La Chiesa del grembiule, sentinella di Pace Giustizia e Salvaguardia del Creato



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12.11.2018
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La Chiesa del grembiule, sentinella di Pace Giustizia e Salvaguardia del Creato

La Chiesa del grembiule non è una identità astratta, ma è popolo di Dio che si identifica con il volto di uomini e donne, vescovi, laici, presbiteri e religiosi che camminano nella compagnia degli uomini di buona volontà. In questa Chiesa del grembiule troviamo don Tonino, testimone credibile, che vive il suo sensus ecclesiae in compagnia degli uomini di buona volontà. Fu Giovanni XXIII ad indirizzare, per la prima volta, una lettera enciclica non solo ai vescovi e ai fedeli tutti, ma anche a tutti gli uomini di buona volontà: era il 4 aprile 1963, e l’enciclica era la Pacem in terris, la grande lettera sulla pace senza se e senza ma. La Chiesa non può che camminare così, pena la perdita della sua identità, così come la GS nel suo incipit le ricorda: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli del Signore”( GS 1). Queste parole devono essere care anche ad ogni non credente o credente in altra religione, perché spiegano il senso recondito del perché si ritrovano i cristiani a fianco, come compagni di strada. Erano molto care anche a don Tonino, che le cita innumerevoli volte quasi a farne il leit motiv dell’insegnamento e della vita: “Con queste parole la Chiesa planava dai cieli della sua disincantata grandezza e sceglieva di collocare definitivamente il suo domicilio sul cuore della terra (…) Con questo preludio solenne, diga squarciata dei pensieri di Dio, la Chiesa sembra dire al mondo così: d’ora in poi, le tue gioie saranno le mie; spartirò con te il pane amaro delle identiche tristezze, mi lascerò coinvolgere dalle tue stesse speranze e le tue angosce stringeranno pure a me la gola con l’identico groppo di paura. Noi tuoi figli ti diciamo grazie, Chiesa, perché ci aiuti a ricollocare le nostre tende nell’accampamento degli uomini”1. Per comprendere il senso di questo cammino nel quale don Tonino si è inserito ed ha proseguito con il passo di una sentinella e di una guida che non voleva stare né avanti, né indietro, ma nel mezzo del popolo di Dio, mi piace richiamare tre immagini bibliche: la Genesi, l’Esodo e l’Apocalisse.



Anzitutto la Genesi: è il libro delle origini, caro ai cristiani e ai fratelli ebrei. Libro che unisce, potremmo dire, perché rivela il progetto di Dio sull’umanità e le sue promesse fatte ad Abramo e alla sua discendenza. C’è una genesi che ha queste stesse caratteristiche nell’impegno di don Tonino per la pace, la giustizia, la salvaguardia del creato. E’ una genesi carica di mistero, nel senso teologico del termine: un progetto di Dio che si disvela nella storia e che solo gli occhi dei profeti riescono a percepire bene per poterlo indicare agli altri. E’ la genesi che ha le sue pagine più chiare e decisive nel Concilio Vaticano II, del quale don Tonino ha incarnato il rinnovamento2 e che ci appare in due passaggi di quell’evento che non trovò impreparato il giovane prete ugentino. Mi sembra che lo spirito conciliare più autentico, nella delicata questione del rapporto Chiesa-mondo, debba fare riferimento alla Gaudet Mater Ecclesia e alla categoria di segni dei tempi. Un passaggio del discorso di Giovanni XXIII in apertura del Concilio è pagina generatrice di una presenza nuova della Chiesa nel mondo: “Nell’esercizio del nostro ministero pastorale ci feriscono talora l’orecchio suggestioni di persone, pur ardenti di zelo, ma fornite di senso sovrabbondante d discrezione e di misura. Nei tempi moderni esse non vedono che prevaricazione e rovina(…) A noi sembra di dover dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano eventi sempre infausti, quasi che incombesse la fine del mondo. Nel presente momento storico la Provvidenza ci sta conducendo ad un nuovo ordine di rapporti umani che, per opera degli uomini e per lo più al di là della loro stessa aspettativa, si volgono verso il compimento di segni superiori e inattesi; e tutto, anche le umane avversità, dispone per il maggior bene della Chiesa”3. L’invito a non essere profeti di sventura, ma profeti di speranza, che sanno cogliere nella storia i segni che la Provvidenza prepara, al di là delle nostre aspettative e del nostro impegno, trova nel cuore di don Tonino un terreno fertile. Il concilio riconosce in vari passaggi questi segni che misteriosamente indicano la strada del bene comune e della salvezza a tutta l’umanità, e ne parla: a riguardo della crescente sensibilità per la libertà religiosa ( cfr. Dignitatis Humanae 15), della necessità che la Chiesa li sappia scrutare ed interpretare alla luce del Vangelo (cfr. Gaudium et spes 4. 11), della crescente solidarietà tra i popoli che è compito dei laici promuovere con sollecitudine ( cfr. Apostolicam Actuositatem 14). La genesi dell’impegno di don Tonino Bello per la pace, la giustizia e la salvaguardia del creato, la troviamo in questa sensus conciliaris nel cui solco egli si inserisce, non come uno stanco ripetitore, ma come un originale interprete. Sappiamo tutti che mentre la grande opera del Concilio si svolgeva, veniva promulgata la Pacem in terris, che con la sua definizione della guerra nella era atomica come una follia (alienum est a ratione), segnava una svolta e un punto di non ritorno nella riflessione e nell’impegno ecclesiale per la pace. Mentre i padri conciliari si ponevano in ascolto dello Spirito, un autentico uomo di Dio esortava il papa e i vescovi a dire una parola sui poveri e sulla povertà: era Helder Camara che nel suo diario conciliare Due del mattino, ci dà uno spaccato mistico e profetico di quello che fermentava a Roma in quegli anni. Ecco: la genesi dell’impegno di don Tonino è nella chiesa rinnovata dallo Spirito nel Concilio Vaticano II e già presente negli stimoli che animavano la comunità cristiana di quegli anni e in particolare i luoghi della sua formazione, soprattutto Bologna con il suo Seminario dell’ONARMO. Tantum est aurora: è solo l’aurora. Così si esprimeva Giovanni XXIII nel discorso iniziale dell’11 ottobre 1962, e così mi piace definire quel periodo embrionale del ministero di don Tonino. La genesi unisce in una promessa tutti i figli di Abramo e costituisce quella che don Tonino chiamerà la nave-scuola della pace: “Ci auguriamo che le navi che sono passate per il ponte girevole di Taranto non sparino alcun colpo, neppure a salve. Ma si sappia bene che un primo siluro l’hanno già lanciato. Non contro le imbarcazioni iraniane, ma contro la nave scuola su cui da ormai cinquant’anno impartono lezioni di pace Gandhi e Luther King, Tillich e Capitini, La Pira e Lanza del Vasto, Helder Camara, don Milani, Bobbio e Bettazzi”4 Il bel volume di Sergio Paronetto Don Tonino maestro di nonviolenza. Pedagogia, politica, cittadinanza attiva e vita cristiana,5 presenta in maniera esaustiva il legame profondo di don Tonino con il pensiero di questi uomini di ogni sensibilità religiosa e politica, uniti dalla stessa beatitudine, quella degli operatori di pace, il cui capostipite, dirà, rimane Gesù Cristo. Questi uomini lo hanno stimolato nella ricerca, l’hanno provocato nell’emulazione, lo hanno aiutato con l’esempio: “Fra quelli che ho conosciuto di persona La Pira, Lercaro, Bettazzi, Carretto, Turoldo, Balducci, il mio vescovo Mincuzzi… e poi la gente, i diseredati della mia parrocchia, i poveri della mia diocesi, gli umili, i semplici che ho incontrato nella mia esperienza pastorale.”6La compagnia dei credenti si arricchisce del respiro ecumenico: il movimento ecumenico che troverà molte difficoltà nel dialogo sulle questioni dogmatiche, sulle tematiche di carattere etico ha avvertito una grande sintonia ed un notevole senso di responsabilità: l’Assembla delle Chiese cristiane del continente europeo di Vancouver già nel 1983 insisteva nell’affrontare un processo conciliare tra le chiese in un’area d’impegno definita della “giustizia, pace e salvaguardia del creato”, e giungeva all’Assemblea di Basilea arricchita dalle relazioni del cardinali Martini, Willebrands ed Etchegaray7. Il successivo incontro, l’Assemblea Mondiale di Seoul, nel 1990, ne ricalcherà le orme, in un respiro globale. In questa visione così ampia, secondo lo spirito della chiesa universale e conciliare, nella compagnia di tutti gli uomini di buona volontà, c’è la genesi dell’impegno di don Tonino Bello.

E poi c’è l’Esodo, cammino di conversione di un uomo, di un popolo, conquista – assolutamente non violenta- di una terra promessa. In don Tonino non c’è stato un cammino di conversione che l’ha portato dall’indifferenza all’interesse per la pace, ma una predisposizione ad imparare, dal vangelo e dai segni dei tempi. Scrive Salvatore Leopizzi: “Se per don Milani la scuola era tutto, per don Tonino si può dire che tutto era scuola”8.Si lascia scavare dalla Parola di Dio, entra in dialogo con i personaggi del Vangelo, si lascia provocare dal magistero e tutto ciò è la lampada per illuminare la storia dalla quale si lascia interpellare. La Populorum progressio di Paolo VI colpisce per i riferimenti da lui fatti nell’introduzione ai viaggi compiuti da arcivescovo di Milano in Africa ed in India, e dall’apporto che hanno dato alla sua enciclica sullo sviluppo dei popoli. Anche don Tonino ha fatto i suoi viaggi che l’hanno messo sempre in cammino con una provocazione nuova. Ricordiamo la provocazione ricevuta a Bariloche in Argentina, quando in una baracca scopre che tra le povere cose di una famiglia c’è un vangelo e scrive: “Mi sono rallegrato pensando che quelle persone erano credenti. Ho detto: “Signora, legge il Vangelo?” Con uno sguardo dolcissimo mi rispose “Unico consuelo por nuestra pobreza” Io, vescovo, non avrei mai pensato di ricevere annunci di liberazione proprio in quella capanna dei poveri”9. Lo converte un martire, mons. Oscar Romero, di cui scrive con ammirazione, dicendo che da quando un suo prete, padre Rutilio Grande fu assassinato, il vescovo salvadoregno visse con lo stile dei primi martiri cristiani, la parresia, cioè la franchezza nel parlare, la kaukesis, cioè il vanto per la croce di Cristo, la speranza. Nella preghiera che compone per il vescovo martire ha qualcosa da chiedere anche per sé: “Prega, vescovo Romero, perché tutti i vescovi della terra si facciano banditori della giustizia e operatori di pace, e assumano la nonviolenza come criterio ermeneutico del loro impegno pastorale, ben sapendo che la sicurezza carnale e la prudenza dello spirito non sono grandezze commensurabili tra di loro”10. L’intercessione di mons. Romero ha consolidato questo stile di don Tonino: parresìa, vanto nella croce che un perseguitato per la giustizia deve abbracciare, speranza. L’esodo di don Tonino non è solitario. Ha fatto camminare anche la teologia della pace, della giustizia, della salvaguardia del creato. Esistevano già encicliche sul tema della pace e discorsi del papa, esistevano anche documenti delle Chiese cristiane, ma la teologia era un po’ timida. In ambito etico-sociale bisogna riconoscere che a volte le encicliche sono state più audaci dei trattati di morale. Don Tonino scrive che la pace non è tanto un problema morale, quanto un problema di fede: “Quello della pace è il discorso teologico più robusto e più serio, perché affonda le sue radici nel mistero trinitario. Se infatti pace è, come oggi si dice, “convivialità delle differenze”, e se è vero che la santissima Trinità è anch’ essa “convivialità delle differenze”, dobbiamo concludere che la pace è la definizione più vera del mistero principale della nostra fede, in cui contempliamo tre persone uguali e distinte che siedono allo stesso banchetto della natura divina”.11 Nel suo memorabile discorso all’ Arena di Verona il 30 aprile del 1989 al Movimento “Beati i costruttori di pace”, alla vigilia dell’Assemblea ecumenica di Seoul, parla del passaggio dal monoteismo assoluto al monoteismo trinitario della pace: una lettura ardita e sintetica, nella quale riporta velocemente quanto la migliore riflessione biblica e teologica aveva detto sul Dio trinitario, passando poi a mettere in relazione pace-giustizia-salvaguardia del creato che se considerate a “comportamenti stagno” portano ad un corto circuito di verità12. Cosa sarebbe la pace senza la giustizia? Già Paolo VI non aveva detto che lo sviluppo è il nuovo nome della pace e non ripeterà Giovanni Paolo II nella Sollicitudo rei socialis che la solidarietà è il nuovo nome della pace? Sviluppo e solidarietà giammai sganciate dalla giustizia, anzi come attuazione di una giustizia che dà a ciascuno ciò che gi appartiene per il semplice fatto di essere nato, la dignità e di diritti che da essa promanano. Più timido il riferimento alle questioni ecologiche che divengono più urgenti e più pressanti a livello globale negli anni ’90 dello scorso secolo. La teologia, anche grazie a don Tonino, ha fatto il suo esodo, e il suo linguaggio simbolico, unito alla credibilità del suo impegno, ha spinto a ricercare nella direzione di questo trinomio.

Con don Tonino ha camminato la Chiesa locale, la Puglia, i vescovi della conferenza episcopale pugliese, tra i quali ha portato l’interesse, la passione, la forza di pronunciarsi per tutte le tematiche che riguardavano la regione e il mondo intero. Innumerevoli i suoi impegni, che rispondo bene all’aggettivo glocale: impegno locale con lo sguardo rivolto al globale e consapevole della interdipendenza tra le due dimensioni della realtà. Le acciaierie di Giovinazzo, la lotta al commercio delle armi, la lotta alla militarizzazione di alcune regioni come la Puglia, la Sardegna e il Veneto, il sostegno con Pax Christi e tante associazioni contro l’istallazione dei missili a Crotone, degli Jupiter e dei Tornado a Gioia del Colle, della portaerei Garibaldi a Taranto; la lotta espressa nel sostegno all’obiezione di coscienza e all’obiezione fiscale, contro i poligoni di tiro sulla Murgia,le campagne contro i mercanti di morte, le prese di posizione contro la guerra del Golfo, l’accoglienza degli albanesi, la marcia a Sarajevo. La beatitudine degli operatori di pace è stata come un torrente che ha irrigato la terra, che ci ha resi tutti più sensibili, facendo fare a tutti un bell’esodo. Quanti ostacoli in questo cammino, quante tentazioni a tornare indietro, forse anche quella di qualche vitello d’oro, qualche conquista che facesse dire: possiamo fermarci qui. Credo che don Tonino abbia fatto anche camminare la società italiana e oggi anche grazie a lui quell’articolo della Costituzione in cui si dice che l’Italia ripudia la guerra, è più libero da ma e se. Ha fatto camminare Pax Christi. Nel suo primo congresso nazionale di Pax Christi l’8 dicembre 1986, espone le linee portanti del movimento, richiamandosi all’icona del buon samaritano e indicando cinque aeree di impegno concreto: l’area dell’educazione alla pace, quello dell’area della nonviolenza e della difesa polare non violenta, quella dei diritti umani e del rapporto Nord-Sud, l’area dell’obiezione di coscienza, quella delle cesure difficili da ricomporre. Su quest’ultima, voglio lasciare una citazione: “E’ la cesura tra testimonianza personale ( ineludibile specialmente sulle scelte di sobrietà e coerenza) e progetti sociali. Tra impegno locale ( con tutte le sue logiche di incarnazione e quindi vissuto spicciolo) e mutamenti globali. Fra tensioni di solidarietà concreta ( fatta di gesti di condivisione, di assistenza, di olio e vino sulle ferite) e politica.(…) Un giorno godremo nella loro interezza di tutte quelle realtà che qui sulla terra siamo chiamati a far spuntare allo stato germinale e che ci sforziamo di far maturare nei segni: la pace., la fraternità, la giustizia, la libertà. E’ dalla Gerusalemme del cielo ( nella quale entreremo nell’ottavo giorno) che si deve scatenate l’empito entusiasta per ciò che agli occhi dell’uomo sembra incredibile, assurdo, irraggiungibile: la nonviolenza, il disarmo, l’unilateralità del disarmo, il perdono, la rinunzia evangelica, la povertà, la gratuità, la tenerezza. Ci accorgeremo finalmente che la pace non è un ‘aspirazione, ma è una persona: Gesù Cristo, l’Emmanuele, il Dio con noi”13 Perché questa citazione così lunga? Per due motivi: la prima è che la lacerazione fra ideali e vita, fra mete conquistate e mete da conquistare è sempre in agguato, in un esodo. E poi perché in una nota del testo di Paronetto ho letto: “Sandro Bregantin, Gianni Novello e Giuliana Bonino testimoniano l’iniziale perplessità dell’uditorio congressuale, sospettoso verso meditazioni ritenute troppo “spirituali” in momenti così caldi dal punto di vista politico.”14 E invece c’è qui il segreto della tensione mantenuta da don Tonino nell’esodo della pace, nel credere, come diceva Charles Peguy, che una rivoluzione sociale o è morale o non è una rivoluzione. In quest’esodo ha conquistato con l’arma della nonviolenza: sempre parole di dialogo, sempre scelte fatte con grande rispetto, persino quella tanto contestata dell’obiezione fiscale, per diffondere la coscienza dell’obiezione. Persino la lettera più indignata, quella ad Indro Montanelli direttore de Il Giornale, il 20 febbraio 1986, è carica di rispetto e scrive: “Stia tranquillo signor direttore. Il senso dello Stato e della storia non ci sentiamo di chiederlo in prestito a nessuno. Amiamo l’Italia anche noi, almeno quanto lei. La nostra Italia, laica, repubblicana, fondata sulla costituzione. E chi avanza dubbi sul nostro religioso rispetto verso le istituzioni dello Stato, ci offende non meno di chi dubita del nostro amore verso la Chiesa. Non ce ne voglia. Non gliene vogliamo neppure noi, mentre senza rancore la salutiamo.”15 La forma della nonviolenza è entrata, con questo popolo della pace nello stile di chi vuole sfidare Golia con la semplice fionda di Davide. Come termina l’esodo? Con l’ingresso nella terra promessa, del popolo ma non di Mosè. La Sacra Scrittura dice: “Mosè salì dalle steppe di Moab sul monte Nebo, cima del Pisga, che è di fronte a Gerico. Il Signore gli mostrò tutto il Paese(…) Il Signore gli disse: “Questo è il paese per il quale io ho giurato ad Abramo, ad Isacco e a Giacobbe: Io lo darò alla tua discendenza. Te l’ho fatto vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai. Mosè, servo del Signore, morì in quel luogo, nel paese di Moab, secondo l’ordine del Signore.”( Dt 34, 1.5). Così mi sembra sia morto don Tonino, con molte domande, ma con anche una grande certezza, cose di cui scrive sul suo diario il 13 dicembre 1992: “Quando giungiamo sul porto di Ancona, una folla ci attende con fiaccole e striscioni. Baci, abbracci. Arrivederci, addio. Ci troveremo in altre occasioni! Poi rimango solo e sento per la prima volta una grande voglia di piangere. Tenerezza, rimorso e percezione del poco che si è potuto seminare e sulla lunga strada che rimane da compiere. Attecchirà davvero la semente della nonviolenza? Sarà davvero questa la strategia del domani? Sarà davvero questa la strategia del domani? E’ possibile cambiare il mondo con il semplice gesto dei disarmato?(…) sono troppo stanco per rispondere stasera. Per ora mi lascio cullare da una incontenibile speranza. Le cose cambieranno, se i poveri lo vogliono”16 Con questa speranza e con la consegna del testimone ai poveri, come Mosè si addormenta lontano da una terra che ha appena intravisto.

E poi c’è l’ Apocalisse. Non consideriamo questa parola nel significato catastrofico che ha assunto nel tempo, ma in quello biblico di rivelazione, di parola di Dio detta alle chiese. All’angelo della chiesa di Efeso scrivi…, all’angelo della chiesa di Smirne scrivi... Non è una lettera riservata, ma è il progetto di Dio consegnato alla Chiesa ma non solo per la Chiesa, per il mondo intero. Sono parole dette quando tutto sembra perduto e la Bestia e Babilonia la grande sembrano far precipitare tutto nel baratro del nulla. Sono le parole dette per indicare la direzione della storia, della nostra storia. Il tempo presente è tempo di questa rivelazione. Com’è questa Chiesa del grembiule, sentinella di pace, salvaguardia del creato? Dobbiamo dire che il magistero e la teologia su questo non mancano di intervenire. Il magistero di Giovanni Paolo II, nelle giornate della pace, ci ha accompagnato fino alla sua morte, e continua a farlo quello di Benedetto XVI. Non sono mancate prese di posizione chiare come quella del cardinal Martino all’indomani dell’arresto di Saddam Hussein, per contestare modalità e pubblicità non consone alla dignità dell’uomo. Il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, ultima opera del Concilio – sovente i padri conciliari nei loro desiderata et vota avevano espresso il desiderio di avere uno strumento agile per la formazione al sociale, una sorta di catechismo sociale- è stata una delle ultime opere di Giovanni Paolo II. Le parti dedicate alla pace e alla salvaguardia del creato costituiscono dei solidi punti di riferimento, che hanno il coraggio di mettere al bando espressioni come quella ambigua di guerra preventiva17 e parole molto illuminate sulle radici del terrorismo. Significativo quello che si dice sulla deterrenza delle armi, nel capitolo dodicesimo, interamente dedicato alla pace: “Qualsiasi accumulo eccessivo di armi, o il loro commercio generalizzato, non possono essere giustificati moralmente; tali fenomeni vanno valutati anche alla luce della normativa internazionale in materia di non-proliferazione, produzione, commercio e uso dei differenti tipi di armamenti. Le armi non devono mai essere considerate alla stregua di altri beni scambiati a livello mondiale o sui mercati interni. Il Magistero, inoltre, ha espresso una valutazione morale del fenomeno della deterrenza: « L'accumulo delle armi sembra a molti un modo paradossale di dissuadere dalla guerra eventuali avversari. Costoro vedono in esso il più efficace dei mezzi atti ad assicurare la pace tra le nazioni. Riguardo a tale mezzo di dissuasione vanno fatte severe riserve morali. La corsa agli armamenti non assicura la pace. Lungi dall'eliminare le cause di guerra, rischia di aggravarle ».Le politiche di deterrenza nucleare, tipiche del periodo della cosiddetta Guerra Fredda, devono essere sostituite con concrete misure di disarmo, basate sul dialogo e sul negoziato multilaterale.”18 E sul terrorismo internazionale:Il terrorismo va condannato nel modo più assoluto. Esso manifesta un disprezzo totale della vita umana e nessuna motivazione può giustificarlo, in quanto l'uomo è sempre fine e mai mezzo. Gli atti di terrorismo colpiscono profondamente la dignità umana e costituiscono un'offesa all'intera umanità: « Esiste perciò un diritto a difendersi dal terrorismo ».1081 Tale diritto non può tuttavia essere esercitato nel vuoto di regole morali e giuridiche, poiché la lotta contro i terroristi va condotta nel rispetto dei diritti dell'uomo e dei principi di uno Stato di diritto.1082 L'identificazione dei colpevoli va debitamente provata, perché la responsabilità penale è sempre personale e quindi non può essere estesa alle religioni, alle Nazioni, alle etnie, alle quali i terroristi appartengono. La collaborazione internazionale contro l'attività terroristica « non può esaurirsi soltanto in operazioni repressive e punitive. È essenziale che il pur necessario ricorso alla forza sia accompagnato da una coraggiosa e lucida analisi delle motivazioni soggiacenti agli attacchi terroristici ». È necessario anche un particolare impegno sul piano « politico e pedagogico » per risolvere, con coraggio e determinazione, i problemi che, in alcune drammatiche situazioni, possono alimentare il terrorismo: « Il reclutamento dei terroristi, infatti, è più facile nei contesti sociali in cui si semina l'odio, i diritti vengono conculcati e le situazioni di ingiustizia troppo a lungo tollerate »19. C’è stata l’enciclica Caritas in veritate che ha riproposto i temi della pace, della giustizia e della salvaguardia del creato nel solco iniziato dalla Populorum progressio, ed ha indicato nell’etica del dono il criterio per superare un’economia che genera vorticosamente tanta povertà. Il magistero richiede però chi lo diffonda, lo incarni, lo faccia divenire cultura di un popolo, perché richiede una mediazione da cristiani responsabili, intelligente, non partitica, ma sociale e politica in senso ampio. Qui si avverte una certa carenza. Lo stesso vale per il cammino ecumenico delle chiese, che vive momenti di rallentamento, poco slancio. I timori rischiano di tarpare le ali alla speranza. E’ un tempo di luci ed ombre, come il tempo preannunciato dall’Apocalisse, e nel quale viene chiesto alla Chiesa soprattutto di ascoltare e quindi di agire, senza lasciarsi intimorire. Anche i conflitti assumono sempre più la coloritura religiosa, ma sappiamo che così non è e non dovremmo neppure interrogarci sull’accoglienza, la mano tesa anche se dall’altra parte c’è chi per timore dell’occidente è chiuso al dialogo. Il dialogo è nel nostro Dna, come la pace: all’angelo della Chiesa scrivi … C’è una rinnovata sensibilità per la salvaguardia del creato: dal 2006 la celebrazione della giornata, il 1° settembre, in prospettiva ecumenica perché è il capodanno liturgico ortodosso, ci dà la possibilità di crescere in consapevolezza e spinge a cercare nuove forme che prevengano i gravi danni di uno sviluppo insostenibile. Mi chiedo come vengono celebrate queste giornate nelle nostre chiese e quanta consapevolezza diffondono. Mi chiedo se c’è molto discernimento nelle comunità ecclesiali e nella società civile su questioni come quella dello smaltimento dei rifiuti e sulle energie rinnovabili.

Poi ci sono le scelte, che hanno bisogno di uomini che paghino la loro beatitudine con la parresia, la kaukesis e la perseveranza nella speranza. Qui sentiamo forse la nostalgia di don Tonino, ma stiamo attenti a questa nostalgia: non fa piacere a lui, non fa onore a noi, perché egli non ha mai avuto la pretesa di essere un eroe, ma solo quella di essere un testimone. Oggi abbiamo la grande questione dei conflitti dimenticati e dei loro finanziamenti; dell’utilizzo dei nostri risparmi in una finanza che sia etica: non mancano attenzioni a questi temi, ma forse sono troppo timide. Anche di fronte al dilemma salute o lavoro degli operai dell’ILVA ci sentiamo dilaniati ed abbiamo bisogno di far chiarezza e di vedere azioni concrete, perché non si rimanga impantanati nello status quo. La crisi economica e una certa politica irresponsabile e oserei dire permissiva nei confronti dello strapotere della finanza, ha generato nuovi poveri. Sentiamo che c’è bisogno di un serio ritorno alla politica come mistica arte, perché il bene comune lo si costruisce nella politica, locale, nazionale, europea, internazionale. La Chiesa del grembiule non ha soluzioni preconfezionate: ascolta, discerne, orienta. Sa che deve esserci. La Lettera a Diogneto, indicando la vocazione dei credenti dice: “Dio li ha messi in un posto tale che ad essi non è lecito abbandonare”20. E’ un richiamo valido per tutti, sempre, quanto più per un movimento come Pax Christi. Non dimentichiamo però che il timone della storia ce l’ha il Signore – è il messaggio dell’Apocalisse – e che il testimone don Tonino l’ha lasciato ai poveri. E i poveri vogliono, la storia cambierà. Lo vogliono i poveri? Come non volere la libertà, il riscatto, il bene comune? Forse i poveri hanno bisogno semplicemente che qualcuno, come ha fatto don Tonino, si faccia loro compagno di strada. Allora crederanno alla Chiesa del grembiule e si rallegreranno; allora si compirà quella parola che fu il motto del vescovo don Tonino: ascoltino gli umili e si rallegrino.

Don Luigi Renna

Docente di teologia morale- Facoltà Teologica Pugliese



1 A. BELLO, Omelia, in Omelie e scritti quaresimali, Mezzina, Molfetta 2005, 288-289.

2 Cfr. A. CHIEREGHIN, Un vescovo secondo il Concilio. Don Tonino Bello, uomo che visse dentro, che visse insieme, che vide oltre. Lettura teologico pastorale del ministero episcopale del vescovo di Molfetta- Ruvo- Giovinazzo- Terlizzi, 1982-1993, Ed Insieme, Terlizzi ( Ba) 2001.

3 GIOVANNI XXIII, Discorso nella solenne apertura del Concilio,in EV 1, (39).

4 A. BELLO, La non violenza in una società violenta, in Scritti di pace, Mezzina, Molfetta 1997, 56.

5 S. PARONETTO, Don Tonino maestro di nonviolenza. Pedagogia, politica, cittadinanza attiva e vita cristiana Paoline, Milano 2012.

6 Cfr. A. BELLO, Scritti di pace, 239.

7 Cfr. G. CURRA’, L’ecologia nell’insegnamento di Giovanni Paolo II, Editoriale Progetto 2000,Cosenza 2000, 74-75.

8 S. PARONETTO, o.c., 30.

9 A. BELLO, La nonviolenza..., 63.

10 A. BELLO Sui sentieri di Isaia, 102-103.

11 A. BELLO, Convivialità delle differenze, 43-53.

12 A. BELLO, Giustizia, pace, salvaguardia del creato, in Scritti di pace, 161.

13


14 S. PARONETTO, o.c.,78.

15 A. BELLO, Scritti di pace, 35.

16 A. BELLO, Diari e scritti pastorali, Mezzina, Molfetta 2005,110

17 “Quanto, poi, a un'azione bellica preventiva, lanciata senza prove evidenti che un'aggressione stia per essere sferrata, essa non può non sollevare gravi interrogativi sotto il profilo morale e giuridico. Pertanto, solo una decisione dei competenti organismi, sulla base di rigorosi accertamenti e di fondate motivazioni, può dare legittimazione internazionale all'uso della forza armata, identificando determinate situazioni come una minaccia alla pace e autorizzando un'ingerenza nella sfera del dominio riservato di uno Stato”. PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE, Compendio della dottrina sociale della Chiesa,LEV, Città del Vaticano 2004, n.501.

18 Ivi, 508.

19 Ivi,514.

20 A Diogneto, 4,10.





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