La comunicazione in carcere



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Convegni


  • Aa.Vv

2002, atti del convegno La sfida, 10-11 ottobre, Fondazione Prada

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ALLEGATI


  1. ARTICOLI DI QUOTIDIANI E DAI SITI




  • il nuovo Riformista.html - 09/01/2004

RETROGUSTI. FILMATI E RICETTE IN UN WEB DEI DETENUTI DI SAN VITTORE

Ghiri a colazione per gli avanzi di galera

Marcello Ghiringhelli, attualmente a San Vittore, sul finire degli anni Sessanta si trovava, nella stessa condizione (detenuto), a Torino. «Eravamo all'incirca un migliaio di detenuti, per lo più giovani e pieni di vita, con una perenne voglia di scherzare nonostante il posto, che si burlavano specialmente di quelli che se la tiravano da duri». Uno che se la tirava da duro venne preso di mira così. Gli fu fatta vincere una scommessa. In palio una cotoletta alla milanese. Gli venne consegnata e tronfio si apprestò a mangiarla. Ma gli rimase in gola. La ricetta: prendere un pezzo di vecchia coperta delle dimensioni di una bistecca, immergerlo nel rosso d'uovo, impanare. Poi si frigge. Avanzi di galera è un cd geniale (dati i mezzi), pubblicato da Il Due, web magazine dei detenuti di San Vittore nato per iniziativa della giornalista di Famiglia Cristiana Emilia Patruno. Le storie, tutte legate al cibo dietro le sbarre, tra filmati e ricette, ricordano certe pagine dei Racconti della Kolyma di Varlam Salamov, dove un pezzo di pane può essere spunto narrativo minimo per aprire ai lettori (utenti nel caso del cd?) le porte di una realtà concentrazionaria inimmaginabile dal di fuori. E dove spesso non si vuole entrare nemmeno mentalmente.

Tono e situazioni sono naturalmente meno tragici e così si sorride sempre (sia pur con retrogusto amaro), anche perché prevale l'esperienza della solidarietà. Chi entra per la prima volta in carcere è reduce da una giornata in cui a tutto ha pensato tranne che a mangiare. L'arresto, l'immatricolazione. Poi si trova in una cella con degli sconosciuti che sulla carta dovrebbero essere criminali pericolosi. Ma questi lo invitano a sedere e mangiare qualcosa di cucinato in cella, diverso dalla sbobba propinata dall'amministrazione penitenziaria. Quasi un'esperienza cristiana da “prima cena”, e che spesso viene ricordata, anche da un punto di vista gastronomico, come una delle più toccanti.

Racconta il detenuto Pino Madonna, in Cavolfiori al cellone, che dopo 24 ore di “travaglio” venne rinchiuso con sei detenuti calabresi. I convenevoli di rito, poi l'occhio del nuovo arrivato cade sulla tavola preparata con piatti e posate di plastica. Lo scoramento, che deriva da certi ricordi di infanzia e libertà, di scampagnate e picnic, dura poco. Madonna viene invitato a sedere. A capotavola un uomo anziano, scuro in volto, una vita in galera, una vita nella 'ndrangheta, forse. I posti disposti secondo rigide gerarchie di clan, non solo in senso mafioso. Infine arriva una buonissima pasta col cavolfiore offerta al nuovo arrivato.

Il tema del forno torna più volte. In cella si può cucinare con un fornellino da campeggio, posto sempre a pochi centimetri dalla turca, secondo una forzata vicinanza delle funzioni di preparazione e di espulsione del cibo. Ma può darsi che venga voglia di cucinarsi una pizza o una torta (senza lima purtroppo). Senza forno non si può. Ma in ogni cella c'è un inventore, un bricoleur, così come c'è un cuoco (funzione molto prestigiosa), che utilizzando del legno, ricoperto di stagnola, riesce a costruire qualcosa di simile a un forno. E così la fragranza della torta e della pizza arriva ogni tanto ai nasi dei reclusi. Insieme a quella di brucio. Un forno del genere infatti brucia o esplode sempre. Ma ne valeva la pena, perché di solito si riesce a mangiare il prodotto di quel forno monouso. Chiudiamo con il racconto di uno scherzo giocato dai detenuti di San Vittore a una guardia. Nelle carceri italiane la sbobba è immangiabile (Aosta a parte), e non ci sono spacci dove acquistare provviste, bisogna accontentarsi di quello che i familiari portano durante il colloquio, ingredienti base da cucinare in cella o piatti già cucinati. A un detenuto di San Vittore, Antonio, i familiari portarono un piatto che amava molto, ghiri in salsa di pomodorini ciliegia. Dei ghiri fu avanzata qualche testa. Non fu difficile far credere alle guardie che i detenuti si erano mangiati i topi che infestavano le celle. Naturalmente fu ordinata una ispezione. (Per chi volesse, nel cd, ordinabile sul sito ildue.it, c'è anche la ricetta dei ghiri).

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