La bellezza della/nella persona e delle/nelle relazioni del prete



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Incontro con i preti di Trento – 19 e 26 Gennaio 2017
La bellezza della/nella persona e delle/nelle relazioni del prete

don Andrea Peruffo, diocesi di Vicenza





Il bello nella nostra vita di presbiteri

Qualche domanda per iniziare



  • Cosa rende una vita bella? Quando una persona diventa affascinante, interessante, attraente?

  • Quando un incontro ci lascia soddisfatti? Quando una confessione la diciamo “bella”?

  • Quando nella mia vita ho potuto dire e usare questa parola?

  • Che cosa rende una persona “brutta”?


Sullo sfondo di una riflessione teologica e magisteriale

  • Il Salmo 44 recita: “Tu sei il più bello fra i figli dell’uomo. Sulle tue labbra è diffusa la grazia”. La Chiesa legge il salmo attribuendolo al Cristo… il più bello fra i figli dell’uomo: la grazia diffusa sulle sue labbra indica la bellezza interiore della Sua parola, la gloria del Suo annuncio. Così non è semplicemente la bellezza esteriore ma quella della Verità, la bellezza di Dio stesso che ci attira a sé e allo stesso tempo ci procura la ferita dell’Amore (Ratzinger, 2002).

  • Ricordiamo il testo di Genesi:” Dio vide che era cosa buona [bella]…”.

  • La bellezza dell’esperienza di Gesù intessuta di relazioni vere.

  • La bellezza di una vita piena della gioia di vivere.

  • La bellezza dell’amore crocifisso.

  • La bellezza del mattino di Pasqua.

  • La bellezza del lasciarci plasmare dal «pastore buono».



  • Evangelii Gaudium Le tentazioni degli operatori pastorali (76- 109) La rivoluzione della tenerezza (88)

  • Il discorso di Papa Francesco alla Cei (16.05.2016) Che cosa rende saporita la vita del prete?


Desiderare il bello?

  • Il bello ci attira, ci riempie di stupore, di meraviglia, ci seduce letteralmente “ci porta via con sé”.

  • Quello che esce dalle mani di Dio è bello… eppure se usassimo le nostre categorie potremmo dire che tante cose non ci piacciono…

  • Da cosa siamo attratti? Provando a scavare il nostro desiderio

  • buoni e cattivi desideri

  • desideri come mancanza. Oltre la logica del bastare a se stessi

  • desideri superficiali e desideri profondi.

  • desiderare una “bella vita”

  • Se la maggior parte delle persone, per non dire tutte, soffrono di desideri che ritengono disordinati è perché noi siamo degli esseri più o meno feriti, degli handicappati dell’amore. Ora ogni desiderio può essere pericoloso solo nella misura in cui non è ordinato da un grande amore o non è stato sufficientemente esaudito nel più profondo dell’essere umano. (Cfr. A. Louf, Generati dallo Spirito, Qiqajon, Magnano 1994, 98-99)


Il bello come pienezza di umanità, di vita.

  • Philocalia [lett. amante della bellezza] è il termine che i Padri dell’oriente ci danno per indicare il cammino dell’uomo verso l’armonia del vivere in un percorso di vita (e di vita spirituale) che porta ad una piena conformazione a Cristo. Philocalia che non è tanto il dato estetico ma amore per la pienezza dell’umano, intensificazione della vita. Cercare una vita bella è il cammino vocazionale per eccellenza.

  • Cosa vuol dire un’umanità piena?

  • Una persona capace di muoversi nello spazio del vivere

  • Una persona che sa ascoltare e ascoltarsi

  • Una persona che sa essere flessibile

  • Una persona competente nella vita

  • Una persona credibile


La prima chiamata, rivolta a tutti gli uomini, è la chiamata all’esistenza. Sovente oggi succede che i giovani si sentano nati per caso, gettati nella vita e nell’esistenza dalle loro famiglie e non percepiscano assolutamente questa chiamata essenziale di cui, purtroppo, neppure la Chiesa fa un annuncio adeguato e sufficiente. (cfr. Comunità Monastica di Bose, Letture di ogni giorno, LDC, 2006, 567-568)


  • Una prospettiva più di crescita umana.

Lo sviluppo umano non può che essere allora una dilatazione più ampia possibile di tutto ciò che ogni uomo nasconde in sè come traccia dell’amore del Padre. Proprio perché Dio ci ama, desidera che noi che portiamo a pienezza questa immagine. Volontà di Dio è allora volontà d’amore.


  • Coltivare l’interiorità

Quando si parla di “interiorità” si corre spesso il rischio di ritenere che si tratti di una dimensione separata, se non addirittura contrapposta alla “realtà esteriore”.

Mi piace pensare alla vita interiore come ad una dimensione della vita che tutti siamo chiamati a coltivare a prescindere dal nostro credo; è il percorso che ci porta ad accorgerci che la nostra vita si muove secondo livelli diversi dove quelli più profondi non sono vaghi o astratti ma nascondono una verità di noi stessi che ci rende unici come lo sono, a livello superficiale, le nostre impronte digitali. Li uno scopre quello che davvero è, quelli che sono i suoi sogni, le sue aspirazioni, le sue paure che a livello più superficiale può tentate di nascondere. Li uno sente che non può barare e inventarsi storie.
Lo scenario del cuore umano: dove “bello” e “non bello” si intrecciano

  • Cosa ne facciamo delle nostre fragilità, povertà, ferite, di tutto quello che non ci piace?

  • Scopro che sono un pozzo e nel fondo di questo pozzo c’è Dio. Ogni tanto lo ritrovo, ma molto spesso quello che scopro è che se Dio è nel fondo del pozzo, io non ci sono. Ci sono tante pietre e cemento che mi impediscono di raggiungerlo. Ho scoperto anch’io che ci sono tante pietre che mi impediscono di ritrovare Dio nel cuore. Bisogna che io lavori su me stessa per togliere tutto questo. Io ho ancora del lavoro.” (Etty Hillesum)

  • Il cuore è qualcosa di molto più profondo in noi, è il germe più segreto del nostro essere, la radice della nostra esistenza, la sua massima espressione. Nella vita di tutti i giorni questo livello resta come nascosto dai livelli più superficiali, più esteriori… ci perdiamo in quello che attira.

La sfida dell’integrazione con particolare attenzione al ministro ordinato

  • Integrazione come capacità di organizzazione della propria vita attorno ad un centro vitale

  • Integrazione non è sinonimo di perfezione

  • Integrazione come dilatazione delle proprie possibilità

  • Integrazione come capacità di stare dentro la complessità della vita e dei conflitti

  • Irrilevanza culturale e sociale del proprio ruolo

  • la solitudine pastorale e istituzionale

  • saper custodire la propria vita interiore

  • ricerca di spazi propri e presenza totalizzante

  • coltivare le tradizioni e saper rinnovare

  • essere generativi e integrare l’insuccesso




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