La catena e gli anelli



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gfp.215 - la Città del Sole, Napoli 1999
LA CATENA E GLI ANELLI

divisione internazionale del lavoro, capitale finanziario e filiere di produzione

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Serpenti (1969) incisione di Maurits Cornelis Escher
Indice

Introduzione: la nuova divisione internazionale del lavoro
Prima parte: il capitale finanziario su scala mondiale

Mercato mondiale e dinamica degli investimenti

Forme del capitale monopolistico finanziario

Crisi, sue fasi e sua attualità

Molteplicità dei capitali, concorrenza e centralizzazione

Processo lavorativo e macchine
Seconda parte: le catene transnazionali dell’imperialismo

Controllo a catena e valorizzazione

Filiere transnazionali di produzione

Strategia, funzioni d’impresa e innovazione tecnologica

Organizzazione e divisione internazionale del lavoro

Concentrazione del potere e forme di proprietà

Ristrutturazione dei cicli produttivi
Conclusione: la nuova composizione di classe
Nota bibliografica ragionata
Esiste un apparato materiale e tecnico

della produzione gravemente leso

(mezzi di produzione centralizzati e in parte distrutti).

Nell’àmbito dei rapporti di produzione esistono

anelli della catena,



strati della scala gerarchica tecnico sociale, dissociati.

Presso gli anelli superiori della catena

si consolida sempre più la mentalità della lotta

allo scopo di mantenere il sistema.

I differenti generi di rapporti gerarchici

nella società capitalistica incorrono nella dissoluzione

allorché gli anelli inferiori della catena gerarchica

non possono più servire come anelli di questa gerarchia.

L’unica via d’uscita è che gli anelli inferiori del sistema,

la forza produttiva fondamentale della società capitalistica,

la classe operaia, assuma una posizione dominante

nell’organizzazione del lavoro.

[N.I. Bukharin, L’economia del periodo di transizione]




Introduzione: la nuova divisione internazionale del lavoro

«Il capitalismo moderno è un capitalismo mondiale. Questo significa che i rapporti di produzione capitalistici dominano nel mondo intero, e tutte le parti del nostro pianeta sono legate fra loro da un solido vincolo economico. L’economia mondiale è un’unità reale esistente. La con­nessione e interdipendenza generale dei singoli stati capitalistici tra lo­ro li rende parti integranti di un sistema generale, mondiale.

La concentrazione della potenza sociale della borghesia nel potere sta­tale, concresciuto con le organizzazioni economiche del capitale, crea una gigantesca resistenza per il movimento operaio. Tuttavia, la stessa forma capitalistica statale dell’economia nazionale diviene possibile soltan­to con una determinata “maturità” dei rapporti capitalistici in generale. Essa è tanto più solida, quanto più sia elevato lo sviluppo delle forze produttive, l’organizzazione finanziaria capitalistica, l’insieme dei rapporti monopolistici del nuovo capitalismo.

Gli accordi monopolistici, le associazioni di imprese e le penetrazioni del capitale bancario nell’industria hanno creato un nuovo tipo di rap­porti di produzione; è subentrato un nesso organico attraverso il “con­trollo dei pacchetti azionari”, la “partecipazione” e il “finanziamento”, che trovano la loro personale espressione nei “dirigenti” comuni delle banche e delle industrie, dei gruppi e dei trusts.

Esistono legàmi anche tra singoli imprenditori di differenti “paesi” e la natura di questi legàmi può in qualche caso concreto essere direttamen­te contrapposta al modo in cui questi “paesi” sono collegati tra loro. Posti di fronte l’un l’altro, non soltanto si contrappongono come unità che producono la medesima “merce mondiale”, ma anche come parti del lavoro sociale ripartito su scala mondiale, che si completano reci­procamente sul piano economico. Di conseguenza la lotta si realizza contemporaneamente tanto sul piano orizzontale quanto su quello ver­ticale; questa lotta è la concorrenza composta.

Questa generale tendenza viene accelerata da quella, tra le tendenze del capitalismo finanziario, che va nella direzione di più alti tipi di or­ganizzazione, che producono uno stabile raggruppamento tecnico pro­duttivo. Il processo organizzativo non occorre che cominci dal lato tecnico produttivo; lo scopo soggettivo del suo supporto può anche non essere l’organizzazione ma il puro calcolo commerciale, e nonostante ciò l’obiettivo risultato finale può essere la creazione di nuovi com­plessi tecnico produttivi. Il limite di questa tendenza è dato dalla trasformazione dell’intera economia in trust combinato, nel quale tutte le rimanenti “imprese” abbiano smesso di essere tali e si siano trasformate in singoli laboratori, in filiali di questo trust, dove anche la divisione sociale del lavoro si sia trasformata in una divisione tecnica del lavoro.

Il frazionamento della produzione capitalistica, il suo essere anarchico, tuttavia, va ben oltre i limiti della divisione sociale del lavoro. Sotto il concetto di divisione sociale del lavoro si intende la ripartizione del lavoro tra i diversi imprenditori capitalisti “indipendenti” l’uno dall’altro; tuttavia essi devono ricorrere l’uno all’altro, poiché l’uno fornisce le materie prime e le risorse all’altro. In conseguenza della reciproca dipendenza di ogni parte dell’economia, anche gli imprenditori eterogenei sono in lotta tra loro. La lotta per la ripartizione del plusvalore si fa più complessa con la formazione di tutti i possibili monopoli capitalistici. La centralizzazione del capitale distrugge la concorrenza, però d’altra parte la riproduce incessantemente su una base più allargata. Essa annienta l’anarchia delle piccole unità produttive, inasprisce però i rapporti anarchici tra le grandi componenti produttive; essi si trasformano in attriti tra le parti fondamentali del grande meccanismo mondiale.

Il periodo del crollo non significa un annientamento degli elementi, ma un venir meno del nesso tra loro. La questione crisi o crollo dipende dal concreto carattere, profondità e durata, delle scosse riguardanti il sistema capitalistico. Quest’ultimo potrebbe proseguire dopo un certo ristagno il suo sviluppo nelle forme più complete sul piano organizzativo. L’organizzazione dello stato borghese concentra in sé l’intero potere di questa classe. Questo processo trova la sua espres­sione in due forme: la prima, nell’eliminazione della forza-lavoro dal processo di produzione; la seconda, nella diminuzione del salario reale del lavoro, nella dequalificazione di quest’ultimo e in ultima istanza nella lacerazione del nesso tra gli elementi inferiori e superiori della gerarchia tecnica di produzione» [Nikolaj I. Bukharin, L’economia del periodo di transizione].


La lunghezza di questa citazione introduttiva – tratta dal medesimo testo di un’ottantina di anni fa da cui è tratto l’“occhiello” di apertura, ma i cui contenuti erano già anticipati in scritti anteriori riferiti alla realtà imperialistica di inizio secolo – costituisce un’eccezione per il presente opuscolo (né è riservato un trattamento particolare all’autore citato). Ma oggi, di fronte a tanta improvvisazione teorica dell’ultim’ora, è sembrato necessario, oltre che utile, avvertire sùbito il lettore della nascita ed evoluzione storica di categorie e concetti che ultimamente vanno per la maggiore, come globalizzazione, finanziarizzazione, postfordismo e quant’altro. Ciò è tanto più interessante se le precedenti osservazioni di vecchia data si pongono a fianco di assai più recenti, e per altri versi molto interessanti, elaborazioni di tutt’altra matrice.

Si può così leggere che, «sebbene le diverse attività rappresentino gli elementi costitutivi del vantaggio competitivo, la catena del valore non è una mera raccolta di attività indipendenti ma un sistema di attività interdipendenti. Le attività sono collegate come anelli (linkages) nella catena del valore stessa. Tali anelli rappre­sentano il rapporto tra le modalità di perseguimento dei risultati di va­lore di un’attività, il loro costo, e quelle di un’altra. Gli anelli riflettono an­che la necessità di coordinare le attività. Gli anelli non esistono soltan­to entro la catena di valore di un’impresa, ma anche tra questa e le ca­tene di valore di fornitori e intermediari» (anelli verticali) [Michael E. Porter, Il vantaggio competitivo]. Ora, tuttavia, a dispetto di così vecchie considerazioni, da un lato, e di così nuove metodiche imprenditoriali, dall’altro, forse non tutti sanno che ...

Il dibattito attuale sulla cosiddetta “globalizzazione” è stato reso famoso dalla circostanza non secondaria che ben due dei suoi maggiori sostenitori, Laura Tyson e Robert Reich, sono attualmente o sono stati fino a poco fa membri influenti dell’amministrazione Clinton. Per il molto amato a sinistra (chissà poi perché) Reich, il ruolo chiave degli stati nazionali consisterebbe nel predisporre il terreno migliore per quegli investimenti diretti esteri – i cosiddetti ide – capaci, a suo dire, di trasferire risorse materiali e finanziarie in quelle aree dotate di “capitale umano”, ma non disastrate quanto a infrastrutture capitalistiche, tecnologiche e istituzionali, che non dovrebbero stare a fare tante storie e anzi dovrebbero provvedere in ogni modo a ingraziarsi le gentili multinazionali.

A completamento del discorso, per Tyson rimane cionondimeno necessario, per ragioni politiche, che i vecchi stati nazionali abbiano imprese capaci di produrre quelle tecnologie essenziali alla “sicurezza nazionale”, proprio come le maggiori multinazionali tendono a concentrare le proprie attività strategiche all’inter­no del gruppo, senza per questo rinunciare al controllo, diretto o indiretto, delle filiere di produzione cui sono interessate.

Ma tutto ciò non aggiunge alcunché di nuovo, in termini concettuali, né alla teoria e alla critica economica né alla teoria politica e istituzionale dello stato. Rimane soltanto, perciò, da condurre una critica della globalizzazione – che in italiano sarebbe meglio dire col termine mondializzazione – in quanto mera rappresentazione ideologica e giornalistica, ideata e diffusa per confondere un senso comune già abbastanza confuso per se stesso. Si è visto, infatti, come la tematica del mercato mondiale e dell’internazionalizzazione del capitale fosse già affrontata a pieno titolo un secolo fa; senza che occorresse aspettare Tyson o Reich, ma neppure l’agnostico liberalismo di Fernand Braudel o il macrostrutturalismo sistemico di Immanuel Wallerstein con la loro “economia-mondo” (anch’essi, chissà perché, tanto amati “asinistra”).

Senonché un motivo recondito c’è, ed è un motivo opacizzante. Con la categoria empirica di “globalizzazione” o “mondializzazione”, infatti, si trasferisce in una dimensione geografica naturale e astorica un concetto che viceversa si è sviluppato storicamente in termini di relazionalità sociale, di dinamica dei modi di produzione e di rapporti di proprietà, obliterandone così proprio la determinazione contraddittoria di processo la cui stessa potenzialità è innervata sull’antiteticità e conflittualità di classe. Ed è precisamente ciò che l’ideologia dominante – l’ideologia della classe dominante – si prefigge.

Perdendo o rifiutando codesto riferimento teorico fondante, viene meno anche la ragione peculiare che può contraddistinguere, nell’attuale fase, l’estensione del mercato mondiale. Questa ragione va ricercata, semmai, nella novità dell’ultima crisi in corso ormai da un trentennio, una crisi prolungata e tuttora irrisolta – una crisi, quindi, che costituisce il quadro generale di riferimento per qualsiasi analisi economica che abbia senso e concetto. Si tratta, cioè, di una crisi che – essendo, come sempre del resto per ogni crisi capitalistica, caratterizzata da un eccesso di sovraproduzione generale di merce, denaro e capitale – è venuta a collocarsi epocalmente in coincidenza con l’avvio pratico della seconda grande rivoluzione industriale, quella informatica dell’automazione del controllo, con la fine dell’egemonia assoluta Usa, con il conseguente crollo del sistema delle economie di comando del realsocialismo, e in sintesi con la presenza del deterrente nucleare che rende per ora impraticabile quella strategia di distruzione del capitale, in tutte le sue forme, la quale soltanto può fornire la chiave della fuoriuscita dalla crisi stessa.

Questo opuscolo – cercando una forma espositiva piana di tematiche sicuramente complicate – prova a rispondere all’insufficienza di recenti e meno recenti tentativi di ricostruire la dinamica dell’organizzazione internazionale della produzione e della divisione internazionale del lavoro, i quali prescindono da quel punto di partenza che è il ruolo e dunque la categoria di capitale finanziario. Per queste ragioni, ai concetti inerenti codesta categoria portante e tutto ciò che la presuppone è necessariamente riservata una prima parte dell’esposizione. Solo nella seconda parte si possono, così, sviluppare le tematiche specifiche riguardanti la concatenazione transnazionale delle filiere di produzione.

Ricostruire i mille fili che legano tra loro il lavoro a domicilio, le piccole botteghe artigianali, le piccole imprese subappaltatrici con le grandi compagnie multinazionali è impossibile e inutile se si procede per vie meramente merceologiche o territoriali, rinunciando a priori a considerare il vero e unico elemento unificante dei diversi processi produttivi che dalla materia prima giungono al prodotto come merce finale, e che consiste nella crescente centralizzazione dei capitali e nella sempre più stretta fusione tra banche e imprese.

È la holding finanziaria al centro dell’attenzione, e la filiera di produzione è la cornice concettuale cui riferire il modo di organizzazione dei processi produttivi da parte dei diversi gruppi industriali finanziari multinazionali che competono sul mercato mondiale. Codesto modo di organizzazione ha un aspetto duplice e contraddittorio. Da un lato, la trasposizione del ciclo produttivo sul piano transnazionale porta gli osservatori superficiali a considerare la reale scomposizione di classe, che a ciò corrisponde, come se si trattasse di un’improbabile “fine del lavoro”, quanto meno nella sua forma salariata: il che, come si avrà modo di precisare, non è. Dal lato opposto, la riorganizzazione dei cicli produttivi in tali “filiere” transnazionali prefigura anche una socializzazione del lavoro a un grado ancòra più elevato e diffuso territorialmente sull’intero mercato mondiale – una socializzazione, tuttavia, di cui ancòra vanno còlte la portata oggettiva e le potenzialità soggettive per la classe lavoratrice in sé e per sé.

In quest’ultimo senso va compresa la connotazione transnazionale dell’imperialismo contemporaneo. La precedente caratterizzazione multinazionale, infatti, che permane come base funzionale del capitale monopolistico finanziario operante nel mercato mondiale, è superata dialetticamente, come si dirà meglio più avanti, in forza di una crescente “trasversalità” del capitale medesimo rispetto alla sua base nazionale di provenienza, alla sua coalizione con capitali di diverse basi nazionali, e alla sua localizzazione operativa strategica. In tale prospettiva si fa sempre più concreta la dimensione mondiale, universale, del capitale, in quanto meglio adeguata al suo stesso concetto.


Prima parte: il capitale finanziario su scala mondiale

Mercato mondiale e dinamica degli investimenti
La “globalizzazione”, di fronte allo svolgersi concreto delle contraddizioni sociali, sta perdendo visibilmente la sua parvenza di mito. Il mercato mon­diale dei capitali è una precisa realtà almeno dalla fine del secolo scor­so, dopo la prima lunga crisi iniziata nel 1870, con la trasformazione del capita­lismo concorrenziale nell’imperialismo del capitale monopolistico finanziario. Utilizzando la categoria di imperialismo, unitamente a quella di mercato mon­diale nell’accezione marxiana, non c’è alcun bisogno di termini e riferimenti ideologici quali “globalizzazione” e quant’altro. Dunque, non c’è vera novità pratica e non c’è novità categoriale, in quanto proprio il mercato mondiale implica tale tendenza universale del capitale – sia in quanto modo di produzione reale pratico, sia nel suo stesso concetto – presupposto del suo superamen­to. Il progressivo adeguamento della dimensione mondiale del capitale al suo concetto, come si è detto, non è certo cosa da poco. Gli ulteriori sviluppi della fase superiore del capitalismo, nell’imperialismo transnazionale, rappresentano l’indicazione per configurare l’analisi della fase attuale.

Tenendo conto che, nel trentennio che include le due guerre imperialistiche, la percentuale sul reddito dell’interscambio mondiale (merci e capitale) era diminuita – fino ai minimi storici del protezionismo anni ‘30 – la recente ripresa della sua crescita (tra il 6 e l’8% l’anno durante gli anni ‘90) non ha fatto altro che riportarla ai livelli di cento anni fa. Naturalmente, il volume globale di tale interscambio è aumentato; è invece il reddito a crescere meno che in passato, e allora l’aspetto innovativo sta, più che nell’e­stensione relativa, nelle modalità di funzionamen­to del mercato mondiale. Se l’interscambio commerciale tra paesi (importazioni ed esportazioni) rappresenta la forma “originaria” del coinvolgimento estero di un’economia nazionale, è la saturazione del mercato interno ad aprire la strada alla forma più matura dell’interdipendenza internazionale, rappresentata dagli investimenti diretti esteri. Questi ultimi (ide), effettuati da un capitale transnazionale vieppiù mobile sul mercato mondiale, incidono maggiormente in quanto la loro strutturazione è caratterizzata da un complessivo processo di centraliz­zazione strategica, articolata e disarticolata in una concatenazione di comparti operativi decentrati sull’intero pianeta. Siffatta catena transnazionale è ciò che ricomprende in sé, sia in senso lato sia in senso ristretto, come si dirà, le filiere di produzione transnazionali gestite da quelle imprese multinazionali che da sole rappresentano un terzo del reddito mondiale, due terzi del commercio internazionale, e un quarto dell’intero interscambio mondiale.

Più in generale, gli investimenti possono sia rappresentare la crescita di capitale produttivo (fisso: macchine, impianti, attrezzature, infrastrutture, ecc.; e circolante: materie prime e forza-lavoro), sia essere investimenti puramente monetari (detti di portafoglio in quanto distinti dagli ide). In particolare, è sulla dinamica degli investimenti che conviene fermare l’attenzione, giacché una caratteristica notevole di questa fase della crisi è il marcato e prolungato rallentamento dell’accumula­zio­ne, esprimibile sinteticamente e statisticamente come diminuzione strutturale di lungo periodo del tasso di crescita e della quota di investimenti sul reddito mondiale. Dalla metà degli anni sessanta a oggi il tasso medio di sviluppo dell’economia mondiale si è dimezzato (dal 5-6% al 2,5-3%), e la crescita del pil pro capite è passata da un ritmo medio del 2,6% all’1,3%, prefigurando una tendenza verso un drastico arresto dello sviluppo delle forze produttive. Questo andamento della crisi, dunque, si riflette direttamente sull’evoluzione degli investimenti, sia per quanto riguarda la dinamica settoriale, sia per quanto riguarda le aree geografiche in cui gli investimenti vengono indirizzati, con le ovvie conseguenze sulla crisi occupazionale a livello mondiale.

Secondo i dati della Banca mondiale il ritmo di crescita degli investimenti lordi interni a livello planetario sarebbe crollato da una media annua del 3,7% degli anni ottanta, allo 0,8% nella prima metà degli anni novanta. Se dalla media mondiale si scende nel dettaglio, si vede come per i ventisei paesi classificati dalla Banca come ad “alto reddito” (area Ocse) il ritmo di crescita media degli investimenti lordi interni sia addirittura negativo, riflettendo la “necessità” per questi paesi di investire altrove in nuovi impianti di produzione. In Italia, tra il 1945 e il 1996, gli investimenti lordi sono cresciuti a un ritmo annuo dell’8,5%, ma, scomponendo il cinquantennio in sottoperiodi, si scopre che il tasso di crescita era del 10,2% annuo tra il ‘49 e il ‘64, del 3,1% tra il ‘64 e il ‘75, del 2,4% tra il ‘75 e il ‘91, per diventare negativo (–1,7%) tra il ‘91 e il ‘96.

I tanti interventi nel dibattito sulla necessità di adottare provvedimenti di politica economica per abbassare il tasso di disoccupazione nelle cosiddette aree di crisi (qual è, a es., il mezzogiorno d’Italia) hanno mostrato come non esista alcuna evidenza in grado di suggerire che ulteriori capitali investiti in tali aree avrebbero un effetto positivo sulla dinamica della produttività. Ma, seguendo l’analisi marxiana, a proposito della dinamica del processo di accumulazione, già nel più lontano o vicino passato molti altri notavano, a es. Raniero Panzieri, come «il fattore fondamentale di questo processo è il crescente aumento del capitale costante rispetto al capitale variabile»; o tra gli altri, ancòra prima, Rosa Luxemburg ricordava come «lo scopo e la missione dello sfruttamento capitalistico è il profitto in forma monetaria, l’accumulazione di capitale-denaro. Questo scopo specifico ha un peso così schiacciante, che i lavoratori sono impiegati – e perciò anche messi in condizione di procurarsi i mezzi di sussistenza – solo nella misura in cui producono questo profitto accumulabile, ed esiste la reale prospettiva di accumularlo in forma monetaria».

Ma era già Marx che per tutti scriveva chiaramente che «è legge del capitale creare pluslavoro, e ciò esso può farlo solo in quanto metta in movimento lavoro necessario. Se da una parte il capitale crea il pluslavoro, il pluslavoro è a sua volta un presupposto dell’esistenza del capitale. Il rapporto tra tempo di lavoro necessario e su­perfluo muta ai diversi livelli dello sviluppo delle capacità produttive. Nella produzione basata sul capitale l’esistenza del tempo di lavoro necessario è condizionata dalla creazione del tempo di lavoro super­fluo. Di qui la tendenza del capitale sia ad aumentare la popolazione lavoratrice sia a diminuire incessantemente la parte necessaria di essa (ossia a porne incessantemente una parte in riserva) – popolazione inu­tile fino al momento in cui il capitale può valorizzarla» [Marx, Lineamenti fondamentali, IV.14].

A questo proposito, per quanto si dirà più avanti, può essere assai interessante rammentare anche le considerazioni di Henryk Grossmann su questa tematica marxiana. «In tal modo il lato tecnico del processo di lavoro, il rapporto tra i mezzi di produzione e il lavoro vivo, che è indipendente da un qualsiasi modo specifico di produzione, viene qui da Marx trasformato in un rapporto di valore tra capitale costante e capitale variabile, dunque considerato nella forma specificamente capitalistica». La composizione tecnica del capitale, infatti, è solo la base i cui mutamenti determinano la composizione organica, come composizione di valore. Sicché non è il processo “tecnico” di produzione, ma il processo di valorizzazione ciò che costituisce il fattore specifico e dinamico della produzione capitalistica. «L’espulsione dei lavoratori, l’origine dell’esercito industriale di riserva, non è causata dal fatto tec­nico dell’introduzione delle macchine, ma dalla valorizzazione insuffi­ciente. I lavoratori vengono espulsi non perché essi siano soppiantati dalle macchine, ma perché a un certo livello dell’accumulazione di ca­pitale il profitto diviene troppo piccolo e dunque non rende» [Henryk Gros­smann, La legge dell’accumulazione e del crollo, II.7,b].

La dinamica dell’aumento dell’intensità di capitale, tipica dei cicli di accumulazione capitalistica, implica una spesa sempre maggiore in investimenti per ottenere il massimo tasso di profitto e questa tendenza trascina con sé quella parallela all’aumento della pletora di capitale (soprattutto in forma monetaria) che ciclicamente vaga in attesa e nella speranza di valorizzazione. Sicché, costretti dalla dinamica della crisi, più capitali prendono la strada dell’investimento estero anche verso i paesi dominati, cosiddetti “sottosviluppati” o “in via di sviluppo” in confronto alle aree imperialistiche, quando le circostanze lo consiglino o vi costringano i capitalisti in affanno. In un periodo di crisi gli ide crescono meno degli investimenti di portafoglio, gestiti dai cosiddetti investitori istituzionali (le grandi società di intermediazione finanziaria, banche d’affari, fondi pensione e di investimento, che si affiancano alle banche di credito ordinario) le cui strategie vengono orientate dagli organismi sovranazionali all’uopo preposti, particolarmente Fondo monetario internazionale e Banca mondiale.

Se, infatti, su un totale di oltre 600 mmrd ₤ di valore degli ide in entrata, nel 1996 i ⅔ erano ancòra e pur sempre investimenti interni all’area dei paesi dominanti, una quota di ⅓, in crescita, è riservata a quelli dominati. Nel 1997 i paesi dell’Unione europea hanno investito all’estero per 172 mrd di Ecu – pari quasi a 328 mmrd ₤ (1 ecu essendo quotato circa 1950 ₤) – con un aumento del 46%, mentre la crescita degli ide in Europa è stata leggermente più contenuta (+38%) raggiungendo quasi i 100 mrd di Ecu con un saldo negativo praticamente raddoppiato in un anno. Nello stesso anno l’economia italiana ha quasi raddoppiato il volume degli ide e il saldo (negativo) tra il flusso di capitali in uscita e quelli in entrata dal resto del mondo si è triplicato: si tratta di 9,37 mrd di Ecu (18.200 mmrd ₤) con una crescita dell’84% sull’anno prima. La maggior parte degli ide italiani sono rivolti in Europa (5,66 mrd) mentre 2,78 sono finiti oltre continente; gli ide in Italia sono stati 3,26 mrd di Ecu con una crescita del 17% sull’anno precedente che porta a un saldo negativo cresciuto da 2,30 a 6,10 mrd di Ecu.

Con riferimento all’economia italiana, è possibile mettere in relazione la dinamica dell’esporta­zione di capitali con l’evoluzione della legislazione che regolamenta il flusso di movimenti internazionali di capitale. Studi recenti segnalano come la rimozione dei controlli sui movimenti di capitale, dopo il 1987, abbia segnato un’eccezionale espansione delle transazioni finanziarie dell’Italia con l’estero: al 1995 il totale dei flussi lordi per investimenti di portafoglio, nei quali sono concentrate la maggior parte delle transazioni con non residenti, è aumentato, in rapporto al pil, di oltre trenta volte. Se, come si vedrà in conclusione, a livello internazionale il contrastato negoziato per l’accordo multilaterale sugli investimenti (il cosiddetto Ami ovvero Mai) si dovesse concludere con la preannunciata iper-imposizione della liberalizzazione degli investimenti esteri prevedendo addirittura sanzioni per i paesi poco “ospitali”, sarebbe possibile che un’ulteriore quota di investimenti esteri riuscisse a conquistare nuovi mercati di produzione e di sbocco. Tuttavia, i recenti lampi di crisi sul mondo pare che abbiano contribuito a far avviare un ripensamento – presso Fmi, Bm, e quan­t’altro – sulla liberalizzazione assoluta dei movimenti di capitale, in balìa ormai di quegli “investitori istituzionali” capaci altrimenti di destabilizzare qualsiasi mercato.





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