La comunicazione in carcere



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4. IL CARCERE OGGI
L’istituzione penitenziaria odierna è in parte differente da quella descritta da Foucault o Bentham.

Tuttavia, gli istituti di ritenzione e le stesse prigioni oggi rappresentano il lato più appariscente del controllo sociale. Non dobbiamo dimenticare, però, che nel corso del tempo molti passi in avanti sono stati compiuti.

Nel 1979 Jeremy Bentham pubblicò la sua idea (mai realizzata) di riforma del sistema penitenziario, ideando il cosiddetto Panopticon, o “Casa di Ispezione”: si trattava di un luogo il cui scopo non era solo quello di sorvegliare, ma anche di garantire l’asimmetricità della comunicazione. Il Panopticon si distingueva per due caratteristiche: l’isolamento del detenuto, e la possibilità di gestire la prigione come imprese private da appaltatori esterni.

Un'altra proposta arrivò da Orwell poco più tardi: nel suo romanzo 1984, la società viene governata in base al principio del Socing (ovvero del Socialismo Inglese). L’occhio della telecamera spiava ogni singolo gesto, e ascoltava ogni respiro del detenuto.

Entrambi questi metodi, però, vengono ritenuti in contrasto con il principio ispiratore della riforma: l’art. 27 della Costituzione della Repubblica Italiana.

In contrapposizione a tutto ciò, dopo un’adeguata sperimentazione, è stato introdotto il concetto di sorveglianza elettronica come misura alternativa alla detenzione: si tratta di un metodo di sorveglianza basato sull’utilizzo di un braccialetto (da mettere al polso o alla caviglia del detenuto) che invia segnali, 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, ad una sala di controllo. Ad ogni movimento irregolare, o al tentativo di danneggiare lo strumento, l’apparecchio allerta immediatamente le autorità. Gli obiettivi della sorveglianza elettronica sono: rafforzare la prevenzione della recidiva, favorire la lotta contro la sovrappopolazione carceraria, e ridurre i costi del sistema penitenziario.

Tuttavia, gli oppositori di questo sistema hanno fin dall’inizio sostenuto che in questo modo non si riduce lo stigma dovuto alla carcerazione, né si alleviano i problemi politici e sociali dei sistemi giudiziari, ma si crea una società basata su una sorveglianza definita “asfissiante”.

Questa misura alternativa alla detenzione viene già applicata in alcuni paesi, quali il Canada, e dal 1983 negli Stati Uniti (dove, dal 1990, 100.000 delinquenti al giorno sono controllati attraverso il braccialetto elettronico).

Per quanto riguarda i paesi europei, la Gran Bretagna ha iniziato la sua applicazione nel 1995; in Svezia è stata sperimentata dal 1 agosto 1995 al 31 luglio 1996; anche in Olanda la sperimentazione è durata due anni, mentre in Francia l’Assemblea Nazionale, il 25 marzo 1997, ha approvato una legge che definisce la sorveglianza elettronica come una delle modalità di esecuzione delle pene restrittive della libertà.

In Italia, il concetto è stato introdotto con il DL n. 34/200043; la discussione sul tema, però, ha avuto inizio dal luglio 2000 in sede di approvazione del “Piano di Azione per la giustizia”.

Il legislatore, attraverso l’istituzione del braccialetto elettronico nel nostro paese, ha voluto introdurre una nuova forma di controllo sui detenuti44. Questo strumento è di fatto subordinato al consenso dell’interessato, anche se è facile dubitare di un eventuale suo dissenso (ciò ricondurrebbe il soggetto nuovamente in carcere).

All’interno delle disposizioni, però, non è stata specificata la durata del controllo: una volta che il braccialetto viene applicato al soggetto, sarà l’Istituzione a giudicare se è psicologicamente sostenibile una sua protrazione per lungo tempo.

Anche nel nostro paese non sono mancate le perplessità circa l’utilizzo di questo metodo: attraverso il braccialetto elettronico si pensava diventasse difficile riuscire a coniugare la continuità del controllo e l’assenza di una pregnante invasività della sfera personale.

In effetti, in Italia, questa sperimentazione è durata due anni, e non ha avuto gli effetti desiderati: nelle cinque città in cui era in vigore, il sistema è stato utilizzato da non più di cento detenuti. Solo nel milanese il braccialetto elettronico è stato usufruito da dieci detenuti, e ad uno di loro è stato revocato per il tentativo di evasione fallito: negli altri Stati, come ad esempio la Gran Bretagna, lo stesso sistema viene applicato a 6.500 soggetti.


4.1. La rappresentazione sociale del carcere
La parola “carcere” deriva dal latino “carcer” che, evocativamente, fa riferimento al termine “cancer”, ovvero cancro. Non risulta difficile, quindi, associare la parola cancro alla parola morte: il carcere, infatti, contribuisce alla morte psichica e civile della persona, punendo la violenza causata da quest’ultima con altra violenza.

Attualmente il carcere assolve una duplice funzione: la prima, ideologica, ha il compito di riabilitare il detenuto; la seconda, invece, etichetta il carcere come luogo di emarginazione e di segregazione (in quanto viene visto come ambiente isolato dal contesto sociale). L’ingresso in un istituto penitenziario comporta, di fatto, un marchio sociale dispregiativo.

La società domanda al carcere funzioni che, simbolicamente e realmente, creino l’immagine di un’istituzione vicina all’ideale di protezione della vita sociale richiesta; lo Stato, che incarna il bene comune, si propone di rispondere a questa richiesta, trovandosi al centro della vita del cittadino. Il nemico da cui difendere il popolo, invece, è il delinquente in quanto offende la dignità dello Stato e quindi della società: la pena da infliggere ai trasgressori, quindi, deve avere una funzione affittiva- punitiva e deve essere esemplare per tutti coloro che ledono al dignità del paese.

Il carcere incarna questo ideale: inflessibile e distruttivo nei confronti dei trasgressori, e flessibile e attenuato per gli altri.

Mathiesen, a questo proposito, evidenzia le funzioni che l’istituzione penitenziaria dovrebbe assolvere:

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