La comunicazione in carcere



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1.1.1. I Supplizi
Da sempre, i supplizi hanno coinvolto l’intera popolazione nel giudizio finale di un detenuto. Sul finire del 1700 essi venivano praticati ancora nella piazza principale del paese, davanti a folle inferocite o ammutolite. Solo tre quarti di secolo più tardi esse sparirono completamente.

Il supplizio4, per essere tale, doveva rispondere a tre criteri: innanzitutto, doveva produrre una certa sofferenza (questa doveva mettere nelle condizioni di essere valutata). In secondo luogo, nella morte del condannato doveva essere calcolato il tipo di dolore provocato (dallo squartamento alla decapitazione,…); infine, la “morte-supplizio” doveva provocare al detenuto una forte agonia.

Un’altra caratteristica del supplizio (evidenziata in quell’epoca), è la correlazione esistente al suo interno: esso univa l’intensità, la qualità, la lunghezza della sofferenza con il tipo di crimine commesso ( e con la sua gravità), con la persona che aveva commesso l’atto, e con il rango delle vittime.

Esiste, poi, un codice del dolore, calcolato secondo regole dettagliate: “numero dei colpi di frusta, posto del ferro rovente, lunghezza dell’agonia sul rogo o sulla ruota (il tribunale decideva se ci sia luogo a strangolare subito il paziente invece di lasciarlo morire, e dopo quanto tempo debba intervenire questo gesto di pietà), tipo di mutilazione da imporre (mano tagliata, labbra o lingua bucate)”.5

Infine, bisogna evidenziare un ultima caratteristica dei supplizi: essi facevano parte di un rituale, e rispondevano a due esigenze ben precise. Prima di tutto, il supplizio doveva essere marchiante (doveva lasciare un una cicatrice sul corpo del condannato al fine di etichettarlo come “infame”); in secondo luogo, la pena inflitta doveva essere clamorosa, ed essere vista e constatata da tutti.




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