La belva col mitra (1978)



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8-12 settembre

L’inganno più dolce. Il cinema di Alberto Lattuada

«Lo storico dell’arte Erwin Panowfsky paragona la produzione di un film all’edificazione di una cattedrale medievale, con il vescovo committente nella parte del produttore, il regista in quella dell’architetto capo e gli sceneggiatori come consiglieri scolastici che stabiliscono il programma iconografico. Arte collettiva per eccellenza, il cinema infatti ha sempre causato acerrime discussioni per definire chi ne sia l’autore. Ma in realtà, la critica italiana ha sempre avuto bisogno di “segni forti” per riconoscere gli autori, fondandone la personalità più sulla coerenza tematica che sull’identificazione, all’interno delle opere, di ricorrenti figure espressive [...]. Sfuggono agli schemi preordinati soprattutto i più prolifici, come Alberto Lattuada. Ma se la qualità della sua produzione cede talvolta all’impatto con gli obblighi produttivi, nel complesso – e ciò gli verrà riconosciuto a partire dagli anni ’80 – il suo stile raffinato si rivela anche dietro l’apparente casualità delle storie, un po’ sulla falsariga dei grandi autori hollywoodiani. In questa prospettiva la linea direttrice del suo cinema riprende continuità, dal “calligrafismo” degli esordi, alla stagione neorealista – i cui film, tuttavia, potrebbero di volta in volta essere classificati altrettanto bene nelle caselle tassonomiche del noir (Il bandito, Senza pietà), o del romanzo storico (Il mulino del Po), ecc. – all’autorialità morbida che sa esprimere a cavallo degli anni ’60, sicuramente fiutando nell’aria l’arrivo delle nouvelles vagues, fino all’esemplarità di mestiere dell’ultimo periodo. [...] In una delle sue incursioni nella commedia all’italiana – anche se predilige sempre un territorio di confine dove i generi diventano indefinibili, Lattuada regala ad Alberto Sordi uno dei suoi personaggi più intensi, il “picciotto” siciliano, cui “gli amici” hanno trovato un buon posto nell’industria del nord, e che per disobbligarsi è costretto ad accettare un contratto da killer a New York ne Il mafioso (1962). Lattuada recupera l’eterogeneità dei temi con la coerenza di uno stile estremamente raffinato, nutrito di derivazioni letterarie e attento ai valori plastici nella composizione dell’inquadratura, che a tratti produce un cinema di grande libertà, spesso in singolare sintonia, pur nella diversità di punti di riferimento culturali, con un certo psicologismo esistenziale dei “giovani autori”. Segni di vivacità culturale anticipata dalla formazione di questo giovane intellettuale milanese che, assieme a un gruppo di amici, tra cui Mario Ferrari, Gianni e Luigi Comencini, Luciano Emmer, Luigi Veronesi, fonda nel nostro paese la Cineteca Italiana: a loro si deve il salvataggio di numerose pellicole, destinate al macero, e la leggendaria proiezione a Milano, in pieno fascismo, di La grande illusione di Renoir, che costringe lo stesso Lattuada a un breve periodo di clandestinità. Lattuada lo ritroviamo anche insieme a Ernesto Treccani nella rivista in odor di fronda Corrente, cui collaboreranno, fra gli altri, Argan, Gadda, Quasimodo, Pratolini, Saba, Vittorini. Sulle pagine di Corrente compaiono per la prima volta le tavole fotografiche realizzate da Lattuada: l’Occhio quadrato che anticipa lo sguardo del neorealismo sulla realtà, colta al di fuori degli schemi, suscitando, tra l’altro, una sorprendente reazione di Pio Nimeco alias Domenico Purificato sulle pagine di Cinema: “M’insospettisce quell’armamentario rugginoso da rigattiere di Campo de’ Fiori, quegli abusati manichini da sarti e da barbieri, quel commovente, commosso, filantropico, ottocentesco sguardo agli uomini dei tuguri e delle catapecchie, ai bambini malaticci, agli scapoli “cucinieri e lavandai” ” [...]. Quello sguardo “ottocentesco” diverrà di lì a poco lo sguardo comune di una generazione di cineasti, e una delle caratteristiche della “factory Lattuada”: la moglie Carla Del Poggio in primo luogo, che Lattuada dirige in alcuni dei suoi film più belli; il padre Felice, che esordisce nel cinema come compositore con Camerini un po’ prima del figlio; ma anche la sorella Bianca segretaria di produzione in tanti dei suoi film, e Aldo Buzzi, il compagno di Bianca, che in parallelo alla straordinaria carriera nell’editoria, gli farà da assistente e da sceneggiatore; e addirittura i suoceri, Ugo e Maria Pia Attanasio che trasforma in attori, e poi il figlio Francesco, oggi affermato production manager. Del resto, è la stessa cosa che, da vero innamorato del cinema, Alberto Lattuada ha finito per fare anche con noi spettatori: ci ha coinvolto nei suoi amori» (Sergio Toffetti, L’arte di amare, in Silvia Tarquini (a cura di), L’inganno più dolce. Il cinema di Alberto Lattuada, Centro Sperimentale di Cinematografia, Roma 2009, pp. 9-11). Per la 45sima edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro (21-29 giugno 2009) il Centro Sperimentale di Cinematografia - Cineteca Nazionale ha organizzato con la Fondazione Pesaro Nuovo Cinema il 23° Evento Speciale, la retrospettiva completa del cinema di Alberto Lattuada, con la collaborazione di Cinecittà Luce, Cineteca Italiana, Cineteca di Bologna, Cinémathèque Suisse. Per tale evento la Cineteca Nazionale ha ristampato alcuni dei più significativi film del maestro lombardo: Il mulino del Po (1949), La Lupa (1953), La tempesta (1958) e La mandragola (1965), mentre il capolavoro Il cappotto (1952) è stato presentato nella versione restaurata a cura di Fondazione Philip Morris e Museo del Cinema di Torino. Sono state poi presentate le rarissime immagini dell'esercitazione per gli allievi del Centro Sperimentale di Cinematografia tenuta da Lattuada nell’anno accademico 1948-49. Per la manifestazione pesarese il Centro Sperimentale di Cinematografia ha pubblicato inoltre il volume-catalogo L’inganno più dolce. Il cinema di Alberto Lattuada.

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