La bellezza e la verità



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La bellezza e la verità


A. Premessa

Oggi questo tema della bellezza è ritornato prepotentemente di moda, associato, in campo ecclesiale ad un altrettanto ritorno in auge tema della liturgia. Ora, interessante vedere come spesso il modo in cui sono trattati questi temi è la loro sconfessione nella loro verità. Come ad esempio il tema della liturgia è spesso ridotto al tema del culto, e quando si riduce la liturgia al culto, si fraintende la liturgia, perché nella liturgia si smette di vedere il senso della liturgia stessa. La liturgia ha infatti un carattere anzitutto ecclesiale e non cultuale: rendere la Chiesa quello che è. La liturgia si celebra non per compiere un rito, ma perché nella liturgia la Chiesa radunata diventa fenomenologicamente quello che deve essere e che nel Signore è già compiuto ontologicamente, il suo corpo. Ricordiamo la doppia epiclesi dell’anafora di san Basilio: “fa’ che questo pane e questo vino diventino il tuo corpo e il tuo sangue affinché chi ne mangia diventi il tuo corpo”. Ridurre la liturgia al culto significa fermarsi a questa prima epiclesi. Considerare la liturgia per ciò che è, significa vederla in tutta la sua dinamica trasformante.

Come trattando della liturgia si fraintende la mente profonda della liturgia, spesso anche il tema della bellezza è frainteso, ed è trattato come una delle ultime carte da giocare, dopo che tanti approcci pastorali hanno fallito, dopo che si è assistito al fallimento delle prassi normali di evangelizzazione così come sono state impostate in Europa nell’ultimo secolo, ma con radici che risalgono molto indietro nel tempo, fin dagli inizi del secondo millennio.
Se ci rivolgiamo a questo tema come, appunto, ad un “tema”, per rincorrere una delle tante mode, per superare il nostro impasse, tutto si risolverà in un ulteriore fallimento.

Se la bellezza ci attira perché intuiamo che in essa c’è qualcosa di centrale in ordine alla nostra incapacità di organicità, incapacità di introdurre, riferire, aprire ad un’unica vita integrale, allora è chiaro che questo tema non è indolore, perché chiede un ripensamento globale della teologia, del modo con cui farla, dell’impostazione della pastorale.

La bellezza, come vedremo, è la sfida dell’organicità redenta. Solo a patto di essere disponibili a questo ripensamento globale, vale la pena affrontare questo tema.

B. Verità, bene, bellezza – nomi dell’essere, vita in pienezza, vita in relazione
– Nell’antichità, l’idea di ciò che è bello non era ancora troppo distinta dalle altre idee. Più che andiamo indietro nel tempo, e più che possiamo osservare come bontà, bellezza, verità in un certo senso si penetrassero, anche perché identificati con la sorgente della vita, per cui convergevano, fortemente immersi nel dato esperienziale. Ancora oggi, eredità di questa visione, in tante lingue i termini “estetici” della bellezza e quelli “etica” del bene si compenetrano gli uni gli altri, si fanno sostituibili.

Il bello, il bene, il vero, è una realtà che riguarda l’essere anzitutto nel suo aspetto interno, considerato come “cosa in sé”, prima che qualcosa percepito da un osservatore esterno. La questione della bellezza non è allora prima di tutto una questione di valore estetico, lo stabilire cioè se una cosa sia bella (dove sia il termine di “valore” che quello di “cosa” rimandano ad un “oggetto” sottoposto alla nostra osservazione che ha questa realtà e ce la fa vedere), ma una questione della pienezza dell’essere e della vita che la cosa porta al suo interno. Il vero esige l’essere, che coincide con il bene. Per questo Platone poteva dire che la bellezza è “splendore del vero” o, Plotino, “fioritura dell’essere”. Queste definizioni suggeriscono però che, se il bello è una proprietà della cosa dell’essere al suo interno, è qualcosa di sensibile, percepibile, attraverso cui si lascia intravedere la luce dell’essere. Platone parla della bellezza come di una sorta di corporeità delle idee attraverso la quale esse si rendono percepibili ai mortali per essere da loro ardentemente amate. E’ questa una delle cose del platonismo che si trasmette alle epoche posteriori: la bellezza è un fascino che attira, suscita un eros che ha dentro di sé un’attesa di pienezza di vita.


Un’altra osservazione. Il cristianesimo arricchisce questa riflessione di un elemento fondamentale.

Il concilio di Nicea nel 325 proclama il Figlio omoousios (=della stessa sostanza). Ma questo comporta, per definizione, che la sostanza, l’essere, ha un carattere relazionale. La comunione, la relazione, entra nella sostanza stessa dell’essere. Ora essere e essere in relazione si identificano.

Da allora c’è un processo di identificazione: La verità-bene-bellezza=vita=vita-eterna=vita-relazionata, comunionale=vita trinitaria.

(ecclesializzazione della cultura).

– In epoca moderna questa unitarietà del pensiero sarà smembrata.

Kant ha prodotto radicalmente una cesura nella storia del pensiero filosofico e non solo, di conseguenza. Per lui c’è un’insuperabile contraddizione tra l’“essere” e l’“apparire”, tra il noumeno e il fenomeno, la cosa e il suo apparire. L’essere è inattingibile per l’uomo. Le idee, che per Platone erano reali, esistevano, ora sono solo categorie, strumenti creati dallo spirito umano in vista di un padroneggiamento pratico del reale. Kant ha scritto nero su bianco che le cose di Dio non si possono conoscere e, anche se si conoscessero, non si sa a che cosa servirebbero per la vita dell’uomo. Ma, se non si può più tener conto di Qualcuno o di Qualcosa che ispira la vita, che suggerisce la sua direzione, il suo senso, c’è bisogno tuttavia di norme per regolare l’esistenza personale e la convivenza comune. Allora Kant ha racchiuso tutta l’intelligenza in una logica ferrea di etica e di morale.

Del noumeno, cioè della parte più reale, più vera della realtà, non possiamo parlare. Allora ci concentriamo sul fenomeno, sull’apparenza, che così diventa in questo modo la realtà oggettiva, anzi, l’unica realtà, aperta alla nostra conoscenza e alla nostra gestione. Non solo. Se il noumeno è la fonte della vita, staccandolo dal fenomeno si taglia il canale attraverso cui passa la linfa vitale. Concentrarsi solo sul fenomeno, elaborando con una ragione pratica soprattutto una filosofia di stampo etico-morale, significa comunque premere su come agire e come vivere, senza curarsi del flusso della vita, cioè senza sviluppare e indicare anche intellettualmente il nesso tra la fonte, la vita e i frutti della vita.
In epoca moderna si smembrerà allora il pensiero filosofico: l’ontologia diverrà individuare le categorie concettuali attraverso cui è possibile pensare un oggetto, a prescindere dal fatto che esista o meno;

lo studio della verità (cioè di ciò che è), cioè anche della corrispondenza tra il nostro pensiero e la realtà, dal momento che la realtà non la posso conoscere, diverrà lo studio dei criteri per la coerenza logica del mio ragionamento, il metodo;

l’estetica – diventata nel frattempo una scienza – anch’essa non si occuperà dell’essere, cioè dell’auto-porsi delle cose al loro interno, ma solo del pre-porsi di queste stesse cose davanti al soggetto che le osserva, le conosce, le valuta e che possiede “capacità di giudizio”, cioè la facoltà di giudicare attraverso un sentimento del piacere fondato su un sentire universale comune: il gusto. Il bello diventa un valore autonomo, in una cultura frantumata, a scompartimenti stagni, un valore esteriore. L’attrazione estetica può così provocare un culto idolatrico, e la bellezza ormai è un enigma, perché, come osserva Dostoevskij, può essere sia quella della Madonna che quella di Sodoma.

Allora, la teologia occidentale, strettamente intrecciata al percorso filosofico, è chiaro che metterà da parte la bellezza. Non solo. Si ingarbuglierà come gli stessi esiti della filosofia. Prevarrà l’aspetto astratto, razionale della fede, e quello morale. E anche la teologia, nell’inutile tentativo di essere riconosciuta come scienza, si piegherà a delle metodologie estranee alla sua natura.

Anche la vita della Chiesa appare frantumata in un numero di ambiti non coordinati e indipendenti che talvolta non riescono a trovare i criteri e i metodi per l’integrazione non solo in un tutto coerente, ma soprattutto come espressione vivente e adeguata della fede della Chiesa. All’epoca dei Padri, la teologia era frutto anzitutto di contemplazione, e questa contemplazione un principio di grande creatività. Ma è evidente che, se le teologie sono prevalentemente settoriali, basate su metodologie diverse ricavate da altrettante scienze, la contemplazione difficilmente riesce a trovare spazio in essa. Perciò viene respinta in un ambito della spiritualità, che a sua volta si riduce ad un settore sganciato dal resto. Una teologia così cessa di essere la coscienza e l’autocoscienza della Chiesa, la sua riflessione su se stessa e sui suoi problemi. Cessa di essere pastorale, nel senso di offrire alla Chiesa le norme essenziali per la salvezza. E cessa di essere qualcosa di spirituale, nel senso di comunicare al popolo di Dio la conoscenza di Dio, il gusto di Dio. Se la teologia smette di essere la risposta che la Chiesa dà alle sue questioni e smette anche di essere questione rivolta alla Chiesa, finisce per costituire dentro alla Chiesa un mondo auto-centrato (a chi interessa oggi la teologia?). E anche la pastorale, di conseguenza, diventa prigioniera dei suoi bisogni empirici, di uno spirito pragmatico. Non essendo più in grado di proporre dei contenuti, anch’essa si dedica al metodo.
In questo contesto, introdurre il discorso sulla bellezza come una scatoletta in una costruzione che non si vuole scardinare non ha senso. Il discorso sulla bellezza, per essere serio, come dicevamo all’inizio richiede un ripensamento globale della nostra teologia e della nostra pastorale.




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