Karl Marx e Friedrich Engels Manifesto del Partito Comunista



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Il Giardino dei Pensieri – Classici della filosofia

Giugno 2012


Karl Marx e Friedrich Engels

Manifesto del Partito Comunista

Testo integrale a cura della redazione del Giardino dei Pensieri


Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia

Europa si alleano per una santa caccia spietata a questo spettro: il papa e lo zar, Metternich e

Guizot, i radicali francesi e i poliziotti tedeschi.

Qual è il partito d’opposizione che i suoi avversari al potere non abbiano colpito con la nota

ingiuriosa di comunista? E qual è il partito di opposizione che, a sua volta, non abbia

ricambiato l’accusa, rivolgendo l’infamante designazione di comunista, o agli elementi più

avanzati dell’opposizione stessa, o agli avversari apertamente reazionari? Da questo fatto si

ricavano due conclusioni.

Il comunismo è ormai riconosciuto dalle stesse potenze europee come una potenza. È tempo

ormai che i comunisti espongano senz’altro innanzi a tutto il mondo il loro modo di vedere, i

loro intenti, le loro tendenze e che allo spettro del comunismo contrappongano il mani festo del

partito.


A tal fine, comunisti di diversa nazionalità si sono riuniti a Londra e hanno redatto il seguente

manifesto che verrà pubblicato in inglese, francese, tedesco, italiano, fiammingo e danese.

I. Borghesi e proletari

La storia di tutta la società, svoltasi fin qui, è storia di lotte di classi.

Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, maestri delle corporazioni e

garzoni, in una parola, oppressi ed oppressori sono stati continuamente in contrasto tra loro, e

hanno sostenuto una lotta ininterrotta, a volte palese a volte dissimulata; una lotta che è sempre

finita o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società, o con la totale rovina delle

classi in lotta.

Nelle epoche della storia anteriori alla nostra, noi incontriamo quasi dappertutto una completa

divisione della società in ordini e ceti, e una minuta e varia gradazione delle posizioni sociali.

Nell’antica Roma abbiamo i patrizi, i cavalieri, i plebei, gli schiavi; nel Medioevo i signori feudali,

i vassalli, i maestri delle corporazioni, i garzoni, i servi della gleba, e per di più in ogni classe

altre speciali gerarchie.

Questa moderna società borghese, sorta dalla rovina della società feudale, non ha distrutto le

opposizioni di classe. Essa ha soltanto introdotto nuove classi, nuove condizioni di oppressione,

nuove forme di lotta, sostituendole alle antiche.

Nondimeno l’epoca nostra, che è l’epoca della borghesia, presenta una notevole differenza

rispetto alle altre, in quanto in essa le opposizioni di classe si sono semplificate. L’intera

società si va sempre più scindendo in due campi nemici, in due classi direttamente opposte: la

borghesia e il proletariato.

Dai servi del Medioevo sono usciti i borghigiani ospitati nelle prime città, e da quelli si sono

sviluppati i primi elementi della borghesia vera e propria.

La scoperta dell’America, e la circumnavigazione dell’Africa, hanno offerto alla borghesia

nascente un nuovo terreno. Il mercato indiano e cinese, la colonizzazione dell’America, lo

scambio con le colonie, l’aumento dei mezzi di scambio e delle merci, diedero un nuovo ed

inaspettato impulso al commercio, alla navigazione, all’industria, e insieme favorirono il rapido

sviluppo rivoluzionario all’interno della società feudale, che già si stava sfasciando.

Da quel momento in poi il modo della produzione industriale propria del feudo, o della

corporazione, non bastava più ai bisogni, che stavano aumentando col crescere dei nuovi

mercati. Subentrò la manifattura. Ai maestri delle corporazioni si sostituì il ceto medio

industriale e la divisione del lavoro tra le diverse corporazioni cedette il posto alla divisione del

lavoro all’interno delle singole officine.

Ma i mercati continuavano a crescere, come pure i bisogni. La manifattura non era sufficiente.

Ed ecco che il vapore e le macchine rivoluzionarono la produzione industriale. Alla manifattura

subentrò la grande industria moderna, al ceto medio industriale i milionari dell’industria, capi di

interi eserciti industriali, ossia i moderni borghesi.

La grande industria ha effettivamente creato quel mercato mondiale che la scoperta

dell’America aveva preparato. Il mercato mondiale ha determinato uno sviluppo immenso del

commercio, della navigazione e delle comunicazioni via terra. Questo sviluppo influenzò a sua

volta l’estensione dell’industria, e nella misura in cui l’industria, il commercio, la navigazione e le

ferrovie si sono estese, anche la borghesia si è sviluppata ed ha aumentato i suoi capitali,

respingendo indietro, allontanandole sempre più dalla scena, quelle classi che erano un

residuo del Medioevo.

Noi vediamo, dunque, come la borghesia sia essa stessa il prodotto di un lungo processo di

sviluppo, di una lunga serie di rivoluzioni nei modi della produzione e del traffico.

A ciascuna delle fasi di questo sviluppo è corrisposto un relativo progresso politico. Ceto

oppresso sotto la signoria dei feudatari, associazione armata e dotata di autogoverno nel

comune, qui repubblica municipale, là terzo-stato che paga le imposte alla monarchia, poi, al

tempo della manifattura, contrappeso alla nobiltà nelle monarchie assolute o in quelle limitate

dalle diete, dappertutto pietra angolare delle grandi monarchie, la borghesia, con il costituirsi

della grande industria e del mercato mondiale, si è impadronita in modo esclusivo del potere

politico nel moderno Stato rappresentativo. L’attuale potere politico dello Stato moderno non

è altro se non una giunta amministrativa degli affari comuni di tutta la classe borghese.

La borghesia ha avuto nella storia una parte essenzialmente rivoluzionaria.

Dovunque è arrivata al potere, ha distrutto le condizioni di vita feudali, patriarcali, idilliache.

Essa ha distrutto senza pietà tutti quei legami multicolori che nel regime feudale stringevano

gli uomini ai loro naturali superiori, e non ha lasciato fra uomo e uomo altro vincolo al di

fuori del nudo interesse e dello spietato pagamento in contanti. Essa ha spento i santi timori

dell’estasi religiosa, l’entusiasmo cavalleresco, la sentimentalità del piccolo borghese dalle

limitate abitudini, immergendo tutto nell’acqua gelida del calcolo egoistico. Ha trasformato la

dignità personale in un semplice valore di scambio; e alle molte e varie libertà bene acquisite e

consacrate in documenti, essa ha sostituito la sola ed unica libertà del commercio, di dura e

spietata coscienza. In una parola, al posto dello sfruttamento velato di illusioni religiose e

politiche, essa ha messo lo sfruttamento aperto, senza pudori, diretto e brutale.

La borghesia ha spogliato della loro aureola le professioni che fino ad allora erano considerate

degne di onore e di rispetto. Essa ha fatto del medico, del giurista, del prete, del poeta, dello

scienziato i suoi salariati.

La borghesia ha strappato il velo di commovente sentimentalismo che ricopriva i rapporti

familiari, riducendoli a meri rapporti di denaro.

La borghesia ha messo in chiaro come la brutale manifestazione della forza, che i nostri

reazionari ammirano nel Medioevo, avesse il suo appropriato complemento nella più dozzinale

poltroneria. Essa per prima ha dimostrato cosa possa l’attività umana. Essa ha creato ben altre

meraviglie, che non le piramidi egiziane, gli acquedotti romani e le cattedrali gotiche; essa ha

condotto ben altre imprese che non le migrazioni dei barbari o le crociate.

La borghesia non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti della produzione, il

che vuol dire i modi e i rapporti della produzione, ossia, in ultima analisi, tutto l’insieme dei

rapporti sociali. L’immutata conservazione dell’antico modo di produzione era la prima

condizione di esistenza delle vecchie classi industriali. Questo continuo sovvertimento della

produzione, questo ininterrotto scuotimento delle condizioni sociali, questo moto perpetuo, con

l’insicurezza costante che l’accompagna, contraddistingue l’epoca borghese da tutte le altre che la

precedettero. Tutti gli antichi e arrugginiti rapporti della vita, con tutto il loro seguito di

opinioni e credenze ricevute e venerate per tradizione, si dissolvono; e i nuovi rapporti che

subentrano invecchiano ancor prima di aver avuto il tempo di fissarsi e di consolidarsi. Tutto ciò

che aveva carattere stabile e che rispondeva alla gerarchia dei ceti svanisce, tutto ciò che era sacro

viene profanato, e gli uomini si trovano alla fine a dover considerare le loro condizioni di

esistenza con occhi liberi da ogni illusione.

Spinta dal bisogno di sempre nuovi sbocchi per le proprie merci, la borghesia si spinge su tutto

il globo terrestre per invaderlo. Dappertutto essa deve stabilirsi, dappertutto essa ha bisogno di

estendere le linee del commercio.

Sfruttando il mercato mondiale, la borghesia ha reso cosmopolite la produzione e il consumo di

tutti i paesi. Con gran dispiacere di tutti i reazionari, essa ha tolto all’industria il suo carattere

nazionale. Le antiche ed antichissime industrie nazionali furono, o sono, di giorno in giorno

distrutte; esse vengono sostituite da industrie nuove, la cui introduzione è questione di vita o di

morte per tutte le nazioni civili; le nuove industrie non impiegano più le materie prime indigene,

ma quelle provenienti dalle zone più remote, e i cui prodotti si consumano non soltanto nel paese

stesso, ma in tutte le parti del mondo. Ai vecchi bisogni, a soddisfare i quali bastavano un

tempo i prodotti nazionali, ne succedono ora dei nuovi che esigono i prodotti dei climi e paesi

più remoti. Al posto dell’isolamento locale e nazionale, per cui ciascun paese si accontentava di

se stesso, subentra un commercio universale, per cui le nazioni entrano in una condizione di

interdipendenza. E come per i prodotti materiali, così accade anche per quelli intellettuali. I

prodotti intellettuali di ogni singola nazione divengono proprietà comune di tutte. La

connotazione nazionale diviene sempre più impossibile, e dalle molte letterature nazionali e locali

nasce una nuova letteratura mondiale.

A causa del rapido perfezionamento di tutti gli strumenti della produzione e delle comunicazioni

divenute infinitamente più facili, la borghesia trascina per forza nella corrente della civiltà anche

le nazioni più barbare. I bassi prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante con cui essa abbatte

tutte le muraglie cinesi e con cui ha fatto capitolare i barbari più induriti nell’odio contro lo

straniero; essa costringe tutte le nazioni ad adottare le forme della produzione borghese se non

vogliono morire, e le costringe a ricevere ciò che chiama civilizzazione, ossia a farsi borghesi. A

dirla in una sola espressione, crea un mondo a propria immagine e somiglianza.

La borghesia ha fatto della città la signora assoluta della campagna. Ha creato città enormi; a

confronto della popolazione rurale ha fortemente accresciuto la popolazione urbana, sottraendo

così buona parte della popolazione all’idiotismo della vita contadina. Come ha assoggettata la

campagna alla città, così ha reso dipendenti dai popoli civili quelli barbari o semibarbari, e ha

sottoposto i popoli prevalentemente contadini a quelli a predominio borghese, e l’Oriente

all’Occidente.

La borghesia sopprime sempre più il frazionamento e lo sparpagliamento dei mezzi di produzione,

della proprietà e della popolazione. Essa ha agglomerato la popolazione, centralizzato i mezzi di

produzione, raccolto in poche mani la proprietà. Ne è risultato come necessaria conseguenza

la centralizzazione politica. Province indipendenti, appena collegate fra loro da vincoli federali,

province con interessi, leggi, governi e dogane diversi furono raccolte e ridotte in una nazione

unica, con un governo unico, legge unitaria, con un solo e collettivo interesse di classe e con una

sola linea doganale.

Nel suo dominio di classe, che dura appena da un secolo, la borghesia ha creato delle forze

produttive il cui numero e la cui portata colossale superano tutto quello che hanno fatto le

generazioni passate. Il soggiogamento delle forze naturali, le macchine, l’applicazione della

chimica all’industria e all’agricoltura, la navigazione a vapore, le ferrovie, il telegrafo elettrico,

la messa a coltura di interi continenti, i fiumi resi navigabili, popolazioni intere sorte quasi

miracolosamente dal suolo: ma quale dei secoli passati avrebbe mai presentito che tali forze

produttive giacessero latenti in seno al lavoro sociale?

Fin qui abbiamo visto che i mezzi di produzione e di scambio, che hanno fatto da fondamento

allo sviluppo della borghesia, sono stati prodotti all’interno della società feudale. Ad un certo

grado di sviluppo dei mezzi di produzione e di scambio, le condizioni nelle quali la società

feudale produceva e scambiava, ossia l’organizzazione feudale dell’agricoltura e della

manifattura, in una parola i rapporti feudali di proprietà, non corrisposero più alle forze

produttive che si erano sviluppate. Quelle condizioni, invece di favorire la produzione, la

impedivano, divenendo come delle catene. Bisognava spezzarle, e furono spezzate.

Ad esse subentrò la libera concorrenza, con la corrispondente costituzione sociale e politica, e

con il dominio economico e politico della borghesia.

Sotto i nostri occhi si va compiendo un processo analogo. Le condizioni borghesi di produzione e

di scambio, i rapporti borghesi di proprietà, in una parola la moderna società borghese, che ha

evocato come per incanto così colossali mezzi di produzione e di scambio, rassomiglia allo stregone

che si scopre impotente a dominare le potenze sotterranee da lui stesso evocate. Già da qualche

decennio la storia dell’industria e del commercio è ridotta ad essere la storia della ribellione delle

forze moderne di produzione contro i rapporti moderni di produzione, ossia contro i rapporti

moderni di proprietà, che sono le condizioni di esistenza della borghesia e del suo dominio. Basti

ricordare le crisi commerciali, le quali, per il fatto di ripetersi periodicamente, mettono in forse

sempre più minacciosamente l’esistenza di tutta la società borghese. Ogni crisi distrugge

regolarmente non solo una gran fetta di prodotti, ma molte di quelle forze produttive che erano

state create. Un’epidemia, che in ogni altra epoca storica sarebbe parsa un controsenso,

un’epidemia nuova si rivela nelle crisi, ed è quella della sovrapproduzione. La società ricade

inaspettatamente in uno stato transitorio di vera barbarie. Si direbbe che la carestia, o una guerra

generale di sterminio, l’abbia privata dei mezzi d’esistenza: il commercio e l’industria paiono

annientati, e perché? Perché la società ha troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa

industria, troppo commercio. Le forze produttive di cui essa dispone non giovano più a favorire

lo sviluppo dei rapporti di proprietà borghese; anzi, sono diventate troppo potenti per tali rapporti,

che divengono per ciò degli impedimenti; e tutte le volte che queste forze superano

l’impedimento creano disordine nell’intera società, minacciando l’esistenza della stessa

proprietà borghese. Le condizioni del mondo borghese sono diventate ormai troppo anguste per

contenere la ricchezza che esse stesse producono. Con quali mezzi riesce la borghesia a vincere le

crisi? Da un lato, distruggendo, a seconda delle circostanze, una grande quantità di forze

produttive; dall’altro, conquistando nuovi mercati e sfruttando più intensamente quelli già

esistenti. Con quali mezzi dunque? Preparando nuove, più estese e più formidabili crisi, e

riducendo i mezzi per ovviare a quelle future.

Quelle stesse armi con cui la borghesia riuscì ad abbattere il feudalismo, si rivolgono ora contro di

essa.

Ma la borghesia non ha soltanto preparato le armi, che le recheranno la morte; essa ha



anche prodotto gli uomini, che useranno quelle stesse armi, cioè gli operai moderni, i proletari.

Nella stessa misura in cui si sviluppa la borghesia, ossia il capitale, si sviluppa anche il

proletariato, ossia la classe degli operai moderni, i quali vivono fintanto che trovano lavoro, e

trovano lavoro fintanto che il loro lavoro accresce il capitale. Questi operai, che sono costretti a

vendersi giorno per giorno, non sono se non una merce come tutte le altre, una merce soggetta

a tutte le vicende della concorrenza, e a tutte le fluttuazioni del mercato.

Con l’estendersi dell’uso delle macchine, e per effetto della divisione del lavoro, l’attività

dell’operaio ha perso ogni carattere di indipendenza, e perciò ogni attrattiva. L’operaio

diventa un semplice accessorio della macchina, a cui non si chiede altro se non la più semplice e

monotona operazione, la quale del resto si apprende in assai breve tempo. Il costo dell’operaio

si limita di conseguenza ai semplici mezzi di sussistenza necessari per vivere e per riprodursi. Si

sa che il prezzo d’ogni merce, compreso il prezzo del lavoro, è uguale al costo di produzione; e

perciò nella misura in cui il lavoro si fa più ripugnante, il salario diminuisce. E non basta: nella

misura in cui l’uso delle macchine e la divisione del lavoro vanno crescendo, cresce anche la

quantità del lavoro, sia per il prolungarsi delle ore di lavoro, sia per l’aumento del lavoro richiesto

in una data unità di tempo, per la maggiore velocità delle macchine.

L’industria moderna ha trasformato la piccola officina dell’artigiano patriarcale nella grande

fabbrica del capitalista industriale. Masse di operai addensate nelle fabbriche ricevono

un’organizzazione militare. Come soldati semplici dell’industria vengono sottoposti ad una

completa gerarchia di ufficiali e di sottufficiali. Essi non sono soltanto gli schiavi della classe

borghese e dello stato borghese, ma sono tutti i giorni e a tutte le ore gli schiavi della

macchina, del sorvegliante, e soprattutto del singolo padrone della fabbrica. Questo dispotismo è

tanto più misero, odioso, esasperante in quanto professa di non avere per obiettivo se non il

semplice profitto.

In misura che al lavoro vengono richieste meno abilità e forza, vale a dire in misura che l’industria

moderna sempre più si sviluppa, tanto più riesce facile sostituire al lavoro maschile quello delle

donne. Le differenze di sesso e di età non hanno ormai importanza sociale per la classe

operaia. Non ci sono che strumenti di lavoro, il cui costo varia a seconda del sesso e dell’età.

Non appena l’operaio abbia finito di subire lo sfruttamento del fabbricante ed abbia toccato

il salario in contanti, eccolo diventare subito preda degli altri membri della borghesia, il

padrone di casa, il bottegaio, il prestatore a pegno. Quelle che sono state fino ad ora le piccole

classi medie dei piccoli industriali, negozianti e rentiers, degli artigiani e dei contadini

proprietari, finiscono per scendere al livello del proletariato; in parte perché il piccolo capitale

di cui dispongono non è sufficiente all’esercizio della grande industria e soccombe quindi nella

concorrenza coi grandi capitalisti; e in parte perché le loro attitudini e abitudini tecniche perdono

di valore in confronto coi nuovi metodi di produzione. Così il proletariato si va reclutando in

tutte le classi della popolazione.

Il proletariato attraversa diverse fasi di evoluzione. La sua lotta contro la borghesia comincia

dalla sua nascita.

Dapprima lottano uno per uno i singoli operai, poi gli operai di una sola fabbrica, in seguito

tutti gli operai di una data arte in un dato luogo contro il singolo borghese che direttamente li

sfrutta. Questi non si limitano a rivolgere i loro attacchi contro il modo di produzione borghese,

ma li dirigono contro gli stessi strumenti della produzione: distruggono le merci straniere,

che fanno loro concorrenza, distruggono le macchine, incendiano le fabbriche, e si sforzano di

riacquistare la perduta posizione dell’artigiano medievale.

In questo primo stadio dello sviluppo, gli operai formano una massa incoerente dispersa in tutto

il paese, e sparpagliata dalla concorrenza. Se qualche volta gli operai si raccolgono in massa

compatta, ciò non è dovuto alla loro propria e spontanea azione, ma all’azione unita della

borghesia, la quale per raggiungere i propri fini politici deve mettere in moto l’intero

proletariato, e si trova ancora in grado di farlo. In questa prima fase i proletari non combattono

i loro nemici, ma i nemici dei loro nemici, e cioè gli avanzi della monarchia assoluta, i

proprietari fondiari, i borghesi non industriali, i piccoli borghesi. Tutta l’azione storica è nelle

mani della borghesia, ed ogni vittoria è una sua vittoria.

Ma con lo sviluppo dell’industria, il proletariato non solo cresce di numero, ma si unisce in

grandi masse, la sua forza cresce, e con la forza la coscienza di essa. Gli interessi e i modi di vivere

dei proletari si vanno di giorno in giorno uniformando ad un tipo comune, in quanto la macchina

cancella sempre più le differenze del lavoro e riduce quasi dappertutto il salario allo stesso livello.

Per la concorrenza che cresce fra i borghesi, e per le crisi del commercio che da ciò derivano, il

salario degli operai diventa sempre più incerto; l’incessante miglioramento delle macchine, che

diviene sempre più rapido, rende sempre più precaria tutta la condizione di vita dell’operaio; i

conflitti fra operai e singoli borghesi vanno sempre più assumendo i caratteri della collisione fra

due classi. Ed è così che gli operai cominciano a coalizzarsi contro i borghesi, riunendosi per

difendere i loro salari. Essi fondano perfino delle associazioni permanenti, per rifornirsi dei mezzi

di esistenza necessari in vista di eventuali lotte. Qualche volta la lotta diventa sommossa.

Di tanto in tanto gli operai vincono: ma è una vittoria passeggera. Il vero e proprio risultato delle loro

lotte non è il successo immediato, ma è la sempre crescente solidarietà dei lavoratori. Tale solidarietà

è agevolata dai mezzi di comunicazione, che la grande industria ha bisogno di far crescere, e che

collegano tra loro gli operai di località diverse. Basta questo collegamento perché le molte e varie

lotte locali di carattere omogeneo si raccolgano e concentrino in una sola lotta nazionale e di classe.

Ma ogni lotta di classe è una lotta politica: e l’unione per la quale al cittadino del Medioevo, con

le sue strade vicinali, occorrevano dei secoli di lavoro, viene ora in pochi anni realizzandosi, dato

l’uso delle vie ferrate.

L’organizzazione del proletariato in classe, e quindi in partito politico, è continuamente




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