto ripropone l’idea di un processo dialettico orientato verso una risoluzione definitiva, anche se le forze motrici dello sviluppo storico vengono individuate da Marx nelle dinamiche interne alla struttura economica (piano concreto e materiale) e non non astratte e spirituali, come sosteneva Hegel.

In Per la critica dell’economica politica (1859) Marx sostiene che è necessario abbattere le forme istituzionali dello Stato borghese. Una posizione revisionista che miri semplicemente a riformare le istituzioni presenti non è sufficiente, in quanto esse sono fondate su quei principi – proprietà privata e divisione del lavoro – che sono all’origine dello sfruttamento dei lavoratori. La rivoluzione deve puntare alla demolizione di queste condizioni e dei rapporti di produzione che ne derivano. Hegel ha posto lo Stato come soggetto supremo (come suprema oggettivazione dello Spirito), subordinando a esso la società civile. Secondo Marx invece la vera democrazia consiste nel riassorbimento dello Stato nella società civile, che ne costituisce il fondamento. Lo Stato, infatti, per Marx non è affatto l’organo con cui viene perseguito l’interesse comune, ma lo strumento che protegge i privilegi particolari della classe dominante, la quale nell’Ottocento coincide con la borghesia. Lo Stato utilizza i suoi apparati (finanziari, militari, burocratici, educativi) a vantaggio di una parte della società. Marx considera lo Stato come una sovrastruttura rispetto alla società civile, che è il luogo in cui si esplicano i rapporti materiali tra gli individui e si sviluppano le dinamiche economico-sociali alla base del movimento materiale della storia. Lo Stato riflette il tipo di società che si è venuto a creare in un determinato periodo storico, ovvero la sovrastruttura ideologica. Lo Stato moderno ad esempio è espressione dell’individualismo e dell’atomismo che caratterizzano la società borghese, la quale destina gli uomini all’infelicità. I cardini della società borghese sono la proprietà privata, fonte di ogni conflitto, sfruttamento e infelicità, e la libertà. Anche il modo di concepire la libertà proprio della società borghese porta infelicità, infatti la libertà, così come è uscita dalla modernità, è intesa come diritto dell’individuo di fare quello che più gli aggrada, a patto che non pregiudichi la libertà degli altri, è concepita cioè in termini meramente negativi. Per Marx, senza la giustizia sociale, la libertà sancita dalle Costituzioni moderne è qualcosa di astratto e illusorio.


Socialismo e comunismo


Le contraddizioni interne al capitalismo daranno il via ad una rivoluzione, che avrà come protagonista la classe operaia, che porterà all’instaurazione del comunismo. In un primo momento la classe operaia sarà ancora contrapposta alla borghesia. Essa dovrà impadronirsi del potere statale e usarlo come strumento contro i capitalisti. Questa fase è il socialismo. I mezzi di produzione saranno statalizzati; lo Stato diventerà l’unico imprenditore e di conseguenza tutti diverranno proletari. Quando si sarà realizzata questa condizione, lo Stato, in quanto espressione del dominio di una classe su un’altra, avrà esaurito la propria funzione e sarà destinato ad estinguersi. Al suo posto rimarrà una società senza classi che realizzerà il comunismo.

1 Quando infatti disse "la proprietà è un furto", si riferiva ai possidenti terrieri e ai capitalisti i cui proventi considerava come furti nei confronti dei lavoratori. Per Proudhon il lavoratore di un capitalista è "subordinato, sfruttato: la sua condizione permanente è di obbedienza". Nell'affermare che "la proprietà è libertà", si riferiva invece non solo al prodotto del lavoro individuale, ma anche a quello di contadini e artigiani che ricavano beni dalla vendita dei propri servizi e del proprio surplus. Per Proudhon l'unica e legittima fonte di proprietà è il lavoro. Quello che chiunque può produrre è di sua proprietà: invocava l'indipendenza dei lavoratori e condannava la proprietà capitalistica dei mezzi di produzione. Rigettò strenuamente alla pari il possesso dei mezzi di produzione da parte della società intera, sostenendo in Che cos'è la proprietà? che "tutto il capitale sociale accumulato, non è di esclusiva proprietà di nessuno". E perciò non approva che la società possegga tutti i mezzi di produzione o tutti i beni terrieri, ma propone piuttosto che chi ne fruisce li possegga (sotto il controllo da parte della società, tramite le regolazioni di mercato). Proudhon si definì socialista ma si oppose al possesso da parte dello Stato dei beni in favore di una proprietà da parte dei lavoratori stessi, organizzati in associazioni. Ciò ne fece uno dei primi intellettuali liberal-socialisti e gli procurò grande influenza nella teorizzazione di un possibile sistema autogestionale. Chiamò questo concetto di fruizione-proprietà, "possesso", e questo sistema economico "mutualismo".

2 F. Hegel, Estetica, Laterza, Roma-Bari, 2007. A tal proposito Mario Costa scrive: “Per Hegel la storia dell’uomo è il suo continuo sforzo di ricondurre a sé ciò che gli è estraneo e che non gli appartiene; egli diventa un per sé “trasformando le cose esterne su cui imprime il sigillo del suo interno ed in cui ritrova le sue proprie determinazioni. L’uomo fa questo per togliere, come libero soggetto, al mondo esterno al sua riottosa estraneità e godere nella forma delle cose solo una realtà esterna di se stesso”.

3 Per calcolare il profitto Marx ha ideato la seguente formula: saggio di profitto = plusvalore / (capitale variabile + capitale costante)






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