La belva col mitra (1978)



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2-7 giugno Francesco Nuti, di padre toscano

4 giugno Don Backy attore (non) per caso

9-18 giugno Italia odia: il cinema italiano può sparare (seconda parte)

9 giugno Best OFF Milano Film Festival

10 giugno Presentazione del cofanetto Luis Buñuel. L’occhio tagliato: la ferita del cinema

17 giugno Germi ritrovato

18 giugno Presentazione del dvd Identità - La vera storia di Juan Piras Perón

19 giugno Espiare l’inconscio: il cinema dissolto di Pia Epremian

20 giugno Aristocraticamente controcorrente: Nicoletta Machiavelli

21 giugno Barbara Steele, la regina del gotico

23 giugno Indipendente italiano: Gruppo amatoriale

26-28 giugno Fantafestival XXIX edizione: omaggio a Carlo Rambaldi
lunedì 1

chiuso
2-7 giugno



Francesco Nuti, di padre toscano

Forse il meglio del cinema italiano degli anni Ottanta va ricondotto ai film attoriali degli allora giovani talenti comici: Roberto Benigni, Carlo Verdone, Massimo Troisi, Maurizio Nicchetti, ma anche Alessandro Benvenuti e soprattutto Francesco Nuti. Da loro si apprendeva che la timidezza, unita a una saggia dose di autoironia, non era più un handicap nell’avvicinare una donna, ma una virtù. Francesco Nuti è fra coloro che ha più sperimentato, rischiando molto di suo, cercando di rinnovarsi sempre, affrontando tematiche scomode con raffinata e mai pedante intensità. Toscano, classe 1955, si esibisce da giovanissimo come attore cabarettista, scrivendosi da sé i testi. Ben presto si unisce al gruppo cabarettistico dei Giancattivi (Alessandro Benvenuti e Athina Cenci) riscuotendo grande successo in trasmissioni televisive come Non stop e Black Out. Il trio esordisce al cinema con Ad ovest di Paperino, delicato manifesto generazionale inizio anni Ottanta. L’anno successivo si separa dal gruppo e si fa dirigere da Maurizio Ponzi in tre piccole gemme che raccontano i giovani, i sogni, i desideri e qualche volta gli amori della provincia pigramente metafisica e sonnolente. I titoli sono emblematicamente programmatici: Madonna che silenzio c’è stasera, Io, Chiara e lo Scuro e Son contento. Ben presto decide di proseguire, come altri suoi colleghi, facendo tutto da solo, dirigendosi in film dai forti aromi cinefili (Casablanca Casablanca) e dai delicati sentimenti nei rapporti tra uomo e donna (Tutta colpa del paradiso, Stregati). E se il biliardo ritorna spesso come metafora della relazione maschile/femminile, la vita – ci suggerisce l’attore regista ne Il signor Quindicipalle – è spesso popolata di fantasmi, non solo cinefili, che a volte appaiono, ma è essa stessa una partita di biliardo: il biliardo è come «una donna, il tappeto verde è la sua gonna». E spesso i pensieri sono più tortuosi di una semplice partita e occorre l’aiuto della psicoanalisi per cercare di sciogliere i nodi in ognuno di noi (Caruso Pascoski (di padre polacco), Caruso, zero in condotta). Se gli anni cambiano così come i rapporti sociali e d’identità (Willy Signori e vengo da lontano, Donne con le donne, Io amo Andrea), la vita può avere delle svolte favolistiche (OcchioPinocchio). In un’intervista Francesco Nuti disse: «la solitudine è un tema portante di tutti i miei film. Caruso veniva abbandonato da Giulia (Caruso Pascosky), Willy era un giornalista solo con un fratello disabile anche lui solo (Willy Signori) in Tutta Colpa del Paradiso ero un ex-galeotto privato della famiglia, in Stregati ero un dj nottambulo che si aggirava per le vie di Genova e così via. Io amo molto la solitudine e la cerco, per questo poi si riflette nei miei lavori».

La retrospettiva si inserisce tra le iniziative intraprese negli ultimi mesi per ricordare lo sfortunato comico toscano, in particolare la prima monografia a lui dedicata (Francesco Nuti. La vera storia di un grande talento di Matteo Norcini, con la collaborazione di Stefano Bucci, Ibiskos Editrice Risolo, Empoli, 2009) e la nascita su Facebook del gruppo “Non dimentichiamo Francesco Nuti”, che già conta novemila iscritti.
martedì 2

ore 17.00

Ad ovest di Paperino (1981)

Regia: Alessandro Benvenuti; soggetto e sceneggiatura: A. Benvenuti; fotografia: Romano Albani; musica: Steffen Head, Dado Parisini, A. Benvenuti; montaggio: Sergio Montanari; interpreti: Athina Cenci, A. Benvenuti, Francesco Nuti, Paolo Hendel, Donata Genazzani, Silvano Panichi; origine: Italia; produzione: Hera International Film; durata: 93’



«Una giornata a Firenze passata casualmente insieme da un disc-jockey, una pittrice e un disoccupato. Esordio cinematografico di tre cabarettisti toscani, i Giancattivi, destinati poi a strade diverse. Riflessioni dolci-amare e gracilità giovanilistiche sull’inconcludenza della vita e dei suoi incontri» (Mereghetti). «Tre giovani squattrinati e un po’ folli si incontrano una mattina a Firenze e passano l’intera giornata tra stravaganti incontri e avventure demenziali. All’esordio cinematografico, il trio cabarettistico fiorentino de “I Giancattivi” (Nuti, Benvenuti e la Cenci, tutti destinati a un brillante futuro “solista”) porta sullo schermo una forma di comicità surreale ricca di trovate e di argute caratterizzazioni» (Farinotti).
ore 19.00

Madonna che silenzio c’è stasera (1982)

Regia: Maurizio Ponzi; soggetto: Francesco Nuti; sceneggiatura: F. Nuti, Elvio Porta; fotografia: Carlo Cerchio; musica: Barluna; montaggio: Sergio Montanari; interpreti: F. Nuti, Edy Angelillo, Massimo Sarchielli, Gianna Sammarco, Mario Cesarino, Lucilla Baroni; origine: Italia; produzione: Hera International Film; durata: 95’



«Una giornata della sconclusionata vita di Francesco (Nuti), un giovane di Prato senza arte né parte: cerca lavoro, vince involontariamente un concorso per cantautori, va in bianco con una prostituta, si riconcilia con la fidanzata. Il primo film da protagonista di Nuti (che si farà dirigere da Ponzi altre due volte) fu quasi una rivelazione: giocato sui mezzi toni con una vena melanconica che non esclude la cattiveria, e girato con un ritmo stralunato che sembra modellato sul personaggio» (Mereghetti).
ore 21.00

Io, Chiara e lo Scuro (1983)

Regia: Maurizio Ponzi; soggetto: Francesco Nuti, M. Ponzi; sceneggiatura: Franco Ferrini, Enrico Oldoini, F. Nuti, M. Ponzi; fotografia: Carlo Cerchio; musica: Barluna; montaggio: Sergio Montanari; interpreti: F. Nuti, Giuliana De Sio, Marcello Lotti, Renato Cecchetto, Novellantonio Novelli, Antonio Petrocelli; origine: Italia; produzione: Hera International Film; durata: 104’



«Madonna che chiasso c’è stasera... Chi mette a rumore il cinema italiano, e dà un bel sorso di ricostituente, è la coppia Francesco Nuti - Maurizio Ponzi, autori d’un film da comprendere fra i migliori della stagione brillante, di svariate lunghezze più riuscito di altri pur nati dal tronco dei cosiddetti “nuovi comici”. Distribuiti equamente i meriti fra quanti lo hanno scritto (a Nuti e Ponzi si affiancano Franco Ferrini ed Enrico Oldoini), recitato e diretto, siamo infatti persuasi che Io, Chiara e lo Scuro debba piacere a molti, e sul finire persino commuoverli: per l’originalità del racconto, la sua onestà intellettuale, la pulizia dei sentimenti, con una sola parolaccia ma finalmente al posto giusto, la freschezza degli attori e il brio delle situazioni. L’“Io” del titolo è Francesco Piccioli, che da quando vive a Roma tutti chiamano il Toscano. Di origini modeste fa il portiere in un “residence”: quando non lavora gioca al biliardo, e quando lavora ci pensa. Non ha ereditato dal nonno soltanto la passione della stecca: anche la sua virtù, e ne dà prova in una sala cittadino quando sfida, temerario, Marcello Lotti detto lo Scuro, un campione costretto da dieci anni a giocare da solo perché non ha più avversari. [...] Chi è Chiara? È una coinquilina, a sua volta in cerca di successo come suonatrice di sassofono e cantante» (Grazzini).
mercoledì 3

ore 17.00

Son contento (1983)

Regia: Maurizio Ponzi; soggetto: Francesco Nuti, M. Ponzi; sceneggiatura: F. Nuti, M. Ponzi, Enrico Oldoini, Franco Ferrini; fotografia: Carlo Cerchio; musica: Barluna; montaggio: Sergio Montanari; interpreti: F. Nuti, Barbara De Rossi, Carlo Giuffré, Laurie Sue Sherman, Novellantonio Novelli, Riccardo Tognazzi; origine: Italia; produzione: Hera International Film; durata: 101’



«Terzo film di Maurizio Ponzi con Francesco Nuti. Un sodalizio fortunato, che ad ogni esperienza nuova da frutti più convincenti, più saldi. Questa volta ci si allontana un po’ dalla commedia, ma senza preferire il dramma, approdando a un genere in cui il sentimento e l’intelligenza si fanno privilegiare senza con questo dimenticare il sorriso [...]. L’avvio lo dà la separazione di una coppia in crisi. Senza spiegazioni, senza dispute. Tutto è successo prima ed ora non resta che tirare le somme. Ma è lei, Paola, che vuole andare via; lui, Francesco, vorrebbe trattenerla ad ogni costo e tenta ancora un’ultima volta, con mille astuzie. [...] Intimismo, psicologia, ma anche, nel calore e nel colore, vitalità di racconto, densità di rapporti interpersonali e, pur con una nota malinconica tenuta in primo piano lungo tutto l’arco dell’azione, un’ironia fine e garbata che dà sapori vivi ai caratteri persino nei passaggi più raccolti, quando ci si affanna e si soffre. [...] Erano anni che non mi accadeva di salutare sugli schermi italiani l’affermazione di un nuovo grande attore [...]. Nuti ha tutte le qualità dell’attore vero, con una padronanza così piena dei propri mezzi espressivi che gli consente qui [...] di toccare tutte le gamme della commedia e del dramma [...]. Lo attendono, immagino, tutti i premi dell’anno; come Ponzi del resto, un autore che ha tardato un po’ a farsi avanti ma che adesso è arrivato al traguardo. Per andare oltre» (Rondi).
ore 19.00

Casablanca Casablanca (1984)

Regia: Francesco Nuti; soggetto e sceneggiatura: Luciano Vicenzoni, Sergio Donati, F. Nuti; musica: Giovanni Nuti; montaggio: Sergio Montanari; interpreti: F. Nuti, Giuliana De Sio, Daniel Olbrychski, Novello Novelli, Carlo Monni, Marcello Lotti; origine: Italia; produzione: Union Film; durata: 105’



«Francesco lavora, senza troppo entusiasmo e neppure con soddisfazioni, come cameriere. Ama Chiara, una giovane sassofonista, ed è riamato. Un brutto giorno (ma solo per Francesco) la ragazza riceve un’allettante proposta da un manager tanto affascinante quanto interessato non solo alle sue qualità artistiche: suonare insieme ad un gruppo più qualificato su una nave per crociere di lusso. Chiara accetta con entusiasmo, lasciando il “suo” Francesco a struggersi di gelosia. Il giovane decide così, dopo qualche tempo, di partecipare ad un torneo di biliardo insieme al suo vecchio amico-rivale, lo Scuro: ciò perché le finali si svolgono a Casablanca, dove ora suona la sua ragazza» (Poppi). «Film atipico, solo superficialmente leggero, Casablanca Casablanca conferma l’originalità di Nuti, il più astratto tra i nostri nuovi autori (comici?), qualche volta surreale come un grande clown» (Taggi).
ore 21.00

Tutta colpa del paradiso (1985)

Regia: Francesco Nuti; soggetto e sceneggiatura: Vincenzo Cerami, F. Nuti, Giovanni Veronesi; fotografia: Giuseppe Ruzzolini; musica: Giovanni Nuti; montaggio: Sergio Montanari; interpreti: F. Nuti, Ornella Muti, Roberto Alpi, Laura Betti, Marco Vivio, Novello Novelli; origine: Italia; produzione: C.G. Silver Film / Union P.N.; durata: 106’



«Romeo Casamonica ha trascorso gli ultimi cinque anni della sua vita in carcere. Uscito, cerca di rintracciare moglie e figlioletto, che non trova più nel quartiere in cui abitavano. Viene poi a scoprire che il bambino è stato adottato da una coppia che vive in una baita isolata fra i monti della Val d’Aosta. Ma le sue “pacifiche” intenzioni (non vuole creare drammi, ma è intenzionato a riprendersi il figlio) sono ben presto sconvolte da un avvenimento imprevisto: s’innamora come uno studentello della bellissima mamma adottiva» (Poppi). «Il secondo film da regista è considerato l’esame di maturità. Nuti l’ha superato con leggerezza, non sai se sia più furbo o più sincero. È anche riuscito a trasformare la Muti da splendida ospite ornamentale in una creatura apprensiva che sa recitare con lo sguardo» (Reggiani).
giovedì 4

Don Backy attore (non) per caso

Molti cantanti negli anni Sessanta si sono avvicinati al cinema limitandosi a lavorare nei musicarelli. Il cantautore toscano Don Backy (Aldo Caponi), forse perché aveva un viso fascinoso e un vero talento d’interprete (basta vederlo nella parte del sanguinario “Bisturi” in Cani arrabbiati per convincersene), è andato oltre creandosi una buona carriera parallela. Dal 1963 al 1975 ha recitato in una ventina di film. Nella sua filmografia si trovano, fra gli altri, oltre all’immancabile musicarello L’immensità (1967) di Oscar De Fina, ispirato alla sua canzone più conosciuta, I sette fratelli Cervi di Gianni Puccini (1967, con Gian Maria Volonté, Riccardo Cucciola e Carla Gravina), Banditi a Milano (1967, sempre con Volontè) e Barbagia (1969, con Terence Hill) di Carlo Lizzani, Satyricon di Gian Luigi Polidoro (1968, con Ugo Tognazzi), Quella chiara notte d’ottobre (1970) di Massimo Franciosa, E venne il giorno dei limoni neri di Camillo Bazzoni (1970, con Florinda Bolkan), Una cavalla tutta nuda di Franco Rossetti (1971, con Barbara Bouchet), Poppea una prostituta al servizio dell’impero di Alfonso Brescia e Cani arrabbiati di Mario Bava (1974, con Cucciola e Luigi Montefiori). L’omaggio Don Backy attore (non) per caso vuole sottolineare l’eccezionalità del suo caso. È da rammaricarsi che non abbia interpretato anche spaghetti western per i quali avrebbe avuto la faccia giusta. Ma non si può chiedere troppo…



Programma curato da Gabrielle Lucantonio
ore 17.00

Satyricon (1969)

Regia: Gian Luigi Polidoro; soggetto: dal libro omonimo di Petronio Arbitro; sceneggiatura: Rodolfo Sonego; fotografia: Benito Romano Frattari; musica: Carlo Rustichelli; montaggio: Giancarlo Cappelli; interpreti: Don Backy, Franco Fabrizi, Mario Carotenuto, Ugo Tognazzi, Tina Aumont, Graziella Granata; origine: Italia; produzione: Arco Film, Cineriz Distributori Associati; durata: 110’



Le disavventure picaresche di Encolpio e Ascilto ai tempi di Nerone. Senza soldi e senza scrupoli vagano per l’Impero, attratti dal miraggio di un’improbabile villeggiatura (!), ma il loro viaggio è costellato da una serie di incontri più o meno fortunati, che cambieranno il corso della loro vita: dalla schiava Gitone, della quale entrambi si invaghiranno, salvo sorprese, al filosofo Eumolpo, che alla sua morte brama di essere divorato dai suoi allievi, al ricco Trimalcione, che tiene banco in cene luculliane a base di eros e morte. I vizi capitali secondo gli antichi romani: una caduta vertiginosa negli istinti più bassi dell’animo umano e la perdita d’innocenza in una società che sta crollando sotto i colpi dell’amoralità. Film nato per sfruttare l’onda del successo preannunciato del Satyricon felliniano, riuscì a batterlo sul filo di lana, uscendo prima nelle sale, ma non gli arrise il successo e cadde nel dimenticatoio. Sorte immeritata perché il film ben riproduce lo spirito del capolavoro di Petronio, coniugandolo con la propensione verso il basso del cinema commerciale, elevato però dalle straordinarie caratterizzazioni di Tognazzi (Trimalcione) e Carotenuto (Eumolpo), i quali riconducono l’intera operazione sui sentieri dell’arte (cinematografica). Don Backy è perfetto nella parte di Encolpio con la sua selvaggia vitalità, mentre Franco Fabrizi ritrova nei panni del furbo e fannullone Ascilto tratti di personaggi a lui cari.

Vietato ai minori di anni 18 - Ingresso gratuito
ore 19.00

Banditi a Milano (1968)

Regia: Carlo Lizzani; soggetto: C. Lizzani; sceneggiatura: Massimo De Rita, Dino Maiuri, C. Lizzani; fotografia: Giuseppe Ruzzolini; musica: Riz Ortolani; montaggio: Franco Fraticelli; interpreti: Gian Maria Volonté, Tomas Milian, Margaret Lee, Don Backy, Ray Lovelock, Ezio Sancrotti; origine: Italia; produzione: Dino De Laurentiis Cinematografica; durata: 102’



La caduta della banda capitanata da Pietro Cavallero, che nella seconda metà degli anni Sessanta si rese protagonista di 17 rapine. «Banditi a Milano esordisce con un’analisi della nuova malavita milanese, impostata sul racket all’americana che controlla la prostituzione, il gioco, i locali notturni. È una panoramica frettolosa e discutibile, ma il film migliora sensibilmente quando si concentra sulla cronaca. Ne deriva un resoconto moderno e grintoso, passato alla scuola del buon giornalismo televisivo. Il merito maggiore di Carlo Lizzani è di rappresentare i fatti a botta calda senza intrusioni romanzesche o appesantimenti polemici. L’assunto è di ricostruire, a grandi linee, ciò che è accaduto: ed è una testimonianza concreta che offre l’occasione di meditare sul mondo in cui viviamo. Nella parte del capo esaltato e vanitoso, Gian Maria Volontè è bravissimo come sempre capita ai nostri attori quando possono tornare al dialetto nativo. Tra i volti che circondano il protagonista ricordiamo Don Backy, un buon acquisto per il cinema, l’ottima Laura Solari e il musicista Giorgio Gaslini in veste di biscazziere» (Kezich).
ore 21.00

Incontro moderato da Gabrielle Lucantonio con Don Backy, Lamberto Bava, Fabrizio Cerqua, Marco Giusti, Carlo Lizzani


a seguire

Cani arrabbiati (1974)

Regia: Mario Bava; soggetto e sceneggiatura: Alessandro Parenzo, Cesare Frugoni da un racconto di Ellery Queen; fotografia: M. Bava; musica: Stelvio Cipriani; montaggio: Carlo Reali; interpreti: Riccardo Cucciolla, Maurice Poli, George Eastman [Luigi Montefiori], Don Backy, Lea Lander [Lea Krüger]; origine: Italia; produzione: Loyola Films; durata: 95’



«Spesso sui gialli Mondadori apparivano queste storie con alla fine un completo ribaltamento di prospettiva, che lui amava molto. Tra questi, trovò un piccolo racconto e ne trasse la sceneggiatura. Era un film che si sviluppava in tempo reale, nel senso che l’ora e mezzo del film era un’ora e mezza delle avventure dei personaggi. Raccontava la storia di una rapina in banca andata male, per cui i banditi in fuga prendevano un ostaggio, fermando a casa una macchina in strada. L’ostaggio era interpretato da Riccardo Cucciolla, che aveva con sé un bambino. Durante il viaggio con i banditi ne succedono di tutti i colori ma poi, proprio in coda al film, si arriva ad una soluzione incredibile e sorprendente» (Lamberto Bava). «L’ossessione del coltello fu una mia invenzione. Mi divertivo a fare degli scherzi a Luigi Montefiori quando eravamo in macchina. Gli feci credere che da ragazzo mi avevano scartato dal servizio militare per un problema neurologico e che ero stato ricoverato all’ospedale Sangallo di Firenze, nella sezione dei “partiti di cervello”. Quando lui era seduto al mio fianco, mi facevo prendere dai raptus, armeggiando con il coltello. Montefiori allora andava da Bava e gli diceva: “Mario, questo qua è mezzo matto! Levamelo di torno!”. Il clima goliardico aiutava la lavorazione del film, e anche la creazione dei personaggi: il personaggio di “Bisturi” è frutto di questa mia sedicente follia» (Don Backy).

Per gentile concessione di Exa Cinema - Vietato ai minori di anni 18 - Ingresso gratuito
venerdì 5

ore 17.00

Stregati (1986)

Regia: Francesco Nuti; soggetto e sceneggiatura: Vincenzo Cerami, F. Nuti, Giovanni Veronesi; fotografia: Giuseppe Ruzzolini; musica: Giovanni Nuti; montaggio: Sergio Montanari; interpreti: F. Nuti, Ornella Muti, Novello Novelli, Alex [Alessandro] Partexano, Sergio Solli, Mirta Pepe; origine: Italia; produzione: C.G. Silver Film, Union P.N; durata: 96’



«Amore in corsa, fra burrasche e schiarite, per le vie notturne di Genova, dove un finto taxista carica una sposa alla vigilia delle nozze. Lui pratica la filosofia del “carpe diem”, ma non è abbastanza cinico; lei lascia fare, ma non è abbastanza fredda. Succede che la bella perde due treni e quasi tre per destinazione Verona, dov’è fissato il sacro rito; e lui scopre intorno a sé continue conferme che la vita è sogno. Maturato come regista, l’autore pilota l’occhio incantato della macchina da presa di Giuseppe Ruzzolini in una Genova vera che qualcuno ha paragonato alla Livorno ricostruita in teatro di Le notti bianche. Ulteriori citazioni della critica vanno da I vitelloni di Fellini, per il quartetto canagliesco degli uomini maschilisticamente solidali, a Paris, Texas di Wenders, per il palpito frenato dal sentimento della provvisorietà. La vicenda non è importante [...], ma i respiri sono giusti, i momenti contano di per sé e gli attori si muovono con adeguata leggerezza. Nuti sa intrattenere con grazia anche quando non ha molto da dire: è un piccolo poeta della perplessità, un Amleto della canzonetta sentimentale. Sa sbrigliare gli umori pagliacceschi e gaglioffi degli amici e sa centellinare le grazie, non solo fotogeniche, di un’Ornella Muti finalmente vicina a un personaggio tutto credibile» (Kezich).
ore 19.00

Caruso Pascoski (di padre polacco) (1988)

Regia: F. Nuti; soggetto e sceneggiatura: Giovanni Veronesi, David Greco, F. Nuti; fotografia: Gian Lorenzo Battaglia; musica: Giovanni Nuti; montaggio: Sergio Montanari; interpreti: F. Nuti, Clarissa Burt, Ricky Tognazzi, Novello Novelli, Carlo Monni, Antonio Petrocelli; origine: Italia; produzione: Cecchi Gori Group-Tiger Cinematografica, Unione Cinematografica, Rai; durata: 100’



«Francesco Nuti in un momento di allegria. Sempre secondo le sue solite cifre sentimentali ma voltate questa volta anche in burla, con guizzi e lazzi vicini non di rado alla farsa; sottile, però, e di grana fine. Comincia il protagonista, che di nome si chiama proprio Caruso e di cognome Pascovski perché – avverte il sottotitolo – è “di padre polacco”. Poi si fa avanti la storia. Come sempre in Nuti avviata da una separazione straziante: Giulia, la moglie amatissima di Caruso, lo lascia, e lui, che pure di professione è psicanalista, diventa quasi pazzo, agendo e muovendosi nella colorata Firenze in cui vive con modi addirittura dissennati, tanto che, pur essendo un cittadino rispettabile, passa molte notti in guardina, “per ubriachezza molesta”. Qui però comincia il gioco del tira e molla, con la scoperta che il nuovo amore di Giulia è Edoardo, proprio un paziente di Caruso, affetto da omosessualità latente [...]. Inutile dire dove si arrivi [...], va detto, invece, che ci si arriva dopo una serie di “zingarate” festose e tutte fiorentine che sprizzano euforia ad ogni angolo. Intanto quel personaggio di innamorato pazzo cui Nuti presta, ancora una volta, la sua maschera afflitta percorsa però qui anche da lampi ghiotti di malizia, poi gli altri personaggi di contorno, non tanto Giulia, un po’ astratta e di maniera [...], ma quello ora fragile ora candido, con ironie, di Edoardo (cesellato con finezza da Ricky Tognazzi) e gli avvocati, i carabinieri, altre donne, altre apparizioni a margine, segnati sempre da tratti ameni, con il gusto di una caricatura che non si separa però quasi mai da un sottofondo umano, sulla linea di quell’umorismo con sentimenti che, in cifre toscane, si era già fatto avanti nel nostro cinema con i tre Amici miei, un confronto cui, pur in climi diversi, rimandano abbastanza i momenti più ilari del film» (Rondi).
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