Kierkegaard, La comprensione dell'esistenza



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01.12.2017
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Kierkegaard, La comprensione dell'esistenza
[dalla Postilla conclusiva non scientifica]

Kierkegaard considerava la Postilla conclusiva non scientifica (da cui è tratto il brano che segue) come il "punto di volta" dell'intera sua attività di scrittore. Sul filo di un'intensa polemica nei confronti del "sistema" filosofico che si pretende scienza integrale della realtà, Kierkegaard elabora qui in modo analitico le proprie categorie filosofiche: nella pagina che presentiamo, sono in gioco i concetti di possibilità e realtà e si affronta il tema, che sarà poi centrale nel­l'esistenzialismo novecentesco, di come sia possibile e di che cosa significhi comprendere l'esistenza nel pensiero.
Ogni pensiero logico è nella lingua dell'astrazione e sub specie aeterni. Pensare l'esistenza a questo modo, significa prescindere dalla difficoltà che c'è nel pensare l'eterno nel diveni­re, cosa del resto inevitabile dal momento che colui che pensa è per suo conto nel divenire. Da ciò deriva che pensare astrattamente è molto più facile che non esistere, quando questo non sia ridotto a ciò che si chiama o si dice esistere, come ciò che si dice essere-soggetto. Qui ritorna la constatazione che il compito più facile è il più difficile. Esistere, si pensa di solito, non è una cosa speciale, né tanto meno un'arte: esistere è di tutti, non è vero?, men­tre pensare astrattamente è privilegio raro! Ma esistere in verità, quindi penetrare con la co­scienza la propria esistenza, cioè oltrepassarla quasi nell'eternità, eppure al tempo stesso es­ser presente in essa e mantenersi in divenire: questa sì ch'è una cosa veramente ardua. [...] Infatti nella misura in cui il pensiero è eterno c'è una difficoltà per l'esistente. L'esistenza è come il movimento: è molto difficile avere da fare con essa. Se li penso li abolisco e quindi neanche li penso più. Sembra pertanto che sia esatto dire che c'è qualcosa che non si lascia pensare: l'esistere. Ma la difficoltà ritorna, e ciò per il fatto che il pensatore esi­ste, e il pensare pone insieme l'esistenza. [...]

L'esistere è per l'esistente il suo supremo interesse e l'interessamento all'esistere è la sua realtà. Ciò in cui consiste la realtà non può essere esposto nel linguaggio dell'astrazione. La realtà è un inter-esse fra l'unità ipotetica dell'astrazione di essere e pensiero. L'astra­zione tratta della possibilità e della realtà, ma la sua concezione della realtà è una falsa versione della realtà, poiché allora il medio non è la realtà ma la possibilità. È soltanto col togliere la realtà che l'astrazione può impadronirsi di essa, ma il toglierla è precisa­mente un trasformarla in possibilità. [...] Ma colui che astrae è certamente un esistente, e come esistente quindi è nel momento dialettico ch'egli non può mediare o concludere meno che mai chiudere in modo assoluto fin tanto ch'egli è un esistente. Se lo fa, allora ciò deve rapportarsi come una possibilità alla realtà, all'esistenza, in cui egli stesso si tre va. Egli deve spiegare come fa a farlo, cioè come fa a farlo in quanto esistente, oppure s egli cessa di essere esistente, e se a un esistente ciò è permesso.

Nello stesso momento in cui noi cominciamo a porre il problema in questo modo, noi poniamo il problema eticamente e facciamo valere l'esigenza che ha l'etica sull'esister za, la quale non può consistere nel dover astrarre dall'esistenza ma nel dovere che egli h di esistere, ciò ch'è anche il supremo interesse dell'esistente. [...]

L'etica afferra il singolo ed esige da lui che si astenga da ogni contemplazione astratta, soprattutto da quella del mondo e degli uomini. Infatti l'etica, in quanto costituisce l' interiorità, non si lascia contemplare da chi sta fuori: essa non si lascia realizzare che dal singolo soggetto che può sapere quel che abita in lui. [...]

Rispetto a ogni realtà fuori di me vale il principio che io posso coglierla soltanto mediante il pensiero. Se io dovessi appropriarmela realmente, bisognerebbe che mi trasformasse nell'altro, in colui che agisce: bisognerebbe che questa realtà che mi è estranea, io la fa cessi mia propria, ciò ch'è una impossibilità. Se infatti io trasformo una realtà estranea nella mia propria, ciò non significa che col saperla io diventi quella realtà, ma ciò indie una nuova realtà che appartiene a me in quanto io sono diverso dall'altro. [...]

Questo indica nello stesso tempo che nella sfera dell'etica non c'è nessun rapporto diretto fra soggetto e soggetto. Se io ho compreso un altro soggetto, la sua realtà è per me una possibilità, e questa realtà pensata gli si rapporta qua possibilità: come il mio propri( pensiero di qualcosa ch'io non ho ancora fatto si rapporta al farlo. [...]

Soltanto l'individuo può per suo conto sapere ciò ch' egli è. Porre il problema di questi interiorità etica presso un altro individuo è già contro l'etica, in quanto costituisce uni dissipazione. Ma se ciò nonostante si pone il problema, allora la difficoltà è ch'io posso afferrare la realtà di un altro soltanto col pensiero, quindi trasferendola in possibilità, dove la possibilità dell'errore è egualmente pensabile. — Tutto questo è una buona propedeutica all'esistenza etica: imparare cioè che l'uomo singolo è solo.

Porre il problema della realtà dal punto di vista estetico e intellettuale è un fraintendi­mento; dal punto di vista etico porre il problema della realtà di un altro uomo è un frain­tendimento, poiché l'uomo può porre soltanto il problema della realtà propria. Qui si mo­stra la differenza della fede (sensu strictissimo, che si riferisce a qualcosa di storico) dalla realtà estetica, intellettuale, etica [...]. L'oggetto della fede è la realtà di un Altro; il suo rapporto è infinito interessamento. Perciò la risposta della fede è assolutamente o un sì o un no. Infatti la risposta della fede non riguarda una dottrina, se questa è vera o no; non riguarda un maestro, se la sua dottrina è vera o no; ma è la risposta alla questione di fat­to: ammetti tu ch'Egli sia esistito realmente? [...] L'oggetto della fede è quindi la realtà di Dio nel significato di esistenza. Ma esistere significa anzitutto e soprattutto essere un sin­golo, ed è per questo che il pensiero deve prescindere dall'esistenza, perché il singolo non si lascia pensare, ma soltanto l'universale. L'oggetto della fede è la realtà di Dio nell'esistenza, cioè come un singolo, cioè che Dio è esistito come un singolo uomo.



da S. Kierkegaard, in Opere, Sansoni, Firenze 1972

Guida alla lettura

Come pensare l'esistenza?


Quello che Kierkegaard chiama il «pensiero astratto» interpreta razionalmente l'esistenza col­locandosi all'esterno o al di sopra di essa, con un movimento di astrazione: l'esistenza, in tal modo, viene compresa alla luce del «pensiero puro» e dello sviluppo eterno dell'idea. La soluzione sembra a Kierkegaard inefficace, per due ragioni: primo, perché non può dar conto del divenire se non trasformandolo in movimento (illusorio) del­l'idea; secondo, perché l'astrazione, in quanto movimento del pensiero, non può cogliere la realtà dell'esistenza se non trasformandola in possibilità, in qualcosa che è per il pensiero, e può quindi essere o non essere nella realtà. Sem­bra quindi che l'esistenza, in quanto inderivabile dal pensiero, non possa essere compresa. Questo però urta con il fatto che l'esistente pensa, ovve­ro si pone il problema della propria esistenza (co­me lo stesso Kierkegaard sta facendo). C'è quin­di una situazione di "circolarità" fra esistenza e pensiero, per cui l'esistente, nel tentativo di com­prendere razionalmente l'esistenza, si trova con­tinuamente rimandato al fatto di non poterlo fare senza annullarla nel pensiero.

Il pensiero concreto: etica e interesse


La soluzione che Kierkegaard propone è quella di muovere dalla soggettività non in quanto principio di conoscenza (Io puro o trascendentale), ma in quanto individualità che realizza se stessa nell'esi­stenza. La realtà dell'individuo è di essere interes­sato all'esistere, l'esistenza stessa è un inter-esse, uno "stare fra" assoluto e relativo, infinito e finito. L'interessamento all'esistere non riguarda la sfera del sapere (che è sempre possibilità, non realtà), ma coinvolge l'intera personalità, è passione. La comprensione che il Singolo ha della propria esi­stenza non è contemplazione, ma azione, ovvero guadagno progressivo della propria interiorità. Kierkegaard qui intende con il termine etica la scelta etico-religiosa del proprio sé infinito (la cui forma più alta è l'accettazione del paradosso).

La comprensione di sé e dell'altro


Sembrano così delinearsi due forme di raziona­lità: l'una vale a conoscere ciò che è esterno al­l'esistente; l'altra, d'importanza ben più grande, riguarda invece la comprensione che il soggetto ha di sé come esistente, e coincide con il suo cammino verso l'appropriazione della verità del­la propria interiorità. Si delinea, quindi, una conseguenza assai problematica di questa imposta­zione: l'Altro, in quanto esterno, è comprensibile solo nel pensiero, quindi nella possibilità, non nella realtà. Non vi può essere comprensione di­retta da esistente a esistente, perché l'interiorità è conquista strettamente individuale, personale: «l'uomo singolo è solo».

L'esistenza dell'Altro e la trascendenza (rr. 52-64)


Possiamo vedere ora come Kierkegaard, nella particolare angolazione di questo testo, deli­nei la dialettica dei tre stadi. Nella sfera este­tica non c'è problema di realtà, perché l'este­tico è sempre nel medio della fantasia e del pensiero, dunque nella possibilità (romantici 

smo, Hegel). Nell'etico, vi è la scelta in favo­re della realtà, ma esclusivamente della pro­pria esistenza. Solo la vita religiosa consente di rapportarsi, nella fede, a una realtà diversa dalla propria, cioè a Dio in quanto si è fatto maestro in Cristo.






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